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Fuoriregistro ospita Nuvole - Speciale del 10/04/2005
La  rivista

 

 

 

N U V O L E  - per la ragionevolezza dell'utopia -

diretta da Alfio Mastropaolo,
vi annuncia il suo passaggio da quadrimestrale a trimestrale, con una redazione rinnovata

 

Nuvole:

E' una rivista della sinistra che da oltre dieci anni si ostina a cantare fuori del coro, restando indipendente da partiti e sindacati, dando spazio ad una pluralità di opinioni in diversi campi della politica, della società, dell'economia e della cultura, senza paura delle verità scomode.

Si è occupata di trasformazioni del lavoro, disoccupazione, degrado della democrazia nel mondo, rapporto guerra-democrazia, questione israelopalestinese, uso politico della storia, privatizzazioni, scienza e guerra...

Essa ha ospitato nomi illustri italiani e stranieri. Alla rinfusa: Norberto Bobbio, Amartya Sen, Rossana Rossanda, Marcello Cini, Giorgio Ruffolo, Riccardo Petrella, Enzo Collotti, Giovanni De Luna, Gian Enrico Rusconi, Marco Revelli, Serge Latouche, Percy Allum, Lidia Menapace, Sergio Quinzio, Danilo Zolo

 

Abbonamento annuo:

accreditare €30 sul C/C 10121945 intestato a CITTÀ APERTA EDIZIONI s.r.l. via Conte Ruggiero 73 94018 TROINA (EN), scrivendo sulla causale “abbonamento a Nuvole”

 

In http://www.didaweb.net/fuoriregistro/speciali.php?sr=10

puoi consultare indici, sommari ed interi articoli dei numeri precedenti



 INDICE NUMERO 25

 

 

Editoriale

Guido Ortona, Qualche semplice considerazione sul programma politico della sinistra

Chiara Tripodina, Statuto dell’embrione vs libertà di ricerca scientifica: un conflitto risolto in modo incostituzionale

 

Res publica

Ugo Mattei, Bipartisanismo seriale

Paolo Borgna, La cittadella assediata della magistratura italiana 

                                  

Ritratti

Amalia Bottino, Per conoscere Edward W. Said                                                            

Rosita Di Peri, Orientalismi vecchi e nuovi         

                                                                      

Al mercato delle parole usate

Ilenia Massa Pinto, Sussidiarietà          

                                                                                 

Dossier su scienza e guerra

Presentazione

Roberto Fieschi, Gli scienziati e la guerra                                                                                

Massimo Zucchetti, Etica e mito dell’arma segreta: il coinvolgimento dei tecnici, nucleari e non

Paolo Gregorio Motta, Innovazioni tecnologiche militari e società civile                             

Giuseppe Sergi, Perdere un po’ la staffa                                                                       

Bernhelm Booß-Bavnbek e Jens Høyrup, Matematica e guerra                                       

Mario Vadacchino, La moralità degli scienziati: da Leo Szilard a Mordechai Vanunu

Marco Sassano, Saperi in guerra          

                                                                                 

Recensioni

Federico Repetto, Recensione di Un futuro senza luce? Come evitare i black out senza costruire nuove centrali, di Maurizio Pallante, Editori Riuniti 2004

 

 

 

ESTRATTI DALL’EDITORIALE E DA ALCUNI ARTICOLI

 

 

EDITORIALE

 

QUALCHE SEMPLICE CONSIDERAZIONE SU PROGRAMMA POLITICO DELLA SINISTRA

 di Guido Ortona

 

Alcune sue caratteristiche [del programma politico della sinistra] sono ovvie, nel senso che.. dovrà necessariamente averle, a pena di non essere un programma politico, o di non essere di sinistra. .. Non c'è nessun obbligo di essere d'accordo nemmeno con le ovvietà, e chi non lo fosse è caldamente invitato a esprimere il suo disaccordo. Le pagine di questa rivista sono un luogo adatto al dibattito.

1…. Quali devono essere le caratteristiche di un programma politico? 1)Coerenza…. 2)implementabilità ..(il programma deve potere essere la base di politiche specifiche)…. 3)Non estremismo … [in questa fase "costituente" di sinistra occorre evitare che problemi e argomenti che a qualcuno appaiono assolutamente cruciali diventino fonte di rottura perché altri danno invece ad essi meno rilevanza]. 4)…Il programma …deve essere incompleto [la mancanza in esso di aspetti anche rilevanti non deve portare al rifiuto delle parti che vengano riconosciute come valide, ma a uno sforzo comune per il suo completamento.] … 5)Verificabile

Il programma della sinistra (vera) dovrebbe …costituire una base in cui forze diverse possano riconoscersi, ma anche essere un programma con obiettivi generali ma precisi e implementabili…

2…. Esiste un consenso vastissimo sul fatto che l'Italia deve risolvere alcuni problemi ad essa specifici tali da far sì che in assenza di una loro soluzione l'economia può difficilmente restare coerente con quella delle altre economie europee sviluppate. L'elenco di questi nodi è piuttosto fluttuante (..alcuni includono anche il degrado dell'ambiente, ma c'è chi obbietta che tale degrado, ancorché condannabile, non contrasta, e semmai propizia, la crescita economica), ma di esso fanno parte, per accettazione universale …la complessità della burocrazia, la lentezza della giustizia (soprattutto civile), l'arretratezza del sistema educativo non di base, lo scarso sostegno alla ricerca applicata e al suo utilizzo, l'alto costo delle pensioni di invalidità, l'alto costo di energia, comunicazioni e trasporti, la criminalità, l'alto costo delle abitazioni.

