L’EDUCAZIONE INTERCULTURALE: UN VIAGGIO ATTRAVERSO L’APPRENDIMENTO E LA COMUNICAZIONE
Alessandra Micheli
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L’EDUCAZIONE INTERCULTURALE:


UN VIAGGIO ATTRAVERSO L’APPRENDIMENTO E LA COMUNICAZIONE


 



 


Gregory Bateson[1] fu il primo sociologo che si fermò a considerare la religione come uno dei mezzi di trasmissione di significato più importanti. Aspetto cardine del suo pensiero fu l’intuizione che,  ogni creatura vivente, fosse una sorta di metafora della più generale storia naturale che era in grado di rendere accessibile la percezione della natura sistemica del mondo in virtù della  predisposizione umana a conoscere e pensare per storie. Queste, comunicano dei principi e delle verità eterne della storia e della biologia e  permettendo agli uomini di modellare il proprio sistema sociale, in analogia con il più ampio sistema ecologico.


Come nella religione, anche nell’educazione in genere, si dovrebbe garantire l’acquisizione di una visione olistica. Il divario mente/natura, la miopia sistemica e la finalità cosciente, in fondo, non hanno fatto altro che accentuare la tendenza dell’uomo a provocare danni al proprio ambiente. Nella sua varietà di forme, nel suo continuo cambiare e nella sua staticità, il mondo attorno a noi sembra allo stesso tempo familiare e sconosciuto. Quell’avvertire con la parte non consapevole di noi, analogie e differenze, consonanze e dissonanze e il fornire risposte esplicite alle esplicite domande sul perché e sul come accade, è la premessa del nostro essere vivi, del nostro apprendere. Apprendere è la specialità dell’essere umano, significa elaborare un processo di conoscenza che passa attraverso un riconoscere la struttura che connette a noi stessi. Se la finalità cosciente impedisce la visione unitaria del reale, è necessario recuperarla per vivere i rapporti in una maniera più sana; bisogna trovare un metodo educativo diverso, più attento alle relazioni e alla sensibilità estetica della consapevolezza sistemica per poter vivere in maniera più sana e meno distruttiva le scelte che il nostro essere umani ci impone.


Il processo dell’apprendimento è dotato di una doppia struttura: una componente selettiva, conservativa e una componente casuale, creativa che prelude perciò al cambiamento. La componente conservativa agisce da filtro critico per ammettere il nuovo; attraverso il metodo della comparazione, le nuove idee si confrontano con le idee preesistenti con la logica e con il senso comune. Qui, l'elemento creativo si manifesta nell’interazione con l’ambiente esterno. Interagendo con gli aspetti causali imprevedibili della vita, ogni organismo apprende e mette in atto strategie adattative: è qui che la creatività, l’immaginazione producono nuovi pensieri e creano forme nuove. Il cambiamento avviene in virtù della flessibilità degli organismi; nell’adattarsi all’ambiente esterno l’organismo può, sì cambiare i contesti entro cui vive, ma può anche adattare la propria capacità di adattamento ed essere facilitato in questo dal fatto che apprende ad apprendere. Nel processo mentale dell’apprendimento, però, può accadere che gli individui o la società incamerino stabilmente apprendimenti e quindi cambiamenti, senza averli precedentemente codificati ( ossia senza aver assegnato un nome al processo). La codificazione diviene per l’apprendimento, un processo cruciale; in questo processo però gli esseri umani possono cadere in errori di tipizzazione logica,  ossia di assegnazione di nomi e classi ( gli stereotipi). Nell’accettare il nuovo e nel tendere a massimizzare più che ad ottimizzare, essi potrebbero fissare stabilmente una variabile che sembrerebbe assicurare un momentaneo benessere e assuefarsi all’adattamento che hanno incorporato, senza aver verificato a quale tipo logico appartenga.[2] La configurazione degli organismi viventi manifesta rapporti di relazione, e gli apprendimenti codificati, resi stabili in virtù del continuo ritornare sugli stessi contesti, creano forme rese evidenti non soltanto dal codice verbale ma anche dall’assenza di parole.[3]Il codificare gli apprendimenti procedendo per successivi aggiustamenti, il creare o il riprodurre modelli, schemi astratti e inconsapevoli, permette di rendere stabile:


 ciò che non deve essere facilmente cambiato: costituisce le premesse del cambiamento che è tale in quanto agisce per differenza.[4]


