La Lega se la prende con i bambini di via Quaranta
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La Lega se la prende con i bambini di via Quaranta


 su: il manifesto



La Lega se la prende con i bambini di via Quaranta
Gli alunni della scuola araba sono ancora in mezzo alla strada e i «padani» vogliono «liberare» il marciapiede

Nelle mani del prefetto una possibile soluzione, ma la destra lo aspetta al varco, il comune fa muro e la sinistra si defila. Con i bambini arabi solo la Rete Scuole


LUCA FAZIO

MILANO
La testa (d'ariete) della frangia integralista che da settimane attacca i bambini della scuola araba di Milano ieri ha indossato la parrucca per annunciare la prossima pagliacciata. Matteo Salvini, europarlamentare leghista, pensando di essere su Scherzi a parte, ha detto che due militanti leghisti sono stati aggrediti da alcuni «islamici» di via Quaranta. E va bene, non si fa. «Inoltre - ecco la gag - le forze dell'ordine hanno identificato non gli aggressori ma i due militanti leghisti presi a schiaffi da questa gente». A suonare la trombetta della carica ci si è messo anche Borghezio, il quale, «se necessario», chiamerà pure gli «alpini padani», e tutti insieme allegramente venerdì mattina sbarcheranno in via Quaranta, scortati dalla polizia, con tutto un armamentario di «libri della Fallacci e libri della cultura milanese». Di solito questi capannelli padani occupano lo spazio di un marciapiede. Ma se a speculare sulla scuola araba ci fossero solo loro, sarebbe facile venirne a capo. Il saggio prefetto di Milano, Bruno Ferrante, lo sa bene e anche ieri, oltre ad aver escluso che possano nascere problemi di ordine pubblico, ha invitato tutti (tutti quelli che ci arrivano...) «ad affrontare il problema con un senso di responsabilità nei confronti dei ragazzi e dei bambini». Il prefetto, che ha escluso un rientro dei 391 alunni nella scuola di via Quaranta, sta lavorando per trovare una soluzione nel «pieno rispetto della legalità». Sta cercando una sponda politica per mettere la parola fine a una vicenda su cui si sono esercitate le migliori penne laiche senza mai entrare nel merito della faccenda: qualcuno ha mai scritto che nella scuola araba, non «islamica», i bambini fanno due ore di religione alla settimana, come nella nostra laicissima e accogliente scuola pubblica? Un po' poco per «imparare il Corano a memoria». Eppure la destra boicotta e la sinistra si defila.

A chiacchiere, ma sottovoce - difendere gli arabi è sconveniente - tutti si dicono pronti a collaborare, ma a patto che per primo si muova il prefetto, della serie «vai avanti tu». Il presidente della Provincia Penati, che prima non ne voleva sapere, adesso dice che «bisogna dare un futuro certo ai 500 bambini islamici» (sono 391, ndr). E magari qualcuno, a sinistra, dove si continuano ad aprire e chiudere tavolini per scegliere il candidato sindaco, potrebbe anche riflettere sul fatto che a Milano ormai siamo nelle mani del prefetto. Le vie d'uscita da percorrere sono due, bisogna solo aggirare l'ostacolo della Direzione scolastica regionale che formalmente non può dire altro se non «gli arabi vadano nelle nostre scuole pubbliche». Però. I genitori, che anche ieri mattina hanno presidiato il marciapiede di via Quaranta, potrebbero decidere di iscrivere i settanta ragazzi delle medie nelle scuole pubbliche, a patto che le istituzioni facciano uno sforzo di mediazione. Insomma, parlarsi davvero. Per i duecento bambini delle elementari, invece, esiste l'ipotesi «scuola paterna», e i genitori in questo caso sarebbero disponibili a mediare su tutto: programmi, insegnanti, orari. Con un po' di buon senso, non dovrebbe essere un problema (per la Provincia di Milano) reperire una sede. E se i genitori egiziani decidessero di affittare una struttura privata, la loro «scuola paterna» potrebbero aprirsela anche subito, nel pieno rispetto della legge costituzionale. Il paradosso è che se andrà a finire in questo modo vorrà dire che si è alzato un polverone che con il diritto allo studio non c'entra niente, perché, con qualche codicillo fuori posto, quella scuola funzionava già cosi: lezioni bilingue (più italiano che arabo), esami di idoneità da sostenere nelle «nostre» scuole e parte dei docenti di nazionalità italiana e non musulmana.

Non è un caso se solo nel mondo della scuola pubblica c'è chi ha deciso di non lasciare soli quei bambini. Sono gli insegnanti e i genitori della ReteScuole di Milano, quel movimento che è riuscito a mobilitare 40 mila persone contro la riforma targata Moratti. Stanno raccogliendo firme e senza tanti peli sulla lingua hanno centrato il problema: «Noi pensiamo che l'attacco che voi avete subito sia di tipo razzista». Meno diretta, ma importante, anche la tardiva uscita della Cgil Lombardia: «Se qualcuno di loro vuole frequentare una scuola paritaria perché negargli la possibilità?».



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