Perché in Lombardia ci sono più diagnosi di ADHD e in Emilia-Romagna dello spettro autistico?

Orizzontescuola del 29/12/2020

Eccesso di medicalizzazione dell’infanzia e prospettive per la scuola sono temi che suscitano dibattiti e confronti. Ne abbiamo parlato con il Professor Daniele Novara, pedagogista e autore, fondatore e direttore del CPP, Centro Psico Pedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti.

Professor Novara, della nostra ultima intervista un argomento ha suscitato particolare interesse ed è stato oggetto di confronto, l’eccesso di medicalizzazione dell’infanzia. Mi permetta una battuta, lei a tonsille come sta?
Beh, la ringrazio per l’assist, ho riportato anche nel libro “Non è colpa dei bambini” un aneddoto sull’asportazione delle tonsille che ha segnato la mia infanzia. Una prassi che ha caratterizzato la mia generazione per poi scoprire che le tonsille in realtà era meglio lasciarle lì perché avevano una loro funzione ben precisa. Così come le scarpe correttive per i piedi piatti e l’asportazione dell’appendicite, altre due “mode” mediche in voga negli anni ’60. Questo per dire che ci sono delle vere e proprie prassi mediche, che io ho definito per semplicità “mode”, che accompagnano le varie generazioni, nel bene o nel male. Oggi le “mode” mediche che accompagnano le nuove generazioni sono più attinenti alla sfera psicologica.

Nel suo libro “Non è colpa dei bambini” lei cita Ivan Illich ed in particolare il concetto di “intolleranza terapeutica”.
I
van Illich è stato uno dei più grandi intellettuali del secolo scorso, un intellettuale molto dissidente. Illich riteneva che la nostra società fosse diventata più occlusiva nei confronti delle diversità. Con una sensibilizzazione crescente verso i diritti umani, la normalizzazione passava attraverso la stigmatizzazione sanitaria, un nuovo modo di intervenire e contrastare la diversità nel quale il diverso diventava il portatore di un disturbo sanitario, patologia che veniva considerata un pericolo per il resto della società e, quindi, doveva essere isolata. Questo approccio metodologico si è con il tempo radicato nei vari ambiti della società, anche nei confronti dell’infanzia. I bambini sono naturali portatori di diversità, sono per antonomasia differenti, sia dagli adolescenti che dagli adulti. E’ sufficiente pensare al tema del “pensiero magico”, le cui dinamiche sono state oggetto di studio di innumerevoli esperti tra cui non si può non ricordare Jean Piaget. Piaget parla di animismo infantile, cioè della capacità del bambino di attribuire un’anima alle cose e di parlare con esse. I suoi successori hanno poi approfondito le ricerche introducendo il concetto di pensiero magico. Se osserviamo i bambini mentre giocano è facile vederli parlare con una bambola, un soldatino o un dinosauro. E’ un fenomeno che li accompagna fino ai 9/10 anni ed è estremamente differente dal pensiero dell’adulto che è un pensiero logico-razionale, lineare.

