''Io sono iscritta a scuola, ho anche tre amici italiani. Della Romania non ricordo niente. Non avrei mai pensato che dall’Italia mi avrebbero mandata via così''Ancuzha, 13 anni
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Italia - Milano - 15.7.2005
Le voci di Capo Rizzuto
La paura, la tristezza e le speranze nei racconti dei rom sgomberati dal campo nomadi milanese

 

Scritto per noi da

Enza Roberta Petrillo

 

targa comune di milanoLa vicenda dei  rom sgomberati dal campo di Capo Rizzuto a Milano ha trovato una prima, provvisoria, conclusione nel centro di accoglienza gestito dalla Casa della Carità in Via Brambilla, nella periferia nord del capoluogo lombardo. Rimbalzano così, da una periferia all’altra, storie di sogni spezzati, di vite appese a un filo e di illusioni dolorosamente trasformate in delusioni. 

 
Milano, Via Brambilla 8. Si ricomincia. E’ allegro e colorato il centro di accoglienza in Via Brambilla, una casa dipinta di giallo che sembra quasi un miracolo nel grigio della periferia milanese. Ma loro, gli ospiti della casa, alle periferie ci sono abituati. In Italia, si sa, non si entra dalla porta principale e questo i settantanove rom l’hanno capito bene. La Casa della Carità è illuminata dal sole. Sulla porta una stele in marmo ricorda che Milano è la città dell’accoglienza. Difficile farlo credere a nuovi ospiti della casa sgomberati all’alba del 29 giugno senza preavviso e finiti vittime di un rimpallo di responsabilità tra i diversi centri di accoglienza di una Milano che prima si professa solidale e poi se ne lava le mani.
 

FeliciaFelicia, 25 anni: “Aspetto un bambino e mi hanno buttato per strada”. Di certo oggi settantanove, quanti sono gli sgomberati, non è più solo un numero, in Via Brambilla tutti sanno che non ha senso quantificare la disperazione, la paura e la precarietà di vite negate. Qui ci sono uomini, donne e bambini, tantissimi bambini, che vogliono dire la loro. Perché ognuno ha una storia diversa di speranze, di fuga dalla povertà e di tentativi di crearsi una vita migliore.

Felicia ha venticinque anni e il volto stanco. Ci racconta la sua storia con un filo di voce mentre il suo bambino dorme su una branda da campeggio stesa accanto ad altre settanta brande tutte uguali.

“Aspetto un bambino e mi hanno buttato per strada. Ci hanno sgomberato perché dicevano che un rumeno aveva fatto del male a un’italiana. Ora sono al settimo mese e questo è il mio secondo bambino”. Le chiediamo da dove arriva e lei risponde determinata: “Abitavo vicino Bucarest. Ma io in Romania avevo una casa! Per tre anni ho vissuto con la madre di mio marito, poi abbiamo deciso di venire in Italia con un pullman che ci è costato tantissimo, e siamo finiti a Capo Rizzuto”.

Felicia è turbata ma vuole raccontare la parte peggiore della sua vita in Italia: lo sgombero di Capo Rizzuto. “Alle quattro di mattina sono arrivati i carabinieri, la polizia. Dormivamo tutti e le loro urla hanno svegliato anche i bambini. Ci hanno minacciati e poi sono arrivate le ruspe e hanno buttato tutto giù.”

 

bogdan e ancuzhaAncuzha, 13 anni: “Non avrei mai pensato che mi avrebbero mandata via così”. Ancuzha ha tredici anni e un’allegria disarmante, ci racconta con aria da adulta e un’inaspettata cadenza milanese la giornata dello sgombero. “Ho avuto tanta paura. La polizia ha detto di andare via, ma io non sapevo dove andare. Non sono riuscita a vedere neanche come hanno buttato giù la mia baracca perché era l’ultima e io sono dovuta scappare via. Anche i miei vestiti sono rimasti lì”. Ancuzha a ricordare tutto sembra intristirsi un po’, ma poi risoluta aggiunge “Io sono iscritta a scuola, ho anche tre amici italiani. Della Romania io non ricordo niente. Non avrei mai pensato che dall’Italia mi avrebbero mandata via così. Sono triste per questo”.

Lo sguardo improvvisamente cupo si illumina per l’arrivo di suo fratello Bogdan e dell’amico Razvan. Difficile distinguerli dai tanti quindicenni italiani. Adorano il calcio come loro, impazziscono per la stessa musica pop e soprattutto parlano la stessa lingua. Nulla li differenzierebbe tranne la loro occupazione. Bogdan e Razvan sono musicisti, ma non è di questo che vogliono parlare. Anche loro vogliono raccontare lo sgombero.

Che per loro si sia trattato di una violazione inimmaginabile lo si capisce dalla rabbia con cui raccontano i fatti del 28 giugno. “Loro hanno preso tutto e spaccato il campo. Piangevamo tutti, i bambini erano spaventati. E’ stato terribile. La polizia ha preso un ragazzo e l’ha portato in questura. Ora abbiamo solo paura”.

 

bambino nel centro di accoglienzaIl loro sogno di una casa. Difficilmente quella paura potrà essere cancellata. A guardare Ancuzha, Bogdan e Razvan si capisce in un  attimo cosa significhi scontrarsi con un sogno in frantumi.

Vergognandoci un po’ gli chiediamo se hanno un sogno. Insieme rispondono: “Una casa”.

A Via Brambilla si capisce subito che le storie di vita di questa umanità dolente sono lontanissime dagli stereotipi che imperversano sui rom. Mentre ti raccontano che per molti di loro il nomadismo è stata una scelta forzata, scorrono le immagini di istituzioni assenti e di promesse non mantenute. Per questa gente il sogno di una casa si è trasformato in un auditorium adibito per l’emergenza a dormitorio. Solo il contegno e la dignità di chi ci vive stempera il caos e la promiscuità dello stanzone. Un posto dove ciò che resta dei bagagli raccattati alla meno peggio nel giorno dello sgombero si confonde con i giocattoli dei bambini e le immancabili fisarmoniche. Come ci racconta Davide Tortorici, un giovane volontario, l’arrivo dei rom nella struttura ha dimostrato che l’intercultura è possibile anche in condizioni di disagio. “Nella casa-famiglia i rapporti tra i rom e il resto degli abitanti sono ottimi. Ognuno ha una storia personale spesso dolorosa. Sono persone che hanno perso una casa e che dalla povertà in Romania sono passati alla povertà in Italia”. Fatti confermati anche da Maria Grazia Guida, assistente sociale nella struttura: “Questi bambini possono davvero insegnarci l’intercultura. I bambini cantano le nostre canzoni. Ma tra loro e le istituzioni c’è un abisso”.

 

La risposta delle istituzioni. “Questo è un modo terribile di fare le cose. Perché entrare alle quattro del mattino? Perché terrorizzare i bambini? Non si può entrare con i manganelli. Entrare con delle armi, questo è veramente troppo. Bisognava trovare loro una sistemazione alternativa, non mandarli via e basta”.

Domande senza risposta che risuonano forti nella struttura voluta da Don Virginio Colmegna, l’unica a essersi mossa nella ridda di responsabilità giocate sulla pelle dei settantanove rumeni.  


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