Un mese di digiuno: il cammino del cuore - di Tariq Ramadan
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Un mese di digiuno:
il cammino
del cuore




 


di Tariq Ramadan


traduzione a cura di Patrizia Khadijia dal Monte


 


Mai l’islam aveva fatto tanto parlare di sé come in questi ultimi anni. Nei mass media, nelle università, tra i rappresentanti politici e sociali, l’islam è diventato "un tema” oggetto di dibattiti appassionati nei quali si fa fatica a mantenere la giusta misura e ad evitare gli eccessi di giudizio o di linguaggio. L’islam è "sotto i riflettori". Si sa però che ciò non è per il meglio, che viene evidenziato soprattutto come "la minaccia", il "pericolo", il "rischio"... L’islam è in vetta alla classifica delle paure e dei rifiuti. Da parte nostra assistiamo quasi impotenti a questo nuovo fenomeno. Non sappiamo come reagire, così bilanciandoci tra isolamento e aggressività,... finiamo per guardare e ascoltare tutti quelli che hanno fatto di noi e della nostra comunità "un nuovo oggetto di studio” sviscerato in tutti i modi e in tutte le salse . Ecco ovunque dei ricercatori o dei giornalisti che spiegano, analizzano, commentano e commentano ancora... I libri sono numerosi, come pure gli articoli e le ricerche. In essi si parla di qualsiasi cosa, della religione, della laicità, dell’integrazione, della ghettizzazione, del comunitarismo, dell’islamismo, del radicalismo, delle donne, dell’immigrazione, della delinquenza, del disagio, dei mali dell’anima e talvolta delle speranze... Tutto questo si svolge spesso senza grande discernimento, si sgranano rosari di verità annunciate sull’"islam-problema" e i "musulmani-così-problematici". E noi, indispettiti, delusi ; e forse, in fondo, anche confermati  nelle nostre diffidenze, assistiamo, nella maggior parte dei casi, a questo triste spettacolo in cui la nostra religione, la nostra fede e la nostra spiritualità sono quotidianamente negate, mutilate e/o ridotte alla più volgare delle caricature. Quando si percepisce il razzismo i complessi si accrescono, e di molto!


 


Essere e testimoniare 


 Non bisogna stupirsi che, se noi non parliamo, altri parlino al posto nostro. Per il meglio e per il peggio. Più spesso per il peggio. I recenti avvenimenti della scena internazionale, la "questione " degli imam, dei foulard o delle moschee, la perturbazione delle  periferie, la recrudescenza del radicalismo sono altrettanti prismi attraverso i quali le ricerche si elaborano e i discorsi si strutturano. Cosa ci si può aspettare d’altro di questa visione riduttiva dell’"essere musulmano" diventato sinonimo di elemento problematico, cioè parassita, della dinamica sociale e politica nelle società europee? La pressione sulle mentalità musulmane è intensa e vediamo svilupparsi, quasi naturalmente un movimento d’isolamento e di chiusura. E in tal modo il complesso d’inferiorità si combina con  un riflesso di ripiegamento.


Quando prendiamo coscienza del pericolo di questo processo, ci troviamo di fronte ad un’alternativa che mette in gioco il nostro senso di responsabilità. Possiamo scegliere di lasciarci andare a questo movimento di chiusura, perché lo giudichiamo legittimo e naturale, dal momento che  il contesto europeo non perde occasione, giornalmente, di manifestare la sua ostilità a riguardo dell’islam; oppure possiamo decidere di resistere a questa tentazione adottando l’attitudine esattamente opposta: davanti al rifiuto, al razzismo, all’islamofobia e all’insulto, quando tutto sembra spingerci a fermarci e ad isolarci, bisogna fare con decisione la scelta esattamente contraria, cioè aprirci,  parlare, dialogare. Dobbiamo assumerci le nostre responsabilità e ridiventare i soggetti della nostra storia, dei nostri discorsi, del nostro esistere. Assistere ai molteplici dibattiti di cui siamo fatti oggetto, rispondere alle proposte dei nostri interlocutori, sentirsi " implicati nella problematica” quando essa provenga dal nostro ambiente, doversi giustificare e dare la “risposta giusta” per essere accettati non può essere una soluzione. Non si può essere sereni ed equilibrati  vivendo come davanti ad un Tribunale. Questa è una strada senza uscita, ma alcuni musulmani cadono disgraziatamente nella trappola (per mostrare la loro moderazione e la loro civiltà) di piegarsi a tutte le interpellazioni, a tutte le esigenze e a tutti i diktat dell’altro... musulmani per procura, spogliati di loro stessi per essere accettati, non esistono che nello sguardo di coloro che li modellano... a loro immagine ; avvento veramente strano del nuovo pluralismo dell’uniformità! 


