IL PROBLEMA DEGLI INVISIBILI: Studenti stranieri ''fuori'' dalle scuole a Milano
Luigi Ambrosi
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ASSENTI GLI  STRANIERI O IL COMUNE, LA REGIONE E IL MINISTRO DELL’ISTRUZIONE?


 


Come insegnante che per anni è stato tra i promotori delle iniziative interculturali cittadine nelle scuole di Milano (dai menù etnici alle sfilate per il capodanno cinese,  islamico...) mi aspetto da tempo che scoppi il problema degli “invisibili”. L’ipotesi di istituire classi di soli studenti islamici:è solo la risposta (sbagliata) ad una situazione che sta ampiamente degenerando. Alle migliaia e migliaia di figli di immigrati il Ministro della Istruzione ha già deliberato il loro abbandono e la loro emarginazione; anche nel testo della Riforma Moratti gli studenti di origine straniera scompaiono. La già avvenuta eliminazione dei distacchi di docenti su intercultura e alfabetizzazione ha tolto ogni ponte tra alunni stranieri e istituzione, tra altre culture e scuola. Consolati e Associazioni culturali delle comunità etniche non hanno avuto accesso ai fondi della Legge 40 / 98 che prevedeva la salvaguardia di lingua e cultura d’origine, fondi che la Regione ha avocato a se. Il Comune di Milano/Assessorato all’Educazione ha chiuso quel poco di sperimentazione nelle scuole che con fatica i docenti avevano concordato con le Associazioni di Comunità,


Nella metropoli milanese la classe dirigente fa finta di non vedere e quindi decreta  l’invisibilità di oltre  28.000 studenti di origine straniera ( e con un trend di crescita marcato),


Ma i 28.000 invisibili, un quarto della popolazione studentesca, sono di carne ed ossa  e prima o poi occorre farci i conti o i problemi esplodono. Ciò che più frana è la gestione delle differenze, in particolar modo le differenze culturali e religiose: abbiamo una classe dirigente totalmente incapace a gestirle e di una marcata rozzezza e provincialismo culturale. Pretendono che 28 000 studenti di origine straniera accettino l’azzeramento totale della loro cultura (dove se ne parla ora nelle scuole?), siano culturalmente totalmente italianizzati (o colonizzati?) e, naturalmente, non siano abbastanza italianizzati da avere il diritto di voto. Contraddizione.


Vogliono una scuola di “mercato”, che rispona ai bisogni dell’utenze: ma se questa utenza è immigrazione straniera, niente più scuola di mercato. Contraddizione.


Pretendono che nella scuola laica si possa parlare di religione cristiana e crocefissi, ma che non sia possibile farlo per chi di religione islamica  o altra religione. Contraddizione. Si propongono valori di cittadinanza ed uguaglianza universali e poi si pretende che sia insegnata solo la cultura e tradizione giudaico-cristiana.. Contraddizione.


Dalle nostre scuole escono studenti di origine straniera che possono sapere tutto dei Promessi Sposi ma nulla sul principale loro poeta o letterato. Stiamo assistendo ad un plagio ed a una colonizzazione culturale vergognosa. Eppure in diversi Stati Europei  i programmi prevedono ore destinate alla conservazione di lingua e cultura d’origine. Eppure a Milano si è sperimentata con grande successo la conoscenza e la relazione tra culture diverse nelle scuole: nell’ambito del progetto “Il mondo in un piatto di …feste”  coinvolgendo  centinaia di scuole, Associazioni di  Comunità etniche, e numerosi Consolati, prima che Ministro dell’ Istruzione ed Ente Locale ne decidessero l’affossamento.


Ora gli alunni stranieri, in particolare i neo arrivati, giacciono in stato di abbandono nelle classi, per quanta buona volontà ci possano mettere gli insegnanti (quando ce la possono mettere).


In questo quadro, come non pensare che cresca e si rafforzi la tendenza a scuole etniche?


Se non è riconosciuta minimamente la propria diversità culturale e/o religiosa, la scuola etnica diventa l’unico modo per salvarsi dalla colonizzazione  e dal plagio culturale.


Il problema è quindi diverso: come rendere accettabile, forse anche attraente, la scuola pubblica per le altre etnie, quali elementi culturali possono essere accolti e/o condivisi. Il problema non riguarda solo gli islamici, ma può riguardare tutte le altre etnie man mano che si afferma un bisogno  ed una ricerca di identità culturale. Penso al prezzo che questa classe dirigente monoculturale sta facendo pagare per esempio alle donne, alle famiglie di immigrati cinesi, che non volendo far perdere ai figli la tradizione culturale e di valori, sono costretti a staccarsi dai figli piccoli e mandarli in Cina a studiare. Cosa è riuscita ad offrire Milano e la sua classe dirigente, come ha gestito questo bisogno e questa differenza?  Le scuole avrebbero potuto fare, ma è stato impedito.


Occorrerebbe che ci fosse la volontà politica di inviare segnali di riconoscimento e relazione con le differenze: ore settimanali dedicate alla lingua e cultura d’origine, a disposizione di tutti gli interessati, unità didattiche interculturali per tutti gli studenti, corsi di alfabetizzazione nelle scuole,  e tanti altri segnali di disponibilità, per esempio come ha fatto la regione Campania, promuovere come giornata di festa le date più significative delle altre culture. Così gli immigrati potrebbero cominciare a sentire anche propria questa scuola. Ma, come sappiamo, manca la volontà politica.


Così ora sorgono i problemi…  e possono non essere piccoli se si mettono insieme le famiglie dei 28 000 invisibili, i Consolati, ed il mondo della scuola.


Potrebbe poi non essere più sufficiente per qualche Assessore farsi fotografare con alunni stranieri in braccio e scoprire tardivamente che nella riforma della Scuola c’era stata qualche dimenticanza.


 


Ambrosi Luigi, insegnante.



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