Redattore Sociale - Donne disabili vittime di violenza, "ancora troppo invisibili"

BOLOGNA. “Le donne con disabilità non chiedono aiuto perché non sanno di poterlo chiedere e non è solo una questione di mancanza di informazioni”. Intervenendo all'incontro Donne con disabilità e violenza di genere, all'interno del festival La violenza illustrata, in corso a Bologna fino al 4 dicembre, Maria Cristina Pesci, medico e psicoterapeuta, ha indicato quella che considera non solo una via d'uscita per donne con disabilità vittime di maltrattamenti e violenza - “ancora troppo invisibili”, ha detto - ma anche la strada verso “un'idea alta di inclusione”. “Ci arriveremo quando le équipe con professionisti esperti sulla disabilità, per esempio ginecologhe, psicologhe, traduttrici nella lingua dei segni, potranno essere prestate ai servizi che si occupano di tutte”. La psicoterapeuta, lei stessa con disabilità motoria sin dalla nascita, sottolinea che a Bologna sia impossibile trovare un ambulatorio con lettino per visite ginecologiche adatto a chi ha una disabilità: “Stiamo lavorando per avere un servizio che lo garantisca. Se non c'è un posto dove andare, una donna non pensa di poterci andare. Desidererei un servizio contro la violenza sulle donne che le comprendesse tutte e non stornasse quelle con disabilità verso un servizio specifico”.

“La Casa delle donne per non subire violenza, che da gennaio a ottobre ha accolto 697 donne, riceve anche richieste di aiuto da donne disabili, ma non siamo abbastanza attrezzate, dalla mancanza di un montascale per accedere al nostro sportello di ascolto alle difficoltà culturali. A volte abbiamo ovviato andando a fare un colloquio a domicilio”, ha spiegato Laura Saracino. “Sarebbe utile avere un protocollo comune, per non dover sempre ricorrere alla creatività”, ha commentato Valeria Alpi, giornalista di Accaparlante e coordinatrice dell'incontro, sottolineando come l'incontro di oggi sia una prima volta all'interno del festival, giunto alla XIII edizione e quest'anno intitolato “Taci, anzi parla”, “segno che la sensibilità su questo tema si sta diffondendo”, ha aggiunto Pesci.

La violenza di genere contro donne con disabilità è un fenomeno che rischia di rimanere sommerso. Per cominciare a esplorarlo, un anno fa Aias Bologna ha condotto un ricerca nell'ambito del progetto “Voci di donne”, da cui è emerso che il 54% delle rispondenti si è sentita discriminata in quanto donna con disabilità nell'accesso ai servizi, a causa di barriere sociali e nelle relazioni affettive. Oltre il 40% ha dichiarato di aver ricevuto un maltrattamento psicologico ed emotivo, oltre il 7% un abuso sessuale; il 23% ha denunciato negligenza o omissione da parte di chi dovrebbe prestarle cura. L'indagine ha rilevato che questi comportamenti avvengono soprattutto in famiglia, anche a causa dello stress emotivo quotidiano dovuto ai problemi legati alla disabilità, e per questo può essere più difficile riconoscerli ed esplicitarli.

Perché sia così raro che le donne con disabilità si rivolgano ai centri antiviolenza se l'è chiesto anche l'associazione Frida, nata nel 2008 in Toscana, che nel 2013 ha dato vita al progetto Aurora. “Da quando abbiamo iniziato a pubblicizzare i nostri centri antiviolenza, i servizi territoriali, che conoscono le situazioni, hanno iniziato a inviarci le donne da loro seguite che denunciavo violenze – ha raccontato Rosalba Taddeini –. Ne abbiamo accolto un centinaio, soprattutto con disabilità cognitive e psichiche”. “Se ci mancano degli strumenti, per esempio una traduttrice per una una donna sorda, ci rivolgiamo in rete ai centri antiviolenza che ce l'hanno”, aggiunge Taddeini, che referente dello Sportello sulle multiple discriminazioni di Differenza donna, un'associazione che gestisce diversi centri antiviolenza a Roma. Per dare il senso di come la violenza di genere sulle donne con disabilità fatichi a essere riconosciuta, ha riferito la vicenda di una donna con disabilità cognitiva seguita dai servizi sanitari che solo dopo 27 anni di violenze sessuali quotidiane è creduta nei suoi racconti e indirizzata al centro antiviolenza. O di una donna con patologia neurodegenerativa che, grazie all'impegno dell'associazione, è stato possibile sottrarre al maltrattante documentando che era in pericolo di vita.

