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Fuoriregistro del 17/03/2002 - a.s. 01/02
f u o r i r e g i s t r o
newsletter del 17/03/2002

Sommario
Fazzoletti che si annodano, arcipelago che si ricompone
di Emanuela Cerutti
Primo traguardo per i "Fazzoletti bianchi"
di Emanuela Cerutti
Per Libera
di Vincenzo Viola
Appuntamenti per docenti muniti di sveglia
di Docenti del Liceo Scientifico G. Bruno
Dove va la scuola italiana?
di Giovanna Federico
Confessioni di un eretico hi-tech
di Sergio Pennacchietti
Ma dove sono finite le tre I???
di Mauro Romanelli
I 30 punti della discordia
di Giancarlo Fullin
Perplessità
di Gianni Mereghetti
Esami di Stato
di Roberta Giacometti
Per un nuovo “j’accuse” degli intellettuali
di Federico Repetto
Obbligo scolastico nelle aree a rischio
di Enrica Salvioli
Omaggi
di Pierpaolo Paolizzi
Girotondo a difesa della scuola pubblica di qualità
di Giorgio Boni
Pulci nella mente
di Elpidio Iorio
Docenti e genitori rivogliono la "loro" scuola
di Gianna Peruta
Libertà per le Associazioni e riconoscimento del loro pubblico ruolo
di Rolando A. Borzetti
La D che non c'è: riflessioni a caldo su TED 2002
di Giovanni Marcianò
Caro onorevole, quale pena rende giustizia?
di Vincenzo Andraous
I minori e la giustizia in Italia
di Rolando Alberto Borzetti
Carovana antimafia in Lombardia
di Libera
Più fuoriregistro di ........così!!!!
di Nadia Scardeoni
....e la legge italiana le condanna alla lapidazione
di Ettore Masina
Re Carlo veniva dalla guerra
di Giuseppe Aragno
Tana liberatutti
di Elena Duccillo


Fazzoletti che si annodano, arcipelago che si ricompone
di Emanuela Cerutti

L'Appello lanciato su queste pagine come su molte altre negli ultimi giorni, ha corso lungo il doppio binario dell'opposizione e della proposta.
Opposizione ad una riforma restrittiva e limitante degli organismi "partecipativi" della scuola italiana, in cui molti di noi credono nonostante i limiti ed i malfunzionamenti da più parti sottolineati.
Perchè rinunciare alla "partecipazione" è come togliere alla scuola il passaporto democratico che da almeno trent'anni l'ha connotata e che, forse, la sta rendendo perdente di fronte alle logiche aziendali mai come ora in auge.
Proposta perchè non si è "contro" e basta.
Qualcuno lo ha recentemente ricordato e mi piace ripeterlo: "Nessun vento e' favorevole per chi non sa dove andare, ma per chi sa, anche la brezza sarà preziosa". ( Rilke)
Proposta, da costruire con il contributo di tutti, perchè la conoscenza si muove tra condivisione e comunicazione, approdando alle regioni aspre del cambiamento.
Proposta per un recupero ed una riappropriazione di quei valori condivisi che danno significato e sostanza all'avventura educativa e all'impegno conoscitivo.
Non forzature ideologiche o sterili polemiche, dunque: il nostro mestiere ci insegna l'analisi spassionata,la critica e l'autocritica, la costruzione di progetti sulla base di dati reali, ipotesi verificabili, principi irrinunciabili.
Piuttosto richieste di apertura, che diventano necessarie perchè la stessa autonomia non perda il suo significato, trasformandosi in burocrazia spicciola e poco interessante; e di circolarità, o villaggio globale, categorie dell'oggi che non possiamo dimenticare ogni tanto.
Sarebbe auspicabile che al Collegio Docenti, cuore pulsante della comunità scolastica, con tutte le sue articolazioni e specificazioni, continuassero ad affiancarsi gli organismi di partecipazione degli studenti, dei genitori, del personale non docente , in quanto realtà "appartenenti" di diritto e di fatto; e si aggiungessero nuovi organismi "misti" aperti alle sperimentazioni progettuali che l'autonomia suggerisce, rappresentanze sindacali e territoriali che giochino con la scuola la partita degli interventi locali, centri sociali e culturali che permettano l'ampliarsi della proposta formativa in più direzioni.
Ma ancor più sarebbe auspicabile, per un problema di coerenza interna al sistema che si va costruendo, che la gestione di tutte queste realtà aperte ed in interrelazione non si costruisse su un modello "centralizzato" o "dirigenziale", vanificando gli sforzi fin qui compiuti.
E, soprattutto, su un modello "decentrato", che toglie ai soggetti la propria identità riducendoli ad oggetti, più o meno consenzienti, delle decisioni altrui.
La demotivazione si colloca nella sfera di quella libertà personale che è difficile scalfire: ma certamente non la si risolve deresponsabilizzando .
Coordinamento, dunque, nell'organismo chiamato Consiglio di Scuola, equilibrio ed autonomia delle parti , distinzione di ruoli e loro chiara definizione, costruzione di protocolli, trasparenza dei bilanci, trasparenza degli accordi e delle convenzioni, incentivi economici che non siano obolo misericordioso, ma reale riconoscimento della qualità del lavoro, investimenti sulla scuola pubblica che dimostrino credibilità, offerte formative aperte alla valutazione e all'autovalutazione.
Professionalità docente: non solo parole.
Su questa scommessa annodiamoli i nostri fazzoletti e non stanchiamoci di creare spazi di dialogo.

