Lettera aperta ai veggenti della guerra - L'IRAQ DI YOUNIS TAWFIK
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NORD/SUD: L'IRAQ DI YOUNIS TAWFIK
di Maria Coletti

Dal Medio Oriente continuano ad arrivare notizie allarmanti, a dimostrazione che non si può parlare affatto di pace, perché di guerra e di occupazione si tratta: dalle forze americane e alleate in Iraq al muro in costruzione in Palestina.
In vista della grande manifestazione nazionale del 20 marzo a Roma, dedicata proprio alla pace, diamo la parola a un autore che vive “dall’interno”, pur se in esilio, la tragedia dell’Iraq: Younis Tawfik. Il suo libro L'Iraq di Saddam
è una lettera aperta al figlio, al quale cerca di spiegare il destino riservato alla “povera patria” che non ha mai vissuto un momento di pace e che ora vive un momento di particolare drammaticità. Il testo alterna momenti narrativi ad altri poetici e include brani tratti da discorsi e interviste di Saddam Hussein, nonché una “Lettera aperta ai veggenti della guerra”, che riportiamo di seguito.
Younis Tawfik è nato a Mosul (Ninive) nel 1957, in Iraq.
Ha vinto numerosi premi, tra cui il Grinzane Cavour con il romanzo d'esordio La straniera (1999). Collabora con importanti quotidiani italiani, è docente di Lingua e Letteratura Araba presso l'Università di Genova ed è presidente del Centro Culturale Italo-Arabo “Dar Al Hikma” a Torino.

Lettera aperta ai veggenti della guerra.





Vi scongiuro di non farlo! Non tagliate l’albero che un giorno mi ha visto nascere, crescere sotto ai suoi folti rami e giocare intorno al suo robusto tronco. Quel vecchio cedro che mi proteggeva generosamente dai raggi del caldissimo sole d’estate, e che in inverno suscitava in me rassicuranti emozioni insieme a un inspiegabile terrore delle ombre. Non distruggete quell’antica casa in fondo al vicolo, che un giorno mi ha accolto sotto il suo tetto e mi ha dato calore e gioia. Non date fuoco ai miei libri, ai miei vecchi quaderni e alle bozze delle mie poesie, abbandonati nella piccola libreria scavata nel muro. Non cancellate la mia memoria. Vi supplico di non farlo! Non bombardate la terra che un giorno mi ha udito cantare e saltare con la felicità di un passero spensierato. Quella terra millenaria, dolcemente solcata dai due fiumi lungo tutto il suo corpo martoriato, e violata dalle ferite del tempo. Non scaricate il fuoco della vostra rabbia sulle sue palme e sulle chiome nere dei suoi cedri, perché ella non ha nessuna colpa. Usate meglio le vostre bombe intelligenti, perché quelle precedenti non hanno funzionato bene. Colpite pure la mia casa e quella dei vicini, la moschea e la chiesa un po’ più in là e il mercato del venerdì nella piazza, come avete fatto la prima volta. Ma vi prego di non radere al suolo la tomba di mio padre. Non cancellate quella fossa che conserva il mio orgoglio e racchiude la memoria infranta della mia famiglia. Non profanate il sepolcro di chi ha trovato la pace e la serenità nel tiepido grembo della terra che tanto amava. Vi scongiuro, non uccidete la mia vecchia madre. Non lasciate che muoia da sola, senza di me, invocando inutilmente il mio nome, con gli occhi rivolti alla mia foto appesa da anni sul muro. Lasciate almeno che l’abbracci per l’ultima volta, che baci le sue mani e pianga a lungo tra le sue braccia, che nasconda il mio volto nel suo petto e chieda perdono. E se dovete proprio farlo, se dovete ucciderla senza colpa, allora fatelo, ma con gentilezza. Sgozzatela pure sull’altare del vostro orgoglio ferito, scavate i suoi deboli occhi fino a spegnerne l’ultimo barlume di luce, infliggetele gli ultimi colpi del vostro odio e ridete sadicamente prolungando la sua agonia, mentre lei, nel suo arcaico silenzio, reciterà la sua preghiera, aggiungendone una per me e per voi. Vi chiedo soltanto di essere buoni con lei, è solo una vecchia con il marito morto da più di vent’anni e il figlio esiliato in terra straniera da quasi trenta.Vi chiedo un’ultima cosa, un piccolo favore: quando sarà sul punto di morire diteglielo pure, ditele che sono stato io a permettervi di ucciderla. Ditele che il suo amato primogenito l’ha tradita, l’ha abbandonata al suo fatale destino e non ha potuto fare nulla per salvarla, perché non ha avuto coraggio. Ditele di perdonarmi, perché non sono stato all’altezza delle sue speranze.



[marzo 2004]http://www.gedi.it/closeup/sezioni/aproposde/articolo.asp?idarticolo=2066&idsezione=25


 



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