L’immaginazione e la creazione di nuove forme, vengono così temprate dal rigore e si fanno strada nel confronto (e anche nello scontro) con la rigidità del sistema che vogliono cambiare. Ogni sistema cui venga affidato l’apprendimento, rappresenta un filtro critico sotto cui deve necessariamente passare il nuovo. Pianificare tutte le soluzioni o tenere sotto controllo tutte le variabili di un progetto educativo, è pressochè impossibile; conviene piuttosto ampliare le domande e riformularle al fine di inserire le risposte in una prospettiva più grande. Quello che serve per educare l’uomo verso una strada che, passando attraverso i tradizionali metodi educativi porta alla pace, all’integrazione etnica, è ripensare il pensiero, la nostra umanità, le nostre epistemologie alla luce di una Gestalt più vasta, per riconsiderare, alla luce del fondamento biologico della vita e della conoscenza, i contesti entro cui ragioniamo di apprendimento e i contesti dove viene programmata la trasmissione culturale dei contenuti e dei metodi educativi.


Nel caso dell’educazione interculturale, bisogna rendersi conto di un fatto scontato ma di fondamentale importanza spesso trascurato: la trasmissione culturale sarebbe facile se, coloro che apprendessero, fossero macchine banali.[5] Le persone alle quali si rivolgono i metodi educativi, coloro che imparano per tentativi ed errori, hanno già maturato alcune idee su se stessi e sul mondo. L’apprendere per tentativi ed errori convive, infatti, con l’apprendimento che avviene nella prima infanzia e che struttura quello che poi noi saremo, il nostro modo di segmentare gli eventi e l’esperienza. L’apprendimento conseguito nella prima infanzia, ha la caratteristica di autocovalidarsi e di conseguenza lo rende quasi inestirpabile. L’accettare la pluralità delle intelligenze in qualsiasi processo educativo si rivela sì una scelta saggia e obbligata,[6]ma rappresenta anche un fattore di rischio perché se tutte le epistemologie funzionano, grazie al loro continuo autoconvalidarsi, non tutte sono corrette soprattutto dal punto di vista dell’ecologia delle idee. Ad esempio, un’epistemologia incentrata interamente sull’io e non sulla relazione con l’altro, può essere distruttiva per entrambi e per tutto il sistema sociale. Nel caso dell’educazione all’intercultura questa relazione con l’altro fondata sulla comprensione e sul rispetto, è fondamentale.


Alla modifica di componenti del carattere che possono rendere inutile lo sforzo di ogni ad addetto alla costruzione di un mondo multiculturale, è necessario che si adegui il comportamento al contesto. Noi viviamo in un contesto difficile non solo da gestire a causa della sua logica ambigua e sfumata, ma anche perché risulta differente dal modello comportamentale a cui siamo stati educati. Il contesto sociale in cui l’apprendimento si svolge (che può essere la scuola, la famiglia, la società o il gruppo di amici) appare come il luogo dove, alla cura dell’estetica della relazione, si accompagna una costante verifica delle variabili che collaborano a definire la forma del contesto, la sua adeguatezza agli apprendimenti sollecitati e dei comportamenti strutturati nel carattere delle persone.


 Nasce, così, il problema di quali resistenze al cambiamento del carattere vadano rimosse, laddove la centralità della persona rischia di vanificare il progetto di un’educazione aperta alla collettività. Certe rigidità, risultato dell’assuefazione e di una certa maniera di segmentare l’esperienza, non sono stati immutabili che informano in modo determinstico sui futuri cambiamenti. La reversibiltà delle abitudini apprese dimostra che un organismo può conseguire un adattamento nuovo a nuovi contesti; è lecito ammettere e richiedere cambiamenti che il carattere di un individuo può sopportare, e che sono ragionevolmente finalizzati e motivati dal contesto di apprendimento. Esiste da un lato una tendenza verso la coerenza che è propria dell’organismo, il quale pertanto tende a rifiutare ciò che avverte letale per il suo equilibrio; però d’altro lato ci può essere la coerenza e la persistenza del nuovo stimolo. A favore del cambiamento o del miglioramento dell’apprendimento collaborano la durata della sequenza correttiva, l’aver adattato un certo apprendimento all’età e il ritorno ciclico sulle stesse cose e anche l’esercizio; è così che un apprendimento, casuale e aleatorio, da semplice percezione di una differenza, si trasforma in cambiamento. è la persistenza di un’idea nuova è garantita non soltanto dalla sua forza interna e dall’essersi combinata con abilità complementari ma, anche e soprattutto, dalla sua durata “anche le idee migliori resteranno scritte sulla sabbia e sull’acqua se l’incursione nel casuale non si accompagna alla ricerca di una forma che le faccia durare.”[7]


