Europa e America
A paragone con la febbre guerriera degli Stati Uniti, l'Europa conserva un atteggiamento più moderato e riflessivo. Ma non ha ancora assunto un ruolo capace di bilanciare sul serio le posizioni dell'America
EDWARD SAID
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Europa e America

A paragone con la febbre guerriera degli Stati Uniti, l'Europa conserva un atteggiamento più moderato e riflessivo. Ma non ha ancora assunto un ruolo capace di bilanciare sul serio le posizioni dell'America


Cracow Film Festival - gprowski

Internazionale 465, 28 novembre 2002

Benché abbia visitato la Gran Bretagna decine di volte, non ci ho mai trascorso più di una o due settimane di fila. Quest’anno, per la prima volta, sto da due mesi a Cambridge, dove sono ospite di un college e tengo un ciclo di lezioni. La prima cosa da dire è che qui la vita è molto meno frenetica che a New York, dove ha sede la mia università, la Columbia. Forse questo ritmo un po’ più rilassato si deve in parte al fatto che la Gran Bretagna non è più una potenza mondiale, ma anche all’idea, salutare, che le antiche università di questo paese sono luoghi di riflessione e studio, e non centri economici che sfornano esperti e tecnocrati per l’industria o per lo stato.

È un’atmosfera particolarmente piacevole, specie oggi che gli Stati Uniti sono pervasi da una febbre della guerra che trovo ripugnante, oltre che insopportabile. In Europa si respira un clima non solo più moderato e riflessivo, ma anche meno astratto, più umano, più ricco di complessità e sfumature. Ho notato un’altra grande differenza fra l’America e l’Europa: negli Stati Uniti il ruolo della religione e dell’ideologia è molto più forte che nel Vecchio continente. Da un recente sondaggio è emerso che l’86 per cento degli americani si ritiene amato da Dio. Tanti si strappano le vesti e si lamentano dell’islam fanatico, che considerano un flagello per il mondo. E lo è, come tutti i fanatici convinti di fare la volontà di Dio e di combattere in suo nome.

Ma la cosa più strana è che negli Stati Uniti c’è una marea di cristiani fanatici e sette fondamentaliste. Questi 60 milioni di persone, che formano lo zoccolo duro del consenso attorno a George W. Bush, sono il blocco elettorale più potente che sia mai esistito nella storia americana. Mentre in Gran Bretagna il tasso di frequentazione delle chiese è sceso in maniera impressionante, negli Stati Uniti non è mai stato alto come oggi. È questo connubio fra la destra cristiana e i cosiddetti neoconservatori che alimenta la tendenza all’unilateralismo degli Stati Uniti, la loro arroganza e la convinzione di essere investiti di una missione divina.

Gli esordi del movimento neoconservatore risalgono agli anni settanta: inizialmente era solo una formazione visceralmente anticomunista che credeva nella supremazia americana. I cosiddetti “valori americani”, di cui oggi ci si riempie la bocca, furono inventati proprio a quell’epoca da personaggi che erano stati marxisti e poi si sono convertiti radicalmente alla fede opposta. Per queste persone uno dei principali articoli di fede era la difesa acritica di Israele, considerato un baluardo della democrazia e della civiltà occidentale contro l’islam e il comunismo.

Dietro la campagna per la guerra contro l’Iraq c’è invece la generazione successiva di neoconservatori: Dick Cheney, Paul Wolfowitz, Condoleezza Rice e Donald Rumsfeld. Un gruppo che gode dell’appoggio di decine di commentatori di giornali e televisioni.

In Europa non scorgo nessuna traccia di fenomeni del genere, né esiste quella letale combinazione di soldi e potere su vasta scala che consente di controllare sia le elezioni sia la politica del governo. A questo proposito, vale la pena ricordare che due anni fa George W. Bush ha speso oltre 200 milioni di dollari per farsi eleggere alla Casa Bianca e che Michael Bloomberg, sindaco di New York, ha speso per la sua campagna elettorale 60 milioni di dollari. A me questo non sembra un genere di democrazia che altre nazioni possano voler imitare. Eppure, a quanto pare è accettata in modo acritico dalla grande maggioranza degli americani.

Oggi negli Stati Uniti, più che in qualsiasi altro paese, i centri di controllo del potere sono lontani dalla maggioranza dei cittadini. Le grandi corporation e i gruppi di pressione fanno quello che vogliono della “sovranità” popolare e lasciano ben poco spazio a un autentico dissenso o a un vero cambiamento politico. La posizione ideologica comune a quasi tutti coloro che fanno parte di questo sistema è che l’America è meglio di tutti, che i suoi ideali sono perfetti e la sua storia è inappuntabile. Contestare questa tesi significa essere “antiamericani”.

Dunque c’è poco da stupirsi che in America non sia mai esistita una sinistra organizzata, o un vero partito di opposizione, come ce ne sono in ogni paese europeo. La sostanza dell’atteggiamento americano è che il mondo si divide in bianco e nero, buoni e cattivi, nostro e loro. È un dualismo manicheo, che preoccupa gran parte degli europei, i quali considerano l’America la loro salvatrice di un tempo e la loro protettrice di oggi, ma vivono il suo abbraccio come ingombrante e fastidioso.

Detto questo, mi ci vorrà ancora del tempo per capire quand’è che l’Europa tornerà in sé e si assumerà quel ruolo di bilanciamento dell’America che le sue dimensioni e la sua storia l’autorizzano a svolgere. Nell’attesa, la guerra si avvicina inesorabilmente.

Traduzione di Marina Astrologo


http://www.internazionale.it/firme/articolo.php?id=2320



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