Redattore Sociale - Violenza contro le donne disabili, "complesso riconoscerla e difficile denunciarla

Di Rolando Alberto Borzetti - - 04.12.2019

BOLOGNA. Insulti, derisione, aggressioni fisiche, baci e carezze contro la propria volontà: la violenza contro le donne disabili assume forme diverse e spesso non viene riconosciuta come tale, a meno che non si tratti di atti eclatanti che finiscono sui giornali. Il tema è ancora poco conosciuto e le questioni della violenza di genere e della disabilità spesso vengono trattate come due compartimenti stagni: è stato questo il tema al centro dell'incontro "Donne disabili tra discriminazioni e violenza di genere", organizzato a Bologna dal centro antiviolenza Casa delle donne in occasione del festival "La violenza illustrata".
"Tutti i giorni sotto i nostri occhi ci sono forme di violenza, e spesso non si tratta di abusi fisici evidenti - spiega Valeria Alpi del Centro Documentazione Handicap -. Le donne disabili vengono trattate come se non fossero vere donne e vengono viste come totalmente asessuate. I loro corpi sono costantemente manipolati per motivi medici o di igiene, ma non viene loro riconosciuta alcuna dignità sessuale: anche questa è una forma di violenza". Tante le storie raccontate: R., una donna di 43 anni con disabilità fisica, la cui madre la obbliga a mettere il pannolone per andare al lavoro perché non si fida che i colleghi la aiutino ad andare in bagno. E poi S., 50 anni, con disabilità intellettiva, alla costante ricerca di un fidanzato, che ha un padre rimasto vedovo molto spaventato che qualcuno si approfitti di lei: per far sì che la figlia sia meno attraente le taglia i capelli corti con le forbici da cucina e le compra vestiti da uomo. Infine B., che si è rotta un incisivo cadendo dalla carrozzina e i genitori hanno deciso di non pagarle il dentista, perché tanto "a chi vuoi che importi del suo aspetto".
Difficile è raccogliere dati sulla violenza contro le donne con disabilità: di recente è stata pubblicata una ricerca realizzata da Fish e Differenza donna, attraverso un questionario aperto a cui hanno risposto 519 donne disabili. Anche se il campione non è rappresentativo, i dati sono comunque allarmanti: il 65 per cento ha subito una qualche forma di violenza, ma solo un terzo la riconosce come tale. I tipi di violenza più comuni sono gli insulti, l'aggressione fisica e le avances sessuali contro la propria volontà. Nell'80 per cento dei casi chi fa violenza è una persona conosciuta e vicina. Ma la cosa che preoccupa è anche la difficoltà di queste donne di reagire: solo il 6 per cento si è confidata con qualcuno, e solo il 5 per cento si è rivolto a un centro antiviolenza.
"Denunciare la violenza per una persona disabile è ancora più difficile - racconta Alpi -. Una donna con disabilità spesso ha bisogno di aiuto per recarsi a un centro antiviolenza, a volte anche solo per alzare la cornetta. E se la persona che fa violenza è anche chi si occupa di lei, il gioco è fatto. Poi c'è la paura di restare sole, senza aiuti, o di perdere l'affidamento dei figli. E quando a denunciare è una donna con deficit intellettivo, si presenta anche la questione della credibilità: ha più valore la parola di una donna con disabilità psichica o quella di un uomo considerato 'sano'?".
Altro tema centrale è quello dell'accessibilità dei centri antiviolenza e del rapporto tra le lotte per i diritti delle donne e quelle per i diritti delle persone con disabilità. "Alcuni centri antiviolenza non sono accessibili e non sono preparati ad affrontare le situazioni specifiche delle donne disabili - afferma Sara Carnovali, dottoressa di ricerca in diritto costituzionale e autrice del libro Il corpo delle donne con disabilità. Analisi giuridica intersezionale su violenza, sessualità e diritti riproduttivi -. Spesso la situazione è diversa da regione a regione: purtroppo non tutte le donne possono usufruire degli stessi servizi. Si tratta di una profonda violazione dei loro diritti fondamentali".
Nel passato, le rivendicazioni dei movimenti femministi raramente hanno tenuto conto della condizione delle donne disabili: "Mentre le femministe lottavano per emanciparsi dall'essere viste soltanto come oggetto sessuale, le donne disabili chiedevano il diritto di essere considerate sessualmente desiderabili - continua Carnovali -. Mentre le femministe combattevano per emanciparsi dalla figura di madre e dunque per il diritto all'aborto, le donne con disabilità lavoravano per essere riconosciute come possibili madri, capaci di accudire i loro figli tanto quanto le altre. La disabilità da sempre è esclusa dall'agenda delle politiche di genere, così come il genere è escluso dalle politiche sulla disabilità. Le istituzioni devono lavorare per invertire questa tendenza".

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