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I 'gravi' a scuola: a proposito di una discussione
Giuliano Falco - 19.08.2005



I 'gravi' a scuola:
a proposito di una discussione


Questo scritto prende trae origine da un dibattito tra alcuni iscritti che ha avuto luogo nella lista dw-handicap in seguito alla segnalazione di un link inerente all’articolo di Pietro V. Barbieri, La scuola che divide. La discussione si è tenuta sulla lista alla fine della prima metà di agosto.


Sono un insegnante di sostegno, per scelta, in ruolo dal 1989: in tutta la mia carriera ho lavorato come insegnante curriculare (si fa per dire) un solo giorno, quello della mia prima supplenza, in una scuola materna. Ho frequentato il Corso Magistrale Ortofrenico a Genova (DPR 970/70) alla fine degli anni ’70: un’esperienza memorabile per gli stimoli che mi ha dato e per la mia formazione (nel senso non solo di formazione professionale, ma di Bildung – è stata un’esperienza così bella che, se potessi riviverla lo farei subito, nonostante l’impegno, le riunioni, il pendolarismo, ecc.). Ma il titolo era monovalente (handicappati psicofisici) per cui, dopo un po’ di anni, ho dovuto affrontare la ‘riconversione’ del titolo, a Savona, per trasformarlo magicamente in polivalente (valido per tutte le categorie): molte ore in meno, un po’ di pendolarismo che non guasta mai…il livello delle lezioni a volte molto discutibile, a volte tale da giustificare lo spostamento da Albenga a Savona…ma almeno, il mio titolo non scade come una mozzarella, e posso continuare a ricoprire il ruolo di insegnante impegnato in attività di sostegno.


Spesso i colleghi mi chiedono se non vorrei passare sulla classe. Evidentemente per molti, ricoprire il ruolo ‘di sostegno’ significa essere insegnante a metà, un po’ meno di insegnante (quello ‘vero’ è quello di classe…). Ho un bel ripetere a destra e a sinistra che siamo contitolari, che possiamo stare sulla classe e che tutto questo, è stato finanche sancito dalla normativa vigente, oltre che dal buon senso. Un altro enunciato soggetto a una forma di freudiana coazione a ripetere è quello inerente al fatto che l’insegnante di sostegno non è sul bambino segnalato… Però c’è chi non vuol sentire, per cui l’insegnante di sostegno è un po’ il tappabuchi, una misteriosa figura a metà strada tra il tecnico (a cui rifilare ‘casi’ difficili –e già ci sarebbe da ridire sull’uso di questa terminologia medica) e il maggiordomo.


È vero, che a volte è colpa del sostegno: è sempre comodo ritagliarsi un proprio spazio con il bambino (o i bambini) da seguire. Però vorrei sapere quante volte, nelle situazioni concrete, in classi in cui è inserito un alunno diversamente abile, la programmazione di classe è stata modificata per adeguarsi alle sue esigenze, alle sue problematiche, ai suoi bisogni. Qualche anno fa, Andrea Canevaro aveva scritto che questo era un indicatore per verificare la qualità dell’insegnamento. Andiamo bene… Ma, il problema, forse, è ancora un altro: la figura dell’insegnante di sostegno deve essere superata. Ogni insegnante dovrebbe essere tale. Ma per rendere ogni insegnante in grado di essere un ‘sostegno’, e specularmene, un insegnante di ‘sostegno’ un insegnante curriculare, occorre una rivoluzione… In attesa della rivoluzione, che fare? Uno dei nodi della questione è l’inserimento.


Premetto che sono uno strenuo difensore dell’inserimento, anche se, devo riconoscere che all’inizio ci sono stati inserimenti selvaggi, esperimenti mal riusciti, improvvisazioni, ecc. ecc. Molti errori sono stati commessi: ma se non altro, i bambini erano nella scuola di tutti e non segregati in istituti, sui quali sarebbe meglio stendere un pietoso velo di silenzio, ma non bisogna dimenticare che sono esistiti e che la mentalità segregazionista è sempre all’erta. Ma bisogna andare oltre l’inserimento, e battersi per una reale condivisione, per la con-vivenza…non ne posso più di sentire parlare di inserimento di alunni diversamente abili (ma per la stragrande maggioranza, handicappati sono e tali restano) o di stranieri: in questa logica integrazionista, c’è sempre un buono che accoglie e uno ‘sfigato’ che deve essere accolto.


