APPARTENENZA E IMPEGNO DI PARTECIPAZIONE - ALTERNATIVA NEL TEMPO LIBERO PER IL RECUPERO DELLA DIMENSIONE DI UN NUOVO TEMPO FESTIVO
Laura TUSSI
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APPARTENENZA E IMPEGNO DI PARTECIPAZIONE NEL VOLONTARIATO ASSOCIAZIONISTICO CULTURALE: ALTERNATIVA NEL TEMPO LIBERO PER IL RECUPERO DELLA DIMENSIONE DI UN NUOVO TEMPO FESTIVO.


LAURA TUSSI  


La morte della festa popolare


Il rituale sacro del momento festivo rappresenta un continuum esistenziale nell’avvicendarsi degli eventi apicali umani, consiste in un rito comunitario nel cui ambito si afferma la cultura della convivenza che si esplica in un tempo feriale, libero da obblighi, e in uno spazio/ambiente, a cui si attribuiscono, in senso antropologico, caratteristiche magiche e sacre, perché collegate alla sfera del collettivo e sublimate nell’attività creativa comunitaria.
Nella società occidentale attuale, il momento ri-creativo del riposo è assorbito dall’industria e il contesto festivo risulta mercificato dal consumismo, per cui il tempo libero ritorna al sistema, in termini di denaro, nell’ingranaggio della produzione industriale su larga scala.
I massmedia occupano il tempo libero costringendo all’individualismo l’ambito che prima era vissuto collettivamente, tramite la festa popolare, sublimazione istintiva delle capacità comunitarie. “La festa come tempo festivo è un modello gnoseologico che implica come condizione la collettività e l’autoaffermazione nell’esperienza festiva” .
Il rituale sacro della festività, come anche il popolo che lo approntava e celebrava, sono ormai scomparsi dalla società contemporanea di stampo occidentale, assorbiti ed espropriati dal tempo quotidiano libero, partorito dal sistema produttivo capitalistico.
Risulta un tempo privato (non più collettivo e comunitario come quello festivo), individualistico, spesso occupato e manipolato dai massmedia. Occorre comprendere quali siano, nella nostra cultura borghese e in una struttura economica tipicamente capitalistica, il significato, il valore, la funzione la struttura della festa e quali modalità assuma in essa il piano del festivo.
La prima indicazione è data quale termine di un’antinomia fra tempo festivo, di non lavoro, quindi improduttivo, sottratto allo sfruttamento, ma che l’ambito del capitale, il sistema vigente, recupera tramite l’organizzazione del tempo libero; in sostanza, un tempo festivo da dedicare appunto al consumo, in ultima analisi, illusoriamente libero, ma, in realtà, condizionato, organizzato perché precostituito e preconfezionato.
Tempo feriale e tempo festivo risultano così, nel sistema capitalistico avanzato, fortemente strutturati e interconnessi come parti integranti del meccanismo produttivo che separa e, di conseguenza, istituzionalizza e controlla il momento della produzione e del consumo.
Dunque per un evidente sillogismo, se il consumo è la forma alternativa al lavoro, e poiché il lavoro si contrappone al festivo, il consumismo rappresenterà, appunto, la sostanza stessa della festa. Nella cultura contadina l’ambito festivo non risultava distinto dal momento produttivo perché non era necessariamente separato dal lavoro. Il periodo della vendemmia, della mietitura, del raccolto erano indissociabilmente collegati a rituali, a momenti di festa, compresi nelle scadenze relative alle ciclicità stagionali del calendario agricolo e liturgico popolare. “In questi casi il lavoro si caratterizza come “festivo” non solo per i suoi aspetti di opera collettiva, indirizzata concretamente a cogliere i frutti di un’annata di fatiche: è festivo anche perché si ha socialmente da spartire, con tutta quanta la comunità, una parte della produzione”. 
La festa popolare ha rappresentato, in passato, il risveglio della collettività comunitaria che vivendo, soffrendo e spartendo la quotidianità, produceva e creava la propria cultura, perché il popolo è totalmente ed essenzialmente cultura nella generalità del suo manifestarsi e nella totalità delle sue espressioni e sublimazioni artistiche, in sintesi culturali, perché collegate ad un esistere quotidiano comunitario.
Oggi la società sta tentando di riprodurre e ricomporre occasioni e ambiti di festività creatrice e ri-creatrice (perché la creazione, nascita, vita, morte, è alla base del momento sacrale di festa), tentando di produrre anticorpi contro il pressante sistema individualistico e capitalistico omologante.