 Oggi, bisogna essere e testimoniare. Essere, significa trovare la migliore espressione del proprio equilibrio interiore. Vivere con Dio, rappacificare il proprio cuore, svilupparsi in azioni di giustizia e solidarietà. Testimoniare, è costruire il nostro discorso, scegliere, in coscienza e lontano dalle pressioni ambientali, gli argomenti che vogliamo trattare, le questioni che vogliamo abbordare, le ricchezze che vogliamo condividere. In fondo, questo è l’obiettivo essenziale, per le nuove generazioni come per le più vecchie: sviluppare in noi la coscienza della nostra ricchezza, la responsabilità del nostro contributo. Semplicemente, profondamente. Chi accede a questo stato di spirito e di lucidità ha  fin d’ora superato la prova del timore e della freddezza. E’ una tappa necessaria, un passaggio obbligato.


 


Un cuore, una spiritualità


Siamo stati condotti spesso su terreni minati... la violenza, la guerra, l’aggressività. In essi abbiamo dimenticato  l’essenza stessa della nostra religione e del nostro cammino verso il Creatore. Non siamo più capaci di parlare della nostra fede, del nostro cuore, della nostra spiritualità. Tutto avviene come se avessimo spento in noi la fiamma dell’intimità che si libra, della fraternità che si esprime, dell’amore che dice stesso. La nostra casa è come sinistrata... e ciò che la Rivelazione e il Profeta(PSL) ci presenta come un oceano di pace e di luce si rivela essere in noi un orizzonte di rovine. Vecchi ricordi vi stagnano. Di cosa dunque possiamo essere testimoni ? Quale tesoro possediamo ? Cosa dire di questa speranza che ci fa aspirare ad essere così vicini a Dio, mentre viviamo così mal compresi dagli uomini ? Qual’è dunque il messaggio che l’attualità vela e la nostra bocca tace ?


 Nel cuore dell’Europa, sapremo riprendere forza e coraggio e far sentire, con l’energia della nostra fede e della nostra coscienza, il messaggio d’amore, di giustizia e di dignità che ci abita? Prendere coscienza della propria  responsabilità significa, per la musulmana e per il musulmano, arrivare al discorso dell’esigenza e dell’etica : interrogarsi sul senso, dibattere dell’avvenire. E’ soprattutto e prima di tutto ricordare e mostrare quanto l’islam sia una religione del cuore e  l’orizzonte di una spiritualità, sempre approfondita, rinnovata incessantemente. Chi dunque aprirà questa finestra sul paesaggio della nostra interiorità e delle nostre intime speranze, se non i musulmani stessi, liberati dai timori e dalla paura ? 


Il mese di Ramadan che accogliamo in questi giorni è’occasione di un’ intensa testimonianza che purtroppo molto spesso trascuriamo. Mentre i paesi ricchi si perdono in un consumismo cieco e due terzi degli abitanti del pianeta subiscono gli assalti della fame e della povertà , nel momento in cui l’individualismo è diventato una seconda natura di cui ci veste la società tecnologica, mentre  il flusso e riflusso di miliardi di dollari sui mercati diffondono disordine e dubbi... nello stesso tempo dunque, una comunità intera si alza ed esprime con il digiuno il suo legame indissolubile con il  Creatore, con l’amore, con la generosità, per la giustizia e la dignità. Di questo, nel cuore dell’Europa dobbiamo testimoniare : la nostra spiritualità è il nostro tesoro e tutti coloro che ci sospettano di violenza e di aggressività così capiranno, se piace a Dio, e se noi sappiamo dirlo e mostrarlo, che sappiamo amare, che amiamo pregare. In tutti i paesi d’Europa, in ogni regione, città e quartiere del Belgio, dell’Inghilterra, della Francia o della Svizzera, dovremmo vedere manifestarsi questa presenza calorosa delle musulmane e dei musulmani, e ancor più nel mese di Ramadan perché esso è il mese dell’amore, del raccoglimento  e del dono. Essere presenti, essere solidali, partecipare, impegnarsi... questo è il vero discorso, la vera testimonianza, la vera identità dei musulmani. Perché ciò si realizzi, bisogna che riacquistino fiducia, parlare di  cuore e diventare consapevoli, quindi, che la spiritualità che li abita e  li fa vivere è una forza, un dono, una ricchezza. Per se stessi e per coloro che li circondano : essa è una promessa di giustizia perché è un’ esigenza di resistenza contro tutti gli eccessi, contro ogni deviazione. Per Dio, con gli esseri umani... con ogni essere umano di coscienza e buona volontà.


 


 


http://www.islam-online.it/hamza%20digiuno.htm



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