Continuando il nostro ragionamento sull’eccesso di medicalizzazione, oggi ci troviamo ad affrontare il problema dei falsi positivi. Ogni volta che un bambino si discosta da quello che viene considerato un comportamento standard si tende ad inquadrarlo in una patologia che a volte diventa più una sorta di parafulmini per genitori ed insegnanti, come a dire “non è colpa mia, è il bambino che è così”. A questo proposito, considerando che il cervello del bambino è un cervello in fase di sviluppo, lei afferma che esiste un confine molto labile tra immaturità e malattia, ci aiuta a capire meglio?
Nel mio studio capita spesso di approcciarsi con genitori che “etichettano” i propri figli ancor prima di averli portati da uno specialista. Mi è capitato di sentire genitori che lamentavano un ritardo del linguaggio del proprio figlio ad un anno e mezzo, oppure altri genitori i quali riferivano che la maestra gli aveva detto che il loro figlio era ipercinetico e che doveva essere visto da uno specialista. Ecco è questo approccio che ritengo sbagliato, assegnare una patologia appena assistiamo ad un comportamento diverso da quello standard pur non avendone le competenze e le conoscenze. Con questo modo di approcciarsi ai problemi l’accesso alla rete è stata una cosa devastante. Immaginiamo un genitore normotipo al quale una maestra riferisce che, a suo avviso, il figlio è ipercinetico; ecco che si scatena la ricerca dell’informazione e allora ci si catapulta nel web per trovare tutte le informazioni utili che a volte sono anche contrastanti e confondono più che chiarire. Accade poi che si viene travolti sul lato emotivo e ci si affida a studi medici, magari privati, che fanno test, un paio di visite, e ti ritrovi con una bella neurodiagnosi. In apparenza può sembrare un modo migliore per aiutare il bambino, ipercinesia vuol dire ADHD, in pratica si mette una bella “etichetta” di “disabilità” sulla fronte del bambino. Poi c’è un eccesso di regionalismo delle patologie, ad esempio in Lombardia è più diffusa l’ADHD, in Emilia-Romagna lo spettro autistico. Con tutto il rispetto per coloro che svolgono questi lavori, e io collaboro molto spesso con neuropsichiatri, ma una etichetta di disabilità ingenera un tema di rinuncia nei confronti del bambino che, invece, andrebbe sostenuto nelle sue risorse. In Italia la situazione è molto allarmante, nell’ultimo anno le certificazioni di L.104, che sono tutti disturbi emotivi e comportamentali, sono arrivate al 3,3%. Questo comporta un impiego di risorse a sostegno dei ragazzi, insegnanti di sostegno e assistenza specialistica, che si tramuta anche in un importante impegno di spesa per i comuni. L’ho denunciato anche nel mio ultimo libro “I bambini sono sempre gli ultimi”. Una “moda” diagnostica oggi particolarmente in voga è quella dello spettro autistico, una formula che vale per tutte le stagioni. Mi è capitato di incontrare genitori al cui figlio era stato diagnosticato una forma di autismo dopo solo due sedute. In realtà era un bambino normalissimo, tranquillo, che giocava e ascoltava. Ecco, forse c’è un po’ troppa leggerezza nel diagnosticare, in particolar modo se poi consideriamo che, come dimostrato da alcuni studi scientifici, l’80% dei genitori al cui figlio viene diagnosticato un disturbo autistico va in depressione, quindi non è più di nessuno aiuto a suo figlio e diventa egli stesso un disabile. A me è capitato anche di avere discussioni con specialisti che volevano assegnare in anticipo, come forma preventiva, una patologia per far avere l’insegnante di sostegno nell’anno scolastico successivo. Tutto questo senza verificare se vi erano miglioramenti nel corso del tempo. In questo gioco i genitori vengono incastrati, vittime di sensi di colpa, oggi sono sempre più isolati e fragili.