L’aspetto sacro e profano del periodo di festa nella comunità contadina: spazio di condivisione di un’identità storica e sociale


Il rito comunitario è stato ormai sopraffatto dal declino del mondo contadino. La nuova realtà determinatasi dalla disgregazione a livello economico e culturale della struttura sociale contadina, vale a dire le trasformazioni indotte dal sistema capitalistico, quali
-l’emigrazione e la nascita di un proletariato conseguente agli insediamenti industriali
-la massificazione culturale,
insieme ad altri molteplici fattori concorrenti e correlati, hanno determinato nuovi contesti analizzabili come nuove realtà di classe. La terziarizzazione avvenuta a livello economico di vaste aree già contadine, la disoccupazione crescente nel sociale, soprattutto a livello giovanile, e lo smarrimento più complessivo di una specifica identità culturale, costituiscono fattori che hanno giocato un ruolo determinante nella degradazione del tessuto connettivo contadino e dunque hanno influenzato l’apparato delle feste che di esso era parte integrante.
Nell’ambito della cultura popolare contadina, senza dubbio, il sistema ecclesiastico ha esercitato un ruolo ideologicamente dominante, nella misura in cui la sua stessa struttura, decentrata e capillare, evidenziava, di fatto, in modo specifico e consapevole, tale ruolo egemonico dal punto di vista storico-politico ed ideologico, per cui è palesemente dimostrabile che l’ideologia religiosa costituisca la struttura portante delle feste popolari contadine.
La festività del carnevale, tipica del mondo popolare, rappresentava in passato, dal punto di vista fenomenologico, per l’aspetto profano, il senso di trasgressione e sovversione di norme, regole, tabù e divieti religiosi, imposti dall’apparato ecclesiastico patriarcale, dall’alto di gerarchie prevaricatrici della macchina organizzativa di uno stato feudale conservatore. Il desiderio rivoluzionario, eversivo di ruoli, costumi correnti, di tradizioni precostituite, si esplicava in un lasso di tempo compreso dall’Epifania al primo giorno di Quaresima, appunto il periodo del Carnevale, ambito e contesto festivo di trasgressione per antonomasia, in cui il popolo rivendicava la propria identità, attraverso un tipico sistema di immagini e linguaggi espressivo-comunicativi, comico-carnevaleschi, compresi nel realismo grottesco popolare, con il ritorno alle origini, al “basso materiale corporeo”, alla placenta primigenia, la madre terra fertile… e rifondava la sua ragion d’essere.
L’aspetto profano del tempo festivo, si accostava, parallelamente, secondo un’ermeneutica interpretativa di senso e significato, ad un’impostazione dell’esistenza e del quotidiano di tipo sacrale, riscontrabile in una suddivisione e scansione ciclica, circolare del tempo all’interno del rituale agricolo, scandito dal calendario liturgico tipico del popolo contadino.


Dal tempo sacro al tempo libero e profano


In epoca preindustriale, risultava netta la scansione fra un tempo feriale, dedicato al lavoro famigliare, alle fatiche del quotidiano, legate ad incombenze agricole stagionali, ed un tempo festivo dedicato, invece, all’ambito del sacro, allo spirito comunitario della tradizione popolare contadina, appunto attraverso il culto della socialità comunitaria, nel recupero di un sentimento e senso intrinseco di appartenenza ad una comunità contadina, significati e valori, questi, vissuti e spesi nel quotidiano.
Attualmente nella società occidentale contemporanea, risulta assente la distinzione tra questi continua apicali: il tempo dedicato al festivo e l’ambito del feriale, sostituito dalla vacanza, con annessi risvolti consumistici, in prospettive edonistiche ed estetizzanti (vacanza, dal latino Vaco: essere vuoto).
Il popolo del festivo, carnevalesco che brulicava sulla pubblica piazza, nelle corti regali e nei cortili contadini (come nei dipinti di Bosch  e negli scritti di Rabelais), in epoca medievale e rinascimentale o comunque prima dell’avvento dell’era industriale, in un contesto perennemente carnevalesco, come afferma il Bachtin , risulta ormai scomparso. Nella società odierna è assente una classe, un ceto sociale portato alla condivisione di valori e ideali comuni e comunitari, improntati sulle rivendicazioni della comunità contro un’espropriante ed omologante logica capitalistico/produttiva.