Manca una vera cultura della differenza, che permetta a ciascuno di essere attore nella scuola di tutti, a prescindere dalle sue abilità o dalla sua lingua. Un altro nodo è quello dell’apprendimento. A scuola si va per imparare. È anche vero. Ma cosa? A essere come gli altri? O a ‘divenire quello che si è’ (come auspicava, ancor prima di Nietzsche, Pindaro). Ma apprendimento di cosa? Mario Gennari, docente all’Università di Genova, ha introdotto nella letteratura pedagogica e negli studi accademici, il concetto di Bildung. Su cosa sia la Bildung potremmo scrivere, come è stato fatto, volumi su volumi. Nel nostro caso, procederemo ad alcune veloci citazioni .


Cos’è allora la Bildung? “È una categoria costitutiva dell’essere umano. Per questo, e solo per questo, lo è anche dell’esperienza, del sapere, della cultura, della vita”. Inerisce all’oggetto stesso della pedagogia: la formazione e l’educazione dell’uomo: “nell’affrontare questo presupposto centrale e fondativo, la pedagogia generale può riferirsi al concetto di Bildung”. “Il vocabolo tedesco Bildung –connesso con il verbo bilden, cioè formare- rinviene la propria radice nel sostantivo bild: immagine, figura e anche idea. Con Bildung si indica primariamente la ‘formazione’ dell’uomo nel senso spirituale, culturale e umano”. Il concetto è legato a quello di formazione che non solo consiste nel ‘prendere forma’, ma anche nell’assumere una configurazione ideale’. Ma, torniamo a parlare dell’apprendimento: scrivono Kaiser e Gennari che “l’ideale umanistico della Bildung muore quando, dove e perché si afferma il paradigma dell’apprendimento.


 Così alla formazione armonica di un uomo cosmico e onnilaterale è sostituito un apprendimento cognitivo che sovente si riduce all’addestramento di un individuo a compiere funzioni, specifiche e specialistiche”. Per anni ho discusso con una collega, di formazione comportamentista, che addestrava –è l’unico termine utilizzabile- il ragazzino da lei seguito. Questo poveretto aveva imparato a leggere alcune parole solo se inserite in un particolare contesto: ad esempio, davanti alla macchina distributrice di bevande, riconosceva parole come ‘bar’, ‘caffè’, ‘the’ ecc. che non riconosceva in nessun altro contesto…A che serviva tutto ciò? A mio parere, quello che manca nella formazione (sia nel senso professionale che in quello di Bildung) degli insegnanti è l’attenzione alla persona e all’anima. Sono conscio della valenza religiosa di questi due termini, per cui sarà opportuno precisarne le condizioni d’uso . Com’è noto, il termine persona nasce con il teatro romano e indica il personaggio dei una commedia. Con il tardo stoicismo passa a indicare “l’individuo umano in quanto ha un ruolo nel mondo, assegnatogli dal destino. In epoca moderna è Locke a identificare la persona con l’io (o coscienza), sotto l’aspetto morale, e ritenendola costituita dall’identità con sé attraverso il tempo (garantita dalla continuità della memoria) e solo per ciò suscettibile di continuità. Per Kant l’uomo è persona in quanto portatore della legge morale e capace di autonomi, e perciò degno di ‘rispetto’, dotato di ‘dignità’, e senza ‘prezzo’. Celebre è la sua definizione di imperativo categorico: “agisci in modo da trattare l’umanità, in te e negli altri, mai soltanto come un mezzo, ma sempre anche come fine”.


Nel secolo scorso, si è poi diffusa la dottrina filosofica del personalismo, che ha assunto però connotazioni religiose (già presenti, per alcuni aspetti anche nella definizione di persona), che ha avuto tra i maggiori esponenti, Maritain, Guardini e Mounier. Ma anche personaggi di diversa estrazione, come Antonio Gramsci, hanno parlato di “onnilateralità dello sviluppo personale”. Anima indica convenzionalmente il principio dell’attività cosciente dell’uomo e, più in generale il principio della vita di ogni vivente. Il soffio vitale.