Facciamo un passo indietro, anche per cercare di capire meglio come queste vicende si inseriscono nel contesto in cui viviamo. La nostra è una società in crisi, le istituzioni e la famiglia hanno perso la loro solidità e credibilità. Bauman l’ha descritta bene parlando di “modernità liquida”. Un esempio lampante viene rappresentato dalla Scuola che ha subito quattro riforme negli ultimi venti anni, ma a prevalere è ancora un’impostazione di tipo gentiliana. Kenneth Robison affermava che la scuola uccide la creatività, il pensiero divergente. Ci da una sua visione in merito?
Me lo chiedono in tanti, non è semplice da spiegare. La scuola, almeno in Italia, è rimasta abbarbicata al passato. Nel libro “non è colpa dei bambini” indico tre punti critici che caratterizzano la scuola di oggi: le modalità di reclutamento, una didattica arretrata e il sistema di valutazione. Partendo dalla modifica di questi tre punti si potrebbe costruire una buona riforma del sistema scolastico. Il sistema di reclutamento attualmente in uso lo possiamo definire un sistema gentiliano, basato sull’idea che i contenuti e lo studio siano la cosa più importante. C’è la convinzione che la conoscenza si acquisisca semplicemente con l’ascolto dell’insegnante e lo studio. Questo è un approccio basato su una concezione trasmissiva della conoscenza il che comporta di avere insegnanti esperti della propria materia e non dei processi di apprendimento. L’insegnate è il depositario del sapere che poi trasmette ai propri alunni. In questa modalità l’aspetto metodologico e pedagogico sono marginali. Questa concezione ha il suo culmine nella MAD, la messa a disposizione, dove persone che non hanno mai visto una classe, che non sanno come si gestisce una classe di 20/25 alunni, si trovano a fare gli insegnanti. Il reclutamento non può avvenire sulla base della conoscenza della materia, deve avvenire sulla base della competenza professionale dell’insegnante, che è una competenza relativa ai processi di organizzazione dell’apprendimento, quindi centrata sugli alunni. Bisogna essere in grado di mobilitare motivazioni, interessi, problematizzazioni che agiscono poi nella capacità dell’alunno di attivare le sue risorse in funzione del raggiungimento di un apprendimento operativo. In pratica bisogna essere in grado di far lavorare gli alunni e non semplicemente di farli ascoltare.

Lei afferma che il ruolo dell’insegnante oggi dovrebbe cambiare, in pratica andrebbe inserito all’interno di un patto educativo per “curare” con l’educazione. Vygotskij ipotizzava l’esistenza di una zona di sviluppo prossimale dove l’ausilio di un esperto permetterebbe il raggiungimento di competenze superiori. E’ questo il ruolo dell’educatore, sia esso insegnante che genitore.
Gli approcci di Vygotskij e Piaget sono due modalità estremamente importanti per la pedagogia moderna. In passato sono stati incautamente contrapposti, oggi si comprende meglio la loro complementarietà. Teniamo presente che è sempre un equivoco far derivare un sistema pedagogico da una teoria psicologica. Come diceva giustamente anche Piaget, gli psicologi mettono a disposizione dei pedagogisti, che sono degli scienziati pratici, le loro conoscenze, poi devono essere loro a costruire dei progetti e delle azioni pertinenti. La storia della pedagogia moderna nasce sul mutuo insegnamento. Penso a Pistalozzi, padre Girard, Frobel, capaci di passare da una concezione arcaica, basata sul monitore, ad un sistema che valorizza gli aspetti della socializzazione tra gli alunni, come una risorsa reciproca, e questo viene poi ancor più valorizzato nella pedagogia della scuola francese, ad esempio da Cousinet e da Freinet, e in Italia da Lorenzo Milani. Ma anche la Montessori prevedeva la collaborazione tra i bambini. Oggi le neuroscienze danno supporto a queste teorie, in particolare la scoperta dei neuroni specchio ci permette di affermare che siamo noi stessi nella misura in cui siamo gli altri. La presenza degli altri ci permette di raggiungere risultati migliori. Storicamente ce lo insegna il fatto che i Sapiens siano sopravvissuti ai Neanderthal, sebbene questi ultimi avessero un cervello migliore. La forza del gruppo, e la capacità di trasmettere memoria, ha permesso ai Sapiens di sopravvivere e non ripartire mai da zero. Ecco, questa è la cosa importante anche in aula, bisogna far lavorare gli alunni sull’interazione e mai sull’isolamento dovuto alla frontalità dell’insegnamento. A volte mi chiedono come mai il mio sistema sia così differente e alternativo, rispondo sempre che in realtà è la scuola frontale alternativa alla storia della pedagogia, io seguo la storia della pedagogia.

