IL MITO DELL’ETERNO RITORNO. Rituale, ricordo e ripetizione
Laura TUSSI
Condividi questo articolo


IL MITO DELL’ETERNO RITORNO.
Rituale, ricordo e ripetizione



di LAURA TUSSI


L’autore ricerca, con questo libro, l’immagine che l’uomo delle società arcaiche si è fatto di se stesso e del suo posto nel mondo e nel cosmo. Si sente solidale con i ritmi cosmici; la storia sacra viene trasmessa dai miti ed è indefinitamente ripetibile. I modelli delle istituzioni, le norme di condotta si ritengono rivelati dall’inizio dei tempi e di origine sovrumana e tramandati da miti, ossia archetipi e ripetizioni del sacro. Il simbolo, il mito, il rito costituiscono un complesso sistema di affermazione ultima delle cose, una vera metafisica. L’oggetto o l’azione sacra acquistano un valore reale perché partecipano di una realtà che li trascende. Per esempio, una pietra diventa sacra perché costituisce una ierofania oppure perché ricorda un atto mitico, o perché la forma ha un simbolismo. L’oggetto diviene ricettacolo di una forza esterna, che lo differenzia dall’ambiente per senso e valore. L’uomo arcaico compie atti e azioni già compiuti da archetipi mitici. La sua vita è ripetizione di gesti inaugurati da altri. Il rituale è ricordo, di un evento mitico, e ripetizione dell’evento stesso, al contempo. L’evento rivive e ripete ciò che è avvenuto in “illo tempore”, in un passato fuori dal tempo. L’evento sacro originario diviene un modello, un archetipo. Le nostre azioni sono ripetizioni archetipiche. Il tema della ripetizione dell’archetipo è già presente in Platone, infatti per Eliade, egli è il filosofo della mentalità primitiva.
Per Eliade l’”eterno ritorno” non va inteso nel senso di ciclicità come per Eraclito, ma l’eterno ritorno a modelli, azioni esemplari, archetipi, in una globale valorizzazione della metafisica dell’esistenza umana, non in quanto individualità e temporalità, ma perché connessa a radici che ne prescindono, ossia trascendenti.
La ripetizione caratterizza l’ontologia dell’uomo arcaico. Secondo Eliade tutta la vita arcaica è immersa nella sacralità e di conseguenza, noi, traiamo da questa affermazione, il significato che tutta la vita arcaica è immersa nella ripetizione, la quale ha funzione di segregare e isolare la temporalità altra dell’evento esemplare, dall’inserimento nella realtà quotidiana. Eliade ha un’ idea del sacro che si esprime in diverse forme, tutte legittime, per cui rende illogico ogni tipo di lotte confessionali e di particolarismi religiosi, mettendo in guardia riguardo ad un futuro in cui la ripetizione dovesse riguardare non solo il sacro, ma altri ambiti. La ripetizione si presenta a livello sociale nei movimenti totalitari per esempio il comunismo rumeno o il nazifascismo, in cui il capo costituiva l'archetipo e la ripetizione si traduce nella regola.


Il simbolo del “centro”


La realtà è conferita dalla partecipazione al simbolismo del centro, per cui tutto è reale in quanto assimilato al centro del mondo, in cui si trovano la montagna sacra, su cui avviene l’incontro tra cielo e terra, il tempio- palazzo-città sacra, considerati punti di incontro tra cielo- terra- inferno.
Nelle varie civiltà la montagna sacra assume connotati topologici e geografici reali. Per esempio per gli indù esiste il monte Meru, in Palestina il monte Thabor, che significa in ebraico “ombelico”= tabbur. Per i Cristiani il Golgota è il luogo in cui Abramo fu creato e poi sepolto e redento dal sangue di Cristo, ivi crocefisso. Per l’Islam la montagna sacra per antonomasia è la KA’aba. La sommità della montagna cosmica è l’ombelico della terra in cui ha avuto origine la terra e la creazione divina. Questi termini specifici sono improntati sull’embriologia trilogica di Dio-Madre-Origine connotati dal simbolismo del “centro” sopravvissuto nei tempi moderni, attraverso l’immagine del templio, imago mundi che si ripresenta nella basilica cristiana, ossia la Gerusalemme Celeste. Il centro è lo spazio limitato, la zona del sacro, quale realtà assoluta per cui la via che vi conduce è difficile come i pellegrinaggi, le peregrinazioni (argonauti), i labirinti, le difficoltà del cammino dentro di sé, al centro dell’essere, quali riti di passaggio dal profano al sacro, dalla realtà all’eternità che preludono l’iniziazione e la consacrazione.
Ogni creazione umana ripete l’atto cosmogonico per eccellenza come creazione; tutto ciò che è fondato si trova al centro del mondo, perché la creazione avviene a partire da un centro. In India, per esempio, per fondare una città o costruire una casa, l’astrologo indica il centro del mondo sopra cui si trova il serpente Vrtra che rappresenta il Caos, amorfo, non manifestato. Lo stregone in seguito pianta il palo nella testa del serpente come gesto primordiale di creazione di Soma e Indra, al fine di assicurare Realtà e Durata (spazio trascendente che corrisponde con il centro) di una costruzione: così è ripetuto l’atto divino della creazione esemplare, con la ripetizione dell’atto cosmogonico, per cui il tempo concreto è proiettato in un tempo mitico.


