Antonio Prete - Stare tra le lingue Sul confine, Migrazioni, Traduzioni, Singolarità
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Antonio Prete
Stare tra le lingue






I. Introduzione



Avrei potuto intitolare questo intervento anche Trasmigrazione e singolarità. Oppure Forme e nomadismo. Titoli insomma che potessero designare da una parte la difficoltà nel definire in astratto i confini di una storia e di una geografia letteraria, dall'altra la necessità di non attenuare l'attenzione rivolta alla singolarità vivente delle forme, dei testi, degli organismi linguistici. Compito del comparatista, mi sembra, è quello di tenere insieme la mobilità dello sguardo e il profondamento nella vita del testo. 


II. Sul confine



La modernità, via via che dispiega il ventaglio delle sue rappresentazioni, mostra quanto fluttuanti siano le identità delle cosiddette letterature nazionali, e quanto provvisoria sia la stessa nozione di letteratura europea. Le rifrangenze di un'esperienza letteraria in un'altra, le traduzioni e riscritture e imitazioni e riprese fanno della letteratura un immenso paese dove le rispondenze e i dialoghi non solo scavalcano i confini delle singole lingue, ma congiungono o sovrappongono tradizioni diverse tra di loro. L'orientalismo, l'attenzione alle culture latino-americane e africane, la critica dell'esotismo - come prende forma all'interno di esperienze che mettono in questione il punto di vista occidentale -, le vicende di artisti e scrittori sradicati dalle culture e dalle lingue d'origine, le scritture dell'emigrazione e dell'esilio, il nomadismo intellettuale, l'affermarsi delle letterature postcoloniali, la stessa critica del concetto di postcoloniale, sono fenomeni che impongono alla tradizionale geografia della letteratura di ripensare l'idea stessa di confine geografico. O almeno di ripensare la storia letteraria in una relazione - aperta e mobile - tra una singola area geografica e il gioco delle tradizioni, delle fonti, delle presenze, delle rispondenze che altrove rinviano e altrove hanno radice.
Non sono separabili, nella cultura che chiamiamo europea, le origini classiche da quelle mediterranee. Le tre grandi culture che s'affacciano sul Mediterraneo -l'ebraica, la cristiana, l'islamica - hanno una storia di affrontamenti e intrecci, di sovrapposizioni e diaspore e disseminazioni. I due grandi Libri che, nelle culture mediterranee, presiedono al definirsi di modelli, di exempla, di narrazioni, e alla stessa nascita dell'ermeneutica - la Bibbia e il Corano - informano, certo, profondamente il sapere della letteratura, ma non tanto per la loro immobile incombenza, quanto piuttosto per la loro disseminazione attiva, per le variazioni e trasposizioni affabulatorie e fantasticanti, insomma per la loro vita nel tempo multiforme della profana scrittura.
Il Mediterraneo, nella cultura classica e in quella medievale, è il teatro di un grande scambio: di materia e modi del narrare, di forme e strutture del dire poetico. Un ventaglio fittissimo di rispondenze si dischiude tra narrazioni arabe e materia romanzesca (e romanza) europea. Tradizione e innovazione, modello e infrazione, imitazione e frattura sono inseparabili. Lo studio dei generi e delle forme lo dimostra. Così è per altre epoche. La cultura delle corti. Il teatro del Cinquecento.


