Comune di Milano: una sede in via Zama per la scuola islamica paritaria
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Il Comune di Milano: una sede in via Zama per la scuola islamica paritaria


Martedì, 28 Giugno 2005


Palazzo Marino ha già trovato la struttura in via Zama che potrebbe ospitare gli studenti arabi. Il ruolo del dirigente regionale Dutto
Simini: promuovere l’integrazione. Ma la richiesta della comunità di via Quaranta si ferma al riconoscimento di istituto straniero


Se sarà una scuola paritaria il Comune offrirà una sede, se sarà una scuola per stranieri, tutto come prima. Si riapre il caso della scuola islamica di via Quaranta, l’istituto «clandestino» dove studiano circa 500 ragazzi egiziani, al centro di feroci polemiche la scorsa estate. Ieri c’è stato un incontro tra l’assessore all’educazione, Bruno Simini e il rappresentante del centro islamico di via Quaranta, Alì Sharif. Una riunione con giallo finale. Secondo l’assessore Simini, la comunità islamica avrebbe fatto richiesta al ministero dell’Istruzione di aprire un istituto paritario, con gli stessi programmi della scuola italiana, su testi italiani e la possibilità di integrare nel doposcuola e nell’ora di religione materie strettamente legate alla provenienza culturale, aprendo di fatto a un’integrazione «forte» con la comunità italiana. «A queste condizioni - ha detto l’assessore - Palazzo Marino è ben felice di offrire una sede alla comunità islamica. Che abbiamo già individuato in via Zama».


Ma alla direzione scolastica regionale di Mario Giacomo Dutto non risulta nessuna richiesta di autorizzazione per un istituto paritario. L’unica richiesta è quella per autorizzare una scuola per stranieri. La differenza è grande. Per fare un esempio, scuola straniera è la scuola americana che lavora su programmi americani e con insegnanti in madrelingua. In questo caso, si tratterebbe di una scuola egiziana. Un giallo che non si scioglie neanche quando si parla con il diretto interessato, Alì Sharif: «Per adesso non diciamo nulla. Quando sarà il momento giusto parleremo».


Che è successo veramente? Secondo l’assessore Simini, la comunità islamica avrebbe fatto richiesta di una sede per la scuola paritaria. «Perché per ottenere lo stato di scuola paritaria è necessario avere una sede. Evidentemente la richiesta non è ancora stata formalizzata, ma nei nostri colloqui noi abbiamo parlato sempre di scuola paritaria e nessuno ha eccepito».
In realtà, la verità starebbe nel mezzo. L’obiettivo finale della comunità islamica è quello di arrivare comunque a una scuola paritaria, ma passando prima per la scuola straniera. Per più motivi. Intanto il discorso economico: la scuola paritaria costerebbe troppo rispetto a quella straniera, soprattutto per il costo dei professori. Secondo: la scuola straniera prevede «la prevalenza» dei programmi della nazione straniere. Ma il progetto presentato dalla comunità islamica, giocherebbe su quel «prevalente», garantendo una maggiore presenza di programmi in italiano a discapito di quelli in arabo. Un giusto mix che aprirebbe all’integrazione e che permetterebbe agli studenti di affrontare gli esami per entrare nelle scuole superiori italiane. Attualmente, nella scuola di via Quaranta, possono accedere alle superiori italiane solo gli egiziani (e non per esempio algerini, tunisini, marocchini), ma anche questi con molte difficoltà, perché la preparazione non è adeguata. In questo modo si garantirebbe l’accesso di tutti i frequentatori della scuola per stranieri alle classi italiane, previo esame all’esterno. Chiaramente serve il beneplacito del ministero dell’Istruzione.


Ma se questa fosse l’intenzione della comunità islamica, l’aiuto del Comune svanirebbe. «Se si tratta di una scuola per stranieri Palazzo Marino non darà nessuna sede - attacca Simini -. Si arrangino da loro. Se invece è una paritaria noi ci siamo» Ma anche nell’altro caso non mancheranno le polemiche politiche, a partire dalla Lega: «È un’istigazione a delinquere. La scuola di via Quaranta è abusiva. Bel messaggio che mandiamo ai milanesi. Come dire»: occupate le case, tanto poi ci pensa il Comune».


Maurizio Giannattasio


www.corriere.it



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