Dietro tanti comportamenti inadeguati al contesto, esiste un uso sconsiderato della libertà o l’ignorarne i limiti ma anche l’assenza da parte dell’apparato educativo di messaggi che informino sia sul necessario rigore delle procedure sia sulle forme e sui processi che facilitano la stabilità degli apprendimenti e il riconoscerli da parte di chi apprende.[8] Sono molti gli apprendimenti che possiamo comprendere e di cui possiamo avere consapevolezza. Si può ragionare anche sugli automatismi e prendere atto che sono sbagliati, cambiarli però, è un passaggio di altro ordine. L’affrontare un problema per tentativi ed errori è salutare nella fase di scoperta del problema, ciascuno nel tenere sotto controllo l’elemento casuale, si misurerà con l’esperienza acquisita e le competenze ridurranno il tempo di acquisizione per tentativi ed errori, della nuova competenza. Nel tempo però, è conveniente convertire quella flessibilità in rigidità occorre che, quel fermarsi a comprendere, sia convertito in memoria stabile e inconsapevole. Per conseguire la competenza stabile, occorre che su qualche versante colui che apprende crei qualche rigidità; sarà così più probabile che la tensione verso un certo apprendimento giunga a manifestarsi in una forma adeguata. Nel corso di queste operazioni si potrebbero incamerare altre nozioni, anche quelle che non si era messo in conto di imparare. L’apprendimento imprevisto acquista significato in virtù di quella rigidità che intenzionalmente escludeva altri apprendimenti; questo modo di atteggiarsi verso la molteplicità degli eventi ha all’origine alcuni apprendimenti forti e ben costruiti, magari saranno quegli apprendimenti che avranno cambiato il grado di flessibilità (l’aver esplorato più campi disciplinari può aver accresciuto la flessibilità). La scoperta di nuovi apprendimenti e di nuovi modi di segmentare gli eventi e di integrarli con la personale epistemologia, porta a riconsiderare la relazione tra se o l’oggetto dell’apprendimento. Nel caso dell’educazione all’intercultura questo porta ad una riconsiderazione dell’idea della differenza e dell’unione  e delle modalità con cui quest’ultima possa essere raggiunta; inoltre, l’apprendimento può cambiare inconsapevolmente la flessibilità necessaria all’adattamento ad un contesto più ampio.


Il concetto di apprendimento superiore consente all’attore sociale.


 "di modificare la sua capacità di apprendere da parte dello stesso sistema in rapporto ai contesti co-costruiti, consente di acquisire un saper-fare, ma anche un saper fare acquisizione di sapere, per riconoscere non soltanto ciò che in modo virtuale, era già noto”.[9]


Apprendere, comporta l’unione del conosciuto con lo sconosciuto, comporta l’organizzare e riorganizzare l’equilibrio/disequilibrio di un sistema rispetto all’ignoto al nuovo. Il riuscire a superare i contrasti tra ciò che siamo e i contesti che attraversiamo, rappresenta un cambiamento di epistemologie. Tale cambiamento risulta necessario nel caso dell’educazione alla convivenza e alle non violenza poiché questi ultimi due comportamenti sono sostenuti da epistemologie che hanno si dimostrato la loro nocività ma che sono profondamente radicate nella nostra società.  Ad esempio le città, i confini, sono nati come risposta a bisogni di espansione, di difesa, di attacco e di conquista, mentre oggi noi dobbiamo educare delle persone  compiti che tamponino , se non addirittura allontanino, le fratture del sistema che provocano la divisione e la difesa. L’educazione delle nuove generazioni ma anche l’educazione degli insegnanti specializzati e dei mediatori, rappresenta una necessità primaria; educare sopratutto al rigore di valori condivisi quali , la pace, il rispetto e la comprensione, ma educare anche al conseguimento di un ordine superiore di cambiamento, ossia alla flessibilità e alla creatività. Queste brevi riflessioni, possono contribuire alla formazione di una mente in grado di affrontare gli innumerevoli contesti e le innumerevoli ambiguità insite nel contesto multiculturale.


