PSICODINAMICA TRANSCULTURALE - Il paradigma identitario nell’incontro con il disagio
Convegno, organizzato dalla Fondazione Cecchini Pace presso la Casa Della Cultura di Milano, dal titolo ''Sapere chi siamo per sapere chi è l’altro''- Settembre 2004.
Laura Tussi
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PSICODINAMICA TRANSCULTURALE
Il paradigma identitario nell’incontro con il disagio



Convegno, organizzato dalla Fondazione Cecchini Pace presso la Casa Della Cultura di Milano, dal titolo “Sapere chi siamo per sapere chi è l’altro”- Settembre 2004.



di LAURA TUSSI


L’incontro con l’alterità, soprattutto quando diviene portatrice di sofferenza e di disagio, realizza e presuppone sempre un interscambio culturale, ossia lo specifico caratterizzante dell’operatore e del malato, che si possono incontrare anche in un contesto transculturale.
Il mondo della globalizzazione sta progressivamente incontrando il processo ed il fenomeno della creolizzazione delle culture, per cui è difficile immaginare dei confini più o meno virtuali e più o meno portatori di dolore e sofferenza e disagio che suddividano il mondo in un mosaico di culture.
Dopo queste premesse risulta necessario e indispensabile prendere in considerazione il paradigma o parametro culturale nell’incontro con il paziente, indipendentemente dalle origini etniche e dalla provenienza, i cui contesti permettono di cogliere le differenze simboliche, le diversità semantiche, nell’analisi dettagliata della varietà di linguaggi, nella sofferenza e nel disagio, di matrice biopsicosociale, che spesso scaturisce in dipendenza dalle radici culturali ed etnocentriche.
La cultura è condivisione di simboli e significati, come la diversità culturale è un modo differente di considerare la propria interiorità tramite una concezione “altra” del proprio essere-nel-mondo.
Riaprire il dialogo con la diversità innesca un processo di adesione al nuovo in modo critico e riflessivo, con il risultato di attribuire senso e spessore alla sofferenza, contestualizzandola nell’ambito di una trama narrativa esistenziale e personale, nell’ambito della storia di vita del soggetto e della sua dimensione culturale, etnica, razziale.
Il disturbo psichico è ubiquitario e per ottenere una visione analitica globale dell’”altro”, non occorre solo la comprensione della sfera biologica e psicologica, ma risulta necessario valutare ed analizzare la particolare e specifica storia di vita della persona in relazione alla sua cultura, al suo specifico identitario.
L’intervento terapeutico diviene un processo di cooperazione in cui i vari ruoli attivi ed interagenti in relazione con l’alterità e in propensione verso l’altruità, contribuiscono al processo di guarigione.
E’ un errore etico assumere atteggiamenti di esclusivismo tramite il pregiudizio nei confronti dell’altro e con la difesa sterile delle proprie idee e dei personali convincimenti dogmatici. L’arroccamento sui propri pregiudizi penalizza delle capacità e qualità come la spontaneità e la creatività.
Gli stereotipi non sono verificabili di attendibilità e fondatezza, poiché non esistono dati obiettivi sui tratti di carattere dei popoli presi nel loro insieme.
Possiamo supporre che gli stereotipi rappresentino delle caricature traducenti dei sentimenti piuttosto che autentici ritratti. Per questo molte ragioni fanno preferire un’informazione su scala mondiale se vogliamo pervenire a sbarazzarci dei pregiudizi. Ovunque si formino dei gruppi i loro membri tendono generalmente a stabilire un’immagine di gruppo comune. La tendenza a valorizzarsi o a sopravvalutarsi e, di conseguenza, a minimizzare lo scarto fra l’autostereotipo e l’immagine ideale si sé, si incontra sempre in certi individui e persino in interi gruppi. A questa tendenza corrisponde il narcisismo descritto da Freud. Più si tende ad attribuire a se stessi una qualità, meno si ha la tendenza ad accordarla agli altri.
L’identità culturale non è stabile e definitiva, ma va considerata come il risultato di una trasformazione continua e progressiva. Il razzismo è una delle caratteristiche più preoccupanti dell’era industriale. Certo, la violenza tra i gruppi e i popoli, le guerre, i massacri, le ostilità non sono un fatto nuovo. L’autosufficienza, l’eccellente opinione di sé che nutrono i gruppi umani, non sono affatto specifiche del mondo contemporaneo. Il credere, l’avere la certezza inespressa, evidente, che se gli esseri umani sono raggruppati in popoli, in religioni, in culture, in gruppi sociali differenti, ciò avviene in maniera naturale, è un’opinione peculiare. La ragione del loro modo di comportarsi, delle loro reazioni, del loro mestiere, dell’economia del loro paese, risiede nell’intimo del loro corpo.
Quali che siano i meccanismi che hanno cristallizzato questa credenza, essa è ora presente in tutti i rapporti di potere in cui sono coinvolti i gruppi sociali. Dunque la psicodinamica transculturale diviene strumento e contenuto per superare i confini, i limiti, i muri, le barriere tra le razze e le culture, considerando la peculiarità dello specifico identitario una chiave di interpretazione del disagio e della sofferenza a livello biopsicosociale e ubiquitario.
 

Laura Tussi  email: tussi.laura@tiscalinet.it  

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