Perché ci si occupi di diritti umani - Amnesty International Rapporto Annuale 2004
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Rapporto Annuale 2004


Rapporto Annuale 2004

Perché ci si occupi di diritti umani


Messaggio di Irene Khan, Segretaria Generale di Amnesty International


 


Il 19 agosto 2003 l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Sergio Vieira de Mello, è rimasto ucciso nell’attentato dinamitardo che ha distrutto l’edificio che ospitava le Nazioni Unite a Baghdad, a quasi dieci anni dalla creazione dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite con il mandato di rafforzare e promuovere la tutela dei diritti umani.


Mentre uno dei più stimati difensori dei diritti umani moriva sotto le macerie, il mondo aveva buoni motivi per chiedersi com’era stato possibile che la legittimazione e la credibilità delle Nazioni Unite fossero state intaccate sino a tal punto. Scavalcate in occasione della guerra all’Iraq e ignorate nel periodo successivo, screditate a causa della loro percepita debolezza sotto la pressione degli Stati dominanti, le Nazioni Unite sono apparse di fatto paralizzate nei loro tentativi di richiamare gli Stati alle loro responsabilità di fronte al diritto internazionale e all’obbligo di tutelare i diritti umani.


In un simile contesto, inevitabile chiedersi se gli eventi del 2003 non avessero anche sferrato un colpo mortale agli ideali di una giustizia globale e di universalità dei diritti umani, ideali che per primi ispirarono la creazione di istituzioni sovranazionali come le Nazioni Unite. Se i diritti umani sono usati dai governi come un mantello da indossare o di cui disfarsi in base al proprio opportunismo politico, può la comunità internazionale degli Stati essere guardata con fiducia quando si fa promotrice di tali ideali? E che cosa può fare la comunità internazionale dei cittadini per salvare i diritti umani da sotto le macerie?


La risposta a questi interrogativi è giunta la settimana stessa dell’attentato all’ufficio delle Nazioni Unite, quando in Messico alcune donne sono riuscite a strappare un primo risultato nel cammino verso la giustizia per le loro figlie assassinate. Prive di influenze e di mezzi, per dieci anni queste donne avevano lottato per questo momento, finché, alla fine, erano riuscite a costringere il presidente messicano Vicente Fox e le autorità federali a intervenire. Ero assieme alle madri di Ciudad Juárez quando furono raggiunte dalla notizia della loro conquista. Non dimenticherò mai la gioia sui volti di queste donne e la loro gratitudine per le migliaia di persone che in tutto il mondo avevano contribuito a ottenere un cambiamento di rotta nella loro vicenda. Una rete mondiale di solidarietà internazionale era riuscita a diffondere a livello planetario la loro lotta. Nell’osservarle, ho potuto toccare con mano le conquiste che si possono ottenere per i diritti umani grazie alla dinamicità dello spazio virtuale della società civile mondiale.


Ardue sono le sfide che il movimento mondiale per i diritti umani si trova ad affrontare in un’epoca come questa. In quanto attivisti, dobbiamo confrontarci con la minaccia posta dagli atti spietati, crudeli e criminali perpetrati da gruppi o da singoli individui. Dobbiamo altresì resistere alla reazione violenta contro i diritti umani generata dalla ricerca assoluta di una teoria sulla sicurezza globale che ha determinato profonde divisioni nel mondo. Dobbiamo muoverci per compensare l’incapacità dei governi e della comunità internazionale di tener fede alla giustizia sociale ed economica.


La tragedia di Baghdad rappresenta un chiaro monito (benché non sia affatto l’unico) sulla minaccia globale che proviene da quanti sono pronti a servirsi di qualsiasi mezzo per perseguire i propri fini politici. Noi condanniamo inequivocabilmente le loro azioni. Essi sono colpevoli di perpetrare abusi dei diritti umani e di violare il diritto internazionale umanitario, in alcuni casi fino a commettere crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Essi devono essere portati in giudizio, ma – e sotto questo aspetto punto prendiamo le distanze da determinati governi – nel pieno rispetto degli standard stabiliti dal diritto internazionale. I diritti umani valgono per i migliori come per i peggiori, per gli innocenti come per i colpevoli. Il diniego a un equo processo rappresenta un abuso di diritto e rischia di trasformare gli aguzzini in martiri. È per questo che chiediamo che Saddam Hussein sia processato secondo gli standard internazionali. È per questo che ci opponiamo alle commissioni militari per i detenuti della base navale statunitense di Guantánamo Bay, a Cuba, le quali operano al di fuori degli standard internazionali.