3…. Alcuni aggiungono … la scarsa flessibilità del lavoro e l'eccesso della spesa pensionistica e sanitaria pubbliche. [Ma]… la flessibilità del lavoro è già ai massimi europei, …la spesa pensionistica non è eccessiva, … la spesa sanitaria sarebbe necessariamente destinata ad aumentare se si riducesse la componente pubblica…. Negli ultimi anni si è andati comunque molto avanti nella direzione qui criticata, con scarsi effetti di crescita…. Se il costo del lavoro raggiungesse livelli cinesi e la spesa pubblica si dimezzasse, l'economia godrebbe di uno splendido boom dovuto alle esportazioni, …ceteris paribus: mentre è facile prevedere che la conflittualità sociale, la delinquenza e la mancanza di democrazia che ciò inevitabilmente comporterebbe avrebbero effetti depressivi pesantissimi… Il problema non è far crescere l'economia a qualunque costo, ma far sì che l'economia produca ciò che serve ai suoi componenti…

4. .. L'incertezza sulle condizioni lavorative e quindi di reddito, la mancanza di una vera assicurazione contro la disoccupazione (caso unico in Europa) e il costo diretto dell'assistenza sanitaria e dell'istruzione, ormai troppo alti per essere compatibili con una concezione universalistica sono dei fattori che danneggiano seriamente le possibilità di crescita dell'economia italiana. Il clima di incertezza da una parte deprime la domanda; dall'altra scoraggia ogni tipo di investimento personale, da quello nella formazione a quello nei propri discendenti, …[e] il puro e semplice investimento di rischio da parte dei privati;… E’ sufficiente pensare a quanto sarebbe più dinamica e propensa all'innovazione la nostra società se chi viene licenziato avesse la garanzia della tutela del reddito e di un ragionevole reinserimento, se i lavoratori non dovessero limitare i propri consumi per cautelarsi contro possibili malattie, e se i giovani usufruissero di una scuola che ne stimolasse la creatività …

5. … Hanno torto coloro che ritengono che non si possa far crescere l'economia se non riducendo la tutela dei lavoratori e dei cittadini. Noi pensiamo invece che sia possibile che l'economia cresca rafforzando ed estendendo le caratteristiche di civiltà del nostro paese, e che, anzi, questo sentiero di crescita sia più realisticamente percorribile dell'altro. Le due strategie sono inconciliabili, dato che l'una richiede una progressiva riduzione dell'ampiezza e dei compiti del settore pubblico, mentre l'altra si basa al contrario su una sua estensione. … La prima strategia è una strategia di destra, … e la seconda di sinistra. …Al centro di un programma politico serio della sinistra deve quindi esserci un rilancio dell'intervento pubblico in economia, con il fine primario di garantire a tutti i cittadini prestazioni dignitose in tema di assicurazioni sociali (quindi contro la povertà, le malattie, la vecchiaia e la disoccupazione) e di formazione, ma anche per garantire i livelli di investimento, soprattutto in infrastrutture e in beni pubblici (fra cui la ricerca e la tutela dell'ambiente) che due decenni di mano libera al settore privato hanno dimostrato non realizzabili da parte di quest'ultimo. …

6. …Molto indicativamente, pensiamo che si possa indicare in circa 25 miliardi di euro l'ammontare minimo delle risorse che devono essere spostate dal settore privato a quello pubblico, circa il 2% del PNL. E' ragionevole pensare che metà di questa cifra possa essere pagata proporzionalmente da tutti i contribuenti, e l'altra metà possa essere ottenuta mediante un aumento delle aliquote per i soli redditi più alti…. Potrebbe essere aggiunto un ulteriore contributo, pagabile mediante la restituzione di titoli di credito verso il Tesoro [cfr. paragrafo 9]. …

Il modello che gli economisti chiamano neocorporativo, inteso nel suo senso tecnico (cioè di un patto sociale in cui i lavoratori limitano la crescita salariale in cambio di una maggiore crescita economica e di un'estensione dei consumi sociali; o meglio, in cui il progresso sociale dei lavoratori -ovvero dell'economia, che è lo stesso- si concretizza in un aumento dei consumi pubblici più che di quelli privati) ha dato in genere buona prova in Europa, mentre il modello opposto, quello conflittuale, non solo ha funzionato evidentemente male anche dal limitato punto di vista della crescita economica, ma ci sono buoni motivi per ritenere che sia self-defeating: esso infatti accumula tensioni sociali destinate inevitabilmente a esplodere qualora l'ipotetico successo del sistema riducesse la disoccupazione e rafforzasse quindi il lato dell'offerta sul mercato del lavoro.

7. … Dietro una presunta necessità di flessibilità si è cercato, e purtroppo con successo, di fare passare il ridimensionamento di alcuni diritti fondamentali dei lavoratori, con conseguenze gravi sullo stesso tessuto democratico del paese…. In un'economia sempre più composta da piccole imprese di servizi e sempre meno da grandi stabilimenti industriali, alcune norme, universali ma pensate essenzialmente per questi ultimi, devono essere modificate. Per quanto la distinzione sia difficile,… possiamo dire che c'è una flessibilità politica, che dipende dalla volontà del padronato di modificare a suo favore i rapporti contrattuali con i lavoratori, e una tecnologica, che dipende dalle mutazioni della base produttiva dell'economia italiana. Alla prima è giusto opporsi; la seconda va invece accettata e governata. Governare questa flessibilità vuol dire in primo luogo offrire garanzie a chi debba mutare lavoro a seguito di essa. E quindi allargare quell'assicurazione contro la disoccupazione che in tutta Europa, ma non in Italia, è uno dei pilastri fondamentali dello stato sociale. In assenza di garanzie siffatte, il lavoratore che lotta contro la chiusura di una azienda obsoleta lotta letteralmente per la sua vita e per quella della sua famiglia: e diventa allora non solo ingiusto, ma anche molto difficile, chiudere quella azienda. In altri termini, solo uno stato sociale efficiente consente di evitare che i conflitti che nascono inevitabilmente in una fase di trasformazione tecnologica assumano gravità tale da impedire il necessario adeguamento dell'economia.