 


LA COMUNICAZIONE INTERCULTURALE


La comunicazione rappresenta uno dei fattori chiave grazie al quale le persone, non solo entrano in collegamento tra di loro, ma gestiscono i loro rapporti sociali. Una comunicazione disturbata, o una comunicazione in cui uno o più elementi sono risultati incomprensibili a una parte, può causare comportamenti patologici. Si possono individuare principalmente tre tipi di incomprensioni nelle relazioni umane:


1.      nelle comunicazioni,


2.      nelle relazioni  


3.      nei modi di vivere.


Ciò suggerisce tre importanti cambiamenti nelle nostre percezioni, nei nostri atteggiamenti e nelle relazioni:


1.      Smettere di cercare il controllo degli altri e cercare invece un miglioramento della partecipazione collettiva


2.      Smettere di trattare gli altri come macchine e cercare invece relazioni spontanee


3.      Smettere con l’abitudine alla manipolazione unilaterale del prossimo e cercare, invece, la creazione di modelli sociali di co-evoluzione.


Uno stile di conversazione tale da rendere impossibile all’ascoltatore definire il contorno preciso della conversazione può essere utile per non vedere i contorni delle conversazioni, allo scopo di aumentare le possibilità di una partecipazione creativa da parte di ciascuno. Quindi, è meglio parlare ed ascoltare in maniera circolare, indiretta e metaforica, in modo da mantenere nascoste le diverse caratteristiche del contesto trattato. Da un analisi accurata degli stili comunicativi, si possono dedurre tre importanti cambiamenti nei pensieri e nelle azioni:


·        l’attenzione nel vedere relazioni al posto di oggetti,


·         un nuovo stile comunicativo nelle relazioni interpersonali,


·        percepire forme organizzate al posto della percezione di quantità.


Si intravede così, una possibilità di ottenere una comprensione alternativa di quelle diverse forme di conversazione nelle quali si sottolinea il bisogno di uno spostamento verso un nuovo stile di comunicazione interpersonale, basato sull’ottimizzazione della partecipazione piuttosto che sul controllo dell’espressione delle persone. Il primo problema della conversazione interpersonale  risulta essere, dunque,come il conflitto che nasce nello scegliere tra l’alternativa al tentativo di controllare gli altri nelle conversazioni e quella di incoraggiare la partecipazione attiva degli altri nelle conversazioni.


Il contorno della conversazione è una caratteristica cruciale (o un contrassegno) del tipo di conversazione che si sta svolgendo. In un coinvolgimento aperto e dinamico tra persone è impossibile percepirne i contorni perché essi vengono generati dall’interazione momento per momento tra i partecipanti. Tuttavia in una conversazione chiusa e predeterminata, i contorni sembrano troppo chiari e prevedibili, appaiono come una presenza obbligata, oppressiva e unidirezionale che esclude i contributi personali. Il nostro parlare è controllato. Il valore opposto al controllo degli altri è il concetto di partecipazione di tutti alla costruzione del loro sistema relazionale ampio e globale. Si sottolinea l’importanza di vedere l’intero sistema di interazione tra individui, nel quale tutti sono incorporati in una più ampia totalità e come la nostra personale sopravvivenza dipenda da questa rete di conversazioni sovra-ordinata.


