Shalev non andrà a Torino se si parlerà di politica
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Shalev non andrà a Torino
se si parlerà di politica


di Sergio Buonadonna
Proseguono le polemiche sul Salone del libro che quest’anno è stato dedicato al sessantennale di Israele
 

La domanda è : lei è stato invitato a Torino? E la risposta è questa: «Sì ma ci andrò a condizione che sia una manifestazione letteraria. Se diventerà, invece, occasione di contestazioni o di discussioni tra gli scrittori sulla politica di Israele non credo mi interessi. Lo stesso vale per Parigi».

Anche Meir Shalev, a Roma per presentare il suo ultimo romanzo Il ragazzo e la colomba (Frassinelli, 404 pagine, 17,50 euro), interviene sulla polemica che sta investendo la Fiera del libro di Torino (8-12 maggio), di cui Israele sarà l’ospite d’onore. Ma per una curiosa analogia, che deriva dalla contestatissima ricorrenza dei sessant’anni di quel Paese, anche il Salone del libro di Parigi (14-19 marzo) attende ben trentanove scrittori israeliani. E la gauche francese ha già aperto le ostilità.


Chi ha torto? Chi ha ragione? Salone e Fiera che lo vogliono ospite o i contestatori che sostengono non fosse opportuno invitare gli scrittori, peraltro considerati tra i più affascinanti al mondo e in gran parte espressione di una sinistra pacifista ostile alla politica muscolare dei governi di Gerusalemme e favorevoli alla nascita di due stati paralleli – Israele e Palestina – senza marcare un anniversario che richiama la perniciosa guerra del 1948?


Shalev nel suo dna c’è la militanza nella sinistra, la difesa con Grossman dei contadini palestinesi dagli abusi dei coloni, il sostegno di Gerusalemme Est quale capitale dello Stato palestinese, cosa che nel 2000 le costò l’aggressione fisica di una banda di destra. Ma da qui a boicottare la cultura...
«Appunto: non mi piace questa faccenda di Torino. Chi contesta se la prenda col governo israeliano ma lasci fuori e non danneggi gli scrittori ospiti. È un atteggiamento controproducente, figlio di quella minoranza ancora persistente che vuole negare l’esistenza di Israele come stato».


Parliamo de Il ragazzo e la colomba, ancora un romanzo di grande scrittura, la storia d’amore di due giovani allevatori di piccioni sullo sfondo, appunto, della guerra del ’48 e di una fitta trama familiare. Le sue storie hanno sempre il respiro della poesia ma anche il sapore del pane. Qual è il segreto?
«I segreti sono due. Uno è la lingua ebraica che ben si adatta al racconto. L’altro è la storia della mia famiglia. Vicende simili ma con differenti atmosfere e ambientazioni».


Però la penna è la sua, non quella di tutta la famiglia...
«Ma non è la penna, è un computer», corregge Shalev ridendo.
«Io ho ascoltato per quarant’anni silenziosamente tutte le storie che mi sono state raccontate in famiglia e dopo ho cominciato a trasferirle nei libri».


Quando scrive e quanto impiega per un romanzo?
«Scrivo dalle quattro e mezzo del mattino fino all’una; nel pomeriggio rivedo il testo. Per l’intero romanzo impiego circa tre anni e mezzo».


In questo ultimo colpiscono i colombi che trasportano la vita, l’amore, la guerra. La sua colomba è un totem?
«Non propriamente. Ho usato il piccione come postino, un postino che consegna messaggi d'amore. Non è né la colomba della pace, né quella che rappresenta lo Spirito Santo, ma solo una metafora dell’amore per la propria casa».


E infatti i piccioni trovano sempre la casa.
«Sì perché il tema del libro è il desiderio che ognuno di noi ha di tornare a casa e i piccioni lo rappresentano».


Quale impronta ha dato ai due ragazzi protagonisti della storia d’amore?
«Ho voluto esprimere il senso della vita che vince contro la morte in una guerra perché il ragazzo viene ferito e morirà, ma, nonostante ciò, riesce a mandare un messaggio di vita e di amore alla sua ragazza in un modo che però non va rivelato ai lettori. Volevo far capire che la vita può proseguire oltre la guerra, oltre la morte. E questo è un elemento molto importante per me perché ho un ricordo vivo di quando – durante la guerra dei sei giorni – sono stato ferito da quattro pallottole e la sensazione di essere vicino alla fine era molto forte».


Per questo spesso lo scenario delle sue storie è la guerra? E perché il 1948 ha un valore simbolico?
«Più che altro tecnico perché in quella guerra utilizzavano i piccioni viaggiatori e poi perché io sono nato durante il conflitto. Mia madre era incinta proprio in quell’anno, Gerusalemme era sotto assedio, mancavano acqua e cibo, così in qualche modo riuscì a scappare dalla città e rifugiarsi in un posto più sicuro, in collina, per mettere alla luce il bambino che ero io».


Lei è un grande costruttore di trame e di relazioni domestiche. Perché la sua letteratura ha questa chiave epica?
«Le storie di famiglia sono molto importanti nella vita degli ebrei e nella tradizione ebraica. Anche quelle della Bibbia hanno a che fare con eventi familiari forse più che con la storia di Dio. Il rapporto col Dio ebraico è più forte quando lui ha il desiderio di diventare un membro della sua famiglia perché inventando il monoteismo Dio si sentiva solo lassù in cielo. Gli dei greci e romani avevano molta compagnia, amici e feste, mentre il nostro restava un dio solitario. E quindi ha voluto diventare parte di una famiglia. Forse Dio in terra ha bisogno di una casa».


Così come lei ha bisogno sempre di donne forti e uomini deboli...
«Non è che lo pensi, lo so per certo. Sono cresciuto con una mamma, una nonna e molte zie intorno che erano persone molto solide non come le protagoniste de La casa delle grandi donne, ma personaggi dal carattere forte».


È forte nel romanzo il contrasto tra Tel Aviv e Gerusalemme. Come spiega il diverso impatto storico e culturale tra le due città?
« Molto semplicemente. Tel Aviv è giovane e normale, Gerusalemme è vecchia e pazza. Infatti mi sconcerta sempre».


Lei è stato uno degli ultimi artisti che abbiano visto Lele Luzzati prima della morte. Andò a trovarlo nella sua casa di Genova il 27 ottobre del 2006. Due mesi dopo il grande scenografo e illustratore morì e proprio da ieri Genova dedica a lui e a Rodari una bella mostra commemorativa. Come lo ricorda?
«Prima di tutto voglio sottolineare la mia tristezza quando ho appreso della sua fine per la quale io stesso ho tenuto una cerimonia nella comunità italiana di Gerusalemme. Resta la felicità di aver potuto conoscere una personalità così grande. Ricordo particolarmente quando ci siamo conosciuti a Gerusalemme tanti anni fa, mio figlio piccolo e Lele andarono subito d’accordo e si divertirono molto. Del resto si sa quanto Luzzati amasse e capisse i bambini. A quel tempo scrissi I racconti della Bibbia che Luzzati illustrò e che a maggio usciranno per la prima volta in Italia editi da Frassinelli».


http://espresso.repubblica.it/dettaglio-local/Shalev-non-andra-a-Torino-se-si-parlera-di-politica/1985847/6



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