Rituali e gesti profani ripetono atti posti ab origine dagli dei.


Ogni rituale ha un modello divino, un archetipo paradigmatico. Si suppone che tutti gli atti religiosi fondati da dei, eroi civilizzatori, antenati mitici, ma anche ogni azione umana, hanno significato perché ripetono l’azione mitica compiuta dal dio, eroe, antenato, per cui l’uomo ripete l’atto della creazione.
Il calendario religioso commemora tutte le fasi cosmogoniche ab origine, per esempio il sabato giudaico, quale imitatio dei.
La liturgia ecclesiastica è la totale ripetizione della vita e della passione di Gesù.
I riti matrimoniali riproducono la ierogamia, come unione delle divinità cielo e terra. Il mito cosmogonico risulta un modello essenziale per tutte le cerimonie con scopo di restaurazione della pienezza integrale originaria. Si recita il mito cosmogonico della creazione per tutti i seguenti eventi suffragati, nelle varie tradizioni, da cerimonie rimemorative di uno status originario: la guarigione, la fecondità, la nascita, i lavori agricoli.
Si può anche affermare che il mondo arcaico ignora le attività profane, infatti molti riti legati ad esso, hanno subito un processo di desacralizzazione.
Oggi sono considerati profani diversi rituali come per esempio la danza, che ha origine da un’attività sacra, con riferimento ad un modello extraumano, quale l’animale totemico o emblematico, la divinità, l’eroe. Lo scopo precipuo della danza è rendere onore ai morti e propiziare un buon ordine del cosmo, attraverso movimenti e cadenze che imitano il gesto archetipico o il momento mitico. Dunque la ripetizione è la riattualizzazione e ritualizzazione di “quel tempo”. I rituali del duello, della lotta-conflitto richiamano l’imitazione di modelli archetipici. Per esempio, nella tradizione nordica il primo duello tra il dio Thorr e il gigante Hurungnir prelude a gestualità e movenze che vengono ripetute anche nell’iniziazione militare. Secondo le società tradizionali tutti gli atti importanti della vita quotidiana sono rivelati ab origine da dei o eroi: gli uomini ripetono quei gesti paradigmatici.
L’oggetto o l’atto mitici sono reali solo se imitano o ripetono un archetipo. L’uomo arcaico si riconosce reale quando cessa di essere “se stesso” e ripete i gesti di un altro. Questa ontologia primitiva presenta una struttura platonica, ossia arcaica, per l’abolizione del tempo con l’imitazione di archetipi e ripetizione di gesti paradigmatici. Quando l’atto acquista realtà per la ripetizione di modelli archetipici, subentra l’abolizione del tempo profano, della sua durata e della storia, così l’azione è trasportata in epoca mitica. 
Molti grandi condottieri e sovrani del passato si consideravano imitatori di un eroe primordiale, con la trasformazione dell’uomo in archetipo con la ripetizione dell’atto sacro: tale memoria collettiva conserva il ricordo di un avvenimento storico.
L’imperatore Dario si riconosceva nell’eroe della mitologia persiana Traetaona che uccise un mostro.
I faraoni egizi si immedesimano nel dio RE vincitore del drago.
La storia è una ritualizzazione e riattualizzazione del mito primordiale. Per esempio San Giovanni di Rodi, celebre perché uccise il drago di Malpasso, è integrato in una categoria mitica, in un archetipo, in un modello esemplare, ossia il San Giorgio.
La mitizzazione dei prototipi storici dei canti epici popolari sono modellati sugli eroi dei miti antichi. Il ricordo di un avvenimento storico permane per breve durata nella memoria popolare che trasforma e assimila gli avvenimenti in categorie mitiche e i personaggi storici in archetipi: in questo senso la memoria popolare è antistorica.



La rigenerazione del tempo


In ogni civiltà è presente la concezione della fine e dell’inizio di un periodo temporale fondato sulle osservazioni dei ritmi biocosmici in un sistema di purificazioni periodiche (digiuni, confessioni) e di rigenerazione ciclica della vita e del tempo. Alla fine dell’anno subentra l’abolizione dell’anno passato e del tempo trascorso. Le cerimonie di purificazione racchiudono il significato della combustione delle colpe dell’individuo e della collettività, con una nuova nascita mediante la cacciata di presenze demoniache, malattie e peccati,