Ci deve essere una sorta di estetica un’estetica mente/natura nel nostro modello. Questa è un’unità necessaria che, va apprezzata comprendendo che la mente non è confinata all’interno della scatola cranica, la mente è un fenomeno al quale noi prendiamo parte, mentre passa, si estende, o condivide la nostra partecipazione nel suo viaggio lungo il suo circuito di esistenza. Dobbiamo essere attenti su come partecipiamo a questi circuiti dato che qualsiasi umana malvagità, arroganza, presunzione tenderanno a trovare i loro riflessi patogeni nelle parti di natura che diventano folli.[10]


La questione riguarda in quale misura i nostri sistemi di conversazione siano fondati sul controllo, ostilità, manipolazione e perciò in quale misura noi siamo in grado di partecipare apertamente nei sistemi di comunicazione dentro i quali viviamo. Passiamo molto tempo in conversazioni nelle quali si fanno sforzi estremi per eseguire un controllo unilaterale o per incanalare la direzione della conversazione, i suoi limiti, o i suoi confini, con il deliberato intento di arrivare ad una destinazione preconcetta. In una rete aperta, relazionale, salutare non si possono vedere i contorni fino a che la conversazione non sia conclusa, nelle reti non salutari, invece, ognuno sa che le sue parole non hanno una reale influenza nella discussione, o sa quello che gli altri si aspettano che lui dica. La scelta è tra quella di essere controllato o imparare a controllare se stessi o gli altri, oppure di elaborare creativamente cambiamenti continui nel proprio sistema di vita. L’illusione sottintesa a queste pratiche è basata sulla convinzione che una persona possa impegnarsi in una specie di auto-manipolazione basata in gran parte sul parlare o sul controllo attraverso il parlare; semplicemente non esiste un parlare potente che possa sciogliere curare o rimuovere il dolore o i problemi che causano la sofferenza umana.


Gli altri tipi di errori riguardano la metafora dell’uomo come “macchina.” Queste metafore sono molto pericolose perché queste creano uno spazio all’interno del quale dobbiamo vivere e in questo vivere arriviamo ad essere plasmati dalle metafore che selezioniamo inizialmente. Possiamo trovare difficile giungere a percepire il tipo di metafora che vive dentro le quali viviamo o che vive dentro di noi. Questo rende molto difficile liberarsene, dopo che sono diventate un ostacolo o una limitazione, anziché un mezzo di trasporto utile. Siamo nati nel flusso di interazioni create nello spazio delle metafore sociali dominanti che rimangono in massima parte tacite ed invisibili, in quanto date per scontate. Dentro questo spazio le nostre analisi, il nostro lavoro e le esperienze personali, sono continuamente forgiate, modellate e fornite, a nostra insaputa, di una direzione predeterminata. Una delle più nocive è quella del mondo come macchina. L’idea che dovremmo essere efficienti come macchine è oppressiva e porta ad una situazione di abuso, le capacità di previsione, improvvisazione, generazione spontanea vengono ignorate e rinnegate.


L’approccio sistemico è la migliore alternativa valida alla metafora della macchina. Mediante questo modello, si può trovare un’organizzazione dietro alle strutture formali esplorate dai vari modelli scientifici e dalle varie discipline scientifiche. Se le definizioni devono avere come base le relazioni, l’approccio sistemico è un approccio che rispetta l’autonomia auto-organizzante di un più ampio sistema relazionale che ha le sue proprie ragioni.


La terza questione riguarda l’attitudine a voler cambiare le cose, nel voler riparare o interferire in qualche modo con le cose come sembrano essere in quel momento, sempre dal punto di vista di una parte del sistema che prova ad incollare, controllare, organizzare, il resto del sistema nel suo insieme. Questo, oltre ad essere un concetto insensato, distoglie l’attenzione dalla qualità delle cose per fissarla sulla quantità. In effetti ad una più attenta analisi la manipolazione si verifica più spesso attraverso la riduzione di tutto in quantità. Noi usiamo la metafora quantitativa anche per dare un senso al nostro mondo interiore di soddisfazione personale; la prospettiva di manipolazione di oggetti si estende così alla manipolazione di noi stessi. Questo modo di vivere, causa patologia nella cultura e nelle relazioni reciproche. Trattare i beni e il denaro come se fossero entità qualitative, è un errore epistemologico poiché essi sono meramente quantitativi.


