Paolo Rumiz: L´Islam italiano (1)
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     Paolo Rumiz:

  L'Islam italiano   (1)


 

Tratto da “la Repubblica”, 15 luglio 2005

Non ci può credere. È dall´11 settembre che dice “no al terrorismo” su tv, radio e giornali, convegni. Caso più unico che raro, da anni ha stabilito contatti con gli ebrei; solo a Firenze fanno altrettanto. Le istituzioni sanno quanto s´è speso per sorvegliare la sua gente, costruire dialogo, formare mediatori culturali. Ma non è servito.

Notte di lampi, zanzare, rane nei fossi, bici che rientrano. Nella sala di preghiera, la più grande del Veneto, sanno poco o niente delle perquisizioni a raffica nelle moschee del Nord e nel resto d´Italia. Si sente il rumore felpato delle genuflessioni sui tappeti, voci di bambini che giocano. Ezzeddin non ha detto nulla ai fedeli. Ma sa che i giornali scriveranno di lui. E sa che oggi, alla preghiera del venerdì, non si parlerà d´altro. La sua gente è inquieta, dopo gli attentati a Londra. Anche il silenzio, di questi tempi, può essere preso per complicità. Molte comunità, in Veneto e altrove, non hanno commemorato la strage di Srebrenica (8.000 musulmani uccisi dieci anni fa in Bosnia), per timore di essere prese per estremiste.
Difficile dare i segnali giusti. Per esempio: una moschea che si vede, preoccupa. Una moschea che non si vede, inquieta; fa immaginare chissà cosa. Come questa di Bassano, mimetizzata in un capannone, nella pancia del Profondo Nordest, con Gentilini che sparerebbe sugli immigrati come agli “oseleti”, il ceto medio in ansia da recessione, un Islam-nebulosa disperso in mille fabbrichette pedemontane; e intorno, tra Pordenone e Verona, le basi Nato che hanno portato la guerra in Iraq. Tempi duri per quelli che stanno in mezzo, che cercano il dialogo come Ezzeddin.

Ora l´imam parla, a monosillabi. “Non c´è più ottimismo, mi auguro non si perda la speranza… Sono undici anni che lavoro per l´integrazione… Non chiedo di essere ringraziato, ma almeno di essere lasciato in pace… Qui è in gioco una partita importante, la libertà degli individui… Sono molto triste, al dolore per i morti di Londra e delle guerre in giro si aggiunge l´umiliazione di questo controllo… ho pianto tutto il giorno… Avrei voglia di restituire il permesso di soggiorno, di tornare in Tunisia in punta dei piedi… Non cambieremo la nostra linea per questo. Ma tutto diventa più difficile”.

“Poareto, el xe qua tanti ani, cussì tranquillo” si dispiace alla notizia Luigi Stoppiglia, prete d´assalto del Bassanese. Teme che si cerchi alla cieca, che si vogliano “capri espiatori e basta”. Hanno perquisito anche nel Trevigiano, a Ponte de Priula e a Ponte di Piave. La gente ha paura, ma è anche stanca di veder soffiare sul fuoco, dice Stefano Allievi, sociologo islamista all´università di Padova: “C´è tanta isteria e nessun vero dibattito; solo urla insensate e mugugni di piccoli gruppi. Nemmeno i giornali danno spunti di riflessione”. E Grazia Bonollo, della Caritas di Vicenza: “Ci infiliamo in un vicolo cieco anziché vederci chiaro. La gente non guarda più ai musulmani come a gente normale”.

Ma no, dall´attentato di Londra non è successo niente, dissente Mustafa Jabal, imam della moschea di Pontevigo d´Arzene, piazzata accanto alla tangenziale, alla periferia di Padova: “Non mi pare che la gente ci guardi in modo strano”. Ma nel Nord la paura vera non è mai gridata. Soprattutto in Veneto, dove la Lega, urlando quotidianamente, lascia sfiatare i malumori e impedisce al pentolone di surriscaldarsi. “La condanna degli attentati resta inequivocabile. Noi teniamo sempre la guardia alta - insiste Jabal - ora non ci resta che aspettare che le acque si calmino”.

Un bar di Padova-centro, lungo un canale della riviera, due studenti maghrebini e uno palestinese discutono del rischio-terrorismo nella notte piena di zanzare. Sono preoccupatissimi. “Dietro ogni bomba del terrore c´è una bomba sociale, gente reclutata ai margini. L´Italia ha un milione e 300mila musulmani di cui soltanto 50mila hanno la cittadinanza”. E allora? “È come avere un esercito straniero in casa… È un modello di precarietà istituzionalizzato che ti si ritorce contro perché esonera questa massa da un rapporto di fedeltà con lo Stato… Qui non esiste nulla come la carta verde all´americana, il processo di inclusione è lentissimo. E di conseguenza, la rappresentatività degli organi ufficiali islamici è minima. Quelli non sanno nulla della loro gente”.

“Il nostro dolore per quei morti è indiscutibile, non so come si possa metterlo in dubbio ma questo non deve impedirci il discernimento. Qualcuno dice: meno integrazione, più apartheid, più sicurezza. Ma noi insistiamo. E´ vero il contrario, è proprio questo che aiuta il terrorismo. Gli estremisti possono dire a noi giovani: vedete? L´Italia vi rifiuta. E qualcuno, che non ha niente da perdere, può imbarcarsi in avventure pericolose. Se lo Stato gioca tutte le sue carte sulla sicurezza, fa il loro gioco. E poi, si sa benissimo che queste perquisizioni servono solo a tranquillizzare gli elettori”.

Già, ma dove cercare? Nemmeno la polizia sa che pesci pigliare. “Questi controlli sono una prassi normale - minimizza Hamdi Guersi, portavoce della comunità di Verona - bisogna solo stare attenti a non fare di ogni erba un fascio. Blair si è mosso bene dopo l´attentato, ha detto le cose, dobbiamo seguire il modello inglese… Intorno vedo troppo allarmismo e ignoranza… Noi lavoriamo per estirpare le idee storte che possono nascere in alcuni dei nostri, ma è un lavoro difficile, per demolirlo non ci vuole niente”.

Laura Puppato, sindaco di centrosinistra di Montebelluna, la città dello scarpone, tempo fa si è ritrovata con un´autobomba in piazza (fortunatamente inesplosa) con su scritto “No Islam no Puppato”, ma sa benissimo che non esiste alternativa alla convivenza. “Capisco la paura della gente, gliela leggo negli occhi. Non sa come difendersi, né da cosa difendersi. Di fronte a chiunque con la faccia un po´ così, si chiede: chi sarà mai quello lì? Come risponde alla nostra accoglienza? È veramente grato a questa terra che gli offre lavoro? Di fronte a questo timore diffuso le istituzioni, e anche le singole persone, hanno il compito di lavorare ancora di più perché il dialogo aumenti”.


http://www.feltrinelli.it/FattiLibriInterna?id_fatto=5213



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