Chi vuole, può approfondire il discorso filosofico in altre sedi. Qui mi interessa introdurre, forse con un po’ di presunzione, i concetti. Tanti anni fa, nel 1985, ho conquistato (si fa per dire) una Direttrice, un vero e proprio personaggio, a metà strada tra la Rottelmeyer di Heidi e una eroina dei romanzi d’appendice grazie ad una affermazione fatta con l’incoscienza giovanile. Nel circolo vicino (allora lavoravo su due circoli didattici), mi presento dopo l’assunzione come supplente annuale. Il direttore del Circolo mi dice di programmare da solo. Dopo essermi presentato nel secondo Circolo, dinnanzi alla Direttrice, racconto quanto mi ha detto il direttore del Circolo vicino. Entro in questa stanza austera. La Direttrice mi accoglie caldamente. A un certo punto, le dico: “Capisce, Direttrice, il Direttore vorrebbe che io programmassi la mia attività in una classe che non conosco, con colleghi e bambini sconosciuti…Cosa programmo? E poi, diciamolo francamente: ho sempre privilegiato, prima della didattica, la relazione, con i bambini…A questo punto, la Direttrice si alza, in tutta la sua altezza (e vi assicuro che era, ed è tuttora, alta) e, guardandomi negli occhi mi dice: “Maestro Falco! Erano anni che attendevo che qualche insegnante mi dicesse una cosa del genere!”. Ed è vero. Tuttora è così: ogni volta che mi rapporto con una classe, con bambini e bambine, non dimentico il mio ruolo (sarebbe mistificante) ma quello che cerco è la relazione: quell’invisibile ragnatela di relazioni, convivenze, amicizie, sguardi e non detto che si crea. E ogni classe è diversa: un universo, anzi un multiverso. Un insieme di creature diverse, ognuna con le sue specificità, le sue caratteristiche, le sue problematiche e le sue abilità. Ognuno con i propri bisogni, i propri linguaggi, il proprio bagaglio culturale, il proprio retaggio familiare, la propria storia e la propria cultura (sia nel senso di ciò che ha appreso precedentemente sia nel senso antropologico, di complesso di credenze, saperi, linguaggi e abitudini). Devo ammetterlo, non tutti gli insegnanti curriculari riescono a cogliere la ricchezza e la complessità della rete di relazioni che si instaurano, che crescono e si modificano sotto i loro occhi: molte maestre sono troppo prese dall’insegnare, per accorgersi di quanto accade intorno a loro.


È banale affermare con il Piccolo Principe che tutti i grandi sono stati bambini, ma pochi se ne ricordano? L’insegnate di sostegno non è deve essere un tecnico (la tecnica spesso non basta: ho conosciuto maestre preparatissime, ma senza un briciolo di umanità); ma non deve neanche essere solo una figura affettiva: l’amore non basta (ho conosciuto maestre umanissime, ma che non sapevano comunicare nulla –meglio queste, comunque delle prime: se non altro queste sono ‘calde’, le prime sono ‘fredde’). Difficile è trovare chi sappia coniugare razionalità e sentimento, preparazione e affettività: non era il buon vecchio Pestalozzi ad affermare che bisogna adoperare il cuore il cervello e la mano? Come mai, gli insegnanti utilizzano una sola di queste categorie (raramente due e, ancor più raramente, tutt’e tre?).


Qui torna il discorso della formazione, sia nel senso di professionalità che di Bildung. Qui si affaccia un discorso pericoloso, quasi impalpabile fatto di sentimento, di sentimenti, di empatia e di mission. Di chi crede nel proprio lavoro, per quanto sottopagato esso sia. Della motivazione e della coscienza. Di chi capisce che i ragazzini sono, a prescindere dal loro status sociale, politico, religioso, fisico ecc. le risorse del domani. Noi, insegnanti, genitori, educatori, adulti in genere dobbiamo ricoprire fino in fondo il nostro ruolo maieutico: dobbiamo aiutare i bambini a ‘tirar fuori’ le loro potenzialità, le loro capacità, la loro intelligenza, a prescindere dalle difficoltà, dall’ambiente, dai problemi. I grandi pedagogisti non sono forse coloro che hanno saputo operare nonostante tutto, in situazioni a volte veramente problematiche.


