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Effetto Sydney
Ida Dominijanni - 09.10.2004


Il Manifesto del 28 settembre 2004

Sotto il cielo della politica. Effetto Sydney


Fragilità, corpo, amore. Lessico pratico per il presente



«Italian Effect», un convegno a Sydney sull’influenza del pensiero radicale italiano nell’ultimo decennio. Dal laboratorio nostrano degli anni `70 al laboratorio globale di una politica contrapposta alla forma della guerra


Ida Dominijanni


C’è un effetto della globalizzazione che né i suoi fautori più entusiasti né i suoi critici più apocalittici riescono a mettere a fuoco, ed è quello che essa provoca sul pensiero. Come in altri campi, la tecnica qui dice molto ma non tutto: non si tratta solo di una maggiore facilità di comunicazione e diffusione di idee, fonti, testi. Si tratta di una diversa modalità di produzione del pensiero, quando esso si avvale di uno scambio di esperienze e di un contatto diretto con persone, contesti, luoghi, tempi, stagioni differenti. Quando questo avviene, e contrariamente a quanto spesso si crede, l’effetto non è né di piatta omologazione, né di tranquilla contaminazione: c’è invece un rischioso quanto fecondo spiazzamento, che cambia le prospettive, altera le dimensioni, porta in primo piano particolari trascurati, costringe a ruvidi confronti con alterità non considerate, libera associazioni mentali tenute sottotraccia. A Sydney, nel corso di un convegno internazionale dedicato all’«Effetto italiano» sul pensiero politico radicale, tutto questo è felicemente avvenuto, grazie anche all’accoglienza di una «global city» che dello scambio multiculturale e della traduzione linguistica, politica, artistica fa ogni giorno necessità e virtù. Si trattava, grazie all’interesse per la scena politica e intellettuale italiana di alcuni ricercatori di cinque università consorziate - Brett Neilson che ne scrive qui a fianco, Ilaria Vanni, Michael Goddard, Melinda Cooper, Timothy Rayner - di verificare l’ipotesi che in questo decennio si stia verificando uno spostamento dall’influenza prevalente del pensiero francese (Foucault, Deleuze, Derrida) sugli studi politici australiani e, più in generale, di area anglo-americana, a quella del pensiero italiano, e più precisamente di quello che gli organizzatori, sulla scorta del titolo di un libro di Michael Hardt e Paolo Virno, chiamano «pensiero radicale italiano»: l’operaismo degli anni 60 e 70 e il post-operaismo degli anni 90, la cybercultura, il pensiero della differenza sessuale. Il portato, insomma, del «laboratorio politico» italiano dal Sessantotto in avanti, ripensato sulla scia del successo mondiale di Impero di Toni Negri e Michael Hardt, del credito internazionale del lavoro di Giorgio Agamben (tanto più in Australia, dove il tema del campo concentrazionario è imposto dal trauma storico del rapporto con gli aborigeni e dal trauma politico del trattamento dei profughi), dell’esplosione delle potenzialità politiche della Rete e del mediattivismo (tanto più in un continente in cui più che altrove Internet ha significato un salto di qualità nella comunicazione e nell’aggregazione), dell’attenzione per il femminismo italiano (più viva che altrove grazie a una forte presenza nelle università di ricercatrici di lingua italiana).


L’operazione, si capisce, era a rischio, e poteva risolversi nell’esegesi e nell’idealizzazione di un patrimonio politico e teorico, gratificante per noi che in Italia sentiamo ancora bollare gli anni Settanta come il decennio maledetto, i «radical thinkers» come cattivi maestri, il femminismo della differenza come una corrente esoterica e via dicendo, ma poco utile ai fini di uno scambio effettivo per il presente. L’effetto di spiazzamento invece ha funzionato, facendo del laboratorio italiano un punto di partenza per pensare le necessità della politica oggi, in una situazione globale che già rende superate le premesse da cui il «pensiero radicale italiano» degli anni `90 partiva; e in un contesto intellettuale vivo come quello allestito dai ricercatori e dagli studenti di Sydney, in cui malgrado le elezioni siano alle porte (si vota l’8 ottobre e lo scontro fra Howard e Lethan ricalca quello fra Bush e Kerry) ciò che conta di più è la politica post-rappresentativa, e dallo scenario di guerra non rimbalza tanto l’eco della bomba sull’ambasciata australiana a Giacarta quanto la catastrofe antropologica dispiegata quotidianamente dalle immagini di torture e decapitazioni.


Cambio di decennio, appunto, cambio di scenario, e di conseguenza cambio di tonalità del pensiero politico antagonista. Sotto un cielo in cui l’Impero riscopre bandiere e politiche nazionaliste, il post-umano si rivela disumano, il cyborg si reincarna nei kamikaze, la soldatessa Lyndie England sevizia un prigioniero iracheno al guinzaglio, si può ancora puntare su Spinoza contro Hobbes, scommettere sul futuro di una moltitudine mai segnata dal negativo, tenere viva una politica del desiderio, fidarsi delle tecnologie della comunicazione e dell’agorà virtuale, mettere in valore la differenza sessuale? «Il panorama è cambiato», dice Franco Berardi alias Bifo (che del convegno sta a sua volta raccontando su Rekombinat.org), e tira le somme per quanto riguarda la Rete, il mediattivismo e le teorie del cognitariato: l’ottimismo tecnologico degli anni 90 sta scontando adesso un doppio limite, l’enfasi sulla comunicazione virtuale a spese del corpo e l’enfasi sull’infosfera a spese della psicosfera. Corporeità, sessualità, sensitività, contatto, emotività, elaborazione psichica inconscia dell’informazione cancellate in nome della potenza cognitiva e della velocità comunicativa. Senonché corpo, emotività, sessualità ci presentano adesso il conto: dal teatro della guerra e dal set mediatico di una politica dell’immaginario che dall’alto ci manipola senza che dal basso riusciamo a rispondere con pratiche altrettanto capaci di mobilitare ragione e inconscio, discorso e passione, mente e corpo.


La scissione fra corpo e linguaggio, desiderio e razionalità, di cui la politica moderna si nutre fin dalla sua nascita, si è impadronita anche della politica alternativa postmoderna? Il rischio c’è e ed è quello che il femminismo, sulla scena italiana, ha segnalato fin dal suo esordio, «tagliando» con l’esodo femminile la generazione politica del `68. Tanto più diventa interessante ripensare oggi quel taglio, i suoi effetti, le possibilità di un rinnovato dialogo fra donne e uomini di quella generazione politica e delle successive che si aprono oggi. E’ una storia in parte scritta ma in parte tutta da scrivere, a partire dalle contaminazioni linguistiche che si riscontrano fra «pensiero radicale» e pensiero della differenza sessuale, e che tuttavia non ne accorciano le distanze sui due punti cruciali e connessi della concezione della soggettività e delle pratiche del cambiamento. Però non è un caso, o così a me pare, che sotto il cielo di Sydney, e in un clima più mite di quello italiano anche quanto allo scambio politico e intellettuale fra donne e uomini, alcune urgenze si siano ripresentate in comune. L’esigenza di riportare il corpo in primo piano. E quella di pensare una politica dell’amore. Non, o non solo, con la felice baldanza dell’antico slogan «fate l’amore non la guerra» dei tempi del Vietnam. Ma con la consapevolezza che la potenza espropriante dell’amore è l’unica in grado di opporsi alla potenza espropriante della violenza, e di volgere la fragilità e l’esposizione delle nostre «vite precarie», come le definisce Judith Butler, alla relazione con l’altro e non al suo annientamento.


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