8….Ci sembra allora che i seguenti punti siano irrinunciabili per un programma di sinistra per quanto riguarda la problematica economica

a) il ripristino e l'estensione di un sistema universalista di assistenza sanitaria;

b) l'introduzione di un'assicurazione generale contro la disoccupazione;

c) il miglioramento qualitativo dell'istruzione pubblica;

d) la distruzione dei comportamenti monopolistici nelle industrie di base (energia, telecomunicazioni, trasporti), vincolando il mantenimento del regime di privatizzazione al rispetto di norme di controllo rigorose (come del resto suggerito dalla teoria economica).

… I punti a) e b) implicano … esplicitamente la lotta contro la povertà, fino alla sua scomparsa.

….Quanto sopra deve essere sostenuto in sede europea, sia per motivi di principio, sia per sfuggire al rischio di free riding fiscale…

9…. E’ facile vedere almeno tre pericoli molto seri che incombono sul nostro paese; e su nessuno dei tre la sinistra ufficiale sembra avere idee chiare. 1…Il finanziamento del debito pubblico attualmente è reso apparentemente innocuo dal regime di tassi di interessi reali praticamente nulli. Ma qualora essi tornassero a valori normali, diciamo intorno al 2%, questo semplice fatto imporrebbe la necessità di trasferire circa 25 miliardi di euro all'anno dai contribuenti ai possessori di titoli di credito, e ciò senza alcuna riduzione dell'ammontare del debito. L'operazione non sarebbe indolore, perché la contribuzione fiscale è sostanzialmente proporzionale, mentre il possesso di titoli di credito è progressivo: si avrebbe insomma una redistribuzione netta dai più poveri ai più ricchi. Se poi la crescita dei tassi avvenisse in un contesto di ristagno economico, …. difficilmente la sinistra potrebbe avallare questo processo e sopravvivere come tale. Se vorrà sopravvivere, la sinistra dovrà togliere mediante tassazione almeno ciò che i grandi depositari di titoli di stato riceveranno come interessi. Si può evitare di chiamare questa operazione "tassazione dei bot", ma la sostanza è quella.

2…Il diffondersi del malcontento sociale … può diventare esplosivo. ….La sinistra, se mai sarà al governo, ma anche all'opposizione, non potrà affrontare le esplosioni sociali una per una, cedendo più o meno alle richieste in funzione della forza e della risonanza politica dei soggetti implicati. Sono occorsi anni, e il sacrificio di uomini come Ezio Tarantelli, per capire che la logica del neocorporatismo è quella vincente; ma essa richiede capacità di governo e di "fare politica" che vanno volute e rifondate.

… 3.Il terzo pericolo  …è che i primi due si manifestino quando l'Italia sia governata da un centro-sinistra debole e irresponsabile quale quello attuale. In tal caso avremo una protesta sociale diffusa egemonizzata da una destra ancora più irresponsabile e … senza scrupoli. Assisteremmo a rivolte fiscali di massa, indirizzate però non contro il trasferimento ai possessori di bot ma contro gli ipotetici sprechi della sanità e della scuola pubbliche; e assisteremmo a rivolte di piazza tipo Reggio Calabria. Le conseguenze sull'economia sarebbero disastrose; quelle sul prestigio della sinistra assai di più; quelle sulla tenuta della democrazia imprevedibili.

10… Il rilancio dello stato sociale è cruciale. ...[per] la ricostruzione di un insieme di valori in cui i cittadini si possano riconoscere. Fra i molti esempi negativi che ci vengono dall'America, […]c’è l'effetto deleterio che ha sulla convivenza sociale la mancanza di un'etica solidaristica universalista e di un insieme di istituzioni che se ne facciano carico. Ci sembra che non solo la diffusione dell'anomia, ma anche forme perverse di risposta all'esigenza di solidarietà non soddisfatta dalle istituzioni, come il comunitarismo o la diffusione del fanatismo religioso, testimonino dell'effetto devastante dell'assenza di una cultura dello stato sociale…. La superiorità della qualità della vita che si riscontra nei paesi che adottano un modello socialdemocratico avanzato dipende anche e soprattutto proprio dalla pervasività di questo modello. Dobbiamo quindi riaffermare la superiorità di un modello solidaristico non solo sul piano dell'efficienza economica e su quello della necessità di evitare l'emarginazione sociale, ma anche su quello dei valori e della qualità della vita per tutti i cittadini.

[C’è poi] la progressiva trasformazione della società italiana in una società multietnica. Per quanto sia giusto e opportuno che le diverse etnie godano di vasta autonomia culturale e religiosa, …in misura ampia esse vanno integrate nella società italiana. Per fare un esempio, se la legge italiana proibisce l'infibulazione, essa non deve essere permessa a nessuno. ... A pena di conflitti tragici, va affermato il principio che la legislazione nazionale prevale in caso di conflitto. Ora, questo principio, e quindi l' integrazione stessa, è tanto più agevole (meglio: meno disagevole) da affermare, e tanto meno foriero di conflitti gravi, quanto più esso corrisponde a un effettivo progresso civile e culturale dei membri delle etnie immigranti; quindi quanto più la legislazione civile è superiore in termini di solidarietà e di appoggio a quella comunitaria….

