Vita da Rom
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Vita da Rom (a Soccavo)



Breve opuscolo di controinformazione sulla situazione
dei Rom nell'area occidentale e non solo








“Lei non è del Castello, lei non è del paese, lei non è nulla. Eppure anche lei è qualcosa, sventuratamente è un forestiero, uno che è sempre di troppo e sempre tra i piedi, uno che vi procura un sacco di grattacapi, (…) che non si sa quali intenzioni abbia…” (F. Kafka, Il Castello)


Nel luglio 2003 il campo rom di Casoria subisce un grave attacco di stampo fascista, diverse molotov vengono lanciate contro le baracche dove vivono centinaia di nomadi rumeni.
L’intera comunità è costretta alla fuga e si sparpaglia sull’intera area metropolitana di Napoli. Alcuni di loro, circa un centinaio, trovano rifugio a piazzale Neghelli, ma anche qui subiscono aggressioni di squadristi e polizia. Dopo aver vagato per giorni nell’area occidentale, si stabiliscono nel campo antistante al TerraTerra. Da subito i compagni del C.S.O.A. prestano soccorso ai rumeni, in particolare ai bambini e ai neonati, che costituiscono buona parte del gruppo e si attivano per trovare loro una sistemazione adeguata. Anche a Soccavo le forze dell’ordine non si sottraggono dall’adempimento del “proprio dovere”: alle 3 del mattino del primo giorno di permanenza dei nomadi rumeni in via Appio Claudio, irrompono in trenta, a pistole spianate, in borghese, senza qualificarsi, terrorizzando i rom. I compagni che si trovano in quel momento all’interno del TerraTerra escono e si interpongono tra i carabinieri e i rumeni; si decide così di farli entrare all’interno del centro sociale, dove questi risiederanno per diversi giorni. Nonostante la gravità della situazione, le Istituzioni non intervengono e fanno finta di non sapere, così si decide di occupare la circoscrizione di Soccavo e di interrompere il consiglio di quartiere. In seguito alle azioni di lotta inizia una trattativa con il comune che porterà all’apertura di una struttura di accoglienza presso la ex scuola media superiore Grazia Deledda (alla Loggetta). Qui la comunità riceve cure mediche e assistenza dalla protezione civile. La struttura è però sottodimensionata rispetto al numero di nomadi e molti di loro sono costretti a vivere in condizioni precarie, nelle adiacenze della tangenziale, all’altezza dello svincolo di Fuorigrotta, presso via Cinthia.
Il 17 agosto 2004 muore all’interno del campo di via Cinthia una bambina di soli tre mesi per un infezione facilmente curabile, vittima predestinata dell’abbandono in cui le istituzioni locali hanno lasciato la comunità rom. Le stesse istituzioni che sfruttano l’accaduto per avviare lo sgombero del campo di via Cinthia senza però predisporre strutture di accoglienza per i rom che vi risiedono. Alla fine solo per novanta di loro, a fronte di alcune centinaia di nomadi, si trova posto nella “Grazia Deledda”, mentre gli altri sono costretti per l’ennesima volta a dividersi e a vagare per la zona occidentale in cerca di un riparo.
La sera del 6 settembre un gruppo di donne rom, tra cui alcune incinte, con bambini al seguito, viene aggredito da sei loschi individui che si erano nascosti dietro i cassonetti posti vicino all’ingresso della scuola Grazia Deledda, sbucati fuori all’improvviso, armati di bottiglie rotte e spranghe di ferro, ed hanno colpito ripetutamente le donne. Due delle donne sono svenute, tutte sono rimaste ferite ed una in particolare ha riportato taglia alle braccia nel tentativo di proteggere il bambino di 8 mesi che portava al seno. Poche ore dopo è stato appiccato un incendio in via Terracina, dove stazionano alcuni rom da quando il campo di via Cinthia è stato sgomberato; un secondo incendio è stato appiccato il giorno seguente alle spalle dell’area verde attrezzata Salvatore Costantino, dove era accampato un altro gruppo di nomadi.
La comunità rom di Napoli si trova oggi sotto al tiro di un fuoco incrociato. Da un lato le istituzioni, le cui uniche risposte alle esigenze dei rumeni sono: l’abbandono culminato il 17 agosto nella morte della bambina di tre mesi; gli sgomberi, come nel caso di via Cinthia e la semi libertà per quei pochi sistemati in “strutture di accoglienza”, tutt’altro che adeguate, come la sopraccitata scuola Deledda. Dall’altra parte di questo fuoco incrociato ci sono, come abbiamo visto in questi giorni, gruppi razzisti che, anche i quartieri come quello di Soccavo dove da 15 mesi gli abitanti ed i rom vivono in pacifica convivenza, sentono di poter agire impunemente e non esitano ad infierire su donne e bambini.


PERMESSO DI SOGGIORNO PER TUTTI I MIGRANTI
CONTINUIAMO LA LOTTA CONTRO LA BOSSI-FINI
NO BOSSES, NO BORDERS!


