IRAQ - L'islam alla prova del voto
di Ian Buruma
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L'islam alla prova del voto


 


Ian Buruma 


Internazionale, 21/27 gennaio 2005


Si può parlare di una "democrazia islamica"? Oppure è un'espressione priva di senso come "scienza ebraica" o contraddittoria come "democrazia popolare" durante il comunismo? E questa la domanda da cui dipenderà il futuro dell'Iraq; oggi la persona con più credibilità è il grande ayatollah Ali al Sistani. Il religioso sciita ha rifiutato di candidarsi alle elezioni del 30 gennaio, ma si è più volte dichiarato favorevole all'idea di una democrazia islamica. L'ayatollah appoggia l'elezione diretta dell'assemblea costituente irachena e afferma che "ogni legge fondamentale stilata da quest'assemblea dovrà essere approvata con un referendum nazionale". Solo occasionalmente fa riferimento alla legge coranica come base dell'ordinamento giuridico. Al Sistani si è opposto a ogni tentativo di rinviare le elezioni per considerazioni di sicurezza, specie nelle zone sunnite. A metà ottobre ha emanato una fatwa che impone a uomini e donne di andare alle urne e mette l’esercizio del voto sullo stesso piano di doveri religiosi fondamentali come il digiuno nel mese di Ramadan. Sempre secondo al Sistani, è dovere degli sciiti proteggere anche gli interessi di sunniti e cristiani. E sebbene si sia opposto al progetto di accordare ai curdi (che sono tra il 15 e il 20 per cento della popolazione irachena) il potere di veto sulla costituzione, non ha liquidato le loro speranze di conservare un certo grado di autonomia sotto il futuro governo iracheno. Naturalmente sono solo belle parole che andranno verificate nei fatti: ma venendo da un religioso sciita nato in Iran, sono importanti e vanno prese sul serio.


Affermazioni scorrette


Nonostante la recente offensiva politica dei cristiani conservatori negli Stati Uniti, in occidente si da per scontato che nei regimi democratici stato e chiesa vanno tenuti separati. Si sente spesso dire che l’islam è incompatibile con la democrazia perché nei paesi musulmani lo stato non si è mai districato dai suoi legami con il clero. Si pensava che l’Iraq fosse un caso speciale, perché era un paese in larga misura laico. In realtà entrambe le affermazioni sono scorrette. Nella loro storia i mussulmani sono stati raramente governati dai religiosi: tradizionalmente in Medio Oriente il potere temporale e quello spirituale sono restati separati, e fino a non molto tempo fa le minoranze religiose – come gli ebrei – erano trattate con più tolleranza nel mondo musulmano che in quello cristiano.


Tuttavia, quando il potere temporale diventa oppressivo in modo intollerabile, spesso l’unica base di resistenza è la religione: è successo durante il comunismo in Polonia, dove la chiesa cattolica è riuscita ad aggregare il dissenso. Sotto Saddam Hussein le moschee avevano cominciato a svolgere un ruolo analogo: l’islam politico era diventato uno strumento per contrastare il baathismo (che è un movimento laico). Il suo principale portavoce sciita era già allora Ali Al Sistani. Il papa ha svolto, in un certo senso, un ruolo paragonabile sotto il comunismo.


Nel caso dell'Iraq, però, i neoconservatori dell'amministrazione Bush erano più favorevoli a una via laica alla democrazia. Nella fase iniziale della guerra, il vicesegretario alla difesa americano Paul Wolfowitz ha spesso citato I a Turchia come "un modello utile per altri paesi del mondo musulmano"; e l’amministrazione ha appuntato le sue speranze su esuli laici come Ahmad Chalabi, anziché su mullah sciiti in esilio a Londra e a Teheran. Questa posizione ha trovato eco in quella di un altro intellettuale molto amato dall'amministrazione Bush, Bernard Lewis, professore di Princeton. Secondo Lewis il padre della Turchia moderna, Kemal Ataturk, aveva capito tutto: per promuovere la modernizzazione dei paese bisognava espellere con la forza il potere religioso dalla sfera politica. Nel 1,917 Ataturk disse che avrebbe cambiato d'un sol colpo la vita dei turchi. E nel 1923 passò all'azione: alle donne fu tolto il velo, le scuole islamiche furono chiuse e le confraternite dei dervisci furono messe al bando. Nella nuova società governata "dalla scienza, dal sapere e dalla civiltà" fu proibito perfino indossare il fez, il tradizionale copricapo turco.