11. Quanto sopra… richiede una partecipazione e una mobilitazione difficilmente proponibili da forze politiche lontane dalla popolazione come i partiti della sinistra moderata attuale, e richiede dirigenti dotati di prestigio e di affidabilità. Non è certamente pensabile che siano i soliti noti a condurre una politica del genere di quella qui indicata. E questo… per la scarsa credibilità che avrebbero proposte politiche quali quelle qui suggerite se provenissero dalle dimensioni empiree in cui si muove la politica mediatica dell'attuale sinistra moderata. Occorre che… le proposte politiche della sinistra (…coerenti con gli interessi di buona parte dei cittadini, e quindi necessariamente in contrasto con quelle di altri) vengano dibattute e legittimate mediante il confronto con i cittadini stessi. Questo non è possibile senza una politica esplicita di rilancio della democrazia. La crisi della democrazia partecipativa italiana, che si basava sui partiti e sui sindacati di massa, è un fenomeno molto complesso... ma … a questo processo si è aggiunta una volontà politica di isolare la aristocrazia politica dalle masse, creando un'élite … sempre più autoreferenziale. L'adozione del sistema elettorale maggioritario… impedisce agli elettori di scegliere fra diversi candidati di sinistra… I referendum sul sistema elettorale non hanno prodotto una rappresentanza politica più vicina ai cittadini: al contrario, hanno spezzato molti dei legami che univano i politici ai cittadini, lasciando alla classe politica …una piena libertà di azione.

Il sindacato. …Le cause di fondo della crisi [del sindacato] sono: …fine della centralità della grande industria, differenziazione delle mansioni, terziarizzazione, ecc.; ma anche qui … su questo processo si è innestata …. una scelta politica di svincolare l'azione politica della dirigenza sindacale dal controllo degli iscritti, impostando la legittimizzazione della dirigenza non solo sulla elezione dal basso, ma anche, e sempre più, sulla cooptazione nell'apparato di governo, tramite la cogestione di limitati poteri e di limitati fondi….

12… La destinazione di risorse a obiettivi di sviluppo sociale e di crescita civile può essere difficile se altri paesi della stessa area economica si comportano da free riders. … L'apertura [dell’Unione Europea] a paesi più poveri ha reso le cose più difficili. Ma… l'economia europea ha dimensioni tali da consentirle di realizzare un modello sociale appunto "europeo" compiuto senza che questo esponga la sua economia a grossi rischi da parte di free riders esterni ad essa. La frase Maastricht dei diritti, …respinta esplicitamente dall'Ulivo, esprime bene questa impostazione.

13. …I punti precedenti sono necessari per qualsiasi programma di sinistra; ma non c'è nessun motivo per cui tutti i partiti di sinistra debbano essere d'accordo su tutto. … sarebbe auspicabile che ogni partito si presentasse con il suo programma, in modo che gli elettori possano scegliere (salvo le alleanze rese inevitabili dal barbaro sistema elettorale in uso). Unificarsi a tutti i costi quando non si è d'accordo significa chiedere agli elettori "intanto votate per noi; poi vedremo noi (Indice)

 

 

 

 

 

 

 

Statuto dell’embrione vs libertà di ricerca scientifica:

un conflitto risolto in modo incostituzionale

                                                       di Chiara Tripolina

 

È l’embrione persona umana?[…]

Alla tesi della dottrina di matrice prevalentemente cattolica che riconosce la dignità di persona umana all’embrione sin dal momento della fecondazione dell’ovulo materno si contrappone la tesi della dottrina di matrice prevalentemente laica che tende a spostare in un momento successivo rispetto alla fecondazione il momento in cui il concepito diviene soggetto di diritti, pur riconoscendogli fin dall’inizio dignità quale progetto di vita umano.

[…]Nel mondo medico-scientifico […] si fronteggiano i due opposti orientamenti di coloro che sostengono che esistono «concordi evidenze che portano a considerare la vita umana come un continuo che ha nella fase embrionale e nell’invecchiamento l’inizio e la fine del suo percorso naturale» e di coloro che dicono che […]la continuità del genoma dall’ovocita fecondato all’adulto non implica che, per una sorta di irradiazione retroattiva, [la] dignità dell’individuo adulto riverberi all’ovocita fecondato di origine.

[…] La legge n. 40 del 19 II 04 afferma che nelle pratiche di procreazione medicalmente assistita devono essere assicurati «i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito». Col che l’embrione, sin dal momento del concepimento, viene riconosciuto come soggetto portatore di diritti, da trattarsi al pari di tutti gli altri.

[…] Da giurista vorrei […] verificarne la legittimità rispetto alla Costituzione quale è posta e vive nell’ordinamento italiano. In particolare, intendo testare la tenuta costituzionale del forte limite che la legge, al fine di tutelare l’embrione, pone alla ricerca scientifica sulle cellule staminali. […]

[…] Con la storica sentenza 27 del 1975 sull’aborto, la Corte costituzionale ha riconosciuto fondamento costituzionale alla tutela del concepito, rinvenendolo nel combinato disposto degli articoli 31 e 2 della Costituzione [che] «riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, fra i quali non può non collocarsi, sia pure con le caratteristiche sue proprie, la situazione giuridica del concepito». [La sentenza però precisa che] «l’interesse costituzionalmente protetto relativo al concepito può venire in collisione con altri beni che godano anch’essi di tutela costituzionale e che, di conseguenza, la legge non può dare al primo una prevalenza totale ed assoluta, negando ai secondi adeguata protezione».