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Primo traguardo per i "Fazzoletti bianchi"
di Emanuela Cerutti




Segnaliamo che il Disegno di Legge sugli Organi Collegiali , gia' previsto all'ordine del giorno della Camera per lo scorso mercoledì 13, e' SCOMPARSO dal calendario dei lavori dell'Assemblea per tutto il mese di marzo 2002!!!


Riportiamo di seguito il comunicato stampa


Conclusa con successo la prima iniziativa dei "Fazzoletti Bianchi per la Scuola"


L'11 ed il 12 marzo 2002 sono stati più di 100.000 coloro che, nelle scuole, hanno manifestato pacificamente contro la riforma degli organi collegiali indossando una fascia bianca.
L'iniziativa, lanciata solo una settimana addietro su internet da Fuoriregistro, Didaweb, Educazione&Scuola e Proteofaresapere, si è estesa oltre ogni previsione:
- 52.327 coloro che ci hanno risposto con una e-mail dichiarando la loro adesione individuale,
- numerosissimi i siti, le riviste, i gruppi, i sindacati e le associazioni di base,
- centinaia le scuole, che, per iniziativa di studenti, docenti, ATA, RSU, dirigenti e OOCC, hanno accolto con entusiasmo il nostro appello.
Consapevoli di aver dato voce ad un diffuso disagio presente nella Scuola, confermiamo la nostra disponibilità a mobilitarci per la prossima scadenza parlamentare.

12 marzo 2002

Emanuela Cerutti, per Fuoriregistro
Omer Bonezzi, per Proteofaresapere
Dario Cillo, per Educazione&Scuola
Antonio Limonciello, per Didaweb


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Per Libera
di Vincenzo Viola

APPELLO URGENTE

Il Ministro dell’Istruzione, sempre ligia – come è suo compito - a dare attuazione alle linee politiche del Governo nel campo dell’attività scolastica, ha negato il riconoscimento di “ente di formazione” all’Associazione LIBERA, che da anni combatte contro la mafia su un terreno e con un metodo di fondamentale importanza: organizzando corsi di educazione alla legalità nelle scuole di tutta Italia.
L’ineffabile ministro motiva il suo rifiuto dichiarando che l’Associazione guidata da Don Ciotti “ha finalità poco chiare” e che quindi non può essere riconosciuta come “ente di formazione”.
È naturalmente comprensibile che alla signora Letizia possa sfuggire cosa significhi educare alla legalità dal momento che negli ambienti che frequenta questo concetto non è molto in auge; è anche probabile che abbia chiesto a qualche collega di partito che cosa significhi antimafia e che abbia avuto rassicuranti conferme che si tratta di un vizio antico, una malattia segreta e vergognosa e, si spera una volta per tutte, ormai in via di estinzione; addirittura è pensabile che abbia insistito presso il Primo ministro in persona, il venerabile Cavaliere, per sapere cosa sia la legalità e come ci si possa educare ad essa ed egli abbia avuto la delicatezza di dimostrarle che, essendo la legalità un concetto astratto, egualitario (e quindi in puzza di comunismo) e refrattario a una proficua commercializzazione, non può essere confuso con l’educazione, che, come ben si sa, consiste nel dire sempre di sì al padrone (tanto per essere moderni, diciamolo in inglese: essere yes-men).
Ha dunque ragione la signora Brichetto: l’antimafia e l’educazione alla legalità, finché una commissione formata da Previti, Squillante e Dell’Utri non le avrà rese tanto trasparenti da essere invisibili, se ne stiano fuori dalla scuola: hanno finalità poco chiare, potrebbero essere un subdolo strumento di malviventi.
Lei i suoi dubbi ce li ha; noi i nostri no. Ci è del tutto chiara la finalità della Brichetto Moratti: ferire con un solo colpo la scuola, privata di un apporto che si è dimostrato negli anni sempre più importante ed efficace, l’Associazione, che non si è unita al coro dei celebratori del Nuovo Corso Berlusconiano, la società civile che in molte forme e con molti accenti alza la voce contro le leggi a tutela dell’illegalità prodotte in continuazione da questo governo, i giovani e in generale i cittadini che si sentono ancora una volta umiliati dall’arroganza dei governanti.