Noi potremo essere dei nani, nei loro confronti e loro dei giganti ma, come dicevano nel medioevo, se i nani salgono sulle spalle dei giganti, vedono più lontano di loro…grazie a loro. PS: ma in tutto questo i cosiddetti gravi che c’entrano? C’entrano eccome! Ho sempre avuto difficoltà a comprendere questa categoria. Sarà che sono un figlio (degenere del ’68, del ’77 o che so io…), sarà che sono un maestro sui generis, sarà che sento maggiormente la vicinanza dei bambini che quella degli adulti; sarà, infine, che sono anch’io un po’ border…sarà che gli altri mi dicono sempre che mi diverto più io dei bambini…sarà. Ma il normale non ha molta fantasia (e poi, da vicino chi lo è?). certo, nella mia carriera ho trascorso molto tempo con gravi. Ma io ho sempre letto le diagnosi dei medici, dei tecnici, l’ho meditate…e infine, messe da parte: un tassello in più nella conoscenza della situazione. Ma uno dei tanti: poi quello che mi chiedevo era, sempre, come possiamo aiutare questa persona? Cosa gli serve di più? Come possiamo investire il tempo scolastico? Come possiamo intervenire su e con i genitori? Mario Tortello aveva individuato quatto indicazioni di lavoro: 1. riprendiamoci la pedagogia 2. pensami adulto 3. partecipare per apprendere 4. la pedagogia dei genitori. Non so se ne siano state individuate altre. Sicuramente è possibile: ma mi sembra che si possa partire da queste. Il lavoro non manca.


Certo, uno dei fattori principali del nostro lavoro è quello di sapersi mettere in gioco, sia come professionisti che, a volte, anche come persone. Bisogna sapersi aprire all’Altro, condividere spazi di vita e momenti di crescita. Gioie e dolori. Bisogna sapersi immergere in una relazione, crearla e farla crescere come un albero…per poi sapersene distaccare. A volte bisogna essere il piccolo cervo e l’albero su cui batte, sì, ma per farsi le corna. Per diventare adulto. Lo so che tutto ciò implica un rapporto individuale con il bambino segnalato, ma a volte, se non si vuole perdere tempo (e la variabile tempo è una componente fondamentale) bisogna individuare almeno una collega di classe con cui lavorare sulle altre, al fine di ruotare, di non essere l’insegnante di Gianni ma della classe. Lo so che questo non è molto tecnico, ma spesso bisogna lavorare col cuore, non solo col cervello. Soprattutto per trovare strategie comunicative che siano davvero funzionali. Non sopporto chi dà ricette, valide per ogni situazione. Pascal diceva che il cuore conosce ragioni che la ragione non conosce. Non è solo un gioco di parole. Bisogna saper cogliere l’effimero, lo sguardo, il momento, la sensazione. Occorre riscoprire la metafora dell’insegnate come coltivatore, che lavoro il terreno, che lo dissoda, con un occhio al presente e uno al futuro. Che si dedica al suo lavoro, ma in maniera artigianale. Che fa degli errori, ma che da questi impara. Un domani ne farà altri. Ma saranno altre occasioni per imparare. Non tutti coloro che fanno gli insegnanti di sostegno, lo sono. Ma torniamo alla domanda iniziale.


I gravi che c’entrano? In tutto questo, c’entrano: come alunni che devono imparare, come bambini. Devono imparare perché la scuola non può esaurire il suo compito nella mera socializzazione. Ma cosa devono imparare? Tutto quello che imparano gli altri? E gli altri imparano? Che cosa? E qui torna nuovamente sotto lo sguardo, quello che gli insegnanti curriculari (ma ahimè e peggio ancora) anche alcuni –molti- sostegni: valutano l’elaborato e non il processo di apprendimento, considerano solo un tipo di intelligenza (solitamente quella logico-matematica) a discapito di tutte le altre. Difficilmente il bambino segnalato (ma anche i cosiddetti normodotati) vengono considerati nella loro globalità, nella costruzione della persona onnilaterale, nel processo di costruzione della loro Bildung.


E così si sprecano potenzialità, si bruciano anni…e si addestrano individui, non persone.


Giuliano Falco


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