Palestina - L’illusione della pace
All’inizio di maggio, mentre era in visita in Israele e nei Territori occupati, il segretario di stato americano Colin Powell si è incontrato con il nuovo primo ministro palestinese Abu Mazen e con un piccolo gruppo di rappresentanti della società civile
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L’illusione della pace

 





Internazionale 492, 12 giugno 2003

Secondo Barghuti, Powell ha manifestato sorpresa e un lieve sconforto alla vista delle mappe computerizzate degli insediamenti, del reticolato alto otto metri e delle decine di posti di blocco israeliani che hanno reso la vita dei palestinesi tanto difficile e il loro futuro così nero.

Malgrado la sua importante posizione, Powell ha una visione piuttosto limitata della realtà palestinese. Tuttavia ha chiesto di poter portare via alcuni materiali e – cosa ancor più importante – ha assicurato ai palestinesi che il presidente Bush si dedicherà all’attuazione della road map con lo stesso impegno dimostrato in Iraq. Affermazioni praticamente identiche sono state fatte negli ultimi giorni di maggio dallo stesso Bush, in alcune interviste alla stampa araba, anche se come al solito ha detto cose generali anziché scendere nel dettaglio. Il presidente statunitense si è incontrato in Giordania con i leader palestinesi e israeliani; in precedenza aveva visto alcuni dei principali leader arabi, tranne il presidente siriano Bashir el Assad.

Tutto ciò rientra in quella che si presenta come una grande campagna americana. Il fatto che Ariel Sharon abbia accettato la road map (anche se con riserve sufficienti a pregiudicare la sua accettazione) è un buon auspicio per la creazione di uno stato palestinese autosufficiente.

La visione di Bush (questo termine inserisce una strana nota sognante in quello che dovrebbe essere un piano di pace in tre fasi, definitivo e che punta dritto allo scopo) si dovrebbe realizzare riformando l’Autorità Nazionale Palestinese, eliminando ogni violenza contro gli israeliani, e creando un governo palestinese che soddisfi i requisiti posti da Israele e dal cosiddetto Quartetto (Stati Uniti, Nazioni Unite, Unione europea e Russia) che ha partorito il piano.

Dal canto suo, Israele si impegna a migliorare la situazione umanitaria, ad allentare le restrizioni e togliere il coprifuoco, anche se non specifica dove e quando. La prima fase del piano prevede entro il mese di giugno lo smantellamento degli ultimi 60 insediamenti situati sulle alture (i cosiddetti “avamposti illegali creati a partire dal marzo 2001”), anche se non dice nulla sulla rimozione degli altri insediamenti, quelli dove abitano i duecentomila coloni della Cisgiordania e della Striscia di Gaza. Per non parlare degli altri duecentomila che vivono nella parte orientale di Gerusalemme, annessa da Israele.

Una simmetria fuorviante
La seconda fase, definita di transizione e che va da giugno a dicembre, dovrebbe riguardare in via prioritaria l’“opzione di creare uno stato palestinese indipendente con confini provvisori e attribuzioni di sovranità”, non meglio specificate. Questa fase, secondo il piano, culminerà in una conferenza internazionale per approvare e poi “fondare” uno stato palestinese, ancora una volta dai “confini provvisori”. La terza fase dovrebbe mettere fine una volta per tutte al conflitto, anche per mezzo di una conferenza internazionale con il compito di risolvere le questioni più spinose: profughi, insediamenti, Gerusalemme e confini.

Il ruolo di Israele, in tutto questo, è collaborare: l’onere vero e proprio ricade sui palestinesi, che devono rispettare una raffica di impegni in rapida successione, mentre l’occupazione militare prosegue più o meno invariata, anche se un po’ allentata nelle principali aree invase nella primavera del 2002. Non sono previsti meccanismi di monitoraggio, e la fuorviante simmetria che caratterizza la struttura del piano lascia in larga misura a Israele il controllo e la decisione su quello che succederà poi, sempre che qualcosa succeda. Quanto ai diritti umani dei palestinesi – attualmente non tanto ignorati, quanto repressi – il piano non contiene nessun provvedimento specifico: quindi sta a Israele decidere se andare avanti per la stessa strada o cambiare rotta.