Contro questo ennesimo scempio della scuola, della coscienza civile e della legalità propongo, come prima misura, di inondare il Ministero di e.mail di protesta indirizzate a it.didattica@istruzione.it (si tratta del sito dell’innovazione tecnica della didattica: se l’innovazione è questa…) e di realizzare in tutte le scuole raccolte di firme su documenti e dichiarazione da inviare al Ministero dell’istruzione – via Trastevere – Roma e poi di concordare ulteriori passi con l’Associazione Libera.

AGGIORNAMENTO NECESSARIO

Il comunicato stampa del Ministero del 25.02.02 fornisce le seguenti motivazioni in merito al mancato accreditamento di Libera:

"a) L'Associazione, pur dichiarando di possedere tutti i requisiti,
evidenzia nei dati forniti carenze riguardo alla innovazione metodologica
e all'utilizzo delle tecnologie;
b) La documentazione delle attività svolte è inadeguata perché non vengono
fornite indicazioni riguardo alle finalità, ai materiali utilizzati, al
tipo e al numero dei corsisti, alle verifiche effettuate e agli esiti
raggiunti".

Ogni commento è superfluo: qui si raggiungono vette di squallore e di ipocrisia difficilmente eguagliabili.



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Appuntamenti per docenti muniti di sveglia
di Docenti del Liceo Scientifico G. Bruno

Tra Marzo e Aprile dobbiamo diventare molto capaci nell’investire del problema scuola pubblica la società e le Istituzioni rappresentative perché verranno in discussione in Parlamento sia la richiesta della delega, sia specifici provvedimenti, in primo luogo il disegno di Legge sugli Organi collegiali; e dobbiamo pure cominciare a porre in essere nelle scuole iniziative che depotenzino gli effetti perversi delle disposizioni del Ministro.

Il 60, 70% dei docenti, come ha messo in evidenza anche l’inchiesta dell’Eurispes, è inquieto e preoccupato per il futuro, aspetta incerto e non sa cosa fare, vaga tra la rassegnazione, la soluzione individualistica e la speranza che si esageri nell’analisi negativa.

Ma è possibile diventare massa nella opposizione e nella proposizione se diventiamo creativi nelle forme di lotta.



Gli scioperi, d’accordo, ma...!

Da novembre al oggi sono stati indetti dai diversi sindacati nella scuola quattro scioperi, mai unitari.

Quello del 15 febbraio, sciopero unitario che vedeva anche la presenza dei sindacati di base, la Cgil lo ha revocato. Forse per gli accordi stipulati il 4 era necessario annullarlo, ma consultando immediatamente le Rsu Cgil, secondo il parere espresso, nel caso, si poteva rideliberare lo sciopero, dando valore alla democrazia interna e alla correttezza dei rapporti con gli altri sindacati (lo stesso Cofferati d’altra parte indice gli sciopero generale senza l’Uil e la Cisl!).

Questi numerosi scioperi parziali della categoria sono sicuramente serviti a manifestare il dissenso nei confronti della controriforma e comunicare con l’opinione pubblica, ma hanno cominciato a perdere credibilità .

O si arriva ad uno sciopero generale, unitario e di massa, comprendendo anche i nuovi sindacati di base, specifico del mondo della scuola, o questi scioperi parziali non sono più capiti e seguiti.


La creatività di massa è stupefacente.

