Il marchio del genocidio. Voci di donne dal Ruanda insanguinato.
Un libro di Ivana Trevisani
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Il marchio del genocidio
Voci di donne dal Ruanda insanguinato. Un libro di Ivana Trevisani
DANIELA PADOAN

Il 6 aprile 1994 l'aereo sul quale volava il presidente ruandese Juvénal Habyarimana venne abbattuto. Le autorità annunciarono il coprifuoco e i miliziani e i soldati governativi hutu presero il controllo della capitale Kigali. Radio Mille Collines, l'emittente radiofonica degli estremisti hutu, iniziò una metodica campagna d'odio, indicando come bersagli i cittadini tutsi, che venivano chiamati Inyenzi, «scarafaggi». Quel 6 aprile è lo stigma, il marchio impresso a fuoco con il quale si aprono tutti i racconti delle donne tutsi sopravvissute a uno sterminio che in soli tre mesi falcidiò a colpi di machete quasi un milione di persone. Ivana Trevisani, autrice di Lo sguardo oltre le mille colline - Testimonianze del genocidio in Rwanda (Baldini Castoldi Dalai, pp. 213, € 13.20) le ha incontrate nel 1996, in un viaggio difficile, in fuga ella stessa da un nodo doloroso e irrisolvibile: la malattia della madre.


«Macellazione», «barbarie», «carneficina» sono le scorciatoie semantiche, le parole convenzionali fin troppo utilizzate dai media, che etichettano il terribile allontanandolo dalla coscienza, mentre gli accadimenti - trame fatte di storie e di individui - hanno bisogno, per raggiungerci davvero, di essere raccontati con le parole di chi li ha vissuti, di chi ne è stato testimone e dunque mártyr (colui, colei che ha visto). Ivana Trevisani decide di raccontare - anzi, di farsi raccontare - il genocidio ruandese, affidandosi alle parole pacate che scorrono nella relazione cercata, amata, con altre donne.


Più di un saggio, di un trattato, di mille articoli, questi fili di esistenze formano un disegno impossibile da dimenticare. Volti che si stagliano dando senso a cifre impressionanti, episodi che, muovendo da scene comuni - un parto, un pollaio devastato, la spesa al mercato - ci conducono alla deflagrazione dell'umano senza permetterci di fingere che non ci riguardi; perché lì, in quel racconto, in quell'ascolto, ci siamo anche noi.


«Partita da `esperta' per spendere un sapere professionale» spiega l'autrice - psicoterapeuta che ha svolto attività di formazione all'estero, soprattutto in fasi post-belliche - ben presto si rende conto che «l'apparato umanitario che elargisce, dispone, stabilisce di necessità e bisogni, impone regole sottraendosi alle relazioni, dalle barricate di un agire che nutre illusioni, crea dipendenza e fa poi precipitare nello sgomento della perdita improvvisa chi su quelle illusioni aveva cominciato a riprogrammare la propria esistenza».


Scopre così che i bisogni primari stanno in un racconto donato nella fiducia che vi sia un ascolto; un abbraccio capace di rinsaldare la comune appartenenza umana. Fra le tante storie raccolte in questo libro scegliamo la prima, terribile, ma che pure dà il senso del dar vita femminile; dar vita, miracolosamente, a un bambino, e dar vita simbolicamente, nella difficile ricostruzione, alle piccole orfane che non hanno più riferimenti.


Amata è sposata da sei anni con uno scrittore i cui radiodrammi vengono spesso trasmessi alla radio. «Tra il 6 e il 7 aprile il cielo ci cadde addosso: era la notte dell'attentato e della morte del presidente Habyarimana. Fu l'inizio dei massacri, si cominciò la caccia ai tutsi in tutto il paese. Dal Nord al Sud, dall'Est all'Ovest si uccideva, si moriva, si scappava, ci si nascondeva». Alle due del mattino, in preda alle doglie, Amata tenta un viaggio disperato verso l'ospedale, nascosta su un camioncino carico di patate.


Poche ore dopo la sua partenza, il marito e il fratello, rimasti a casa, vengono uccisi; al marito vengono mozzate le mani «perché non possa più scrivere». La casa è distrutta, bruciata, depredata. Dell'esistenza non rimane più nulla, oltre ai due bambini che Amata trascina per mano, e al terzo che ha nella pancia. Dopo essere rimasta nascosta per due giorni nella cuccia di un cane, si mette in cammino verso la casa dei genitori. «In meno di tre giorni tutta la collina aveva già saputo che ero lì. Gli assassini si sono presentati. La prima volta mia madre ha dato loro dei soldi. La seconda volta mio padre ha promesso una vacca. La terza volta avrebbero dovuto consegnare me e i miei bambini. Il bambino dentro di me ignorava ciò che sta succedendo».


Il parto si avvicina, le doglie diventano insopportabili. Anziché ucciderla, imprevedibilmente, i miliziani, machete in spalla, la portano di nascosto, facendola passare per un compagno ferito, in quello che veniva chiamata «macello», il vecchio ospedale; a metà strada il bambino comincia a uscire, prima la testa, poi le spalle.


All'ospedale «una vecchia infermiera mi ha riconosciuto subito perché era stata mia insegnante. Mi ha detto: Non hai possibilità di scampo, vai via da questo posto perché alle otto vengono qui i militari per "ripulire", e a loro non sfuggiresti».


Eppure Amata riesce a scappare e raggiunge un campo per rifugiati sulle colline, insieme ai tre figli e alle due figlie di suo fratello e della moglie, assassinati. Costituisce un'associazione di donne in cui ciascuna mette in comune le proprie competenze, per dare alle bambine e alle ragazze orfane una possibilità di continuare a vivere.


«Siamo donne con conoscenze diverse, io sono infermiera, ci sono insegnanti, ci sono persino un paio di donne che hanno fatto parte del Ballet National du Rwanda che tengono corsi di danza tradizionale e insegnano alle bambine. Altre insegnano a condurre una casa, a cucire, a cucinare».


Lo sguardo oltre le mille colline è un esempio di come sia possibile stare in presenza del dolore lasciandocene toccare, intaccare, senza sovrapposizioni che chiamano in causa un di più di competenza, di sapere, forse di narcisismo. Facendo spazio e risonanza dentro di sé all'esperienza di dolore ma anche alla forza dell'altra. «Parlare di forza, della propria forza» conclude Agate in un altro straordinario racconto «può dare ad altre la forza; parlare della debolezza fa restare nell'odio».


È così che, fuori dalle retoriche dell'«umanitario» e dai sensi di colpa occidentali, ci si può mettere a riparare un tessuto leso da entrambe le parti, a prodigarci reciprocamente cure di cui tutti abbiamo bisogno.


il Manifesto - 7 aprile 2004



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