Dopo l’Iraq
Per una volta, dicono i soliti commentatori, Bush offre un’autentica speranza di soluzione per il Medio Oriente. Secondo la maggior parte dei mezzi d’informazione, i contenuti del documento (in gran parte tratto dai piani di pace precedenti) sono il risultato della fiducia in sé che Bush avrebbe ritrovato dopo il trionfo in Iraq.

Come accade in molte discussioni sul conflitto palestinese-israeliano, i discorsi si basano su luoghi comuni manipolati e ipotesi inverosimili piuttosto che sulle realtà del potere e della storia vissuta. Chi esprime posizioni scettiche o critiche viene liquidato come antiamericano, mentre molti leader delle organizzazioni ebraiche accusano la road map di esigere troppe concessioni da parte di Israele. Ma i principali organi di stampa non smettono di ricordarci che Sharon ha parlato di “occupazione” – cosa che finora non aveva mai fatto – e ha perfino annunciato la sua intenzione di porre fine al dominio israeliano su tre milioni e mezzo di palestinesi. Ma sa esattamente che cosa ha proposto di far finire?

Il 1 giugno un commentatore di Ha’aretz, Gideon Levy, scriveva che Sharon, al pari della maggioranza degli israeliani, non ha idea “di come si vive sotto il coprifuoco nelle comunità che sono sotto assedio da anni. Che ne sa dell’umiliazione dei posti di blocco, o della gente costretta a percorrere strade di ghiaia e fango per portare in ospedale una donna che ha le doglie? Che ne sa di come vive chi soffre la fame? Che ne sa delle case demolite? Dei bambini che vedono i genitori picchiati e umiliati nel cuore della notte?”.

Un’altra omissione spicca nella road map: il gigantesco “muro divisorio” che Israele sta costruendo in Cisgiordania – 347 chilometri di cemento armato che vanno da nord a sud, 120 dei quali già in piedi. Il muro è alto 8 metri e spesso 3,5; il suo costo è stimato sul milione e 600mila dollari a chilometro. Il muro non si limita a dividere Israele da un ipotetico stato palestinese in base al tracciato dei confini del 1967: include anche nuove estensioni di terra palestinese, a volte pari a 5 o 6 chilometri. È circondato da trincee, reticolati elettrificati e fossati, ed è disseminato di torrette di guardia a intervalli regolari.

Quasi dieci anni dopo la fine dell’apartheid in Sudafrica, questo spaventoso muro razzista sta sorgendo senza alcun commento da parte della maggioranza degli israeliani e dei loro alleati americani, i quali, che lo vogliano o no, pagheranno il grosso delle spese. Le case dei quarantamila abitanti palestinesi della cittadina di Qalqilya si trovano al di qua del muro, e la terra che coltivano – anzi di cui vivono – sta dall’altra parte. Si calcola che quando la costruzione del muro sarà ultimata quasi 300mila palestinesi si ritroveranno divisi dalla loro terra.

Di tutto questo la road map non parla, come non parla della recente approvazione da parte di Sharon della costruzione di un altro muro nella zona orientale della Cisgiordania che, se sarà eretto, ridurrà al 40 per cento della superficie originaria l’estensione di territorio palestinese disponibile per lo stato sognato da Bush. È esattamente ciò che Sharon pensava fin dall’inizio.

Dietro l’accettazione israeliana del piano – con pesanti modifiche – e dietro l’evidente impegno degli Stati Uniti a realizzarlo c’è una premessa non detta: il relativo successo della resistenza palestinese. E questo è vero indipendentemente dal fatto che uno condanni o meno certi suoi metodi e l’alto prezzo che ha imposto a una nuova generazione di palestinesi.

La proposta della road map è stata accompagnata da ragioni di ogni genere: ha il sostegno del 56 per cento degli israeliani, Sharon si è finalmente piegato alla realtà internazionale, Bush ha bisogno di una copertura arabo-israeliana per le sue avventure militari in altre parti del mondo, i palestinesi sono finalmente rinsaviti e hanno dato il potere ad Abu Mazen, eccetera eccetera. Tutto questo è vero in parte: ma io continuo a sostenere che se non fosse stato per i palestinesi e per il loro irremovibile rifiuto di essere “un popolo sconfitto” – come li ha definiti il capo di stato maggiore israeliano – non ci sarebbe nessun piano di pace. Tuttavia chiunque creda che la road map offra davvero una soluzione, o che affronti i problemi di fondo, si sbaglia.

