Il concetto di sapere come vera fonte di seduzione della figura femminile
Riflessioni su ''L'Harem e l'Occidente'' di Fatema Mernissi a cura di Mariapia Bobbioni
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Il concetto di sapere come vera fonte di seduzione della figura femminile


Riflessioni su ''L'Harem e l'Occidente'' di Fatema Mernissi


di Mariapia Bobbioni

Sento vivo il desiderio di dedicare questo breve incontro a tutte le donne che si trovano a vivere in luoghi in cui gli usi, la cultura sociopolitica le costringe a una dura realtà. Come dice Kant nelle lezioni di etica “L'osservazione e l'esperimento mostrano come un uomo privo di dignità apprezzi la sua vita più della persona”, ecco credo che in certi paesi costringano le donne a questo, ad abbandonare il valore di essere persona, cioè soggetto pensante, articolante giudizio, libero di formulare una teoria della cura di sé e della relazione con il suo altro, con l'universo.
Nessun credo può avere valore quando, chi lo professa, lo ritiene l'unico, il giusto e l'assoluto. Non esiste insegnamento che possa immaginarsi esaustivo e conclusivo; c'è un bel pensiero di Lacan nel seminario III del 1955 “Il fenomeno della vita rimane nella sua essenza completamente impenetrabile, esso non smette di sfuggirci qualunque cosa facciamo”.
Il mio desiderio di portare questo libro oggi qui è nell'offerta a queste donne che sono comunque nei nostri pensieri.
La Mernissi con la finezza, l'intelligenza e l'ironia di una donna che ha avuto la fortuna di trovare un percorso alla sua crescita intellettuale, a un confronto diretto con la cultura occidentale, trova le parole per un dibattito sulla propria e altre culture, attraverso dei piccoli segni, dichiarazioni dei corpi, degli abiti, i veri protagonisti di questo lavoro.
Ecco che avrei scelto di dirvi qualcosa considerando un aspetto di questo lavoro che giustamente restituisce il concetto di sapere come vera fonte di seduzione della figura femminile. L'autrice articola una sua teoria parlando delle mille e una notte e delle figura di Shahrazad.
Voi tutti sapete, ma lo ricordo nel caso lo aveste dimenticato, che Shahrazad è colei che pone fine al massacro di vergini offerte a un Sire crudele che traumatizzato dal tradimento della moglie ripete l'assassinio attraverso le povere innocenti. Loro tutte, stupende danzatrici dai corpi sublimi, terminato l'incanto muoiono. Ma lei, l'unica pone fine alla ripetizione.  Shahrazad, il cui nome vuol dire di nascita aristocratica, è tale anche perché custodisce il piacere della conoscenza: sa di letteratura, di filosofia, di medicina; dunque è il suo racconto, la sua parola a guarire il folle sposo. Lei non usa il corpo per sedurlo, per chiedere pietà, strategicamente cerca di offrire un racconto tale per cui un giorno lui umilmente le dirà: “Oh Shahrazad, tu mi hai fatto dubitare del mio potere regale e mi hai fatto pentire della violenza che ho usato alle donne, di aver ucciso così tante di loro”.
Innanzi tutto mi viene in mente la riflessione di Nietzsche in “Al di là del bene e del male”: “Quasi tutto ciò che chiamiamo cultura superiore si fonda sulla spiritualizzazione della crudeltà” e in questa narrazione l'orrore dell'assassinio assume una trasformazione, si spiritualizza proprio tramite il poetico dire di Shahrazad; il sapere può mettere in scacco il potere, quello che un soggetto può avere per appartenenza di classe; così la conoscenza si associa alla potenza e il potere si nullifica.
Giustamente nella cultura araba Shahrazad è ritenuta un'eroina, un personaggio pubblico che mostra la formula della libertà; dunque ha un valore profondo che l'autrice ne parli a lungo. E' un segno per non cedere al potere violento perché ignorante, ottuso e, come tale, avrà vita breve. Simbolicamente la straordinaria figura femminile si assume la responsabilità di affrontare questo uomo impossibile per salvare altre donne; agisce contro il parere del padre il quale, essendo lui stesso politicamente vicino al despota, supplica la figlia di non sacrificarsi, certo della fine drammatica. Lei, nel decidere una specie di strategia di “guarigione” di quest'uomo, è sola; non serve più la protezione paterna, ne è la paura ad allontanarla dal progetto. E' il coraggio del tenere la strada della sua verità. La Mernissi la descrive come una vera curatrice di un'anima alquanto intrattabile. E' l'essere audaci per la vita, per l'amore.
E' l'esempio di come il sintomo debba essere aggirato, non schiacciato e quindi rafforzato per eliminarlo.
Vorrei ricordare un episodio, la storia della donna dal vestito di piume. In questo tramandare il sapere attraverso la parola di donna in donna Fatima racconta di quando sua nonna Jasmina, durante l'infanzia, le parlava della donna dal vestito di piume per spiegarle che era normale che una donna provasse panico quando voleva attraversare oceani e fiumi, che decidere di usare le proprie ali significava assumersi grandi rischi.