Rivoluzioni analoghe si sono verificate o sono state sperimentate anche altrove. In Giappone, dopo la restaurazione Meiji degli anni sessanta del diciannovesimo secolo, i tempi i buddisti vennero rasi al suolo in nome della civiltà e dei lumi. La rivolta dogli studenti cinesi del 4 maggio 1919 fu un tentativo di mettere "la signora scienza e la signora democrazia" al posto della tradizione confuciana e delle "superstizioni" religiose. In Persia, durante gli anni venti del secolo scorso, lo scià Reza Pahlavi tentò di modernizzare il paese - successivamente chiamato Iran - demolendo le moschee, ordinando l’assassinio o l'arresto dei religiosi e vietando il chador. Infine, il panarabismo dei primi baathisti - alcuni dei quali erano cristiani di Siria - fu un movimento laico ispirato al nazionalismo pangermanico. Purtroppo, tanto zelo laicista non ha aperto le porte alla democrazia, bensì al militarismo, alla monarchia assoluta, al fascismo e alle diverse varianti dello stalinismo. La rivoluzione religiosa che attualmente serpeggia nel mondo musulmano è in parte una reazione al fallimento della Politica laica moderna. Tuttavia, molti esperti vicini all’amministrazione Bush - per esempio Daniel Pipes - ritengono che per l'Iraq la soluzione migliore sarebbe un uomo forte sul genere di Ataturk o di Chiang Kai-shek, visto che sul breve periodo le elezioni non porterebbero al potere altro che dei "mullah alla Khomeini". I neoconservatori non sono i soli a diffidare dei religiosi. La stessa sfiducia divise l'opposizione anticomunista di sinistra anche in Polonia, dove alcuni dissidenti avevano difficoltà ad appoggiare i preti contro i commi sari del popolo. Come ha detto un volta Jerzy Urban, uno degli ultimi portavoce del regime comunista polacco, "o noi o la Madonna nera di Cxestoehowa". Ma deve sempre essere l'uno o l'altro? La scelta, in Iraq, è davvero tra Ataturk e Khomeini?


L'esempio della Turchia


Dal momento che la democrazia islamica ancora non esiste - o quasi - non si può valutare in base ai precedenti. In Iran c'è una sorta di democrazia controllata da un consiglio di religiosi. La Turchia è forse il paese che più si avvicina a un modello europeo: è un regime vagamente fondato su valori religiosi, ma non è una teocrazia. Eppure anche la democrazia turca suscita diffidenza in molti europei, mentre tra i musulmani c'è chi la considera addirittura peccaminosa.


L'idea che una democrazia moderna debba poggiare su un ethos laico affonda le radici nella storia d'Europa. L’Illuminismo è stato in parte, specialmente in Francia, un movimento contro il potere della chiesa. Secondo gli illuministi ogni ordinamento politico andava sottoposto al vaglio della ragione e non a valutazioni teologiche. Essere moderni significava rifiutare la religione o "superstizione" e credere invece nella scienza. Secondo Voltaire non bastava ridurre il potere dell'apparato religioso: occorreva "spazzar via quelle sciocchezze". La fede nella scienza come soluzione a tutti i problemi dell’umanità diventò essa stessa una specie di superstizione. Il socialismo scientifico alla Stalin o alla Mao, per esempio, ha condotto agli esperimenti più strani, che hanno causato milioni di vittime.


