Meir Shalev - La mia identità ebraica è nella lingua in cui scrivo
Incontro con lo scrittore israeliano di cui è appena uscito, per Frassinelli, l'ultimo romanzo, ''Il ragazzo e la colomba''.
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La mia identità ebraica
è nella lingua in cui scrivo

Incontro con lo scrittore israeliano di cui è appena uscito, per Frassinelli, l'ultimo romanzo, ''Il ragazzo e la colomba''. A maggio sarà alla Fiera del Libro: ''ai lettori italiani dico di prendersela con le voci del governo, io non sono tra queste''

Francesca Borrelli


Mentre si moltiplicano gli interventi intorno al ventilato boicottaggio della Fiera del libro, e una moltitudine di operosi nanetti della informazione culturale si affanna a trovare testimonial autorevoli per accreditare le diverse posizioni in campo, ciò che si sta via via precisando è - una volta di più - il profilo querulo, provinciale e perdigiorno della nostra italianità a fronte, per esempio, del ben più sobrio comportamento dei francesi, anche loro rei di avere invitato Israele al Salon du Livre, che si terrà un mese e mezzo prima del nostro. Una volta ribadita la peraltro ovvia inaccettabilità di un boicottaggio che si indirizzerebbe agli scrittori e autorizzerebbe cupi quanto impropri paragoni con i tempi in cui si bruciavano i libri, non resta che augurarsi di vedere presto dirottati gli intellettuali e i politici nostrani su fronti più urgenti, più seri e più drammaticamente coinvolgenti, a cominciare da quello esemplificato dal criminale documento relativo alla rianimazione dei neonati prematuri, persino contro il parere della madre. Niente e nessuno è in grado di elaborare, nei nostri confini, minacce sociali più pericolose di quelle maturate in seno al fondamentalismo cattolico.


È in questo contesto che lo scrittore israeliano Meir Shalev è piombato a Roma, dove passerà qualche giorno per presentare il suo ultimo romanzo Il ragazzo e la colomba (affidato alla buona lingua di Elena Loewentahl per Frassinelli). Nella sua narrativa risuona l'oralità dei racconti che ascoltava a tavola, nella sua numerosa famiglia dominata dalla presenza dei nonni arrivati in Palestina dalla Russia e subito andati a vivere in una comune, dove la loro fede comunista trovò di che rinfrancarsi.


Quando venne ospite del Festivaletteratura di Mantova, il racconto in cui Shalev restituì davanti al pubblico le gesta dei suoi famigliari era così carico di ironia e così privo del sentimentalismo in cui cadono a volte le sue trame, che l'intreccio più o meno volontario tra il suo mondo e la sua narrativa sembrò indistricabile e al tempo stesso attraente come un vortice. L'ultima fatica alla quale si è dedicato consta di una storia compresa in una parabola temporale che dai giorni nostri risale all'indietro, fino ai combattimenti del 1948: la racconta un personaggio che nel presente fa la guida turistica, e nel passato ha diviso la sua vita tra l'amore per due donne e quello per una casa in costruzione. Una casa che al tempo stesso gli ha permesso di trovare conforto tra le sue mura tanto accoglienti quanto erano ostili quelle in cui viveva con la moglie, e di ricongiungersi a una passione dell'infanzia, che gli si offre in qualità di progettista e capomastro per la sua nuova dimora.


Al tempo che dedica alla edificazione della sua casa, Yair Mendelssohn intervalla quello dei ricordi, in cui compaiono la madre - un personaggio riuscito nella sua ossessione di valutare per scritto i pro e i contro di ogni decisone da prendere - il padre pediatra, lo zio Beniamin emigrato in California, e tra gli altri un seducente personaggio di nome Meshullam, grato per la vita al padre di Yair e dotato di una impulsività irrefrenabile, tanto che più volte chiede una tregua per i suoi sentimenti e, fermata la macchina, scende annunciando: «Devo piangere come si deve».