Stanno emergendo a livello nazionale iniziative già presenti a livello locale anche su altri settori, che sono in grado, per la loro semplicità, trasparenza e minimo costo, di dar luogo a una numerosa partecipazione e, se svolte in tutta l’Italia nel medesimo giorno, avere un grande impatto comunicativo con il resto della società.

Dobbiamo avere il coraggio e l’entusiasmo di svolgerle, alcune sono anche giocose!


I fazzoletti bianchi

La proposta di alcune riviste scolastiche on line è conosciuta. Dall’11 Marzo e per tutta la durata della discussione alla Camera della riforma degli Organi Collegiali, dall’uscita di casa sino al rientro dalla scuola, portiamo una fascia o fazzoletto bianco al braccio come segno di democrazia e nonviolenza, spiegando e sollecitiamo le domande di quante più possibili persone.


I Girotondi intorno alle scuole

Tutti insieme, insegnanti, studenti, genitori, cittadini, tutti per mano facciamo il girotondo intorno alle scuole, come segno di dichiarazione e riappropriazione che la scuola è di tutti e per tutti.


Boicottaggio delle case editrici di Silvio

Perché non boicottare, non acquistare, si sono chiesti alcuni, in un forum dei girotondi, alcuni precisi prodotti o servizi della ditta Berlusconi ?

Ottima idea, da concretizzare per noi insegnanti nell’individuazione di specifici prodotti scolastici da non acquistare contemporaneamente, ad esempio i libri delle case editrici di proprietà berlusconiana; ciò potrebbe trovare attuazione anche nel non adottare per il prossimo anno nuovi libri.


Scuola, il carrello della merce

Si vuole ridurre la scuola ad azienda?
Andiamo in gruppo nei grossi magazzini, ci prendiamo il proprio carrello e vi appendiamo un piccolo manifesto in cui si fa presente che “ la trasformazione della scuola in azienda comporta la riduzione dei contenuti scolastici a merce, la riduzione degli studenti in clienti e dei docenti in venditori. Come insegnanti siamo venuti in questo Centro vendita per vedere e imparare”


Precari con la ruota di scorta.

Andare un giorno a scuola, percorrendo i precari tutti insieme un Km. di strada spingendo in avanti una “ruota scorta”, volendo significare e comunicando con cartelli il ruolo cui sono stati adibiti migliaia di insegnanti.


Referendum

E’assai interessante la proposta della rivista “La Tecnica della scuola” per la consultazione di massa da parte del Ministero dei Collegi dei docenti e dei Consigli di Istituto sulle disposizioni e disegni di Legge ministeriali emanati .

La proposta della rivista non sarà accolta, ma può essere ripresa come referendum nazionale, con contenuto articolato da indire e da effettuare nella medesima giornata.


Convocazione dei parlamentari della circoscrizione

Abbiamo votato i nostri rappresentanti in Parlamento, convochiamoli a delle riunioni in cui discutere con loro, e nel caso impegnarli, sul problema scuola.


Mozioni nelle assemblee elettive

Consigli comunali aperti
Tramite consiglieri amici o tramite petizioni far votare mozioni a favore della scuola pubblica, democratica, laica e pluralista, nelle assemblee elettive, ad esempio nei consigli comunali con possibilità di intervento per tutti.


Rifiuto delle ore straordinarie

La riorganizzazione dell’organico prevista con il taglio nei prossimi 3 anni di 35.000 posti insegnante, in molte scuole è possibile solo con la disponibilità dei docenti a fare ore di straordinario per la copertura dei colleghi assenti sino a 15 giorni.

Le ore a disposizione scompariranno per l’assegnazione degli spezzoni portando l’orario di cattedra di tutti a 18 ore.

Con lo straordinario molti colleghi precari verranno a perdere il posto di lavoro e gli ultimi colleghi immessi in ruolo diventeranno sovranumerari, e ciò, anche per la scissione degli insegnamenti delle classi di concorso e la possibilità di collegamento disciplinare nelle superiori tra biennio e triennio.

Il Ministero conta sulla disponibilità dei docenti alle 24 ore anche per motivi finanziari; gli stipendi dei colleghi (che rendono disoccupati altri colleghi) potranno essere incrementati, depotenziando così l’unità della categoria nella richiesta di adeguamenti salariali.