Ma naturalmente non tutti quelli che credevano nella ragione erano così estremisti: molti pensatori dell'Illuminismo, tra cui John Locke, erano convinti che un sistema politico fondato su un interesse illuminato non potesse sopravvivere senza avere un sai do fondamento in una moralità religiosa. L'anticlericalismo che animava gli stalinisti e altri movimenti autoritari era più frutto della rivoluzione francese che della ricerca della democrazia.


Proprio l'anticlericalismo - e non lo zelo religioso - è stato la base di molti dei più sanguinosi fallimenti politici registrati in Medio Oriente. Pensiamo al nasserismo in Egitto, al baathismo in Siria e in Iraq, al regno dello scià in Iran: tutti regimi guidati da élite laiche che vedevano nella religione la causa dell’arretratezza o della dipendenza coloniale dei loro paesi. Il fatto che tanti riformatori dal pugno di ferro, come lo stesso Nasser, abbiano subito attentati da parte di fanatici religiosi, dimostra quale divario esistesse tra quelle élite laiche "progressiste" e il popolo che governavano. Quasi sempre, quando si distrugge la religione organizzata, al suo posto nasce qualcosa di peggio: di solito una quasi-religione, o un culto della personalità che viene sfruttato dai dittatori a proprio vantaggio. Emarginare la religione organizzata- com'è avvenuto in Egitto e in altri paesi mediorientali - provoca spesso rivolte d'ispirazione religiosa.


Ciò non significa che i religiosi musulmani abbiano una naturale predisposizione alla democrazia. Ma come ha sottolineato Michael Hirsh in un articolo sul Washington Monthly, diversi studiosi hanno sostenuto che nel mondo islamico la religione ha avuto per molti secoli l'effetto di arginare la tirannia. La distruzione, in nome della modernizzazione, di istituzioni islamiche come le scuole religiose e le moschee ha lasciato un vuoto, che con il tempo è stato efficacemente riempito dall'estremismo islamico.


L'ayatollah Khomeini non ha agito come un tradizionale membro del clero sciita, ma come un rivoluzionario moderno: si è presentato come l'uomo folte del paese e ha preso il potere. Agli occhi di molti credenti, la dittatura temporale di Khomeini in Iran ha minato la sua credibilità di religioso, perché nessun mullah dovrebbe mai fare politica. Quanto a Osama bin Laden, come religioso è un dilettante: è molto più esperto di trasferimenti di fondi nelle banche svizzere o di manipolazione dei mezzi d’informazione che delle sottigliezze della dottrina islamica; e tra i religiosi o gli studiosi musulmani seri ben pochi lo rispettano.


Vale la pena ricordare a questo punto come si è comportato l'occidente nei confronti della religione. In Europa e negli Stati Uniti la separazione tra chiesa e stato è stata effettivamente una condizione necessaria per lo sviluppo democratico, ma non si è mai trattato di una separazione assoluta. L'ordinamento costituzionale della Gran Bretagna prevede l’esistenza dell'istituzione religiosa: il monarca è anche il protettore della fede anglicana. Al giorno d'oggi questo fatto può anche essersi ridotto a una mera formalità; tuttavia, nei paesi dell'Europa continentale al centro dello schieramento politico ci sono ancora dei partiti cristiano-democratici. Il primo della storia, il Partito antirivoluzionario, fu fondato nel 1879 nei Paesi Bassi da Abraham Kuyper. L'ex pastore calvinista si proponeva di restituire a Dio - non alla chiesa - la sovranità assoluta sulle cose umane. Secondo Kuyper, le istituzioni democratiche del governo temporale potevano sopravvivere soltanto se esso era saldamente radicato nella fede cristiana. E quanto credeva lui, ed è quanto credono ancora oggi i cristiano-democratici.