È, dunque, ben ponderato il bilanciamento tra gli interessi costituzionalmente rilevanti alla tutela dell’embrione[…] e alla libertà di ricerca scientifica[…], come operato dal legislatore del 2004?

[…]La legge dà corpo allo statuto giuridico dell’embrione, sia pure in negativo attraverso una serie di divieti: di sperimentazione (art. 13.1); di ricerca […](art. 13.2); di produzione di embrioni a fini di ricerca e di sperimentazione (art. 13.3.a) [ecc.].

[…]L’istanza che il mondo della ricerca scientifica avanza è quella di poter operare su embrioni congelati soprannumerari avanzati dalle pratiche di fecondazioni in vitro, allo scopo di portare avanti la ricerca sulle possibili applicazioni delle cellule staminali per la terapia di patologie umane oggi inguaribili come cancro, morbo di Parkinson, o di Alzeimer […] Altra istanza avanzata da mondo della ricerca scientifica è quella di poter operare la cosiddetta clonazione terapeutica, che rende possibile ottenere la produzione di staminali embrionali senza pervenire allo sviluppo di embrioni umani: attraverso questa tecnica, infatti, è possibile ricavare cellule staminali embrionali clonando cellule somatiche adulte che, avendo il medesimo patrimonio genetico del donatore della cellula, possono essere in lui trapiantate senza rischi di rigetto[…].

A tali istanze la legge 40/2004 risponde con una serie di divieti [di sperimentazione (art. 13.1); di ricerca non destinata a finalità di tutela della salute e dello sviluppo dell’embrione stesso (art. 13.2); di produzione di embrioni a fini di ricerca e di sperimentazione (art. 13.3.a), ecc.…]

L’effettiva limitazione che il legislatore del 2004 ha operato è anche la migliore possibile? Quella che predispone i mezzi più adeguati rispetto al fine che si propone e agisce in modo proporzionato nel comprimere gli altri diritti e interessi coinvolti nel bilanciamento[…]?

Resta da fare un ultimo decisivo passo: verificare se la disciplina della legge 40/2004, che per le parti analizzate mostra coerenza interna e ponderatezza nel bilanciamento degli interessi, resista al test di legittimità costituzionale anche rispetto al principio di uguaglianza/ragionevolezza di cui all’articolo 3 della Costituzione, che impone al legislatore, nel momento in cui scrive una legge, di non creare all’interno dell’ordinamento giuridico vigente delle irragionevoli discriminazioni[…]. Le norme non vivono isolatamente, ma fanno corpo con tutto l’insieme delle norme esistenti, così come sono venute stratificandosi nel tempo attraverso successive emanazioni di disposizioni e così come vivono nella loro interpretazione e applicazione prevalente […].

La già citata sentenza 27 del 1975 della Corte costituzionale [ha affermato] […] lo status del concepito non è integralmente assimilabile a quello di chi è già persona, tant’è che […] «non esiste equivalenza fra il diritto non solo alla vita ma anche alla salute proprio di chi è già persona, come la madre, e la salvaguardia dell’embrione che persona deve ancora diventare». Ed è in attuazione di questi principi che la legge 22 maggio 1978, n. 194 ha disciplinato il ricorso all’aborto terapeutico, per consentirlo in tutti quei casi in cui vi sia un pericolo per la salute fisica o psichica della donna.

E allora, calato nel quadro normativo vigente sulla tutela del concepito, lo statuto dell’embrione predisposto dalla legge 40/2004 pare irragionevole […]

[…]La legge 40 fa sì che nell’ordinamento italiano l’embrione sia persona in provetta, ma cosa nell’utero materno; sacro e inviolabile allo stato di ovulo fecondato e privo dell’ambiente materno che gli è indispensabile per venire al mondo, ma in balìa del principio di autodeterminazione della donna una volta impiantato e anche una volta raggiunto lo stato fetale.

[…]L’irragionevolezza [della legge] si trae […] assumendo il principio antitetico e già radicato nell’ordinamento che non esiste equivalenza tra embrione e chi è già persona.

[…] Solo ora si può dire [che] non è vero che legittimamente il legislatore poteva assumere a base della legge la tesi dell’assoluta equivalenza tra embrione umano e persona: avrebbe potuto, forse, alla luce della mera interpretazione letterale del testo costituzionale, nel senso che la lettera della Costituzione non si oppone di per sé a tale assunto se ben bilanciato con gli altri valori costituzionali; ma non poteva alla luce dell’interpretazione consolidata della Costituzione hic et nunc, giacché la libertà interpretativa rispetto al testo costituzionale ha da arrestarsi di fronte al dato di realtà, storico e sociale, di come la Costituzione vive in un determinato momento e in una data realtà. E se esistono due principi opposti e uno hic et nunc è ritenuto conforme alla Costituzione, l’altro, a rigore di logica, non può esserlo.

