QUALE FUTURO PER L’EUROPA?
Laura Tussi
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QUALE FUTURO PER L’EUROPA?


di LAURA TUSSI



“Quanto scommetteresti sull’Europa di Prodi?” è stato l’argomento dell’incontro in programma il 16 dicembre 2003 presso la Casa della Cultura di Milano. L’evento è stato organizzato in occasione della presentazione ufficiale di IDEURA, associazione politico-culturale milanese che, attraverso testimonianze come questo incontro, intende avvicinare i giovani al dibattito civile e politico. I relatori dell’incontro, che hanno dato vita ad un dibattito con il pubblico in sala, sono stati Massimo Cacciari, Preside della Facoltà di Filosofia dell’Università S. Raffaele, e Lapo Pistelli, parlamentare e responsabile del dipartimento esteri di DL-La Margherita. La tavola rotonda è stata moderata da Alessandro Alfieri, coordinatore dell’Osservatorio sull’Internazionalizzazione della Pa presso l’Ispi. Sono stati oggetto di discussione della serata i temi del Patto di stabilità e del progetto di Costituzione europea visti nell’ambito del manifesto di Romano Prodi, “Europa: il sogno, le scelte”.
L’appuntamento rappresenta la prima tappa di un ciclo di incontri programmato da Ideura in cui si tratterà di temi attuali, con particolare riferimento alla realtà economica e sociale europea senza perdere però di vista la dimensione locale dell’associazione, che opera nell’area metropolitana milanese.


L’opinione pubblica e la Convenzione


Un disastro si misura su cosa è disastrato: occorrerebbe riprendere la riflessione relativa a cos’era la Convenzione in Europa, quali erano gli effettivi contenuti e il suo obiettivo valore, al di là delle posizioni e delle pretese delle forze politiche in campo, dei vari governi. Se ci fosse stato un grande movimento di opinione pubblica, come vi era stato in Italia, quando l’Ulivo partì con l’obiettivo principale della moneta unica, se vi fosse stata un’effettiva adesione dell’opinione pubblica europea, convinta e partecipata ai contenuti della Convenzione, avrebbero fatto molta più fatica a farla fallire.
Non c’è stato alcun movimento di opinione pubblica europea per questo fallimento, che abbia compreso l’importanza di questa scadenza, di questo appuntamento. Perché? Tale circostanza ha a che fare con il contenuto della convenzione. L’Europa attualmente si presenta profondamente divisa su questioni politiche generali ed essenziali di grande spessore geopolitico. L’accordo non è stato trovato sul sistema elettorale, perché tutti i diversi paesi non hanno alcuna unità strategica sul futuro dell’Europa. Le divisioni, dunque, sono politiche, non relative al sistema elettorale, ma riguardanti le questioni culturali e strategiche e quindi politiche, per cui si può essere d’accordo perfettamente. Il problema consiste nel fatto che i paesi non sono concordi per niente sulle grandi questioni strategiche. I paesi europei non sono divisi sul sistema elettorale, ma sul cosa è o su cosa dovrà essere l’Europa, circa l’identità europea, cose di cui non si discute e di cui non vi era la minima traccia del testo della convenzione.
Culturalmente la questione dell’identità e delle radici cristiane è nient’altro che un sintomo, una spia della volontà dei “padri” costituenti di non affrontare la questione delle questioni, ossia l’identità europea. Non l’identità intesa come la storia e il passato, ma la progettualità futura. L’Europa non sa ancora cosa essere nei confronti di una cultura politica sempre più evidente ed esplicitamente filoamericana che va molto oltre anche rispetto all’attuale amministrazione che intende “globalizzazione” nel senso di una omologazione universale e planetaria, dominata dal pensiero unico e dalla new economy, nei confronti della sfida potente della cultura politica americana, ad ogni visione geopolitica intesa in senso policentrico e poliarchico. L’Europa non sa come collocarsi di fronte a questa posizione, o meglio, l’Europa di fronte a tale posizione si collocherà in modo drammaticamente contradditorio.
Quei paesi mediterranei che tradizionalmente avevano assunto sempre una posizione atlantica, consapevoli del proprio ruolo nei confronti dei problemi mediorientali, quindi in una posizione atlantica estremamente dialettica (Andreotti e Craxi) proprio questi paesi sono stati i più filoatlantici in modo assolutamente passivo e suddito, cioè con un ribaltamento di quelli che erano gli equilibri e le dinamiche politiche europee. Per non parlare delle contraddizioni drammatiche in seno ai paesi europei per quanto riguarda quella che forse è la riforma più urgente, se vogliamo pensare ad un mondo veramente policentrico e a superare ineguaglianze ormai denunciate da tutti come intollerabili, se si prolungano ancora nel futuro, e cioè la riforma dell’organizzazione mondiale del commercio. Anche rispetto a questo si notano le posizioni neoprofessionistiche, peggiori di quelle americane che condannano di nuovo l’Europa a rimanere una provincia atlantica e altre posizioni invece che spingono per un ruolo attivo e positivo europeo verso la riforma in senso policentrico e poliarchico dei grandi organismi sovranazionali: l’organizzazione mondiale del commercio, il fondo monetario, la banca mondiale ecc…
Queste drammatiche divisioni su un terreno strategico e vero, privo di ingegnerie istituzionali o massimalismi giuridici, evidenziano questa Europa, sia come un affare di giuristi, di costituzionalisti, di amministrativisti: l’Europa è un affare culturale e politico.
Berlusconi è stato la punta di diamante che ha diviso i paesi europei, per primo, sulla questione della guerra. La nuova destra americana, l’amministrazione Bush, la volontà che l’unità politica europea non venga attuata: tutto questo è nascosto, è la loro strategia. Non hanno una visione geopolitica in senso poliarchico e Berlusconi è l’uomo agente, all’interno dell’Europa, per questa strategia. Berlusconi è palesemente il loro agente in Europa: lo hanno dichiarato attraverso cerimonie pubbliche. Questo risultato è stato perfettamente ottenuto. Il semestre europeo italiano non è stato affatto un fallimento, o meglio, è stato un fallimento per l’Italia e gli italiani, ma non per l’azienda del cavaliere. La politica di Bush ha forse rimpianto la mancata occasione del voto per la costituzione europea? E’ il risultato di una sua strategia non essere giunto a quel punto. Allora ha senso e peso la nostra critica?
E’ vero la sua strategia ha trionfato perché è la sua tattica  che non vuole l’unità politica europea. Soltanto che almeno Bush ha la serietà e la responsabilità di dichiararlo apertamente.


 


Laura Tussi


email: tussi.laura@tiscalinet.it  



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