La voce dei credenti


Io invece non lo credo. È sempre problematico, per chi è agnostico, argomentare a favore dell'importanza della religione organizzata. La mia tesi non è che più persone dovrebbero essere religiose, o che la democrazia non può sopravvivere senza Dio, ma che la voce dei credenti va ascoltata. La prima condizione per una democrazia veramente funzionante è la partecipazione delle persone: quindi, se le appartenenze religiose aiutano a cercare il consenso attorno a regole condivise da tutti, esse vanno riconosciute. Una teocrazia sciita basata sulla sharia (la legge islamica), anche se sostenuta dalla maggioranza, non è una democrazia. Sì può parlare di vera democrazia solo là dove i diritti e gli interessi dei diversi gruppi etnici e religiosi sono oggetto di negoziati che portano a soluzioni di compromesso.


Obiettivo ambizioso, certo. Ma visti gli sconfortanti precedenti delle politiche laiche in Medio Oriente e non solo, mi pare logico che vari studiosi di islam abbiano sollevato dubbi sull'applicazione della "soluzione Ataturk" in Iraq. Per esempio Reiiel Mare Gerccht, fellow dell'American enterprise institute for public policy research ed e analista della Cia, ha affermato che i seguaci di al Sistani sono non solo la migliore, ma l'unica speranza per la democrazia irachena. Secondo Gerecht, "certamente a causa del suo sangue iraniano e dei suoi legami familiari con la Repubblica islamica, al Sistani è particolarmente attento ai trabocchetti della dittatura clericale" e "relativamente alla questione della democrazia in Iraq, al Sistani potrebbe tornare a essere uno degli alleati più efficaci dell'America".


La maggioranza degli statunitensi potrà anche non condividere le opinioni dei fedeli sciiti sui diritti delle donne e su altre questioni sociali: resta il fatto che gli sciiti affermano di volere una sovranità popolare fondata sulle elezioni. La questione è se al Sistani e i suoi seguaci siano favorevoli all'introduzione di un sistema elettorale per motivi di principio o semplicemente perché in Iraq sono la maggioranza e le elezioni favorirebbero loro anziché i sunniti. La risposta a questo interrogativo l'avremo soltanto dopo la prova dei fatti, cioè quando una o l'altra delle fazioni perderà le elezioni e dovrà accettare di essere governata dalle altre. Questo mese, circa duecento formazioni politiche si contenderanno i 275 seggi della futura assemblea nazionale irachena. E prevedibile che, come succede anche in Europa, questi partiti comporranno un mosaico di alleanze (certamente tenute insieme in larga misura dall'appartenenza religiosa) e poi si metteranno al lavoro per designare un primo ministro e preparare una costituzione definitiva. Le consultazioni per eleggere un governo di legislatura, dovrebbero tenersi alla fine del 2005.1 curdi del Kurdistan iracheno - oltre alle elezioni provinciali per scegliere i leader locali eleggeranno a fine gennaio una loro assemblea legislativa.


Il caso indonesiano


Sembra una situazione molto complicata, ma non lo è più di quella dell’Indonesia, il paese con il maggior numero di musulmani al mondo. Tre mesi fa, un gruppo di politici iracheni è andato in visita in Indonesia per osservare lo svolgimento delle elezioni democratiche. Akif Khalìk Ibrahim dei Democratici indipendenti iracheni (partito a maggioranza sunnita) ha commentato: "La prima lezione da trarre dall'esperienza indonesiana è che non bisogna lasciarsi scoraggiare dalla complessità e dalla difficoltà del compito. Si può fare". Analoga valutazione ha espresso Mahdi Jaber Mandi, delegato del partito comunista iracheno (organizzazione prevalentemente laica) quando ha dichiarato all’agenzia France-Presse che anche in Iraq, come in Indonesia, c'è una vasta gamma di gruppi religiosi ed etnici e che la cosa importante è "gestire tanta varietà". E ha aggiunto; "Più la gestione di questi gruppi è democratica, più cresce la possibilità che il paese non si spacchi".


Eppure in Indonesia la transizione alla democrazia non è stata facile, dopo anni di dittatura laica durante i quali i raggruppamenti politici di matrice islamica erano fuorilegge - proprio com'è avvenuto in Iraq. Tuttavia l'esito non è stato un regime islamico fondamentalista bensì un sistema democratico - pur con tutti i suoi difetti - in cui anche i partiti religiosi devono darsi da fare per procurarsi i voti.