Luglio 2004 – i rom trovano riparo presso il c.s.o.a. TerraTerra




Luglio 2004 – festa rom all’interno della “Grazia Deledda”


 



Forse non tutti sanno che… ovvero cenni storici sulla “questione zingara”



Fin dai primi anni della sua instaurazione il regime fascista si occupò della “questione” zingara; nel 1938, secondo una disposizione di Mussolini, tutti i nomadi che non avevano un lavoro fisso, furono internati nei campi di concentramento (Abruzzo, Calabria, Sardegna: su una popolazione di 35.000 nomadi, presenti in Italia, circa 6.000 furono internati nei campi). L’entrata in guerra dell’Italia provocò un inasprimento delle misure repressive nei confronti dei nomadi: quelli con cognome straniero vennero internati in appositi campi e contemporaneamente iniziarono le deportazioni nei campi di sterminio nazisti.
È necessario ricordare che i nomadi furono oggetto di persecuzione anche prima del nazismo e del fascismo, infatti già in precedenza esistevano leggi contro di essi, sulla cui base prese forma la legislazione del Terzo Reich in materia; possiamo dire che la persecuzione degli zingari può essere dunque considerata la conseguenza più o meno diretta del giudizio che la società europea aveva maturato nei secoli nei loro confronti (in Europa i nomadi sono sicuramente presenti dalla fine del 1300, in Italia un primo gruppo è segnalato nel 1422).
La cosiddetta “asocialità” ad essi attribuita divenne per nazisti e fascisti una questione di razza: i nomadi sarebbero stati “per natura” irrimediabilmente ladri e criminali. Alla sterilizzazione coatta, condotta anche in tempi successivi nei “civilissimi” paesi scandinavi, degli “zingari” presenti in Germania e nei paesi occupati si affiancò in un secondo momento la deportazione nei campi di sterminio (la pur scarsa documentazione ci dice che ci furono presenze zingare ad Auschwitz, Dachau, Ravensbrùck, Treblinka, Buchenwald, Bergen- Belsen, Chelmno, Maidanek, Gusen, Theresienstadt, Belzec, Sobibor). In tutto possiamo contare più di 500.000 vittime. Non ci sono mai stati risarcimenti per i parenti delle vittime, né alcun nomade è stato chiamato a testimoniare a Norimberga o negli altri vari processi contro i nazisti.
“Anche se non hanno una patria che li ama, gli zingari hanno dato il loro contributo a liberare l’Europa dalla vergogna nazista” (Pederiali): la partecipazione dei nomadi alle varie guerre di liberazione partigiana non fu legata infatti al solo territorio jugoslavo, in cui essi furono parte attiva dei movimenti di liberazione nazionale che facevano capo al Partito Comunista di Tito, fecero infatti fronte comune con Serbi e Croati nella lotta al nemico tedesco, furono presenti nella lotta partigiana in Bulgaria e nella conseguente insurrezione nel 1944, contro il governo fascista. I nomadi furono attivi nelle formazioni partigiane albanesi e polacche, così come in quelle slovacche; prima dello sbarco in Normandia il Comandante Thomas Farkas bloccò il contrattacco tedesco a Banska Bystrika (Slovacchia).
Anche in Italia, dopo l’8 settembre, molti giovani nomadi si unirono ai gruppi partigiani (“partigiani”che nella loro lingua si dice “cirikiè”, cioè “uccelli, passeri”) nella lotta contro i fascisti (che chiamavano “kas tengeri” ovvero “quelli col manganello”). Molti perirono nelle azioni militari, soltanto alcuni, pochissimi, furono decorati al valore militare.
I nomadi furono presenti nella Brigata Garibaldi “Dante Di Nanni”, nella Brigata “Osoppo”, nella divisione “Nannetti”, proprio a causa del loro appoggio e della loro partecipazione alle lotte partigiane molti di essi furono deportati nei campi di Montopoli Sabina e Colfiorito.



Qualche numero sugli “zingari” in Italia


Oggi in Italia ci sono da 60.000 a 90.000 “zingari”. Il nucleo maggiore è costituito dai sinti, di questi circa 25.000 vivono nei campi nomadi; gli altri sono sedentari in case fisse (molti sono italiani nati in Istria). L’altro gruppo importante è quello dei rom iugoslavi, ultimi arrivati: esso è formato da non più di 10- 12.000 persone.




“Per i nostri agricoltori sono nomadi senza terra; per i cittadini, dei marginali di periferia; per gli operai, degli oziosi e per tutti, degli uomini senza fede e senza legge. Il solo zingaro accettato è quello bello, artista, simbolo di libertà e folclore: cioè quello che non esiste.”







A cura del Centro Sociale Occupato Autogestito TERRATERRA
Napoli, Settembre 2004


http://www.csoaterraterra.org/vitadarom.php



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