Lei afferma che la scuola ha bisogno di un cambio di prospettiva, basata maggiormente sulla Pedagogia. Partiamo dalla Montessori e da Dewey, per un’apprendimento basato sul fare.
Innanzitutto mi permetta un aneddoto, Dewey all’inizio sosteneva la Montessori, quando ancora non era famosa, successivamente, quando lo spessore di Maria Montessori emerse, creando un sistema quasi al limite della perfezione, iniziò a contrastarla. Detto ciò, Dewey elabora queste idee pedagogiche nel periodo dell’attivismo pedagogico. L’ inizio del novecento è stato uno dei periodi migliori, dopo Jean Jacques Rousseau, della pedagogia mondiale e dove si colloca anche la Montessori. Come dicevo prima, la pedagogia è una scienza operativa, è sempre operativa, non è trasmissiva o legata al puro e semplice studio. La scuola basata solo sullo studio favorisce le classi sociali che provengono dallo studio. Ancora oggi l’80% dei ragazzi che frequenta la quinta classe del liceo classico sono figli di laureati. Nella tomba Gentile gongola, è il trionfo del suo sistema, che poi abbiamo solo in Italia. Nel resto del mondo la formazione ha un appeal diverso dal nostro, a cominciare dal fatto che le scuole superiori hanno una durata di soli 4 anni. Noi abbiamo la più grande pedagogista dei tempi moderni, Maria Montessori, che purtroppo in Italia non ha attecchito. Oggi si potrebbero inserire in tutte le scuole sezioni montessoriane, basterebbe l’approvazione del collegio docenti, purtroppo questo ancora non avviene, e quindi ci troviamo paradossalmente ad essere uno dei paesi al mondo con meno scuole montessoriane. Questo è grottesco, ma denota la crisi della pedagogia in Italia e quindi anche la crisi della scuola. La scuola è in crisi anche perché non c’è una scienza che la sostenga. Quando ci troviamo di fronte un bambino difficile e ricorriamo alla neuropsichiatria anziché alla pedagogia, questo rappresenta un fallimento della scuola.

Lei afferma la necessità di cambiare il sistema valutativo attualmente in uso nelle nostre scuole. La valutazione basata sul voto di fatto cristallizza la situazione, lei, invece, propone di introdurre una valutazione evolutiva, ci spiega in cosa consiste?
 Finché la scuola non cambia il sistema di valutazione il rischio è quello di tornare sempre al punto di partenza, come in un eterno gioco dell’oca. Il sistema di valutazione attuale è basato sostanzialmente sugli errori. In pratica meno sbagli, meno errori fai, e più alta sarà la tua valutazione. Questo sistema, che apparentemente sembra perfetto, in realtà è il più sbagliato in assoluto. In pratica noi mettiamo un’asticella, chi la supera va bene e chi non ci riesce resta indietro. La valutazione evolutiva che propongo è basata non sulla valutazione degli errori ma dei progressi. Si parte da una valutazione iniziale per comprendere i punti di partenza dell’alunno e su questa base valutare i suoi progressi. Bisogna prendere atto, e lo dico con piacere, che la nuova valutazione nella scuola primaria ha abolito, come in Europa, i giudizi basati su voti numerici, sostituendola con quattro tipologie di giudizio molto interessanti. Non siamo ancora alla valutazione evolutiva, però ci sono dei segnali positivi. Spero di aver dato un contributo, perché la mia teoria sulla valutazione evolutiva è molto precisa e non ho mai trovato nessuno che mi abbia detto di preferire di essere valutato sulla base dei propri errori. Spero che questo approccio ci possa consegnare una scuola diversa, dove gli alunni sono motivati e desiderosi di imparare, perché comprendano che questo è il banco di lavoro che tutti condividono. Dobbiamo aiutarli ad imparare piuttosto che cercare i loro inevitabili errori, che non solo sono inevitabili ma anche necessari.

Intervista di Fabio Gervasio

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