Suad Amiry: Fiera del Libro di Torino 2008. Festeggiare con Israele ma che cosa?
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Suad Amiry: Fiera del Libro di Torino 2008.
Festeggiare con Israele ma che cosa?
Tratto da “La Stampa”, 1 febbraio 2008

Quand’ero piccola mio padre ha fatto in modo che io, le mie due sorelle e mio fratello imparassimo a distinguere tra un ebreo e l’altro: c’erano gli ebrei che il nazismo aveva trasformato nelle sue principali vittime e c’erano i coloni israeliani che occupavano il mio paese. Mi lasciano tuttora stupefatta la confusione “intenzionale” e il conseguente ricatto emotivo per cui qualsiasi critica nei confronti dell’occupante è spudoratamente e di proposito presa per antisemitismo. Da brava figlia di mio padre, ho imparato anche a non lasciarmi intimidire.
Invitando Israele come “Paese ospite d’onore” in occasione del sessantesimo anniversario della sua indipendenza, la Fiera del Libro di Torino 2008 è sfortunatamente partita con il piede sbagliato.


Mi domando se l’indipendenza dello stato di Israele o, quanto a ciò, l’indipendenza di qualsiasi altro stato, vada considerata un evento politico o un evento culturale. Perché dunque un’organizzazione culturale illustre e stimata come la Fiera del Libro di Torino dovrebbe fare l’errore di infilarsi – imponendo ad altri (personaggi della cultura, scrittori, politici, partiti, editori e l’intero pubblico) di fare altrettanto – in un arroventato dibattito politico, e sentirsi obbligata a prendere posizione su quello che a me non sembra affatto un evento culturale, bensì un avvenimento politico spinoso e controverso.


Non siamo tutti consapevoli che il “sessantesimo anniversario dell’indipendenza di Israele” è, guarda caso, anche il sessantesimo anniversario della Nakba (catastrofe) per i palestinesi?
Nel 1948, sessant’anni fa, Israele cacciò circa 850.000 palestinesi dalla loro terra e la mia famiglia, originaria di Jaffa, ebbe la sorte di essere tra loro. E ci si aspetta che mi unisca ai festeggiamenti per il giorno dell’indipendenza di Israele?


L’invito a celebrare l’indipendenza di Israele e non a commemorare la Nakba palestinese è stato, da parte degli organizzatori della Fiera del Libro, un gesto piuttosto infelice. Che reazione al “dialogo culturale”avrebbero avuto gli scrittori israeliani, se fossero stati invitati a una fiera del libro intitolata ai “sessant’anni della Nakba palestinese”? Si sarebbero, a differenza di noi, dimostrati disponibili?


Naturalmente avrei anche potuto suggerire alla Fiera del Libro di essere imparziale e di invitare noi palestinesi a celebrare a nostra volta il “giorno dell’indipendenza” che sogniamo. Purtroppo, però, e come risultato di quarant’anni di occupazione israeliana e dell’appoggio che Israele continua a ricevere grazie alla celebrazione della sua indipendenza, quel giorno non vedrà la luce. Non a breve.


La Fiera del libro di Torino non si è limitata a scegliere come ospite d’onore l’occupante, ma ha invitato l’occupato (persone come me) a partecipare alla celebrazione del giorno della sua indipendenza. Come se non bastasse siamo stati ingiustamente accusati di essere “contro la cultura” e “contro il dialogo”.


Infine voglio dire la mia sull’espressione “ospite d’onore”. Per l’amor del cielo, ma di quale onore stiamo parlando? Fermatevi un istante, accendete la televisione e date un’occhiata a quel che l’ospite d’onore sta facendo nella Striscia di Gaza: “boicotta” cibo e combustibile (oggi a Ramallah nevica) per un milione e mezzo di civili palestinesi. È questo l’ospite d’onore che la fiera vuole?


E qual è l’Israele di cui si celebra l’indipendenza? L’Israele del piano di partizione approvato dalle Nazioni Unite nel 1947 (che sarei lieta di celebrare insieme a voi, perché allora ci sarebbe anche uno stato palestinese) o l’Israele che ha occupato altra terra durante la sua “Guerra di indipendenza” del 1948? Oppure il Grande Israele che include anche la Cisgiordania e la Striscia di Gaza , occupate nel 1967, e da cui ha finora rifiutato di ritirarsi?


Purtroppo gli organizzatori della Fiera del Libro di Torino sono, di proposito o nel migliore dei casi per sbaglio, partiti col piede sinistro, mettendo se stessi e gli altri (scrittori, case editrici e pubblico) in una posizione politica molto difficile e polarizzata. Così facendo, hanno causato un grosso danno a qualsiasi relazione di lavoro. Se il loro è stato un “errore” involontario, hanno ancora quattro mesi per ripensarci, se non per scusarsi. Mio padre ci diceva sempre: “Meglio chiedere scusa per l’errore fatto che continuare a fare bestialità”.


Colgo l’occasione per ringraziare tutti gli scrittori e gli intellettuali israeliani che hanno declinato l’invito. Perché la divisione non è tra arabi e ebrei, ma tra chi dice “basta con l’occupazione”, e in Israele sono in molti a dirlo, e chi vocifera sull’argomento, e in Europa sono in tanti a farlo.
Invito una delle più stimate fiere del libro d’Italia e del mondo a essere abbastanza coraggiosa da lasciar perdere tutto, “Indipendenza” e “Nakba”, e celebrare un’autentica attività culturale di cui tutti possiamo fare parte.


Quest’anno non c’è bisogno di ospiti d’onore.

Suad Amiry
29 gennaio 2008
Traduzione dall’inglese di Maria Nadotti



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