Perchè dovevamo colpire - Tony Blair - La Repubblica 18 dicembre 1998
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Perchè dovevamo colpire


Tony Blair - La Repubblica 18 dicembre 1998


MERCOLEDÌ ho parlato con i presidenti degli Stati Uniti e della Francia, con il Cancelliere tedesco e con altri leader mondiali a proposito della grave situazione in Iraq. A seguito di queste discussioni, con il cuore rattristato, ho dato l'annuncio della partecipazione delle forze britanniche all'attacco militare massiccio contro i bersagli in Iraq.


 Abbiamo messo in campo le nostre forze contro obiettivi essenzialmente militari.


 In primo luogo, per neutralizzare la potenzialità di Saddam Hussein di produrre e impiegare armi di distruzione di massa, compresi sistemi di comando, di controllo e di lancio.


 In secondo luogo, per contenere la minaccia che egli costituisce per i suoi confinanti, indebolendo la sua capacità militare.


 SONO fiducioso che questi siano obiettivi raggiungibili e che l'azione che abbiamo intrapreso sia adeguata al reale pericolo che Saddam Hussein rappresenta per i Paesi confinanti, il Medio Oriente e ancora oltre.


 Dopo la guerra del Golfo, nell'aprile del 1991, l'Iraq aveva accettato di eliminare tutti i suoi armamenti per la distruzione di massa e di non costruirne più in futuro. Questo era il prezzo che doveva pagare per la cessazione delle ostilità. Il suo potenziale includeva un programma di armi nucleari, missili a lunga gittata, un arsenale di armi chimiche di enormi proporzioni, che aveva già usato contro gli iraniani e il suo stesso popolo, e un programma di armi biologiche, in grado di annientare più volte l'intera popolazione del globo.


 Ci si aspettava che ciò sarebbe avvenuto nell'arco di pochi mesi. Ma gli ispettori sono stati continuamente ostacolati, minacciati, ingannati e raggirati. Nonostante ciò, l'Unscom ha portato avanti il suo incarico scrupolosamente, spesso superando difficoltà di ogni sorta, riuscendo a eliminare più armamenti di distruzioni di massa che non la guerra del Golfo, compresi 38.000 missili con testate chimiche, 48 missili Scud e una fabbrica di armi biologiche progettata per produrre oltre 50.000 litri di antrace, neurotossine botuliniche e altre sostanze mortali; ne restano però molte altre. Per esempio, non sono ancora state trovate più di 610 tonnellate di componenti chimici per la produzione di gas nervino VX.


 Nel corso degli anni Saddam Hussein ha perseguito inesorabilmente il suo obiettivo: dominare il suo popolo e i suoi confinanti con la forza militare. Lui vuole conservare tutte le armi che può, comprese quelle per la distruzione di massa. Le ha già usate prima. Non ho dubbio che, se gliene fosse stata lasciata l'opportunità, le avrebbe usate ancora.


 Le autorità irachene hanno opposto un duro ostruzionismo agli ispettori dell'Unscom dopo che era stata scoperta l'intera portata del programma di armamenti nel 1996 e all'inizio del 1997. Questo ha determinato una serie di crisi con il Consiglio di sicurezza e la comunità internazionale, dapprima nell'ottobre 1997 e in seguito nel febbraio di quest'anno. In entrambi i casi Saddam Hussein ha fatto marcia indietro, quando si è trovato davanti alla minaccia reale delle armi, e in quelle occasioni è stato ampiamente riconosciuto dalla comunità internazionale che soltanto la minaccia delle armi poteva farlo desistere.


 Il copione è sempre lo stesso. Nell'agosto ha interrotto la collaborazione con l'Unscom, infrangendo l'accordo che aveva raggiunto con il segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, in febbraio. Il 30 ottobre, l'ha cessata del tutto. Il 15 novembre è stato sospeso un attacco Usa/Inghilterra soltanto in seguito a una dichiarazione di collaborazione incondizionata da parte di Saddam Hussein, undici ore prima che ciò avvenisse.


 Abbiamo dato all'Iraq l'ultima possibilità. Congiuntamente, noi e gli americani abbiamo dato un avvertimento estremamente chiaro, e cioè che se ancora una volta Saddam Hussein non avesse tenuto fede alla sua parola, non ci sarebbero stati altri avvertimenti o trattative diplomatiche.


 Sfortunatamente, Saddam Hussein è un uomo per il quale l'ultima opportunità di fare una cosa giusta equivale a un'ennesima opportunità di fare la cosa sbagliata. A Richard Butler, presidente dell'Unscom, è stato richiesto di mettere all'opera immediatamente i suoi ispettori e di riferire al Consiglio di sicurezza. Egli ha detto che l'avrebbe fatto entro un mese. Lunedì, un mese dopo, l'ha fatto. L'ostruzionismo sistematico, da lui descritto, significava che un'azione militare immediata era inevitabile.


 È per questo che io respingo totalmente il sospetto che il momento dell'azione sia stato in qualche modo influenzato dagli avvenimenti politici in atto a Washington.


 La relazione di Butler era estremamente chiara e senza appello. Ha definito le esperienze dell'Unscom: collaborazione limitata in alcuni settori, ma, per il resto, un atteggiamento di ostruzionismo per quanto concerneva l'accesso ai documenti, il contatto con il personale iracheno e le ispezioni a sorpresa in luoghi sospetti. In alcuni settori la mancanza di collaborazione è stata ancor più accentuata che non in tempi precedenti.


 Queste circostanze ci hanno posti davanti a una scelta dura, ma precisa. Permettere che questo stato di cose continuasse, con la Unscom sempre più privata dei suoi poteri; il che significava, al tempo stesso, mettere in condizioni Saddam Hussein di arricchire il suo arsenale di armi di distruzione di massa; e permettere un mercanteggiamento unilaterale e ingiustificato sulle sanzioni. Oppure, avendo esaurito tutte le possibilità di soluzione diplomatica, decidere che se la Unscom non poteva svolgere il suo lavoro, avremmo dovuto bloccare la restante capacità d'azione di Saddam con un intervento diretto. Responsabilmente potevamo agire in un modo solo.


 La decisione di agire militarmente contro l'Iraq è stata presa con grande rammarico. È una responsabilità molto pesante. Nonostante i nostri sforzi, ci saranno avvenimenti imprevisti in Iraq.


 Quello che succederà dopo la fine dell'azione militare, dipende almeno tanto da Saddam quanto da noi. Io spero che alla fine rientri in sé e riconosca che l'unico modo per trovare appoggio presso la comunità internazionale e uscire dal tunnel, è la totale accettazione delle richieste del Consiglio di sicurezza.


 Pur sapendo che vi sono opinioni assai diverse al proposito, sono confortato dalla reazione dell'opinione internazionale. Abbiamo avuto una buona dose di comprensione e di sostegno. La cosa non ci sorprende, visto quanto tutti abbiamo lavorato a far sì che Saddam Hussein mantenesse la sua parola. Non l'ha fatto neanche una volta. Il rischio che egli finga è reale, non teorico.


 Abbiamo agito perché dovevamo farlo, per far fronte a un pericolo vero e immediato nei confronti di un tiranno che non ha mai esitato a usare qualsiasi arma gli fosse venuta tra le mani.



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