E’ doveroso lanciare una forte e capillare campagna nazionale affinché in ogni scuola già da ora sia bloccata qualsiasi ora di straordinario.


Stop ai viaggi di istruzione
I viaggi di istruzione comportano incombenze, oneri e rischi che non sono riconosciuti dalla scuola, perché continuare a farsene carico, perché essere sempre generosi e missionari ?

Dispiace agli studenti e alle agenzie di viaggio.

Comunque si consegue anche il risultato di suscitare il dibattito fra gli studenti e fra i loro familiari sulla condizione dei docenti.


Esami di Stato

Ci stiamo avvicinando agli esami di Stato e fioriscono le proposte; quella che si fa più strada consisterebbe nel ritardare, per poche ore l’inizio delle varie fasi degli esami con la discussione continua e pignola delle procedure e la relativa pignola e lunga messa a verbale.

Bisogna approfondire.



Sospensione incarichi Consigli di Istituto

Il disegno di Legge sugli Organi collegiali rappresenta una pesante involuzione organizzativa e gestionale della scuola. L’Associazione nazionale docenti propone ai colleghi che ricoprono cariche nel Consiglio di Istituto e nella Giunta esecutiva ad autosospendersi inviando la comunicazione al presidente della Camera e al Ministro.



Mozioni e mozioni

Su ogni aspetto fondamentale del progetto e delle disposizione del ministro Moratti elaborare documenti critici e propositivi da parte del Collegio e del Consiglio di Istituto e diffonderli.


Ma...

La condizione per essere efficaci è la diffusione nazionale di iniziative, la loro periodizzazione e il loro coordinamento.

Chi se ne incaricherà ?

Abbiamo cominciato bene con le quattro riviste e i fazzoletti.

Siamo fiduciosi che le riviste scolastiche già impegnate si faranno avanti per altre iniziative, e altri si faranno avanti.

Siamo fiduciosianche perché abbiamo visto il segretario generale della Cgil scuola, Panini, entusiasmarsi dei fazzoletti !

Speriamo che Bernocchi dei Cobas abbia anche dei lati negativi, quale l’invidia, e si entusiasmi anche lui per le iniziative giocose !


Docenti del Liceo Scientifico G. Bruno, Muravera, Cagliari

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Dove va la scuola italiana?
di Giovanna Federico

Intervento presentato durante l'incontro-dibattito con T.De Mauro, svoltosi presso l'Istituto Gramsci Siciliano.

I problemi della scuola sono tanti, alcuni vecchi, altri nuovissimi, urgenti, pericolosi.
Gli attacchi alla vita della scuola sono molteplici: dalla finanziaria che interviene, scorrettamente, ad anno scolastico iniziato sull'esame di stato, mortificando la verifica finale del lavoro svolto, alla legge, che con la
forma deprecabile della delega, non tutela gli interessi di tutti, delegando il governo ad articolare i contenuti senza passaggi parlamentari, alla modifica del titolo V della Costituzione che con l'attribuzione della podestà legislativa alle Regioni, nega l'uguaglianza delle pari opportunità formative e di cittadinanza che la Repubblica deve fornire ai cittadini,
al decreto legge sugli OOCC che snatura le funzioni degli organismi stessi sminuendo, per esempio, il cosiddetto Consiglio della scuola della sua
componente fondamentale : alunni, docenti, genitori, e che mortifica la responsabilità professionale del docente in ambito di valutazione, dichiarata nell'articolo 7, il momento in cui le modalità della valutazione devono essere indicate dal regolamento, che è deliberato dal Consiglio della scuola, nel quale la rappresentanza dei docenti è di 3 Membri su 11.
Il Consiglio della scuola entra quindi nel merito della didattica decidendo il cosa ed il come valutare.
Ma la valutazione è il fulcro della didattica, della funzione docente, delle competenze professionali dei docenti,perché la valutazione è la diagnosi di
una situazione a partire dalla quale si possono formulare e verificare ipotesi di lavoro.
Non possiamo accettare che il meccanismo della valutazione, così come verrà attuato, agisca negativamente sull'attività didattica costringendola a
ridimensionarsi , ad appiattirsi sul test.
Non possiamo accettare che la revisione del sistema educativo riduca la funzione del docente a somministratore di test e redattore di Piani dell'Offerta Formativa.


