Madre serba, padre croato, lei cattolica, in una città sempre più musulmana: Sarajevo
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Madre serba, padre croato, lei cattolica, in una città sempre più musulmana: Sarajevo


Bosnia Erzegovina - Sarajevo - 28.1.2005


Minareti e campanili


Minareti e campaniliFuori, tra i vicoli della città vecchia imbiancata dalla neve, il canto dei muezin delle moschee sovrasta il suono delle campane delle chiese cristiane.


Dentro, nel bar invaso dal fumo delle sigarette Drina, le Nazionali bosniache, risuona la musica di Dino Merlin, il cantante più popolare da queste parti.

 

“Io ero una bambina durante la guerra”, racconta Ninela, studentessa universitaria di Sarajevo. “Durante i quattro anni dell’assedio serbo, questo birrificio dove si produce la Sarajevska Piva era l’unico posto in città in cui ci si poteva rifornire di acqua potabile, perché qui sotto c’è una sorgente, quella usata per fare la birra. Ricordo che mia madre veniva qui a prendere l’acqua con le taniche: quaranta litri al giorno. Non abitavamo lontano, ma lei, come tutti, rischiava la vita ogni volta. Doveva correre, sperando di non essere colpita dai cecchini appostati sulle colline. E’ stata fortunata, perché è sempre tornata a casa. Molti non tornavano”.

 

Ninela“Le prime settimane di guerra per noi bambini erano solo un nuovo ed emozionante gioco: ci divertivamo a stare tutti insieme nelle cantine, durante i bombardamenti, a giocare a nascondino. Non ci rendevamo conto di quello che succedeva fuori. Poi, un giorno, ho visto una via del centro piena di sangue, di morti, di gente che gridava e piangeva. Era stata una granata. Da quel momento ho cominciato ad avere paura. Ma non a capire”.

 

“Quelli che sparavano dalle colline erano serbi ortodossi. Come mia madre. Ma le sue migliori amiche, qui a Sarajevo, erano bosniache musulmane. Un giorno una di loro venne a trovarci a casa. Piangeva. Suo figlio, combattente nella resistenza, era stato ucciso dai serbi al fronte, fuori città. Come ogni volta che veniva, anche quel giorno ci portò in regalo la frutta e la verdura del suo orto. Mia madre era senza parole. Cercò di consolarla. La loro amicizia era più forte della guerra”.

 

enjoy sarajevo“Ma con il passare dei mesi e il continuare delle morti e delle stragi, le cose cambiarono. I nostri vicini musulmani non ci salutavano più. Le mie amiche mi trattavano male: dicevano che mia madre era una cetnica, una sanguinaria estremista serba. Un vero insulto per una persona come mia madre. Ci denunciarono molte volte alle milizie bosniache per farci arrestare. Non ci successe mai niente solo grazie allo strano cognome di mio padre, che è di origini croate, e, alla lontana, ebraiche. Ma molti altri serbi in città venivano catturati o uccisi. Anche per noi la vita diventò sempre più difficile, finché mio padre non decise di lasciare la città e rifugiarsi in Serbia. Andammo a Belgrado, dove ci sistemarono in un campo profughi fuori città. Rimanemmo lì fino alla fine della guerra”.

 

“Quando siamo tornati qui ho trovato la mia città distrutta. Molti miei amici erano morti o avevano perso dei familiari. Io iniziai a frequentare la chiesa cattolica, e col tempo la vita riprese normalmente. Ma sentivo che qualcosa era cambiato rispetto a prima nella testa e nel cuore della gente. La cosa più evidente erano le decine di nuove moschee costruite con i soldi dei governi arabi mossi da interessi politici: Arabia Saudita, Siria, Iran, Giordania, Pakistan. Moschee diverse da quelle antiche di Bascarsija, la città vecchia turca di Sarajevo. In queste nuove, gli imam, spesso arabi, avevano iniziato a predicare un tipo di Islam diverso da quello tradizionale bosniaco, moderato e tollerante”.

 

“Un giorno mi sono messa il velo e sono entrata in una moschea in cui si parlava del rapporto tra musulmani e non musulmani. Non credevo alle mie orecchie quando ho sentito l’imam che diceva che ‘gli infedeli vanno convertiti o combattuti come nemici’.

Prima della guerra solo gli anziani andavano nelle moschee. Ora ci vanno tutti, anche i giovani. Tutti sono diventati ferventi musulmani. E’ come una moda a cui nessuno vuole sottrarsi per non essere guardato male. Un fenomeno evidente anche nel linguaggio: la gente nomina Allah come intercalare. Molti ragazzi si sono fatti crescere la barba e sono diventati wahabi, estremisti”.

 

cattedraleSarajevo è una città di confine tra due mondi, islamico e cristiano, un po’ come Gerusalemme lo è tra quello islamico ed ebraico. Basta guardare il centro di questa città. La parte orientale con le moschee, i vicoli pieni di botteghe artigianali, le antiche casette di pietra e di legno: sembra di stare a Istanbul. E la parte occidentale con le chiese cristiane, gli eleganti palazzi asburgici, le larghe vie con i negozi alla moda e le vetrine: qui sembra invece di essere a Vienna. Due mondi diversi che però avevano sempre convissuto in pace e con reciproco rispetto perché le persone si consideravano come uomini, non come fedeli di una religione o membri di un gruppo etnico.

“Spero che la guerra non abbia distrutto per sempre questo equilibrio”, conclude Ninela. “Spero che la politica, che ha voluto una guerra che la gente non voleva, non rovini anche la pace


 


Enrico Piovesana


http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idpa=&idc=7&ida=&idt=&idart=1158



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