Nel 2017, sotto lo stimolo della campagna Step-up! per fare avanzare l'applicazione della Convezione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica, è partita un'indagine indirizzata ai centri antiviolenza della rete D.i.re per capire se siano accessibili sia dal punto di vista delle barriere architettoniche che degli strumenti messi in campo per ascoltare la richiesta delle donne. “Si stima che le donne con disabilità siano soggette a violenza di genere da 1,5 a 10 volte di più delle altre”, ha detto Alice degli Innocenti riportando un dato diffuso durante un convegno della campagna.

Trovandosi all'incrocio tra diversi tipi di discriminazioni, le donne con disabilità rischiano di essere escluse sia dalle politiche di genere e per le pari opportunità che dalle politiche per i diritti delle persone con disabilità, ha sottolineato Sara Carnovali, dottoressa in Diritto costituzionale e autrice de “Il corpo delle donne con disabilità”. Non solo, escluse storicamente dal pensiero che pone al centro il maschio sano, a lungo sono rimaste fuori anche dalla riflessione femminista e dal movimento per i diritti civili delle persone con disabilità, ha ricostruito la giurista, chiarendo che in Italia la normativa penale tutela a sufficienza le donne con disabilità vittime di violenza, mentre rimane problematico accedere alla fase processuale, durante la quale è alto il rischio di vittimizzazione, per le donne disabili come per tutte le altre. Se il maltrattante è il caregiver i problemi si moltiplicano, sia perché è ancora più difficile per la donna con disabilità denunciare chi si dovrebbe prendere cura di lei e invece ne abusa, la maltratta, la violenta, sia per chi deve raccogliere a vario titolo la sua denuncia, dalle operatrici dei centri, al personale sanitario, agli operatori della giustizia.

“In caso di violenza le donne disabili possono avere un problema in più, il paradosso di doversi rivolgere al maltrattante”, ha osservato anche il disability manager del Comune di Bologna. “Sono qui soprattutto per conoscere, l'apprendimento è il primo passo per cambiare”, ha ammesso. “In due anni al mio ufficio non è mai arrivata nessuna segnalazione, credo significhi che questo problema rimane sommerso, non arriva all'attenzione della collettività”, ha aggiunto Sosio, dichiarandosi disponibile a ipotizzare con le associazioni possibili percorsi, per esempio per arrivare a un consultorio con supporti psicologici e medico-legali adeguati, e a proporli nelle sedi istituzionali.

“Quando si tratta di una persona con disabilità, in particolare cognitiva e relazionale, prima di intervenire bisogna chiedersi: a quale bisogno stiamo rispondendo? Più la persona non può esprimersi, più dobbiamo essere tutelanti”, ha ribadito la psicoterapeuta Pesci, convinta che sia possibile farlo sulla base di un rispecchiamento reciproco fra tutte le donne, con o senza disabilità. Un rispecchiamento difficile, perché “nessuno vuole riconoscersi nella donna con disabilità, in un'immagine di dipendenza senza speranza, di peso per chi ti sta vicino, di corpo come luogo da correggere o manipolare, predestinata a essere isolata, di una inadeguatezza imperdonabile e senza appello rispetto alla cura di se stesso e di eventuali compagni e figli”. Un rispecchiamento necessario di cui ha provato a dare conto, e non solo simbolicamente, “Se non fossi 'così'”, un video realizzato nel 2017 da Aias Bologna insieme alle attrici disabili e non del Magnifico teatrino errante nell'ambito del progetto Voci di donne. (Benedetta Aledda)


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