L'esclusione dal volto umano: non ti punisco... ti mando a casa!

Da circa due anni seguo, in qualità di psicoterapeuta supervisore di un gruppo di lavoro che opera privatamente sulle difficoltà scolastiche in una città del sud, un bambino di 7 anni che agisce in ambito scolatico comportamenti-problema. Tali difficoltà di comportamento derivano da una storia personale fatta di abbandoni, incuria, affidi familiari, fino all'approdo alla famiglia che sta attualmente gestendo il peso e la fatica di aiutarlo nel suo percorso di vita. Con un lavoro faticoso durato alcuni mesi siamo riusciti, nell'ambito delle nostre attività pomeridiane, ad educare il bambino ad un controllo ed un autoregolazione ottimale la qual cosa ha consentito di avviare un lavoro di scolarizzazione che si sta rivelando utile ed efficace. Il problema è che tale attività di autocontrollo ed autogestione richiede ancora la presenza di un Io ausiliario di riferimento, di un educatore che egli identifica come autorevole e capace di guidarlo verso obiettivi e mete educative. Il lavoro terapeutico si centra tutto sull'autorevolezza delle figure di riferimento, un autorevolezza conquistata inizialmente con tecniche di punizione dolce, con il time out, e che poi scorre nei binari dell'empatia e della predispozione di compiti adatti alle sue potenzialità e capacità in modo da non generare frustrazione e caduta di autostima. Tutte queste metodologie, consolidate nella letteratura scientifica di settore, si sono rivelate eccellenti nel conseguire obiettivi didattici ed educativi ed hanno reso possibile il fatto che il bambino, oltre ad aprpendere molto in termini di contenuti abbia agito, nel corso dell''anno scolastico appena trascorso, un solo episodio di aggressione ed agitazione nei confronti di un docente, rientrato dopo alcuni giorni di gestione del problema. La principale difficoltà che incontro come riabilitatore e professionista è che la scuola attua un rifiuto sistematico di ricorrere a tecniche di controllo dei comportamenti-problemi, una metodologia che permetterebbe di entrare nel mondo di questo bimbo e diventare un riferimento gradito ed affettuoso. Posso testimoniare che le figure riabilitative che si sono occupate di lui rivestono per lui una grande importanza e sono destinatari di una fiducia persino superiore a quella rivolta ai genitori adottivi. Sto parlando di fiducia, non di paura. Del resto dovrebbe essere noto che il time out è una tecnica che non ha finalità di aggredire o colpevolizzare il bambino gratuitamente ma semplicemnte di favorire i processi di autoregolazione, di impedire che il bimbo si faccia o faccia male, di creare una relazione adeguata con l'educatore. La scuola di questo bambino bolla queste proposte come "naziste", "non condivisibili", "non attuabili", ma non propone nessun percorso alternativo se non quello di lasciare il bambino al pascolo nei corridoi, rovinando così lo sforzo che sviluppiamo di indirizzare le sue energie verso la capacità di concentrarsi ed apprendere e rinforzando i comportamenti problematici perchè è ovvio a tutti (tranne che ai docenti) che se ogni intemperanza si trasforma nella possibilità di allontanarsi dalla classe si finisce per ricompensare il bambino e quindi incentivare i comportamenti-problema. Infatti l'unico luogo in cui il bambino attualmente agisce comportamenti problema è la scuola, essendo essi del tutto estinti sia in famiglia che con gli educatori del nostro Centro. Il risultato di questo diniego ad operare è stato che i comportamenti-problema aumentano anche in ragioen del clima di stigma che si finisce per alimentare. Lo scorso anno sono comparsi manifesti, ad opera di genitori, contro "il bullo" (si trattava di una prima elementare), che una delle insegnante si è fatta refertare una lesione ed ha condiviso una lettera in cui si parlava del "gravissimo pericolo" per la incolumità dei bambini e dei docenti. Quest'anno non è andata meglio! Dopo aver cambiato insegnanti sperando in una miglior fortuna ci siamo ritrovati nelal stessa situazione con l'insegnante di sostegno che piangeva e diceva di non "riuscire a gestirlo" e ravvisava una situazione di pericolo del tutto inesistente. Si è arrivati ad ipotizzare di chiamare il 118 e di sottoporre il bambino a trattamento farmacologico. In realtà bastano pochi segnali di rimprovero deciso per bloccare simili atteggiamenti che si verificano anche a casa e al Centro educativi ma che si risolvono in pochi minuti. La conclusione è stata che il gruppo GLH ha deliberato che in caso di comportamenti-problema il bambino sarà collocato a casa, gestito da noi o dai genitori. Così, sotto il manto di un buonismo di facciata, la scuola dell'accoglienza ci dà il ben servito e manda il diverso fuori dalle proprie mura. Certo lo fa con il sorriso, con le spallucce del tipo : "eh.. mi spiace proprio non si può", con l'idea ignobile di avercela messa tutta. In realtà coprendo in tal modo la non volontà dei docenti di prendere in carico un problema sicuramente difficile ma risolvibile. Sorge a questo punto un problema che merita di essere condiviso: in che misura possiamo fare integrazione scolastica se l'unica soluzione posta in essere è l'espulsione dalla scuola dei bambino molesti? Davvero possiamo accettare che le normative impediscono il ricorso a metodiche educative assolutamente necessarie ed efficaci (una docente ha verificato personalmente l'efficacia del time out) per questo bambino? Quale è il crimine nazista: bloccare un bambino che vuole colpire un docente con una mazza o espellerlo dalla scuola? Pare che le norme impediscano il ricorso a qualche azione sanzionatoria e quindi saremo costretti a portar via il bambino da una scuola che si rivela del tutto inadeguata a condividere un progetto di recupero comprovato ed efficace. In ogni caso è evidente che la scuola tara gli interventi sul proprio interesse e non su quanto occorra ai bambini con problema. Se questa famiglia non avesse i mezzi economici per sopperire alle carenze di proposta educativa questo bambino sarebbe del tutto perso. Che destino avranno i tanti altri bambini che non hanno alle spalle famiglie impegnate e con i mezzi per sopperire alle carenze delal scuola? Vorrei comprendere altre realtà come si muovono. Vorrei sentirmi meno solo nella indignazione. Vorrei anche qualche suggerimento normativo o legale per difendere questa famiglia e questo bimbo che, per inciso, è molto affettuoso e carino. Se la scuola davvero, come mi si dice, non può bloccare un comportamento problema con un rimprovero o una punizione dolce, necessaria a creare una sana relazione di accudimento, non deve nemmeno accettare bambini con questi problemi e deve istituire dei percorsi differenziali. Così facendo tutto diventa chiaro: non si discrimina salvando la propria coscienza e si dice chiaramente ciò che è realtà, cioè di non volersi occupare di queste faccende. Mi aspetto ogni utile considerazione a condividere la situazione.

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