Questo piano scarica interamente sui palestinesi l’esigenza di moderazione, di rinuncia e di sacrificio, negando così la durezza e la rilevanza della storia palestinese. Leggere fra le righe della road map significa trovarsi di fronte a un documento privo di collocazione effettiva, cioè senza alcun riferimento di tempo e di luogo.

In altre parole la road map non è tanto un piano di pace, quanto un piano di pacificazione: cerca il modo di mettere fine al problema Palestina. Di qui la ripetizione del termine “performance” nell’arida prosa del documento: in altre parole, il comportamento che ci si aspetta dai palestinesi. Nessuna violenza, nessuna protesta, più democrazia, leader e istituzioni migliori. Il tutto in base al concetto che il problema di fondo è la ferocia della resistenza palestinese, anziché l’occupazione che è all’origine di quella resistenza. Dagli israeliani non ci si aspetta niente di paragonabile, tranne la cessione dei piccoli insediamenti a cui accennavo prima, noti come “avamposti illegali” (categoria del tutto nuova, la quale suggerisce che altri insediamenti israeliani in territorio palestinese siano legali), e il “congelamento” – ma certo non la rimozione o lo smantellamento – di quelli principali.

Non si dice una parola su quello che i palestinesi hanno subìto, dal 1948 e poi di nuovo dal 1967, per mano di Israele e degli Stati Uniti. Neanche una parola sull’arresto dello sviluppo dell’economia palestinese, di cui parla la ricercatrice americana Sara Roy in un libro di prossima pubblicazione (Scholarship and Politics: Selected Works of Sara Roy on the Palestinian-Israeli Experience 1985-2003).

La demolizioni delle case, lo sradicamento degli alberi, gli oltre cinquemila prigionieri, la politica degli omicidi mirati, le chiusure dei territori a partire dal 1993, la distruzione generalizzata delle infrastrutture, l’incredibile numero di morti e feriti: tutto questo, e altro ancora, viene taciuto. La feroce aggressività e il rigido unilateralismo del team negoziale statunitense e di quello israeliano sono già noti.

Quanto alla squadra palestinese, ispira scarsa fiducia, composta com’è da schiere di sostenitori di Arafat riciclati e in là con gli anni. La road map sembra aver regalato una seconda giovinezza a Yasser Arafat. Nonostante la stupida politica israeliana di umiliarlo rinchiudendolo in un edificio semidistrutto dai bombardamenti, Arafat ha ancora il controllo della situazione. Resta il presidente eletto della Palestina, ha in mano i cordoni della borsa (tutt’altro che gonfia) e, per quanto riguarda il suo status, nessuno dei componenti dell’attuale squadra “riformista” (che a parte due o tre novità significative sono esponenti riciclati della vecchia squadra) ha il carisma e il potere del vecchio.

Prendiamo Abu Mazen, per esempio. Lo incontrai per la prima volta nel marzo del 1977, alla prima riunione del consiglio nazionale dell’Olp a cui partecipai al Cairo. Il suo fu senz’altro il discorso più lungo e lo tenne in quel suo tono didattico, acquisito probabilmente quand’era insegnante nel Qatar. Spiegò ai parlamentari palestinesi le differenze fra sionismo e dissidenza sionista. Fu un intervento degno di nota, visto che all’epoca la maggioranza dei palestinesi ignorava che in Israele non ci fossero soltanto sionisti integralisti, ma anche molti attivisti e pacifisti.

Retrospettivamente, quel discorso di Abu Mazen segnò l’avvio di una vera e propria campagna da parte dell’Olp: una serie di incontri in Europa, per lo più segreti, fra palestinesi e israeliani che discutevano lungamente sulla pace e che hanno contribuito a creare, nelle rispettive società, la base di consenso che ha reso possibile il processo di Oslo.

Da Damasco a Tunisi
Tuttavia nessuno dubitava che Arafat avesse autorizzato il discorso di Abu Mazen e la successiva campagna. E mentre i partecipanti palestinesi a questi incontri provenivano dal centro della scena politica palestinese (cioè al Fatah), gli israeliani erano un gruppuscolo emarginato di pacifisti sbeffeggiati da tutti, il cui coraggio era lodevole proprio per questo. Durante gli anni dell’Olp a Beirut, cioè fra il 1971 e il 1982, Abu Mazen è rimasto a Damasco.