Vi direi qualcosa della fiaba: la storia ha inizio a Baghdad, allora capitale dell'impero mussulmano, dove un giovane di nome Hassan, affascinante e fallito per aver sperperato il suo patrimonio, salpa verso isole lontane in cerca di fortuna. E come dice l'autrice “Una notte, mentre è intento a scrutare il mare dall'alto di una terrazza è attratto dai movimenti aggraziati di un grande uccello che è venuto a posarsi sulla spiaggia. All'improvviso l'uccello si spoglia del suo piumaggio, che si rivela essere un vestito di piuma, appunto, e ne esce una bella donna, nuda che corre a tuffarsi nelle onde”. Naturalmente questa donna viene descritta come una creatura straordinaria proprio come sono i personaggi delle mille e una notte. Hassan innamoratissimo le ruba “abito di piume e lo seppellisce”. Privata delle ali la sposa è costretta al suo fianco; lui la ricopre di sete preziose, le dona una vita stupenda e quando lei gli dà due figli Hassan si sente rassicurato e dunque comincia a viaggiare per accrescere le sue ricchezze. Un giorno tornando da un viaggio scopre che la donna non aveva mai smesso di cercare il suo abito piumato e appena lo trovò non rinunciò con i propri bambini a prendere il volo. “Stringendosi i figli al petto, si avvolse nell'abito di piume e divenne un uccello. Poi avanzò con grazia ondeggiando e danzò e si pavoneggiò e agitò le ali…”. Lasciò un messaggio al marito dove indicava di raggiungerla alla nativa isola di Wak Wak. Naturalmente il finale del libro delle mille e una notte è quello un po' hollywoodiano per cui Hassan, dopo anni di viaggi disperati e sofferenza riporta la moglie e i figli a casa. Secondo il racconto della nonna di Fatima Hassan non la troverà mai.
Svariate sono le letture che questa magnifica storia offre, a me interessa osservare un significante che riguarda la figura dell'uccello e l'abito di piume.
Vi è una figura di Lorenzo Lotto, un autoritratto, in cui il pittore si raffigura come una civetta con gli occhiali, bene, il pittore che ne sapeva di immaginario alchemico, sapeva che questo animale rappresentava la conoscenza ermetica, la messa a fuoco del mondo spirituale.
L'uccello nel pensiero junghiano è associato alla mente, alla testa, alla luce. Inoltre nella mitologia la donna, in un suo primo stadio, è un'arpia, quell'animale inquietante con le ali. Poi perde le ali e diventa sirena. L'elemento alato è un segno che si ritrova a significare la liaison tra l'umano, il sublime e il mostruoso. Diversi testi documentano creature alate  come rivestite di regalità e di mostruoso insieme, soggetti di speciale interesse nella cultura artistica barocca e nelle fascinosissime grottesche.
La figura femminile così complessa, perché attraversata dalla fragilità delle forme corporee, dalla finezza del pensiero e dall'indicibilità del mostruoso è colei che accoglie un corpo vuoto, l'abito su un corpo pieno a rappresentare ciò che spesso neppure lei può dire alle sue trasformazioni.
Questo corpo vuoto suggerisce qualcosa (da approfondire in uno studio futuro) che riguarda la distinzione tra avere un corpo e essere un corpo. Riferendoci alla fiaba come metafora della cultura femminile, il marito nel nasconderle l'abito ha confuso l'essere con l'avere, ha creduto nell'identificazione tra il soggetto e il corpo: è la donna con quella fisicità che resta, ipotizzando l'essere come esserci, la presenza unica e assoluta; il femminile ha risposto secondo il significante assenza, mancanza ad essere, che riguarda il vacillare. Il riprendersi l'abito di piume, ciò che ho chiamato il corpo vuoto, significa non tanto ciò che di primo acchito si può leggere come la ricerca della libertà, ma indica un punto di cui neppure la donna può perfettamente dire che riguarda la sua impossibilità a definirsi, a esserci tutta.
La creatura trasformabile, un po' mostruosa, è continuamente in formazione, imprendibile; la storia ha cercato sempre di fissarla, di collocarla in immagini quasi tangibili: si pensi ai codici vestimantari, e si osservi poi come la moda, il costume ci mostrino esattamente il contrario, oltre la loro volontà.
Tutti sappiamo che l'uso del busto cade con la reinvenzione di un canone estetico voluto da Poiret, certamente supportato dalle molte polemiche, che perfino gli intellettuali illuministi avevano condotto indicando il busto come strumento di tortura. Oppure le parrucche laboriosissime  per il loro eccessi di moda alla corte di Francia con la famosa Madame Pompadour; poi le assurdità sembrano sparire, il busto , le “navicelle” sulla testa, ma ecco che le signore del grande Gatsby alludono a qualcosa di perduto ed eccole con la penna dritta di uccelli esotici oppure nella nostra epoca lo scambio del sotto con il sopra: curiosi corsetti puntiti sopra le camicette. Tutto torna, ma non nella banalità di una ripetizione annoiata, si ripresenta nel senso dell'impossibilità di schiacciare la donna dell'icona.
E allora, la nostra Mernissi che pensa che essere schiavi della taglia 42 sia molto peggio che esserlo del velo o del burka, forse non ha bene inteso che la donna orientale o occidentale è comunque quella creatura imprevedibile, curiosa per la quale Lacan si chiedeva ma cosa vuole la donna?


http://utenti.lycos.it/forumlousalome/id32_mariapia_bobbioni.htm



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