Non esiste altra via verso la sicurezza sostenibile se non quella del rispetto dei diritti umani. L’agenda sulla sicurezza globale messa in atto dall’Amministrazione statunitense manca di lungimiranza ed è sterile in via di principio. Sacrificare i diritti umani in nome della sicurezza nazionale, chiudere un occhio sugli abusi compiuti all’estero, e servirsi della forza militare preventiva quando e dove si vuole non accresce la sicurezza né assicura la libertà.


Guardiamo ai crescenti moti di rivolta in Iraq, all’espandersi dell’anarchia in Afghanistan, all’infinita spirale di violenza in Medio Oriente, all’ondata di attentati suicidi nelle città affollate di tutto il mondo. Pensiamo alla continua repressione degli uighuri in Cina e degli islamisti in Egitto. Immaginiamo il livello e la portata dell’impunità che ha segnato le immani violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario nei conflitti "dimenticati" in Cecenia, Colombia, Repubblica Democratica del Congo e Nepal – dimenticati da tutti ma non certo da coloro che quotidianamente subiscono in prima persona i loro distruttivi effetti.


L’ambiguità di linguaggio getta discredito sui diritti umani e tuttavia è un fenomeno tristemente comune. Gli Stati Uniti e i loro alleati hanno preteso di voler combattere la guerra in Iraq per proteggere i diritti umani – ma non hanno esitato a intaccare i diritti umani per vincere la "guerra al terrorismo". La guerra in Iraq è stata lanciata con il dichiarato scopo di arginare la minaccia dettata dalle armi di distruzione di massa, tuttavia il mondo è pervaso da armi di piccolo calibro e da armi convenzionali che uccidono più di mezzo milione di persone ogni anno. E quel che è peggio, in nome della cosiddetta "guerra al terrorismo", molti paesi hanno allentato i controlli sulle esportazioni verso quei governi che sono noti per la spaventosa situazione dei diritti umani in cui versano i loro paesi – tra cui Colombia, Indonesia, Israele e Pakistan. Il commercio incontrollato di armi espone tutti noi a maggiori rischi, sia in tempo di guerra che di pace.


L’Iraq e la "guerra al terrorismo" hanno messo in ombra le enormi problematiche in materia di diritti umani dei nostri tempi. Secondo alcune fonti, i paesi in via di sviluppo spendono ogni anno circa 22 miliardi di dollari americani in armi, mentre sarebbero sufficienti 10 miliardi di dollari americani all’anno per ottenere una scolarizzazione universale di base. Dietro queste statistiche si nasconde un enorme scandalo: la mancata promessa di combattere la povertà estrema e di affrontare la vasta ingiustizia economica e sociale.


Secondo alcuni esperti, esiste un rischio reale che la realizzazione degli Obiettivi di sviluppo del Millennio delle Nazioni Unite – come la riduzione della mortalità infantile e materna, la scolarizzazione di base di tutti i bambini, il dimezzamento del numero di persone che non hanno accesso all’acqua potabile – non possa essere raggiunta poiché l’attenzione e le risorse internazionali sono dirottate verso la "guerra al terrorismo".


I poveri e gli emarginati sono coloro ai quali viene più spesso negata la giustizia e anche coloro i quali trarrebbero i maggiori benefici da un’equa realizzazione dello Stato di diritto e dei diritti umani. Tuttavia, nonostante il crescente dibattito sull’indivisibilità dei diritti umani, nella realtà i diritti economici, sociali e culturali vengono disattesi, cosicché per la stragrande maggioranza della popolazione mondiale i diritti umani non sono che un costrutto artificioso. Non è una pura coincidenza il fatto che, durante la guerra in Iraq, si sia pensato di dare priorità alla protezione dei pozzi petroliferi piuttosto che alla protezione degli ospedali.


Né può sorprendere che la grande imprenditoria riesca a fare ciò che vuole e a farla franca, oppure scelga di non fare ciò che dovrebbe sostenendo di non essere vincolata da chiare responsabilità di fronte alla legge o alle norme sui diritti umani. Le Norme delle Nazioni Unite su diritti umani e imprenditoria, approvate durante l’anno, costituiscono un passo importante verso la responsabilità delle imprese, e tuttavia sono oggetto di attacchi concertati da parte di aziende e governi.