La riflessione pedagogica, didattica e disciplinare viene azzerata, tutto il lavoro di questi anni sviluppato verso il recupero dell'insuccesso scolastico da un lato e la promozione delle eccellenze dall'altro, lavoro
che è incentrato sulla relazione di effettiva comunicazione che va instaurata tra docente e studente, viene annullato dalla riforma.
Sappiamo che uno dei compiti del docente è il suscitare una propensione attiva verso il sapere, sapere che contribuisce alla costruzione dell'identità personale e che è quindi formazione ,formazione culturale che è la finalità della scuola pubblica statale e per formazione culturale intendo formazione critica, che permette di pervenire al possesso di
conoscenze che siano strumenti di interpretazione , che permette di compiere scelte libere e responsabili, scelte ideologiche attraverso un consapevole
esercizio critico della propria autonomia culturale, di stabilire rapporti costruttivi con gli altri senza omologarsi, formazione che è strumento di
emancipazione e libertà, rifiuto di una società omologata e strumentalizzata.
E per ottenere questa formazione, non sarà sufficiente un bagaglio minimo di contenuti da spendere immediatamente o il puro addestramento pratico, né
l'acritico adattamento alle richieste del mercato, la scuola non deve essere trasformata in agenzia di consumatori inconsapevoli, il livello di istruzione non può abbassarsi verso la logica del mercato.
Io credo in un apprendimento che è significativo se è attivo , se responsabilizza lo studente se è costruttivo e collaborativo se è contestualizzato, non credo in una didattica appiattita sullo stile conoscitivo imposto dal modello tecnologico caratterizzato da nozionismo e
superficialità.
Credo nella cultura della ricerca e non degli adempimenti, nella metodologia attiva, nella riflessione sui saperi condotta in questi
anni anche attraverso le sperimentazioni ,alle quali ho aderito contribuendo, nel mio piccolo, ai processi di innovazione curricolare e didattica che al Garibaldi si attuano già dal 1985, ed il lavoro dei gruppi
di ricerca didattica, le riflessioni sui modelli di insegnamento, sui linguaggi delle discipline, l'importanza del contratto didattico, delle
dinamiche di gruppo, l'analisi a priori che individua i possibili nodi concettuali per mettere a punto le possibili strategie, il ruolo dell'errore come ostacolo epistemologico o didattico da rimuovere attraverso la sua contestualizzazione, e che diventa quindi strumento conoscitivo.
Le discipline,quelle che restano, invece verranno svuotate perché il tempo scuola stretto nelle 25 ore , anzi 24 perché vi è compresa la religione, sarà dedicato per massima parte a somministrazione di test, attivazione di passerelle, orientamenti.
Verrà a mancare il coinvolgimento dell'alunno,le discipline diverranno merce da acquistare indifferentemente in qualunque scuola/azienda.
Ma, noi docenti siamo professionisti della formazione :
elaboriamo le premesse teoriche delle nostre scelte disciplinari, metodologiche, didattiche e pedagogiche ed in questo senso ci sentiamo lesi, mi sento lesa nella mia identità professionale, la legge-delega nega la concezione didattica che pone al centro dell'apprendimento lo studente, si basa su un apprendimento non collaborativo, non cooperativo.
La scuola pubblica statale ha funzione di garante della parità dei diritti di ciascuno e della collettività, e per questo una delle finalità fondamentali del sistema educativo democratico è l'unitarietà della
formazione che invece viene a mancare con l'abolizione del termine costituzionale "obbligo scolastico" e con la canalizzazione precoce nel mondo del lavoro attraverso il sistema duale.Si annulla di fatto il diritto costituzionale all'istruzione, si annulla il sistema nazionale di istruzione statale
frammentandolo e finanziando le scuole private in nome di una libertà di pochi che va contro il diritto di tutti, la scuola cioè, perde il ruolo storico di promozione sociale attraverso l'istruzione.
Queste sono le motivazioni che mi hanno portata ad esprimere il dissenso e gli alunni ne hanno fornito l'occasione il 29 Dicembre scorso giorno
dell'assemblea aperta alla società civile al Garibaldi durante l'anomala occupazione delle vacanze natalizie.
Il dissenso che va tradotto in impegno personale che si esplica nel ricercare azioni che siano in difesa della cultura, della scuola pubblica statale come sottinsieme dello stato democratico che porta in se quindi i valori stessi della democrazia.
L'impegno è nel tentativo di tentare di frenare, tentare di far cambiare direzione, esercitando la democrazia di base anche a partire dagli organismi di competenza quali i consigli di classe ed i Collegi, sostenendo un'idea forte di scuola che è quella di scuola pubblica statale che è conquista
della società, che è stata al centro di faticose conquiste sociali, bene comune democratico che è indispensabile per l'educazione alla
cittadinanza, alla scienza, alla memoria storica, perché credo che a partire dalla scuola e nella scuola si misura il grado di civiltà di una nazione.
E' per questo che ho intrapreso la strada di sorveglianza di protesta di difesa della scuola democratica intrisa di valori culturali,che può e deve
essere migliorata ed adattata alle nuove esigenze, alla nuova realtà, ma che non può essere svilita dei suoi valori costituenti.
E come hanno dichiarato gli alunni del Garibaldi nel loro documento di Dicembre:
"credo in una scuola pubblica di tutti ed aperta a tutti democratica laica non influenzata da ideologie o religioni, pluralista che garantisce la coesistenza di minoranze politiche sociali culturali etniche o religiose".
Idea di scuola che ha sempre presente gli alunni come centro attorno al quale si costruiscono tutte le relazioni e tutti i valori della cultura democratica che ha la sua sede naturale nella scuola pubblica statale.