Questo non significa che nel tempo l’equilibrio dei diversi diritti e interessi costituzionalmente rilevanti non possa mutare  […]Ma il giudizio di costituzionalità va fatto qui e ora, e la legge 40/2004, rispetto al qui e ora, ha fatto un passo troppo avanti. O, più probabilmente, troppo indietro. (Indice)

 

 

 

 

 

RES PUBLICA

 

BIPARTISANISMO SERIALE

 di Ugo Mattei

 

Una gran parte dei progetti di riforma di Berlusconi che giungono alla meta, al di là della retorica […] sono stati concepiti ed iniziati nel corso dei governi dell’Ulivo e portati a termine dal Polo senza alcuna sostanziale soluzione di continuità.[…] La riforma Moratti, […]che sacrifica la formazione di base a favore di saperi specializzati maggiormente vendibili all’impresa privata, costituisce la continuazione diretta del pacchetto Berlinguer. La flessibilizzazione del rapporto di lavoro, ed in particolare la c.d. privatizzazione del pubblico impiego, erano state concepite dal cospicuo numero di giuslavoristi appartenenti alla medesima scuola dello sfortunato Biagi, già attivi come consulenti dei ministri ulivisti. […]Filosofie privatistiche molto simili sottostanno ai progetti di riforma del sistema pensionistico. […] Polo e Ulivo, quando al governo, sembrano aver interpretato lo stesso copione[…].

I più moderati[…] vedono queste riforme come scelte legislative tecniche, dettate da necessità strutturali piuttosto che da piattaforme ideologiche[…]. I più radicali considereranno il fenomeno come la prova provata della mancanza di significativa diversità fra centro-destra e centro-sinistra: […] un bipolarismo figlio degli stessi interessi e delle stesse lobby. […] La prima lettura suffraga un’impostazione blairiana della politica, fondata sulla rincorsa dell’elettore mediano[…]. La seconda, […] un’alternativa critica noncurante degli esiti elettorali che, in regime bipolare, finiscono per far vincere i candidati di destra.

Un piccolo contributo chiarificatore […]viene dall’assumere una prospettiva di osservazione più ampia[…]

Nell’ultimo ventennio[…] il diritto americano, ha saputo conquistare una posizione preminente in tutto il mondo. […] Le riforme giuridiche nei vari paesi, ancorché spesso condizionate da fattori locali, sembrano seguire un copione generale tracciato oltre Oceano.

[…] Nei loro sforzi di riforma legislativa, tanto i governi di centro-destra quanto quelli di centro-sinistra europei, trasformano i sistemi giuridici rendendoli sempre più simili, almeno nella forma, al modello statunitense. Ciò risulta vero pure nei paesi c.d. in via di sviluppo, […] nelle nuove democrazie del centro Europa, o ancora nei regimi comunisti[…].

Il diritto funzionale all’economia costituisce tuttavia una rinuncia e una limitazione della sfera politica, che a sua volta piuttosto che governare il mercato attraverso il diritto, ne viene governata (spesso contro il diritto).

Insieme al diritto americano, ciò che viene recepito nelle vecchie e nuove province dell’Impero, è questa sovversione del rapporto fra politica e mercato.[…] La sfida per la sinistra italiana ed europea è quella di cominciare a pensare, nel quadro di un laboratorio politico veramente cosmopolita e pluralistico, le scelte istituzionali più adatte per un futuro sostenibile.  (Indice)

 

 

 

 

 

 

RITRATTI

 

 PER CONOSCERE EDWARD W. SAID

 di Amalia Bottino

 

[Anziché un estratto, diamo qui la prima parte dell’articolo]

Non è vero che lo scontro tra il mondo occidentale e il mondo arabo sia un percorso obbligato. C’è un’altra via percorribile che può portare ad un superamento in positivo della distanza presente tra queste due realtà. Edward Said in tutta la sua vita e con tutta la sua opera ha cercato questa via “alternativa”, con la passione e la forza di un’esperienza dolorosamente vissuta, non tanto e non solo nella drammaticità di eventi concreti, quanto nel coinvolgimento profondo e intimo dettato dalla sensibilità di una mente attenta e capace di vedere, indagare e giudicare.

Nella sciagura del suo popolo è stato un privilegiato: con alle spalle un solido e ampio bagaglio culturale, ha avuto la possibilità di approdare in America e iniziare là una nuova vita. Ma non per questo ha tradito le sue origini e la sua cultura di appartenenza. Ha accettato la fatica e la difficoltà di portarsi dentro la sua patria ferita lungo tutto il tempo dell’esilio. Anzi, di più, l’ha custodita e fatta crescere in se stesso accanto alla nuova quotidiana esperienza, ha messo a confronto l’una e l’altra, amando intensamente e coscientemente l’una e l’altra.

Le ha guardate con uguale passione e le ha giudicate con obiettività equidistante. Conoscitore e insegnante di letteratura inglese; interprete e critico della musica classica europea; studioso della filosofia e del pensiero occidentale (Vico e Adorno tra i suoi preferiti); non ha dimenticato, tuttavia, che le sue radici affondano nella cultura islamica. […]   (Indice)

 

 

 

 

 

 

ORIENTALISMI VECCHI E NUOVI

di Rosita Di Peri

 

Come definire l’Oriente? Dove passano i suoi confini con l’Occidente? Quali sono i punti di contatto e quali i punti di frattura? […] Uno dei nodi centrali della riflessione odierna è il dilemma tra sviluppo e barbarie, appunto tra nord e sud, che Huntington ha addirittura promosso a “scontro di civiltà”. Sì, ma quali civiltà? […]

Ammesso che si possa parlare di civiltà: influenti antropologi come Clifford Geertz e Marvin Harris hanno invece mostrato come esse siano costellazioni complesse, insiemi culturali in continuo cambiamento e frutto di contaminazioni incessanti e profonde, che comunicano e vivono in tensione. Non esistono identità stabili[…]

All’Oriente sono stati attribuiti via via significati e connotazioni diverse, a seconda del momento storico: si sono succeduti un Oriente filologico, un Oriente psicoanalitico, un Oriente spengleriano, un Oriente darwiniano, un Oriente razzista[…]

Edward Said afferma che “l’Oriente oggettivo non è mai esistito, in quanto pura astrazione mentale”.[…]l’Oriente diventa oggetto di osservazione e di studio solo perché lo si compara a qualcos’altro, […]l’Occidente.