III. Migrazioni



Migrazioni ed esperienze di esilio hanno portato uomini e scritture, avventure di vite e di saperi, verso confronti attivi. Le esperienze di scrittura, trasmigrando tra lingue e culture diverse, hanno messo sotto accusa rigide centralità. E hanno dato rilievo alla questione dell'altro, della sua lingua, della sua identità: punto d'osservazione da cui muovere verso una definizione delle conoscenze.
Come l'Europa orientale, anche l'Europa centrale, con le sue "piccole patrie" è terra dove le lingue e le culture si confrontano con forme di potere astratte, gelide e distruttive, e tuttavia non cessano di fiorire in mille invenzioni di figure, di stili, di forme narrative. Generazioni di scrittori, quando sopravvivono, sono costrette a un doloroso sradicamento e a un avvilente nomadismo: è la "notte europea", per riprendere il titolo di Chodasevic. L'immagine di Mandel'štam che consola i compagni di deportazione cantando le sue traduzioni da Petrarca: forse leggenda, ma certo figura di una memoria e di una rispondenza che porta la tradizione - e in questo caso la poesia - nel cuore del tragico. Nelle tante diaspore degli scrittori, la lingua materna, e la lingua del paese d'origine, affrontano, in dialogo o in conflitto, la lingua straniera. Le biografie e le scritture di Isaac B. Singer o Elias Canetti o Czeslaw Milosz o Vladimir Nabokov o Josif Brodskij e di tanti altri raccontano questa migrazione tra le lingue, una migrazione dove l'incanto delle radici non è perduto, ma trasmutato, e la consapevolezza del non ritorno si trasforma in passione per la conoscenza e per la scrittura.
Così, anche per coloro che usano la lingua del colonizzatore - gli scrittori africani di lingua portoghese o inglese o francese, gli scrittori asiatici di lingua inglese (anche questa è storia europea) - la scrittura è spesso il teatro di un conflitto tra una lingua d'appartenenza e una lingua di adozione e di comunicazione: le invenzioni della forma, e i modi della rappresentazione, passano attraverso questo conflitto e questo confronto. Le ibridazioni, le offese "inventive" all'ordine della lingua acquisita - la lingua del conquistatore o del colonizzatore -, i recuperi di lingue dell'infanzia, o di loro frammenti, il gioco plurilinguistico, sono fenomeni che testimoniano di una necessità: preservare, nell'intimo della lingua, il dolore di una memoria, di un'origine, ma, nello stesso tempo, fare della lingua il nuovo paese in cui la rappresentazione incontra il lettore, entra in dialogo con lui.


IV. Traduzioni



La traduzione è l'anima di questo coro di voci dialoganti. Ma la traduzione non è solo tramite per la trasmutazione di un testo da una lingua in un'altra lingua, è soprattutto mezzo di conoscenza e interpretazione e talvolta di reinvenzione dell'altro testo.
Si infittiscono, infatti, nel Novecento, le esperienze di poeti che traducono i poeti. Si tratta di dialoghi sul confine, correlazioni e rispondenze che appartengono al cammino proprio dei singoli poeti. Celan che traduce Mandel'štam e Ungaretti, Cvetaeva che traduce Lorca, Guillén che traduce Valéry, Sereni che traduce Char, Lowell che traduce Montale, Enzensberger che traduce Vallejo, Beckett che traduce Beckett: testimonianze, tra tante, di come l'ospitalità della lingua non abbia limiti. Incontro dopo incontro, la letteratura disegna il tempo-spazio di un grande convito. Un tempo-spazio che non ha geografie definite.
Stare tra le lingue, nella trama delle loro rispondenze: questo è un altro dei compiti del comparatista.


V. Singolarità



In questo campo di relazioni la singolarità dell'esperienza di scrittura resiste, radicata com'è in una particolare lingua, nelle sue strutture e forme, nei suoi codici. La differenza, l'irripetibilità della singola opera letteraria si sottrae a ogni riduzione storiografica che intenda spiegarne la natura collocandola in uno schema predefinito. Così le scansioni d'epoca, le classificazioni di poetica, le periodizzazioni, le ambientazioni geografiche, se rispondono all'istanza di una ricostruzione storica, non danno ragione della complessità di un'esperienza. L' Ulisse di Joyce, la Recherche di Proust, i racconti di Kafka, appartengono sì alla propria epoca e anzi ad una reciproca contemporaneità, ma costituiscono universi linguistici singolari, che dispiegano il loro senso, senza mai esaurirlo, in ogni nuova lettura, in ogni nuova epoca. Insomma il tempo di queste opere è anche il tempo in cui esse divengono, il tempo delle letture e delle interpretazioni che ne continua la presenza e l'azione presso culture ed epoche e lingue diverse da quelle in cui esse sono nate. La singolarità dunque diviene, si adempie altrove. Questo è vero anche per le letterature non europee: Poe è in Baudelaire, come Faulkner in Vittorini e in Marquez.
In questa mobilità della geografia e fluttuazione dei confini, in questo nomadismo delle forme e dei saperi, è forse l'elemento vivente del singolo testo l'unità da preservare e osservare: rifrazioni, rispondenze, fonti lì si incontrano facendosi forma. Questa singolarità è l'anima di ogni comparatismo.


http://www3.unibo.it/boll900/numeri/2003-i/W-bol/Prete/Prete_mappa.html



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