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Apprendere l’italiano: una pluralità di modelli per i minori stranieri
* - 26.10.2004


Apprendere l’italiano: una pluralità di modelli per i minori stranieri.


 

Per i minori stranieri presenti sul territorio “l’effettività del diritto allo studio è garantita dallo Stato, dalle Regioni e dagli enti locali anche mediante l’attivazione di appositi corsi ed iniziative per l’apprendimento della lingua italiana”. Così leggiamo nell’art. 38 del decreto legislativo 25 luglio 1998 n. 286, Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, tuttora vigente. Avviene veramente così? Diciamo subito che i minori stranieri immigrati possono fruire di sostegni all’apprendimento dell’italiano assai diversificati per qualità, durata, personale insegnante coinvolto, modello organizzativo, a seconda del luogo in cui risiedono. Le differenze sono riconducibili a diversi fattori e condizioni:
- Presenza di insegnanti “facilitatori” distaccati dalle classi per condurre laboratori linguistici: si tratta di risorse diffuse, anche in maniera consistente, nel recente passato in alcune grandi città e poche altre zone ma ora molto ridotte di numero in conseguenza del taglio degli organici.
- Utilizzo progettuale dei fondi, previsti dal contratto di lavoro della scuola, per le scuole situate in zone a forte flusso immigratorio. Con tali fondi è possibile istituire “pacchetti” orari di attività aggiuntive degli insegnanti ma questi pacchetti sembrano comportare un numero di ore troppo ridotto rispetto ai bisogni: un insegnante non riesce a svolgere in un laboratorio linguistico più di qualche ora settimanale e per di più non per lunghi periodi: si corre il rischio di interventi ridotti, frammentari più che altro a “sostegno” piuttosto che caratterizzati da continuità.
- Uso dell’organico di istituto e dei fondi di cui sopra in modo da avere nell’istituto un insegnante responsabile del laboratorio linguistico: sono stati ad esempio rilevati casi di scuole che hanno deciso di diminuire le compresenze possibili, magari di per sé già assai frammentate, per avere il distacco totale o parziale di un insegnante dalla classe così che possa occuparsi di tenere corsi e laboratori per gli alunni stranieri.
- Progettualità territoriale che coinvolge scuole ed enti locali. Grazie ai fondi messi a disposizione dalla legge 285 e dalla legge 40, sovente integrati con altri stanziati da comuni e province “sensibili” al problema e dagli istituti scolastici, sono state realizzate negli scorsi anni numerose esperienze di grande interesse che qui cercheremo di esporre sinteticamente, raggruppandole in alcuni “modelli”.
A. Modello “interno”
E’ quello che più assomiglia a quello degli insegnanti “facilitatori”. Il progetto prevede che educatori, giovani insegnanti, tirocinanti, talvolta insegnanti in pensione, conducano laboratori in diverse scuole, a ognuna delle quali sono assegnati per un “pacchetto orario” annuale, sulla base dei bisogni e delle caratteristiche degli alunni stranieri inseriti. Il pacchetto di scuola viene gestito in modo flessibile con gruppi di alunni stranieri che frequentano il laboratorio in orario curricolare.
Il vantaggio principale di questo modello è dato dalla possibilità di comunicare fra insegnanti della classe e docente del laboratorio, ma anche dalla possibilità di organizzare il percorso tenendo conto degli orari delle lezioni dell’istituto. Sembra una scelta adeguata agli alunni delle scuole del primo ciclo dell’istruzione (primaria e media).
Un problema è invece rappresentato dalla formazione degli insegnanti del laboratorio che spesso non hanno il background didattico dei docenti in servizio. Tuttavia l’entusiasmo di educatori e giovani insegnanti, la loro empatia verso bambini e ragazzi stranieri, risultano spesso essere elementi positivi.
B. Modello “esterno”
Il personale insegnante è come quello del modello “interno”, talvolta fornito e formato da cooperative di servizi. Essi però svolgono la loro attività laboratoriale in centri o “poli” territoriali presso i quali confluiscono ragazzi provenienti da scuole del circondario, sovente grazie ad appositi servizi di trasporto scolastico. I laboratori si tengono generalmente in orario scolastico. Questa scelta consente di concentrare risorse scarse e di meglio utilizzarle. E’ evidente che funziona meglio in città o ambiti territoriali non vasti. Viene proposta prevalentemente per ragazzi delle scuole medie e delle superiori ma ha l’indubbio svantaggio di allungare i tempi di assenza degli alunni dalla classe e anche di rendere più difficoltoso il rapporto fra gli insegnanti di classe e quelli dei laboratori, assai importante per una personalizzazione dei percorsi e un loro coordinamento.
C. Modello “parallelo”
Si tratta di laboratori sistematici e corsi intensivi condotti in orario extrascolastico in “poli” oppure all’interno di singoli istituti. Nelle esperienze che si caratterizzano per questo modello troviamo sia il personale docente dei modelli precedenti sia insegnanti in servizio. Uno dei problemi è il carico di lavoro che gli alunni hanno per cui non è pensabile, in corso d’anno scolastico, condurre corsi intensivi che superino alcune (due, tre?) settimane. Pare essere una forma più sostenibile da studenti delle scuole superiori e, in certa misura, di scuola media. Si tratta di una scelta organizzativa che può avvicinarsi anche a una sorta di doposcuola.
D. Modello “propedeutico”
Vengono attivati corsi più o meno intensivi prima dell’inizio delle lezioni a settembre, durante i mesi estivi o anche negli ultimi mesi dell'anno scolastico. I ragazzi stranieri frequentano i corsi prima di essere immessi in classe. E’ una forma utilizzata da alcune scuole per i loro iscritti stranieri ma anche prevista sia in progetti territoriali che consorziano scuole e comuni sia in progetti del privato sociale, quali centri interculturali, associazioni ecc.
Nella realtà si possono incontrare una varietà di integrazioni dei diversi modelli. Un ulteriore modello “integrativo” è, infine, quello che prevede accordi fra istituti scolastici e CTP che mettono a disposizione loro insegnanti per condurre moduli e laboratori di insegnamento dell’italiano, come è anche consentito dalla vigente normativa.
Elio Gilberto Bettinelli"

 

da www.scuolaoggi.org


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