[…]Questa contrapposizione […]ha costretto lo stesso Occidente a riconoscersi come tale sempre in opposizione; ha prodotto, nei secoli, una visione distorta del “mondo orientale”.  […]

L’Orientalismo si configura come uno strumento concettuale per classificare il mondo e semplicisticamente spartirlo in due parti: l’Oriente e l’Occidente.[…] La natura intimamente razzista della concezione orientalistica classica ha però soprattutto ridotto lo sviluppo dell’Oriente all’assimilazione al mondo occidentale: solo un trasferimento cospicuo di saperi, moralità, religione e cultura occidentale avrebbero potuto sottrarlo al suo destino di barbarie.

[…]Said mostra come la visione classica dell’Orientalismo abbia influenzato non solo gli studi di settore, ma anche opere di autori esemplari quali Camus e Orwell. L’Orientalismo […] stigmatizza in specie i popoli e le culture più competitivi rispetto all’occidente, in particolare il mondo islamico.

[…]Cos’altro è il grande progetto democratico sul Medio Oriente esposto all’ultimo vertice dei Nove grandi se non un nuovo tentativo di trasposizione acritica del modello democratico e dunque una nuova forma di sopraffazione coloniale?

[…]E un Oriente ancorato alla tradizione, immutabile, ozioso, in contrasto forse inconciliabile col dinamico e innovativo occidente.[…] Said […] sostiene che è stata l’ignoranza occidentale dell’islàm, e non la sua conoscenza, a divenire più raffinata e complessa nel corso degli anni.  (Indice)

 

 

 

 

 

 

PRESENTAZIONE DEL DOSSIER “SCIENZA E GUERRA”

 

Due articoli apparsi recentemente su «International Security», rivista di relazioni internazionale della Harvard University, rivelano le idee di una parte autorevole della dirigenza americana sul ruolo della scienza nell’esercizio dell’egemonia americana. Apparso nell’estate del 2003, con il titolo Commands of the Commons: The Military Fondation of U.S. Hegemony, il primo di questi articoli, scritto da B. R. Posen sostiene che il pilastro militare dell’egemonia  Usa, quale unica potenza mondiale, è basato sul controllo dei commons, che sono le aree dello spazio e dei mari che non appartengono a nessuna nazione, ma danno accesso alla maggior parte delle nazioni. Gli Usa possono dire di controllare queste aree se sono credibili quando minacciano di negarne l’uso alle altre nazioni e se, a loro volta, altre nazioni non fossero in grado di contendere agli Usa l’utilizzo di questi spazi.

In un  secondo articolo, apparso sulla stessa rivista un anno dopo col titolo Knowledge as Power: Science, Military Dominance, and U.S. Security, R. L. Paalberg, sostiene che il predominio nella scienza sta  alla base della superiorità  militare e quindi dell’egemonia statunitense. Il controllo dei commons è ottenibile solo con un utilizzo qualitativamente e quantitativamente superiore delle tecnologie più avanzate. Ogni sforzo deve quindi essere fatto per conservare questa superiorità scientifica: dalla riforma delle scuole superiori, che vedono gli scolari americani sempre agli ultimi posti nelle classifiche internazionali delle competenze scientifiche, alle facilitazioni per l’immigrazione dall’estero di scienziati, magari già istruiti a spese di altri: voce, quest’ultima, che permette agli Stati Uniti di risparmiare, solo per quanto riguarda gli indiani, circa 2 miliardi di dollari all’anno.

La tesi che la superiorità militare e la volontà di utilizzarla siano un ingrediente importante ed essenziale della capacità egemonica di una nazione è un tema del dibattito attuale di politica internazionale. Accertato che oggi, e presumibilmente ancora per molto tempo, la presenza significativa di uno stato sulla scena internazionale è legata alla sua capacità militare, il peso da attribuire a questa capacità nell’esercizio dell’egemonia americana ha diviso Kerry e Bush e, nel mondo occidentale, divide molto di più gli Usa (anche di Clinton) dall’Europa dato che gli americani – più i repubblicani che i democratici, in verità – attribuiscono alla forza militare un peso molto superiore degli europei. L’esito delle recenti elezioni mostra quale sia la preferenza di quelli che vanno a votare.

Di questo tema non ci occuperemo in questa sede. Tratteremo invece – questo è il filo conduttore degli articoli del dossier - dell’influsso della scienza sulla tecnica militare e più in generale sulla società. È un influsso affermato in modo esplicito e argomentato nell’articolo di R. L. Paalberg che abbiamo appena citato. Non è chiamata in causa - si badi - solo la scienza applicata o quella militare, ma la fisica, la chimica e le tecnologie dell’informazione. Niente di nuovo, questo è ovvio. Il contributo della scienza al potere ed all’efficacia degli armamenti è stato sempre importante.

Modernamente noi intendiamo la scienza come un’attività cosciente ed organizzata. Ma era scienza in sostanza anche l’attività di osservazione che Kubrick attribuisce all’ominide nelle sequenze iniziali di 2001: Odissea nella spazio. Perlomeno da quel lontano momento l’osso, che impugnato dall’uomo gli ha mostrato la possibilità di modificare il mondo che lo circonda, è diventato una protesi con la quale l’uomo stesso ha provveduto a regolare le sue controversie con altri uomini. L’arma nata in questo modo è un  oggetto dall’uso duale: utilizzabile cioè nel campo sia civile sia militare e questa caratteristica è condivisa tuttora da praticamente tutte le tecnologie militari.