Animazione associazionistica: nuova alternativa nel tempo libero per una nuova cultura di festa


Attualmente risulta avvertibile nel tessuto sociale, nella gente, in questo terreno poco fertile, un ripensamento, una volontà, l’esigenza, magari insita e latente, di recuperare il valore del popolo, del momento festivo, per esempio tramite istituti e organizzazioni associazionistiche dove si svolgono attività e si approntano laboratori ricreativi di creazione e animazione culturale dell’esistenza umana, rivolti al recupero storico, ambientale e culturale del territorio, spaziando in iniziative artistiche e culturali, finalizzate ad occupare collettivamente il tempo libero e renderlo fruibile, proprio perché vissuto in comunione con gli altri, come tempo festivo e comunitario, non più individualistico e privato, ma avulso dagli alienanti ingranaggi di mercato che la società occidentale impone.
Con tale recupero del momento collettivo di condivisione comunitaria, attraverso l’associazionismo culturale, il popolo sta cercando di recuperare spazi e ambiti ricchi di senso , significato, riportando e riconsegnando al presente, attraverso una rieducazione del collettivo "al recupero della memoria”, i valori insiti nel mondo contadino, tramite la riscoperta della memoria storica e di un’identità culturale, a livello individuale, locale e globale (nazionale), ricercando valori liberatori, veri e autentici, da riapplicare nel contesto sociale attuale per ricrearci e riappropriarci di contenuti significativi nella vita quotidiana, anche tramite la ricerca/azione di animazione, attraverso il metodo biografico o autobiografico, retrospettivo, a livello individuale e collettivo.
Il volontariato associazionistico culturale nel tempo libero, fenomeno verificatosi nel tessuto collettivo intorno agli anni ’60, con la presa di coscienza da parte del popolo di partecipazione attiva alla vita politico/sociale, come garanzia di democrazia, può costituire un’alternativa presente, attuale, contemporanea, alla “morte della festa popolare”, intesa come luogo, spazio e tempo di rinascita, ricreazione comunitaria e cultura della convivenza nella collettività.
Ma l’associazionismo culturale può costituire un’alternativa alla scomparsa della festa, se vissuto, da ogni singolo individuo, in funzione di una consapevolezza, di un’appartenenza e partecipazione attiva in ambito locale, territoriale, nell’ambiente del quotidiano, nella sfera sociale e nel gruppo di attività. Perché praticare cultura nell’ambito di un territorio significa, essenzialmente, allacciare contatti e scambi interpersonali, anche tra associazioni, evitando controproducenti rivalità o arrivismi di etichetta, suscitare interesse nel confronto, attuando scambi proficui di idee, recuperare il passato storico collettivo, le origini dell’ambiente, tramite la ricerca e l’introspezione individuale, la conoscenza e il racconto di sé e della propria storia, agire, oltre l’apparenza esteriore, per un ideale comune, condiviso e condivisibile, il bene della comunità, che in questo modo si riappropria di valori, di senso di appartenenza ad un territorio, in cui ritrovare e riconoscere la propria identità, le radici originarie nella tradizione, il senso e il valore della nascita, dell’essere accettati e voluti perché appartenenti ad un luogo, anche se non originari, autoctoni, come figli di un’unica “madre terra”, entità originaria, divinità ancestrale…
Solo con tale consapevolezza può sussistere un recupero della “festa”, che diventa tale nel momento della sua preparazione in cui viene consumata, per poi essere aperta, condivisa e spartita con gli altri.