Poi ha raggiunto Arafat e il suo staff in esilio a Tunisi, dove ha vissuto per circa dieci anni. Io l’ho incontrato laggiù diverse volte e sono rimasto colpito dal suo ufficio organizzatissimo, dai suoi modi da tranquillo burocrate e dal suo evidente interesse per l’Europa e gli Stati Uniti. Si dice che dopo la conferenza di Madrid del 1991, Abu Mazen abbia radunato gli esponenti dell’Olp e alcuni intellettuali indipendenti presenti in Europa e li abbia suddivisi in squadre, con il compito di preparare documenti su temi specifici come l’acqua, i profughi, la situazione demografica e i confini in vista di eventuali negoziati.

Questo avveniva prima di quelli che sarebbero poi diventati gli incontri segreti di Oslo del 1992 e del 1993. Purtroppo, per quanto ne so, quei dossier non sono mai stati usati, nessuno degli esperti palestinesi è mai stato impegnato nelle trattative e gli esiti di quell’opera di ricerca non hanno influenzato i documenti finali.

A Oslo gli israeliani hanno messo in campo una serie di esperti aiutati da mappe, documenti, statistiche e almeno diciassette bozze degli accordi che i palestinesi avrebbero finito per firmare. I palestinesi, invece, hanno limitato la loro squadra negoziale a tre esponenti dell’Olp completamente diversi fra loro, nessuno dei quali conosceva l’inglese o aveva la minima esperienza di trattative internazionali o d’altro genere. A quanto pare, la scelta di Arafat era stata dettata dall’intenzione di non essere tagliato fuori dalla trattativa, specie dopo la sua uscita da Beirut e la disastrosa decisione di schierarsi con l’Iraq nella guerra del Golfo del 1991. Nelle memorie di Abu Mazen (1) e in altri resoconti aneddotici delle discussioni di Oslo, il merito di essere stato “l’architetto” degli accordi è riconosciuto all’attuale premier palestinese, anche se non si è mai allontanato da Tunisi. Ma la maggior parte dei resoconti delle trattative di pace evidenzia che a tirare le fila era sempre Arafat.

L’équipe negoziale americana, guidata da Dennis Ross, ex dipendente della lobby israeliana (occupazione a cui è tornato), spalleggiava di continuo la posizione israeliana. Dopo dieci anni di trattative, la posizione di Israele consisteva nel restituire ai palestinesi il 18 per cento dei Territori a condizioni del tutto sfavorevoli, mentre l’esercito israeliano manteneva il controllo della sicurezza, dei confini e delle risorse idriche. Intanto il numero degli insediamenti era più che raddoppiato.

Fin dal ritorno dell’Olp nei Territori occupati, nel 1994, Abu Mazen è rimasto una figura di secondo piano, universalmente nota per la sua “flessibilità” nei confronti di Israele, per l’arrendevolezza nei confronti di Arafat e per la totale mancanza di qualsiasi base politica organizzata, sebbene sia stato fra i fondatori di al Fatah e poi membro e segretario generale del suo comitato centrale. Per quanto ne so, non è mai stato eletto a nessuna carica, e di certo non nel Consiglio legislativo palestinese. L’Olp e l’Autorità Nazionale Palestinese sotto Arafat sono tutt’altro che trasparenti. Poco si sa del modo in cui si prendono le decisioni, in cui si spendono i soldi e chi abbia voce in capitolo a parte Arafat.

Ma tutti concordano sul fatto che Arafat – diabolico manager e maniaco del controllo – resta la figura centrale sotto ogni punto di vista. Ecco perché la nomina di Abu Mazen a primo ministro, che tanto piace agli americani e agli israeliani, è vista dalla maggioranza dei palestinesi come una barzelletta: la mossa del vecchio per tenersi il potere inventando un nuovo giochino. Abu Mazen è generalmente considerato incolore, moderatamente corrotto e privo di idee proprie chiare, tranne quella di voler compiacere l’uomo bianco.

Al pari di Arafat, Abu Mazen ha sempre vissuto nella regione del Golfo, in Siria, in Libano, in Tunisia e ora nella Palestina occupata. Non conosce altre lingue oltre l’arabo e non è granché né come oratore né come personaggio pubblico.