È vero, i musulmani indonesiani sono diversi dagli arabi: sono meno puritani, il fanatismo non appartiene alla loro tradizione, le donne godono di maggiore considerazione. Ma la loro politica può essere altrettanto brutale, anche se spesso mascherata dal linguaggio della tolleranza e del consenso. Il presidente indonesiano Suharto, che prese il potere nel 1967 dopo un sanguinoso colpo di stato, represse l’islam politico costringendo i partiti musulmani a fondersi in un'unica istanza rappresentativa, che dovette accettare anche i non musulmani. Questa formazione, chiamata Partito unito dello sviluppo, non si fondava sull’islam ma sulla cosiddetta Pancasila, una sorta di religione di stato escogitata dal predecessore di Suharto per creare una base morale comune in vista dell 'unità nazionale. "Pancasila"è una parola sanscrita e in questa accezione comprende cinque princìpi; fede nell'essere supremo, in un genere umano giusto e civile, nell'unità dell'Indonesia, nella democrazia e nella giustizia sociale per tutti gli indonesiani. Si potrebbero definire princìpi abbastanza inoffensivi, benché un po' insinceri visto che la democrazia sotto Suharto non esisteva. In ogni caso i musulmani indonesiani, costretti ad anteporre l’ideologia di stato all’islam, si sentirono spogliati della loro identità religiosa. A Jakarta scoppiarono rivolte; cinesi e cristiani furono aggrediti, e il vecchio tempio buddista di Borobudur fu perfino bombardato. Non essendo tipo da prendere alla leggera il dissenso - neanche quello pacifico - Suharto dette un giro di vite, e alla fine le organizzazioni musulmane ufficiali furono costrette ad accettare la Pancasila.


È allora che l’islam radicale, sostenuto e finanziato da esponenti wahhabiti provenienti dall'Arabia Saudita, ha cominciato ad attirare un numero crescente di indonesiani. E Io ha fatto per lo stesso motivo per cui ha attirato gli iracheni sotto Saddam Hussein, e cioè che quando un'autocrazia soffoca e reprime ogni opposizione politica, la moschea diventa l'unico rifugio per i dissidenti. Così, dopo la crisi economica che ha fatto cadere la dittatura di Suharto, l'esordio caotico della nuova democrazia indonesiana ha creato un margine di manovra per correnti radicali che rivendicavano uno stato islamico. I politici laici si sono rifiutati di condannare gli islamisti per paura di essere accusati di posizioni antireligiose; dal canto loro, i musulmani moderati hanno cercato di ignorarli. La finzione è venuta meno quando una formazione chiamata Jemaa isiamiva e legata - anche se non strettamente - ad al Qaeda ha organizzato un attentato in una discoteca di Bali provocando la morte di più di duecento persone. A quel punto gli indonesiani hanno dovuto ammettere di avere un problema.


Se ne potrebbe concludere che Suharto aveva ragione: il suo governo sarà anche stato repressivo e corrotto, ma almeno teneva a bada gli islamisti, mentre la democrazia prima o poi deve fare i conti con il terrorismo. Ma sarebbe una conclusione sbagliata: non solo perché la responsabilità della nascita dell'estremismo religioso ricade in gran parte sui metodi autoritari di Suharto, ma perché la democrazia si sta dimostrando la cura migliore. I musulmani moderati - che in Indonesia so no ancora la maggioranza - sono rimasti talmente inorriditi dalle azioni dei terroristi che non sono disposti a votare per nessun partito che abbia rapporti con loro. Questa posizione ha costretto i partiti islamisti a dissociarsi pubblicamente dagli estremisti.