Appartenenza e partecipazione: significati e valori del tempo festivo


Dunque condivisione nella preparazione della festa, che è rituale ricco di contenuti, valori e significati. La partecipazione alla preparazione del rito festivo è alla base del riscontro personale della riuscita, del contenuto di ricreazione comunitaria, del momento collettivo.
Una festa è condivisibile, raggiunge l’apice del momento di maturità, per cui nasce, vive, e muore, se è vissuta e resa propria tramite valori, significati e simboli condivisi dal popolo.
Nell’associazionismo è possibile ricostruire il momento comunitario se ogni singolo conquista la consapevolezza di una significativa appartenenza alla comunità, di una partecipazione nella condivisione di valori, significati e ideali dettati dall’esperienza.
Se ogni operatore sociale, ogni individuo attore nel territorio, non si spende in prima persona come cosciente pensatore nella comunità, nel gruppo di appartenenza, in base a scelte dettate dalla ragione, dal buon senso e da valori condivisi e significativi, il suo operare viene vanificato e l’associazione si trasforma in un’inutile agenzia per il tempo libero, in un contesto di gregarismo insignificante. La condivisione dei valori della comunità e la consapevolezza di un’esigenza di partecipazione e di appartenenza a un gruppo, espressione di una comunità più ampia, costituiscono i valori base per una rinascita del popolo in una nuova società liberale e democratica, perché consapevole, partecipante e partecipata.
Il momento festivo si realizza in uno spazio, in un simbolico cerchio a cui si attribuiscono caratteristiche magiche, un hortus conclusus, luogo della mente, della riflessione, del confronto, dove si attua lo scambio e l’interazione culturale e interculturale, in cui il tempo si ripresentifica nell’eterno ritorno, in una ciclicità iterativa, per cui giunge a compimento l’attimo della meditazione creativa, perché la creazione è alla base del rituale festivo. In esso si compie la vita che giunge a piena maturità con la morte, in una ciclicità che ripresentifica l’eterno. Il tempo lineare che ha una fine, e che per tale motivo incute il timore dell’eterno, è abolito e compensato dal tempo ciclico.
La ciclicità consta nel quotidiano, nel tempo comunitario del mondo contadino, trascorso, vissuto e sofferto all’ombra dei cortili, dove le diversità sociali venivano a confronto, dove si spartiva il presente, il quotidiano e si imprigionava il futuro nell’iteratività ciclica del rituale festivo, il giorno dedicato al sacro, il cui ambito apparteneva al sacro. Rinunciare al dies dominicum, profanandolo con il lavoro, rappresentava un sacrilegio.
L’eclissi del sacro nella civiltà contemporanea ha espropriato la sacralità del rito festivo.
Con l’avvento dell’era industriale, il tempo dedicato alla festa e libero da obblighi lavorativi, è stato ridotto dal sistema produttivo imperante, per non penalizzare la produzione. Con i progressi sociali, le rivolte popolari, le contestazioni operaie, studentesche e sindacali, si è ottenuta la riduzione dell’orario lavorativo con un conseguente incremento del tempo libero a disposizione. Ma il tempo libero rischia di trasformarsi in un tempo asfittico per l’individuo, perché privo di ambiti di intervento culturale comunitario dove allacciare scambi e confronti, interagendo con altri individui.
L’attesa di un cambiamento parte da ogni singolo soggetto, non inserito però in una dimensione individualistica nel senso negativo del termine, ma in un contesto che lo cita in causa come soggetto pensante e responsabile delle proprie scelte di partecipazione all’interno del territorio in cui vive e della comunità con cui spartisce i momenti di esistenza associazionistica, per parlare in una dimensione di presente.
Il tempo libero va impiegato in una nuova fruizione culturale per raggiungere il cambiamento, la trasformazione in una nuova società, migliore.
Come nella festa dal caos primigenio del disordine si passava a uno stato di mistica euforia, per approdare a una condizione che si auspicava migliore di quella passata, così l’individuo, attraverso la fruizione creatrice e creativa del tempo libero, prepara la sua festa e ne trae godimento, rigenerandosi per ricavare dallo stato di confusione primigenia, la nuova rinascita nella trasformazione festiva proteiforme.  



LAURA TUSSI

email:tussi.laura@tiscalinet.it

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