E' su questi principi, e come dicevo prima, nel tentativo di fare cambiare direzione,e citando il prof De Mauro :"attraverso le opinioni di chi fa
esperienza nelle aule scolastiche", così come ha affermato due anni fa nella sua presentazione dell'allora piano di progressiva attuazione del riordino
dei cicli, che il 10 gennaio è nato al Garibaldi il Coordinamento Docenti, del quale mi occupo,per sostenere un tema di interesse comune che è il
futuro della scuola pubblica statale e le cui finalità sono:
· sorvegliare sul presente e futuro della scuola pubblica statale
· analizzare la revisione complessiva del sistema educativo
· attuare forme di " protesta civile" che non siano lesive per gli alunni e per la vita della scuola pubblica statale .



Il Coordinamento ha più di trecento membri che sono docenti di 10 scuole elementari , 10 istituti comprensivi, 21 medie, 45 superiori di palermo ,
provincia con presenze di scuole di AG, CT, EN, TP, SG collegati tramite e-mail;
ha il suo spazio in EDSCUOLA (dal 26/01) nella rubrica INTERLINEA;
ha Contatti con Coordinamenti di Napoli, Bari, Milano, Carpi, Bologna, Torino, Roma, Rimini, Firenze.

Tra le azioni ne cito alcune :
· Il Sondaggio sulla revisione complessiva del sistema educativo attraverso il "documento del Coordinamento" effettuato nei Consigli di Classe o nei Collegi che ha ricevuto ad oggi l'adesione di 115 CdC di 7 scuole e 285 adesioni di singoli docenti di 6 Collegi
· la Partecipazione a Roma (il 28/01/)al convegno sui curricula
· L'Adesione al documento sulla "Giornata della Memoria" (3/02)
· la Partecipazione (14/02)al convegno del CIDI
· La Manifestazione del 15/02
· La lettera aperta al presidente Ciampi per chiedere la vigilanza sull'iter legislativo e per la quale continuiamo a raccogliere adesioni e che pubblicheremo su un quotidiano nazionale (se riusciremo a raccogliere i fondi necessari)

G.Federico
InsegnanteL.Garibaldi, PA
28/02/02



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Confessioni di un eretico hi-tech
di Sergio Pennacchietti

Il titolo riprende quello del bel saggio dell'astronomo americano, uno dei padri di Internet Clifford Stoll, Confessioni di un eretico hi-tech. Perché i computer nelle scuole non servono, TO, Garzanti, 2001