Qualche difficoltà in più


In Iraq le cose andranno come in Indonesia? La democrazia permetterà di risolvere le divergenze tra arabi e curdi, tra sciiti e sunniti, tra laici e religiosi senza ricorrere alla violenza? In linea di principio, sì. Tuttavia gli iracheni hanno problemi eh e gli indonesiani non hanno dovuto affrontare: devono fondare istituzioni democratiche sotto un'occupazione straniera che suscita l'odio popolare.


È difficile costruire una democrazia per chi si trova nella condizione di allievo di fronte a maestri venuti dall'estero a bordo di carri armati e bombardieri. Benché anche gli occupanti affermino di volere la democrazia in Iraq, chiunque e qualsiasi partito sia sospettato di stare dalla loro parte è automaticamente screditato. Più gli stranieri insistono sulla laicità, più gli iracheni potrebbero essere attratti dall'islamismo radicale. E quanto più gli islamisti alimentano la violenza, tanto minori sono le probabilità che gli iracheni possano andare alle urne in piena sicurezza. Ciò vale in particolar modo per il triangolo sannita, che si estende a nord e a ovest di Baghdad. Per il segretario alla difesa statunitense Donald Rumsfeld, e per i leader sciiti e curdi, è facile dichiarare che è preferibile far svolgere le elezioni anche se tanti non potranno andare a votare. Ma non basta.


Saad Jawad Qandil, un alto funzionario del Consiglio supremo della rivoluzione islamica, cioè quel grande partito sciita meglio noto con la sigla Sciri, ha dichiarato al Boston Globe: "Le elezioni perfette non esistono. Quindi anche se certe minoranze non potranno partecipare per motivi di sicurezza, non è una buona ragione per annullare la decisione della maggioranza".


E invece si. Se i sunniti non possono votare, la democrazia irachena non funzionerà, perché senza il consenso di questa minoranza, la maggioranza non potrà mai governare in pace.


Una democrazia che comprende un mosaico di fedi e confessioni comporta anche altri problemi. Per esempio, un sistema bipartitico non è realmente praticabile, ma in un sistema multi partitico le piccole formazioni possono avere troppo peso. Prendiamo il caso di Israele: gli israeliani sono in maggioranza laici, ma a volte la sorte di un governo è decisa dai partitini ortodossi. Forse i primi sionisti, che erano quasi tutti kibbutznik laici e socialisti, hanno fatto troppe concessioni ai religiosi: tra l’altro gli hanno permesso di fissare le norme matrimoniali, per timore che - in mancanza di un accordo - gli ultraortodossi rifiutassero di riconoscere lo stato di Israele, Ma i padri fondatori non potevano prevedere che accordare a quei partitini tanta autonomia sulle questioni spirituali avrebbe significato attribuire loro un simile peso sul piano temporale.


È anche vero che in Europa, negli Stati Uniti e altrove, i credenti spesso fanno quello che gli dicono i loro sacerdoti o mullah: questo accadeva fino a non molto tempo fa nei paesi dove esistevano partiti cattolici o protestanti. Però almeno andavano a votare, e accettando le regole della democrazia riuscivano a vivere insieme senza farsi la guerra. Se nell’Iraq del futuro sciiti e sunniti riusciranno a fare lo stesso votando per i partiti religiosi, cosi sia. Ma prima devono poter andare alle urne senza rischiare la vita. Il punto è questo e non la religione in sé. L'esito di questo processo sarà deciso da un'occupazione straniera che avrà reso possibile la democrazia ma che potrebbe poi, con la sua stessa presenza, contribuire a soffocarla.



lan Buruma è nato nel 1951 in Olanda e ha vissuto a lungo in Giappone e a Hong Kong. Collabora regolarmente con alcuni tra i più importanti giornali statunitensi e britannici ed è Luce professor di democrazia, diritti umani e giornalismo al Bard College di New York. È autore, con Avishai Margalit, di Occidentalismo. L'Occidente agli occhi dei suoi nemici (Einaudi 2004).


L'articolo originale è apparso sul New York Time


http://www.osservatorioiraq.it/modules/wfsection/article.php?articleid=605

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