UNA LINGUA DIFFICILE - La lotta prima nella quale ogni insegnante deve impegnarsi non è nel fare accettare, ma proprio nel non far rifiutare la lingua dei testi che sottopone ai suoi studenti
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UNA LINGUA DIFFICILE
Brunetto Salvarani


13 novembre. Qualche giorno fa la lettera che una studentessa ha inviato a un quotidiano italiano è tornata a far discutere su un problema molto sentito, quello del rapporto tra i giovani e la politica. In quella lettera la giovane lamentava la lontananza del linguaggio politico, il ricorso a un lessico troppo specialistico: caratteristiche che, nonostante la sua volontà di seguire gli svolgimenti della politica italiana, finiscono col respingerla fatalmente indietro, come una porta blindata respinge gli assalti di chi tenta di forzarla dall’esterno. Come è già avvenuto in passato, anche in questa occasione i pareri espressi sui vari media sono stati di quasi unanime condanna del linguaggio settario, espressione evidente di una specializzazione sempre più sistemata nella sicumera di un prestigio che non ama mettersi in discussione.
Fin qui, dunque, tutti d’accordo. E però lo spunto da cui partiva la rivendicazione della studentessa era un altro. Quella ragazza infatti (che va considerata portavoce di una gran parte dei suoi coetanei) non accusava i politici di porsi come casta chiusa e poi di parlare in modo troppo specialistico. No, si fermava prima: li accusava semplicemente di usare una lingua difficile. Se i politici pensassero le stesse logiche, ma usassero una lingua più facile (cioè in pratica un lessico più limitato) probabilmente il problema non esisterebbe più.
C’è da dire, allora, che l’accusa mossa dalla giovane lettrice ai politici è la stessa che gli studenti muovono ai vari testi, e ai rispettivi mondi lessicali, che vengono loro sottoposti in classe. La medesima reazione di insofferenza un po’ vittimistica la può riscontrare qualsiasi insegnante che si provi ad avviare in aula la lettura dei quotidiani, per esempio: uno stato di confusione, e l’accusa ai giornalisti di usare un linguaggio troppo complicato. E lo stesso avviene con gli storiografi, con i filosofi, e perfino con quegli scrittori che per anagrafe o per stile sono lontani dal parlato di questi anni: da Manzoni a Gadda. La lotta prima nella quale ogni insegnante deve impegnarsi non è nel fare accettare, ma proprio nel non far rifiutare la lingua dei testi che sottopone ai suoi studenti e che, per il semplice fatto di essere lessicalmente più ricca, retoricamente più varia, sintatticamente più equilibrata dell’eloquio quotidiano, è automaticamente avvertita come lontana e dunque antidemocratica. Ma la scuola deve impoverire i testi, o deve innalzare il bagaglio linguistico degli studenti? È una domanda retorica, è ovvio: ma è anche un interrogativo presente in ogni giorno, anzi in ogni ora dell’attività didattica, semplicemente perché sempre più precario si fa il rapporto tra i testi che vi si dovrebbero trattare, e la disponibilità a conoscerli e penetrarli degli studenti, la loro volontà di elevarsi a un livello linguistico necessariamente superiore. La lingua media è divenuta un callo intoccabile, lontana dalla spavalderia dei dialetti, permalosa, quasi come il gergo freddo dei politici.
(Sandro Onofri, Registro di classe, Einaudi, Torino 2000, pp.22-24)

Da qualche mese, da quando abbiamo deciso di tornare a scuola, mirando alto, qui a CEM ci stiamo dicendo che sarebbe bello riavere una scuola difficile. A scanso di equivoci, non proviamo alcuna nostalgia per metodi antiquati o per programmi grigi e uniformi, ma piuttosto per un’istituzione che non aveva quale obiettivo - come sembra oggi - la scomposta rincorsa alla banalizzazione dei linguaggi, ad una popolarità che sa di populista, ad una semplificazione del complesso che rischia il semplicismo. In questo, personalmente, ammetto di dovere tanto a don Lorenzo Milani, al suo coraggio nelle sfide impossibili, al suo spronare continuo i suoi ragazzi di Barbiana a non accontentarsi mai. Il brano riportato sopra, tratto dal diario di un docente e scrittore serio quanto appassionato del suo lavoro, Sandro Onofri, dice bene l’interrogativo comune a tanti insegnanti di oggi: "Ma la scuola deve impoverire i testi, o deve innalzare il bagaglio linguistico degli studenti?". Il fatto è che, purtroppo, al contrario di quanto riteneva Onofri (scomparso prematuramente, poco più che quarantenne, nel ’99), non è più ovvio si tratti di una domanda retorica, ma la contraddizione che spesso si vive quando si tenta di fare una scuola difficile. L’unica, del resto, di cui ci sarebbe bisogno di questi tempi.


http://www.saveriani.bs.it/cem/



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