Caccia al musulmano: è lo scopo dei jihadisti - Intervista a Khaled Fouad Allam
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«Caccia al musulmano: è lo scopo dei jihadisti»

«Più la violenza terrorista si dispiegherà più c’è il rischio di una reazione indiscriminata. In questo senso ciò che è accaduto oggi (ieri, ndr.) a Londra deve suonare come un campanello d’allarme. La “caccia al musulmano” è proprio quello che si prefiggono i jihadisti, il cui obiettivo è quello di scavare un fossato invalicabile tra l’Islam e l’Occidente». A sostenerlo è il professor Khaled Fouad Allam, tra i più autorevoli studiosi del mondo arabo e musulmano.


I terroristi sono tornati a colpire a Londra due settimane dopo la strage del 7 luglio. Come interpretare questo «bis»?
«Nella strategia dei gruppi legati alla rete terroristica di Al Qaeda la tensione costante è un punto fermo. In tutta la letteratura jihadista c’è la nozione di haraqat (movimento) e il movimento si produce attraverso l’esercizio incessante della violenza. E questo ha uno scopo ben definito, oltre quello della destabilizzazione generale: questo scopo è quello di impadronirsi del tempo altrui. Il ragionamento fatto dai jihadisti è molto semplice quanto devastante: se io esercito la violenza in modo così imprevedibile e alla cieca, sono io a dominare la temporalità, sottraendola al mio nemico, all’individuo libero. Ciò fa sì che la violenza esercitata dal terrorismo jihadista sia doppia: è violenza reale, fisica, ma è anche violenza essenzialmente psicologica. Vogliono appropriarsi dell’arco temporale; il tempo non è più tuo. Non sei più tu a gestire il tuo tempo, a definire i tuoi spazi di socialità, a tratteggiare i caratteri della “normalità”, ma sono io, il soldato di Allah, a decidere cosa sia la “normalità”. La normalità del panico, della paura. La normalità della guerra santa scatenata dall’Islam politico contro l’Occidente».


La pressione terroristica ha provocato a Londra l’attivazione di una pratica dello «spara per uccidere» da parte della polizia, condannata dal Consiglio musulmano britannico.
«La reazione rischia di essere proprzionale alla violenza esercitata dai terroristi. Più assisteremo alla ripetizione di questi atti terroristici più la reazione sarà quella del sospetto generalizzato. Ma la creazione di un sospetto generalizzato rientra nella strategia di attacco dei jihadisti e nell’ideologia del nuovo terrorismo che fa riferimento all’Islam politico. In questa strategia rientra anche la determinazione a spezzare totalmente la diaspora musulmana in Europa. impedendo la sua piena integrazione in società multiculturali, e questo perché la diaspora criminalizzata dalla reazione impaurita dell’Occidente facesse rientro nei Paesi di origine per divenire l’avanguardia della riconquista del potere».


Dietro questa seconda tornata di attentati vi può essere una sorta di emulazione da parte di «cani sciolti»?
«No, non credo alla teoria dell’emulazione. Ritengo che questi gruppi legati alla nebulosa terrorista di Al Qaeda esistono realmente in Europa e sono distribuiti in tutto il Vecchio continente; non sono gruppi che si improvvisano da un giorno all’altra; in realtà abbiamo a che fare con una strategia del terrore pianificata in ogni dettaglio che non lascia nulla allo “spontaneismo” armato».


Cosa è oggi Al Qaeda. C’è chi sostiene che essa non esiste più.
«Se non esiste Al Qaeda come organizzazione centralizzata, esiste certamente, ed è ancora più pericoloso, l’alqaedismo, vale a dire la realizzazione di una rete di gruppi che fanno riferimento ad una comune ideologia e a un unico disegno ma che sul piano operativo e della scelta degli obiettivi tattici mantengono una propria autonomia. La forza inquietante di questo terrorismo è nella sua capacità di autoriprodursi; ciò che conta per loro e che fa da collante ideologico di questa complessa nebulosa del terrore è rientrare all’interno del filone ideologico unificante che è quello della guerra terrorista contro l’Occidente. L’indottrinamento del jihadista passa attraverso una contrapposizione insanabile tra l’Islam e l’Occidente. Nella loro ottica i vari teatri di guerra - l’Iraq, la Cecenia, la Palestina, l’Indonesia, le Filippine - altro non sono che la conferma di un Jihad globalizzato tra l’Islam politico e l’Occidente. Per loro l’Occidente era e resta jahiliyya, il mondo del negativo, il mondo delll’ignoranza. Un mondo da abbattere per “ricolonizzare”. In nome dell’Islam politico».


http://www.unita.it/index.asp?SEZIONE_COD=ARKINT&TOPIC_TIPO=I&TOPIC_ID=43794



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