Il capo della sicurezza
Un’altra figura molto esaltata da israeliani e americani è Mohammed Dahlan, il nuovo capo della sicurezza. Viene da Gaza, è più giovane e intelligente di Abu Mazen, e senza scrupoli. Durante gli otto anni in cui ha gestito uno dei quattordici o quindici organismi di sicurezza, Gaza è stata ribattezzata “Dahlanistan”.

Dahlan si è dimesso l’anno scorso solo per essere nuovamente riassunto come “capo della sicurezza unificata” dagli europei, dagli americani e dagli israeliani, anche se naturalmente anche lui è da sempre un uomo di Arafat. Adesso ci si aspetta che ordini un giro di vite nei confronti di Hamas e della Jihad islamica; una delle ricorrenti richieste israeliane dietro cui si nasconde la speranza che scoppi una guerra civile palestinese.

Per quanto diligente e flessibile si dimostri, Abu Mazen sarà limitato da tre fattori. Uno di questi è lo stesso Arafat, che controlla ancora al Fatah, la formazione che in teoria costituisce anche la base di potere di Abu Mazen. Un altro è Sharon (che presumibilmente sarà spalleggiato dagli americani fino alla fine). In un elenco di quattordici “osservazioni” sulla road map, pubblicato da Ha’aretz il 27 maggio, Sharon ha mostrato i limiti della flessibilità israeliana. Il terzo fattore è rappresentato da Bush e dal suo entourage: a giudicare dal modo in cui hanno gestito il dopoguerra in Afghanistan e in Iraq non hanno né il coraggio né la competenza per la costruzione delle necessarie istituzioni nazionali.

Tuttavia le prospettive immediate per i palestinesi non sono del tutto nere. Rovinata, devastata e quasi distrutta sotto tanti punti di vista, la società palestinese non perde la speranza. Non esiste un’altra società araba altrettanto sanamente rumorosa e indisciplinata; nessun’altra è più ricca di iniziative civiche e sociali e di istituzioni funzionanti, tra cui un conservatorio musicale miracolosamente vitale. Benché siano in larga misura disorganizzati, i palestinesi della diaspora sono ancora attivamente coinvolti nei problemi del loro destino collettivo. Soltanto una minima parte di questa energia è riuscita a insinuarsi nell’Autorità Nazionale Palestinese, che è rimasta stranamente lontana dalla sorte della sua gente. Secondo alcuni sondaggi, al Fatah e Hamas insieme hanno l’appoggio di circa il 45 per cento dell’elettorato palestinese; il restante 55 per cento ripone le sue speranze in esperienze politiche ben diverse.

Un’iniziativa promettente
L’unica formazione autenticamente di base che si tenga alla larga sia dai partiti religiosi e dalla loro politica settaria, sia dal nazionalismo tradizionale dei vecchi militanti di al Fatah, è l’Iniziativa politica nazionale (Ipn), guidata da Mustafa Barghuti, un medico che ha studiato a Mosca. Ex leader del partito comunista, è stato direttore del Comitato per il soccorso sanitario ai villaggi, un organismo che ha portato l’assistenza sanitaria a oltre centomila palestinesi nelle zone rurali. Barghuti ha lavorato con gli israeliani, gli europei, gli americani, gli africani, gli asiatici e gli arabi per costruire un movimento di solidarietà che non si limita a predicare il pluralismo e la coesistenza, ma li pratica.

L’Ipn non si arrende di fronte alla militarizzazione caotica dell’intifada. Offre programmi di formazione per i disoccupati e servizi sociali per i poveri, sostenendo che questa è una risposta alla situazione attuale. Ma soprattutto l’Ipn – che sta per diventare un partito politico – cerca di mobilitare la società palestinese, in patria e in esilio, perché si tengano libere elezioni: elezioni autentiche che rappresentino gli interessi dei palestinesi anziché quelli degli israeliani o degli americani. L’ autenticità è quello che manca nel percorso tracciato per Abu Mazen.

(1) Through Secret Channels: The Road to Oslo: Senior Plo Leader Abu Mazen’s Revealing Story of the Negotiations with Israel (Reading, Gb 1995).

Traduzione di Marina Astrologo

http://www.internazionale.it/firme/articolo.php?id=3623

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