Uno dei modi in cui la patologia viene generata dall’ossessione per la quantità, è nel cercare di massimizzare i nostri possessi quantitativi.[11] La nostra società è basata sull’accumulazione di quantità di denaro, di potere, di successo. La comunicazione tra le parti di un sistema, diviene manipolativa nel momento in cui trasporta questi errati concetti epistemologici che impediscono il riconoscimento dell’organizzazione strutturata della vita. La comunicazione, infatti, cementa in modo saldo e duraturo le nostre percezioni della realtà; se queste sono falsate e distorte di conseguenza tutto il campo dell’esistenza sarà trascinato verso il disastro da una patologia irreversibile.


Ogni persona deve essere incoraggiata a essere pienamente presente e attenta agli scambi che sono contraddistinti da genuini legami sociali. Ogni partecipante ha relazioni che influenzano le relazioni degli uni con gli altri, quali componenti delle stesse reti di conversazioni. Se le persone si ritrovano in reti di conversazioni potenzialmente patologiche o morenti, sono incoraggiate ad essere manipolative nel trattarsi reciprocamente come macchine. Questo ha l’effetto di cancellare valori umani universali dalla reti comunicative come quelli della mutua assistenza, della mutua accettazione e della mutua comprensione. Ciò che viene drammaticamente cancellato è il senso di reciprocità goduta dagli esseri umani nelle reti che consentono relazioni sociali genuine. Senza reciprocità non esiste il modo in cui, le relazioni umane, possano co-evolversi lungo il percorso della fiducia, dell’onestà e della Questo concetto Il il


Bateson mise sempre in guardia l’uomo e lo scienziato contro i pericoli della finalità cosciente


 


                 CONCLUSIONI


 


Ciò che ho cercato di fare con queste riflessioni sulla comunicazione e sull’educazione cerca di rispondere all’antico enigma della sfinge: cos’è l’uomo?


Il modo in cui agiamo e il modo in cui bilanciamo la complessità della liberta e della responsabilità dipendono dalla risposta a questo enigma:


 cosa significa muoversi attraverso un sistema mentale più grande e complesso che ha molteplici contatti con altri sottosistemi mentali, ciascuno dei quali offre una certa  possibilità di totalità?”[12].


In questo modo, si affrontano i problemi relativi ai contatti tra singoli sistemi che si svolgono nel quadro di sistemi ancora più ampi. Cosa vuol dire essere umani? E cosa sono questi sistemi con cui entriamo in contatto e quali relazioni li legano?


Ciò che fingiamo di essere, ciò che le persone ritengono umano,sarà reso parte delle premesse del loro ordinamento sociale; ciò che viene così assimilato sarà sicuramente appreso e diventerà parte del carattere di quanti vi partecipano. Qualsiasi risposta favoriamo, nel diventare parzialmente vera perché la favoriamo, diventa anche parzialmente irreversibile, poiché la natura umana si autoconvalida. Una visione solistica, unitaria senza separazione tra mente e materia tra ragione e emozione, produce una consapevolezza costante di un mondo in cui la natura produce totalità a partire dal raggruppamento ordinato di unità. Se ci si sente parte di un tutto interconnesso, è più facile osservare e modificare le patologie presenti nella società postmoderna. Le patologie come quella del razzismo, della discriminazione, della mancata integrazione, possono essere provocate da uno sconvolgimento nella comunicazione tra le parti di un tutto, da una predominanza di valori deviati quali il potere, il denaro, il controllo e da un’educazione in cui la quantità è posta in primo piano rispetto alla qualità e alla stabilità. ciò non è altro che una disarmonia, una discrepanza, un blocco nell’ecologia interna del corpo sociale.


La risposta al quesito della Sfinge, dunque, riveste una notevole importanza anche in faccende come l’immigrazione dove spesso è stata proprio la concezione dell’uomo a favorire e rendere più cruenti i conflitti sociali. La definizione che noi diamo di essere umano educa anche la società, se un uomo da credito a opinioni infondate circa la sua natura e quella dell’altro, sarà inevitabilmente spinto a mettere in atto, comportamenti immorali e patologici. Questo ci riporta a considerare la nozione di responsabilità. Cos’è un uomo che può conoscere i sistemi viventi e agire su di essi? Fa parte della natura umana apprendere non solo dettaglia anche filosofie inconsce, diventare ciò che si finge di essere, assumere la forma e le caratteristiche che la nostra cultura ci impone. I miti, le filosofie, le costruzioni sociali in cui la nostra vita è immersa, acquistano credibilità via via che diventano parte di noi. E’verso questi miti, verso queste attribuzioni di significato, che siamo responsabili poiché questi forgiano il nostro futuro. Tutti noi, in particolare filosofi ed educatori, sono responsabili verso le risposte che essi danno all’enigma della sfinge:


 Che cos’è l’uomo che Tu te ne curi? Perché l’hai fatto un po’ inferiore agli angeli e l’hai coronato di onore e di gloria..”.[13]


 







[1] Gregory Bateson (1928-1980) fu un famoso antropologo che si dedicò negli ultimi anni della sua carriera a studi sulla comunicazione e sull’apprendimento



[2] Il benessere di una popolazione è di un tipo logico diverso dal benessere di un individuo e viceversa; ed entrambi sono di tipo logico diverso dal benessere delle altre specie. L’assuefazione dunque, impedisce la ricerca di soluzioni adattative migliori per l’ecosistema



[3] Si pensi alle arti marziali, fondate sulla ripetizione meccanica delle figure, mai spiegate a parole dal maestro e dalle quali sortisce la configurazione intera in forma di danza. Le forme i rituali, le metafore, tutti i linguaggi allusivi incontrano la nostra disposizione a cogliere messaggi non del tutto spiegati.



[4] Conserva R. Immaginazione e rigore nei processi di apprendimento in Gregory Bateson, a cura di Marco Deriu, Mondadori Milano 2000 pp.195-217



[5] Per le macchine non banali, quali sono gli esseri viventi, non si danno semplici informazioni che abbiano per esse il medesimo identico significato che hanno per chiunque altro. Quel che sì da, sono perturbazioni, non perturbanti in quanto tali, ma dallo specifico, singolare unto di vista della macchina in questione” S. Manghi “Attraverso Bateson” Raffaele Cortina, Milano 2000, pp.74



[6] Saggia perché nella pluralità degli approcci alla conoscenza risiede la ricchezza di una comunità rispettosa dell’identità della persona, obbligata per la notevole difficoltà che presenta il cambiamento totale del carattere di una persona



[7] Bateson G op. cit. p.68


 



[8] Bateson in “Dove gli angeli esitano” parla a proposito della natura illusoria del libero arbitrio. Quando si passa da un determinismo più stretto a uno leggermente più lasco si rimane nell’universo in apparenza più determinato ma ci si può staccare dal contesto in cui si vive, osservarlo e compiere delle scelte. L’illusione è rappresentata dalla convinzione che, se si riuscisse a raggiungere l’ordine di libertà immediatamente successivo si conquisterebbe la vera libertà. In realtà un aumento di libertà non fa altro che provocare un aumento di responsabilità essendo libertà e responsabilità coppie complementari



[9] Manghi S. (a cura), Attraverso Bateson, Raffaello Cortina Milano 2000, p.209



[10]Secondo Bateson, le nostre menti formano una parte della più ampia Mente, e perciò anche la nostra follia è racchiusa nella Mente più ampia. Ciò significa che la nostra mente immanente è inevitabilmente condotta alla follia dai nostri vari tipi di insensatezza.


 



[11] E’un’esigenza tipicamente occidentale quella di massimizzare ogni variabile sia materiale che emotiva fino ad arrivare all’acme.Questo comportamento che può causare comportamenti patologici viene confrontato con la tendenza balinese ad mirare piuttosto alla stazionarietà e all’equilibrio fra le parti che compongono il sistema sociale. La ricerca dell’equilibrio porta a riconcede che la società balinese non conosce stati schismogenetici, e soprattutto insegna come sia necessaria, oltre che una comunicazione equilibrata e non violenta tra le parti del sistema, anche un educazione della prima infanzia in cui si scoraggi la tendenza al raggiungimento dell’acme delle emozioni.



[12] G. Bateson M:C. Bateson Dove gli angeli esitano Adelplhi Milano 19986 p.265



[13] Salmo 8 v.v4-8


 

Alessandra Micheli
email: alessandramicheli@virgilio.it  


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