Redattore Sociale - Covid. La storia di Nicole, a scuola solo il primo giorno

ROMA. Tutto inizia il 14 settembre: suona la campanella, Nicole rientra a scuola, come tanti. "Tornata a casa, dopo pranzo mi dice: 'Mamma ho bisogno di sdraiarmi un po''. Aveva 38,2". E' il racconto di Stefania Stellino, presidente di Angsa Lazio ma soprattutto mamma di due figli con autismo. Una è Nicole. E' il racconto del 'girone dantesco' in cui ogni giorno cadono tanti genitori, di fronte al manifestarsi di sintomi e contagi all'interno delle scuole: sintomi e contagi che, almeno per ora, nel caso dei più piccoli rappresentano più un problema burocratico che sanitario. I ragazzi per lo più stanno bene, ma le procedure previste dal protocollo, in caso di sintomi o anche in assenza di questo, ma in presenza di contatti con positivi, prevedono che restino a casa anche diversi giorni. Nicole e la sua famiglia sono ancora dentro il girone in cui sono entrati il 14 settembre.

"Non mi sono preoccupata, ma ho dovuto comunque contattare subito il medico di base per capire che cosa dovessi fare e come mi dovessi comportare. Abbiamo stabilito di monitorare il decorso. Ho chiamato quindi il dirigente scolastico, per avvertirlo che l'indomani Nicole non sarebbe andata a scuola per via di quel rialzo termico. Ho cercato di essere rassicurante, per evitare allarmismi: certo non poteva essere stato un contagio a scuola. Passano i giorni e Nicole continua ad avere la mattina un piccolo rialzo termico, intorno a 37,4 /37,5, con dei picchi più o meno febbrili il pomeriggio fino a 38 la sera. Il medico viene a visitarla: non prescrive il tampone, non essendoci i presupposti: non aveva infatti avuto alcun contatto con infetti conclamati. Il 23, visto che l'alterazione continua, contatto un infettivologo, per capire quali indagini ulteriori si possano fare. Per andare in ospedale occorre però, da protocollo, un tampone con esito negativo, dovendo dichiarare che la persona ha avuto un rialzo termico nei 14 giorni precedenti. Insisto con il medico di base perché mi prescriva il tampone. La mattina seguente alle 9 siamo in fila al drive-in".

Così, dopo ormai una settimana intera di assenza da scuola, Nicole fa il tampone. "Mi aspettavo l'esito entro 2-3 giorni - ci racconta Stellino - invece passano ben sei giorni: la notte del 29 ci arriva tramite mail l'esito negativo".

A questo punto, Nicole ha tutte le carte in regola per tornare a scuola. "Visto che è assente già da tanti giorni, la mattina del 30 scrivo subito al medico chiedendo il certificato per la riammissione. Ed ecco la sorpresa: nessun certificato fino a quando non si appuri la causa della febbricola. Ora, io non contesto il fatto che si debba approfondire, sono io la prima ad averlo richiesto per il benessere di mia figlia. Il problema è che siamo stati bloccati fino all'esito del tampone e sei giorni sono tanti. Mio marito, che lavora nel comparto sanità, si è dovuto mettere in malattia in attesa della mail da parte della Asl con il risultato. Ora, lui è un dipendente pubblico, ma se fosse stato un dipendente privato, se avesse avuto un esercizio? Bloccato per tutti quei giorni. E adesso, Nicole non può rientrare a scuola. Anche se segue da casa in didattica digitale integrata, risulta formalmente assente, perché di fatto non è mai rientrata fisicamente a scuola".

"Negativo è una cosa brutta"
In più, c'è l'autismo, a rendere la situazione ancor più complicata. "Quella che ho raccontato fin qui è la storia di una famiglia qualsiasi e immagino che tanti stiano vivendo le stesse problematiche. La nostra famiglia però ha la peculiarità di convivere con l'autismo. Ed anche con quello si deve fare i conti". Come vive, allora, Nicole tutto questo? "Una volta arrivato il referto, quando ha letto 'Negativo' ha detto: 'Oddio mamma, se è negativo vuol dire una cosa brutta'. Nella testa di una persona autistica - spiega Stellino - le informazioni si processano con una logica ferrea. Le ho spiegato che il negativo in medicina indica una cosa positiva, che non ci sono problematiche. Un'ora di domande e risposte, ma alla fine si è convinta. Poi però ha letto 'Assente' accanto al suo nome, sul registro elettronico. E allora ha ricominciato: 'Vedi mamma, avevo ragione io: è una cosa brutta e negativa perché io faccio le cose, faccio i compiti, però sono assente'. Ripeto, i protocolli per la tutela della salute pubblica sono sacrosanti, ma c'è una disfunzione, qualcosa che sta funzionando male alla base: aspettare sei giorni per un tampone è inaccettabile, troppo pesante e debilitante per una famiglia".

E se fosse stato positivo?
E poi c'è un altro aspetto: "Se l'esito fosse stato positivo? Qui mi autodenuncio: l'altro figlio, che ha un autismo severo e a fatica aveva ripreso la scuola, la piscina e le sue routine, ha continuato a fare la sua vita, nessuno ci ha detto di tenerlo a casa. E io non potevo comunque permettere che fosse ostaggio del sistema fallato e nemmeno obbligarlo a comprendere che, senza un motivo reale, dovesse di nuovo chiudersi in casa. Lui che a mala pena dice 'mamma'. Avevamo chiesto in tempi non sospetti, sia per la disabilità ma anche per tutto il mondo della scuola, che venissero emanate delle circolari chiare e circostanziate sulle procedure. la circolare del ministro Speranza sulle procedure per il rientro a scuola è soltanto del 24 settembre, a scuola iniziata già da dieci giorni. Così non funziona, non può funzionare uno Stato di diritto: stiamo ledendo i diritti delle persone - denuncia infine Stellino, ora nella veste soprattutto di presidente di Angsa Lazio -, perché una famiglia può restare sei giorni in ostaggio di un tampone e ora di accertamenti sanitari che con il Covid non hanno nulla a che fare, essendo ormai stato escluso il contagio. Mi pare una situazione molto confusa, che grava come sempre sulle spalle delle famiglie".

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