In questo scenario di abusi e impunità, ipocrisia e standard a duplice uso, che cosa possiamo fare perché ci si occupi veramente di diritti umani?


Possiamo dimostrare che i diritti umani offrono un ideale potente e affascinante di un mondo migliore e più giusto, e formano la base di un piano concreto su come ottenerlo. I diritti umani danno speranza a donne come Amina Lawal, in Nigeria, la cui sentenza di morte è stata annullata a seguito della massiccia mobilitazione generata dal suo caso. Essi forniscono uno strumento a difensori dei diritti umani come Veldenia Paulino nella lotta contro la brutalità della polizia nelle favelas di São Paulo, in Brasile. Essi ancora danno voce a chi non può far sentire la propria: i prigionieri di coscienza, i prigionieri della violenza, i prigionieri della povertà.


In un’epoca di profonda incertezza, il mondo ha bisogno non solo di lottare contro le minacce globali, ma anche di lottare per una giustizia globale. I diritti umani sono un vessillo capace di mobilitare la gente a livello planetario per la causa della giustizia e della verità. In America Latina, grazie al lavoro di migliaia di attivisti, l’onda si sta rivoltando contro l’impunità che ha pervaso quella regione. Nonostante la crociata degli Stati Uniti volta a indebolire la giustizia internazionale e assicurare l’immunità a livello planetario per i propri cittadini, la Corte penale internazionale ha nominato il proprio pubblico ministero ed è operativa a tutti gli effetti. A poco a poco anche i tribunali degli Stati Uniti e del Regno Unito hanno iniziato a chieder conto ai rispettivi governi dei tentativi di limitare i diritti umani in nome della loro "guerra al terrorismo".


I diritti umani esprimono una promessa di eguaglianza e giustizia a milioni di donne di tutto il mondo. Le recenti modifiche legislative a favore delle donne inserite nel codice civile del Marocco aprono un capitolo del tutto nuovo per la parità di genere nella regione. Nel riconoscere che i diritti umani hanno il poter di rendere universale la lotta delle donne, i soci di Amnesty International si sono uniti agli attivisti per i diritti delle donne e a molti altri per promuovere campagne mondiali con l’obiettivo di far cessare la violenza sulle donne. Ci appelliamo ai leader, alle organizzazioni e ai privati cittadini affinché si impegnino pubblicamente a cambiare loro stessi e ad abolire leggi, sistemi e atteggiamenti che consentono alla violenza sulle donne di prosperare.


I diritti umani stanno per cambiare il mondo in meglio. Attraverso il forte messaggio dettato dai diritti umani, Amnesty International ha lanciato una campagna congiunta con Oxfam e International Action Network on Small Arms (IANSA) affinché sia possibile raggiungere un controllo delle armi di piccolo calibro a livello mondiale. A quanti asseriscono che la cosa non funzionerà, citiamo l’esempio delle coalizioni che hanno portato alla messa al bando delle mine antipersona e alla creazione della Corte penale internazionale. Siamo convinti che la pressione esercitata dall’opinione pubblica unita al sostegno dei governi riuscirà a produrre un cambiamento di rotta.


Il presente rapporto esalta questi e altri successi, ma non per questo lasceremo che tali risultati mettano in ombra le sfide più ardue che abbiamo davanti a noi. Viviamo in un mondo pericoloso e diviso dove il rilievo dato ai diritti umani è quotidianamente messo a dura prova, la legittimazione dei diritti umani messa in discussione, e la "responsabilità vacante" di governi, istituzioni internazionali, gruppi armati e attori imprenditoriali in continua crescita. È esattamente in un mondo come questo che abbiamo bisogno di una sempre più ampia fascia di umanità pronta a dichiarare: «Basta. Le cose devono cambiare».


Non esiste comunità internazionale più forte che una società civile planetaria. Attraverso i propri soci e alleati nel movimento dei diritti umani, Amnesty International si impegna a far rivivere e rinnovare l’ideale dei diritti umani quale potente strumento per un concreto cambiamento. È grazie alla voce e agli ideali di milioni di uomini e donne che riusciremo a far avanzare il messaggio dei diritti umani.


Amnesty International Rapporto Annuale 2004



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