Diario dal mondo vissuto in prima persona. Alessandro Portelli ha raccolto in volume le sue ricerche di oltre trent'anni
Le lotte dei minatori statunitensi, la memoria storica delle acciaierie di Terni, i racconti dal G8 di Genova.
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Diario dal mondo vissuto in prima persona

Le lotte dei minatori statunitensi, la memoria storica delle acciaierie di Terni, i racconti dal G8 di Genova. Alessandro Portelli ha raccolto in volume le sue ricerche di oltre trent'anni

Bruno Cartosio


Era ora. Era ora che Sandro Portelli desse ai lettori italiani questa ampia raccolta di suoi lavori (Storie orali. Racconto, immaginazione, dialogo, Donzelli, pp. 463, euro 25): saggi che hanno circolato letteralmente in tutto il mondo e che gli studiosi italiani dovevano ascoltare in forma di discorso (e cercare di non dimenticare), rintracciare e archiviare con cura (ma qualcosa sfuggiva sempre, data la varietà dei luoghi in cui vedevano la luce), o leggere nei volumi americani che ne avevano pubblicati una parte nelle loro versioni in inglese.
Si guardi alla nota posta all'inizio di ciascuno dei pezzi di Storie orali e si avrà la prova di quanto ho appena scritto; in essa, infatti, Portelli riporta la storia editoriale nazionale e internazionale di ciascun saggio. Più che un fatto di (giusto) orgoglio, è la traccia di un percorso e la testimonianza che il suo è stato e rimane un lavoro in fieri, che nel corso degli anni ha continuato ad arricchirsi anche attraverso le presentazioni dei frammenti di quel lavoro a pubblici diversi e in lingue diverse e grazie alle discussioni seguite a quelle presentazioni orali o pubblicazioni scritte. E quasi ogni versione cambia rispetto alla precedente, perché la sconfinata interlocuzione a più voci e lingue che Portelli continua da quasi trent'anni sedimenta ogni volta spostamenti dell'ottica, aggiornamenti dell'informazione, accostamenti nuovi.
Un esempio, tra i tanti possibili, che traggo a mia volta dall'aggancio alla cronaca come avrebbe fatto Sandro se avesse finito di scrivere il libro in questi ultimi giorni: in India per parlare di storia orale, scopre una fabbrica ThyssenKrupp a Igatpuri, dialoga a più riprese con le persone del luogo e nel saggio che scrive in seguito collega la vicenda degli acciai speciali della ThyssenKrupp di Terni con quella indiana. Oggi sappiamo qual è l'aggancio che avrebbe introdotto nel suo saggio. Lo avrebbe fatto perché nell'esplorare e trattare la memoria individuale e collettiva dei suoi interlocutori, dovunque si trovino, Portelli difende sia la memoria, sia gli interlocutori stessi. Non lo fa in nome di Strapaese, ma legando sempre il passato al presente in nome di una coscienza civile e di una concezione inclusiva della storia e della cultura. «Per il solo fatto di fare delle richieste, i neri fanno richieste radicali», aveva scritto anni fa Nelson Algren; ecco, già per il solo fatto di raccogliere e rendere pubblici i racconti di lavoratori, partigiani, militanti politici, studenti e così via - donne e uomini - Portelli lavora per raddrizzare le storture di questo mondo.
Il fantasma dell'accademia
È superfluo sottolineare quanto importante sia stato, da questo punto di vista, quel suo recente libro straordinario, L'ordine è già stato eseguito. Roma, le Fosse Ardeatine, la memoria, che dal 1999 impedisce a chiunque di falsificare impunemente la storia di Via Rasella, della Resistenza romana e delle Fosse Ardeatine. E invece vale forse la pena ricordare la più lontana Biografia di una città. Storia e racconto: Terni 1830-1985 che, pubblicata nel 1985, fissò una prima volta un modello di ricerca e utilizzo delle fonti orali in storiografia. È vero, come ricorda in questa pagina Bermani (altro padre nobile della storia orale), che Sandro aveva pubblicato nel 1979 sulla nostra rivista Primo Maggio il saggio «Sulla diversità della storia orale», riproposto ora in apertura di Storie orali. Ma quello era un pezzo metodologico, e polemico (si apriva così: «Un fantasma si aggira per i corridoi dell'accademia: la storia orale»), mentre Terni era la dimostrazione pratica dei risultati che quel tipo di ricerca poteva raggiungere.
Infine, nella formazione del suo metodo di lavoro, è tutt'altro che secondario il percorso testimoniato dai saggi raccolti nel 1992 nel Testo e la voce. Oralità, letteratura e democrazia in America. Tra l'altro, la strumentazione critica indispensabile per «praticare» i testi, di cui Portelli dà prova in quel libro, è proprio quella che manca a tanti storici. Si leggano in Storie orali i saggi su Absalom, Absalom!, sulle narrazioni dei reduci del Vietnam e sul processo 7 aprile per vedere con quale fine perspicacia lo studioso di letteratura sa avvicinarsi ai testi scritti e alle «testimonianze» orali. Ed è con pari finezza e sensibilità che egli dialoga con tutti i suoi interlocutori e ne interpreta per noi le narrazioni. Lo storico orale sa che «quello che abbiamo sottomano non è l'esperienza, il vissuto, la realtà, bensì il loro racconto, una costruzione verbale in cui il narratore... dà forma narrativa alla propria vita».
Ma la persona che racconta, racconta la vita sua e, spesso, di altri. Anche per questo la cassetta degli attrezzi non è una sola. Nelle prime righe di uno dei saggi di Storie orali, «Avere ragione di fronte al padrone. Struttura ed eventi nella vita di Valtéro Peppoloni, lavoratore», Portelli riporta una delle osservazioni critiche usuali nei confronti della storia orale: «Come fai a generalizzare a partire da documenti individuali? Come fai a collegare il personale, il biografico, il soggettivo, con il sociale, lo storico, il collettivo?». La sua risposta non sta solo in quel saggio, naturalmente, ma nella esemplificazione fornita con il complesso della sua opera e nella ripetuta esplicitazione degli strumenti di analisi. Nel testo «L'intervista di storia orale e le sue rappresentazioni», scrive che per ragionare sulla complessa relazione tra le persone, le storie che raccontano e i libri che leggiamo, studiamo e scriviamo «dobbiamo inoltrarci in un territorio... che sta all'incrocio fra storia, antropologia, linguistica e letteratura».
Oltre l'incrocio
È un incrocio affollato. Per questo gli strumenti da impiegare sono plurimi. Dal lavoro di Portelli si desume che a quelli elencati vanno aggiunti quelli di folklore, sociologia, semiotica, musicologia e perfino geografia. Non si tratta di appesantire il bagaglio per scoraggiare chi si avvicina dal farsene carico. Vale semmai il contrario: rendere attraente l'avventurarsi in quell'incrocio, capendo che esistono regole della circolazione che rendono il traffico sicuro. Ma anche, fuori di metafora, ricordare che proprio con la vastità dei suoi interessi, l'utilizzo di strumentazioni diverse e la sensibilità per l'altro - che rendono la sua opera così viva e credibile - Portelli offre anche un modello di intellettuale che nella ricerca ricompone cultura e politica per contribuire a trasformare il mondo.

http://www.ilmanifesto.it/argomenti-settimana/articolo_a8d7949bb3ccc0559931d99e6bccb890.html

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