Anche l’espressione innovazione tecnologica è moderna ed evoca scenari non trasferibili facilmente ed immediatamente ad altre epoche storiche. Ma anche qui, con opportuno allargamento del significato, si può pensare che il cavallo di Troia rappresenti un’ innovazione, anche decisiva, nella tecnica militare.

Per vincere una battaglia bisogna renderla asimmetrica a proprio favore. Nel corso della storia è stato affidato alla ricerca tecnologica e scientifica, intesa in senso ampio, il compito di creare questa asimmetria. L’esigenza di disporre di armi nuove, più efficienti, in grado di assicurare a chi le possiede un vantaggio nello scontro, anche per effetto della sorpresa, ha quindi sempre stimolato la ricerca nelle tecnologie militari. Il Progetto Manhattan non è stato una novità. Nella Siracusa di Dionisio furono sviluppati veri e propri programmi di ricerca sull’ottimizzazione della progettazione della catapulta.

Gli sviluppi delle tecnologie militari di una nazione indicano come i suoi gruppi dirigenti intendano gestire le loro relazioni internazionali. Questi sviluppi obbediscono a due moventi tra loro collegati, ma per certi aspetti autonomi: le indicazioni strategiche costruite sugli scenari geopolitici e l’evoluzione tecnologica degli armamenti governata dalla ricerca scientifica. L’evoluzione degli scenari governa le richieste che le dirigenze politiche fanno alle tecnologie militari e quindi ai programmi di ricerca. A sua volta la ricerca scientifica propone alla tecnologia militare innovazioni e soluzioni che potranno eventualmente essere utilizzate nella predisposizione delle strategie politiche.

La storia insegna tuttavia che la tecnologia non è il solo ingrediente delle vittorie militari: lo sapeva Agesilao quando diceva che non è la saldezza delle mura a rendere una città forte, ma il valore dei suoi cittadini. Lo dimostra Napoleone che, pure in epoca di grandi sviluppi scientifici vinse senza particolari innovazioni nei suoi armamenti. Quando le controversie da risolvere non erano più quelle del singolo con un altro singolo, ma quelle di un gruppo di uomini con un altro gruppo di uomini, altre conoscenze, oltre alle capacità tecniche, si sono mostrate utili nell’esercizio dell’arte della guerra. Le competenze immateriali necessarie per organizzare un gruppo di uomini, cioè un esercito, hanno un ruolo rilevante nel determinare l’esito della scontro. Ma se le forme che assume tale organizzazione, come pensava Marx, sono un riflesso della struttura sociale e ne prefigurano e influenzano gli sviluppi, si può immaginare che le odierne pretese egemoniche degli Usa richiedono una pratica più ampia di quella descritta dagli autori citati all’inizio. È un punto da ricordare: alle armi non è chiamata solo la scienza, ma sono chiamati tutti i saperi: saperi militarizzati per i quali non solo ogni soldato diventa un intellettuale, ma ogni intellettuale diventa un soldato.

Non potendo chiamare alle armi né la scienza né i saperi, si arruolano dunque scienziati o intellettuali. Essi sono però cittadini che hanno le opinioni politiche, etiche e personali del loro tempo, con tutta la debolezza e forza che questo vuole dire. Pertanto, è molto difficile contare sulla capacità autonoma di queste categorie di intervenire sulle modalità e sulle caratteristiche dell’uso della forza militare nelle controversie tra i popoli.

La mitizzazione del ruolo della scienza nella tecnologia militare è un vezzo anch’esso piuttosto antico. Il mito delle armi segrete, risolutrici delle guerre e che modificano la storia, ancor oggi promosso dai media, lo hanno già promosso gli storici e soprattutto le dirigenze politiche. I romani che non riuscivano a prendere Siracusa ne davano la colpa agli specchi ustori di Archimede, mentre durante l’ultimo anno della seconda guerra mondiale si mandavano a morire gli uomini con l’illusione dell’arma segreta risolutrice. Oggi i bombardamenti e qualche soldato ben equipaggiato dovrebbero addirittura esportare miracolosamente la democrazia.

Ma c’è ancora un altro mito: alla scienza applicata alle armi, alle innovazioni tecnologiche negli armamenti, sono state attribuite ricadute rilevanti anche al di fuori del campo di battaglia, addirittura in termini di svolte storiche. L’utilizzo delle macchine d’assedio, come la catapulta, resero le città greche più deboli rispetto agli assedi e favorirono le conquiste di Filippo il Macedone e contribuirono alla fine della democrazia greca. L’introduzione della staffa, che rese il cavaliere più solidale al cavallo, favorì la crescita del potere di quei ceti che poi sarebbero diventati la nobiltà feudale.

Si tratta di semplificazioni bell’e buone, che fanno dipendere l’evoluzione storica solo dalle battaglie e dalle guerre. Sono semplificazioni popolari e plausibili, perché le guerre influenzano sì l’evoluzione storica sui tempi della vita di ciascun uomo, che sono quelli che lui può apprezzare, ma sicuramente non sono sufficienti a giustificare da sole l’evoluzione su tempi più lunghi. E d’altronde anche oggi, quando la guerra, pur utilizzando le tecnologie più raffinate, non pare capace, come talvolta pure è stata, di risolvere i conflitti, chi pensa di capire quello che succede dalle innovative prestazioni di un fucile o di un aereo? (Indice)

 



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