Quanto c'è dei suoi ricordi famigliari, così densi di storie tramandate, in questo suo nuovo romanzo dotato di una trama assai complicata?
Ho scritto intrecci anche più complessi, comunque qui tutto è frutto dell'invenzione. L'unico elemento in comune con la mia vita vera riguarda il fatto che anch'io, come il protagonista, mi sono costruito dieci anni fa, nel nord di Israele, una piccola casa; ma diversamente da lui, durante i lavori non mi sono innamorato di nessuno. Dalla trama veniamo a sapere che il personaggio della madre ha avuto, quando era giovane, una storia d'amore con un ragazzo che è morto durante i combattimenti del '48. Entrambi allevavano piccioni viaggiatori, addestrati dai militari per mandare messaggi durante la Resistenza, e poiché lei viveva a Tel Aviv e lui in un kibbutz nel nord di Israele, i piccioni servivano anche a loro per scambiarsi messaggi amorosi. Un modo di parlarsi dei propri sentimenti che mi è sembrato particolarmente suggestivo. Quando lui va in guerra, si porta la gabbia con i piccioni sulle spalle, e quando viene ferito, capendo che non sopravviverà, si serve di un colombo viaggiatore per spedire alla sua amata la sua ultima lettera. Più avanti negli anni lei sposerà un altro uomo, il dottor Mendelssohn, ma la sua tragedia vuole che, pur essendo il marito una bravissima persona, non riuscirà a compensare il vuoto lasciato da quell'amore di gioventù, tanto che lei passerà tutta la vita a pensarlo.


La letteratura ebraica è oggetto di una controversia tra chi afferma che vada fatta coincidere con i confini nazionali e con la lingua di Israele, e chi la considera estendibile anche agli scrittori della diaspora e dunque, per esempio, a un autore americano come Phlip Roth o a un italiano come Primo Levi. Lei cosa è disposto a includere nella definizione di letteratura ebraica?
Mi considero uno scrittore ebraico grazie alla lingua in cui parlo e scrivo, la sento come un elemento di appartenenza essenziale, tanto più perché il suo uso è limitato ai confini di Israele. Per quanto sia anche lui ebreo, uno scrittore come Philip Roth non soltanto usa un'altra lingua ma non sarebbe in grado di leggere un libro scritto in ebraico, e questo per me è dirimente. Certo, tutti gli scrittori ebrei hanno in comune temi che provengono da una cultura condivisa, ma nel presente di Israele e della sua lingua c'è qualcosa di unico. Cent'anni fa, ogni persona ebrea poteva leggere la nostra lingua, ora non più.


Per la verità, lo stesso Theodor Herzl, circa cinquant'anni prima della fondazione dello Stato di Israele non avrebbe mai immaginato che la lingua ebraica sarebbe tornata a essere praticata; tanto che dopo avere preso atto del fatto che pochi la conoscevano, anche solo a un livello elementare, propose una federazione linguistica in cui tutti gli ebrei confluiti in Israele avrebbero mantenuto il loro idioma di provenienza. Dunque, né l'importanza simbolica, né quella pratica di una lingua nazionale erano per lui importanti nella definizione della appartenenza letteraria. Lei non la pensa così?
No, e mi pare evidente che l'attualità dia torto a Herzl. Inoltre, almeno gli ebrei che frequentavano la sinagoga, sebbene non usassero la lingua dei testi sacri per comunicare o per scrivere, tuttavia sapevano leggerla. Oggi, invece, a ulteriore dimostrazione del fatto che Herzl si è sbagliato, l'ebraico è una lingua viva e praticata, anche se in molti non leggono più le sacre scritture.


L'identità ebraica classica è dotata di una componente virtuale e immaginativa, che è il frutto della necessità di approdare alla rappresentazione unitaria di un popolo disperso. Cosa rimane di questa componente mentale nei suoi personaggi, visto che lei li descrive come profondamente radicati in Israele?
Siamo d'accordo sul fatto che il nostro punto di vista linguistico mantiene una componente illusionistica e preserva molte analogie con quanto accadde agli ebrei, persino tremila anni fa. La lingua ebraica è carica di memoria e porta in sé tutti gli aspetti della nostra vita reale e immaginaria, infatti il vero valore dell'ebraico sta proprio nel suo essere intriso di metafore della nostra esistenza, di rimandi a geografie e a epoche lontane, di vocaboli che provengono da documenti storici. Se re Salomone o Gesù Cristo venissero oggi a farci vista in Israele potrebbero benissimo capire non solo i nostri libri, ma buona parte dei nostri giornali, e questo è dovuto alla natura stessa della lingua ebraica. Non si orienterebbero altrettanto bene, nelle loro terre, Virgilo o Ovidio. Ma come lei ha osservato, è vero che i miei personaggi sono molto radicati nei luoghi in cui vivo, perché a me piace la letteratura con una impronta fortemente regionale, e anche come lettore amo seguire le descrizioni degli scrittori che si addentrano nei dettagli del loro contesto, dandomi informazioni sulla loro cultura e sulle persone che hanno intorno.


Cosa risponde a quanti si augurano che la presenza di Isarele venga boicottata?
Direi ai lettori italiani di prendersela con gli scrittori che sono la voce del governo, io non sono tra questi.

 



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