Il progetto di riforma Moratti intende realizzare (qualcuno aveva dei dubbi?) le poche, ma chiare, idee enunciate nella famosa ricetta delle “tre i”, pubblicizzata a suo tempo nei manifesti preelettorali di Berlusconi. Ricordate? “Inglese, Internet, Impresa” (non ricordo bene l’ordine degli addendi, ma tanto il risultato non cambia…).
Scorrendo infatti gli articoli della Delega al Governo, possiamo verificare la centralità di queste “I”. Mi soffermerò solo sull’informatica e su internet, che (insieme alle lingue straniere) sono gli unici contenuti didattici esplicitati nello scarno e generico documento.
Si parla (art.2 punto f) di “alfabetizzazione nelle tecnologie informatiche” fin nella scuola primaria (dai 5 anni e mezzo, quindi) e a proposito della scuola secondaria di primo grado si dice che “cura l’approfondimento nelle tecnologie informatiche”.
Per quanto riguarda il secondo ciclo, si dice che esso: “ ….è finalizzato a sviluppare l’autonoma capacità di giudizio e l’esercizio della responsabilità personale e sociale; in tale ambito [sic!], viene curato lo sviluppo delle conoscenze relative all’uso delle tecnologie informatiche e delle reti…”.
In realtà questa centralità dell’informatica e della rete nell’attività scolastica era già stata sostenuta (seppur in maniera meno invasiva) da vari ministri, in particolare da Berlinguer.
Credo sia proprio giunto il momento di aprire un dibattito di valutazione critica di quello che è stata l’invasione dei computer nelle scuole, anche per prepararci a difendere la scuola da tutto ciò.
Tutti conosciamo i costi di questa ormai decennale operazione di informatizzazione della didattica, propagandata “culturalmente” dai vari Maragliano e sostenuta certamente dalle potenti multinazionali dell’informatica. I docenti sono stati bombardati da corsi di aggiornamento, pressioni di ogni tipo (la scuola non va? E’ colpa della didattica antiquata! La soluzione del successo formativo? Il computer, la multimedialità, gli ipertesti!).
I pochi insegnanti che hanno fatto resistenza sono stati costretti a sentirsi irrimediabilmente vecchi, incapaci di modernizzarsi.
Per quanto mi riguarda sono stato tra quelli che – a partire da una sensazione di oggettiva difficoltà a dare risposte al problema dell’efficacia della didattica – mi sono buttato con entusiasmo nella novità. Ho costruito con i miei studenti ipertesti, ho utilizzato internet, ho fatto lezioni con i Cd-rom. La mia scuola (un liceo scientifico) ha acquistato ben tre laboratori di informatica, utilizzati dagli insegnanti di matematica (Piano Nazionale per l’Informatica), dai colleghi di lingue, da molti insegnanti di altre materie.
Ma in questi ultimi anni mi sembra che l’entusiasmo (non solo a me) stia progressivamente calando, e non credo solo perché si è scoperto che l’utilizzo di queste macchine porta via al docente un sacco di tempo. Sempre più colleghi scoprono che gli studenti dal computer ricevono assai pochi stimoli a ragionare (si accontentano di verificare che – chissà come – il programma fa così bene i grafici al posto loro, che nella rete trovi davvero tutto (ma chi insegna a distinguere la qualità dell’informazione?) con grande facilità (oh, come sono belle queste tesine multimediali…).
Eppure ancora oggi studiosi di ogni genere ci bombardano con idee peregrine, tipo quella dell’ “apprendimento incidentale”, che consisterebbe nel fenomeno miracoloso per cui si acquisiscono conoscenze senza accorgersene, saltando di qua e di là con il click del mouse (è più o meno il meccanismo su cui si basa la forza della pubblicità).
Ho però la sensazione che stia affiorando in più d’un docente la convinzione che non bastino più i facili slogan o le affermazioni assiomatiche, ma occorra appunto “aprire un dibattito critico” su tutta l’operazione, che ci ha travolto senza darci il tempo di riflettere e sia quindi ora di valutare tutta la vicenda, fuori dagli acritici entusiasmi pionieristici e, soprattutto, con in mano i risultati delle nostre seppur parziali esperienze dirette.
Il clima certo non è dei migliori: discorsi come questi possono apparire eretici a chi, astrattamente e/o da pedagogista, continua a diffondere (“astuto o folle”) le magnifiche sorti e progressive della scuola rinnovata dall’informatica.
Per parte mia consiglio la lettura del libro di Stoll (Confessioni di un eretico hi-tech), che – analizzando la realtà degli U.S.A. - smitizza con argomenti convincenti i grandi discorsi sull’utilità di questi strumenti nelle scuole, arrivando più che altro a mostrare quali possono essere i danni di una didattica impostata su queste macchine.
Ci sarà qualcuno – mi chiedo - che organizzi incontri, dibattiti, questa volta non solo propagandistici, su questi argomenti? O si tratta di argomenti “tabù”, visti gli interessi che sono in gioco?
Certamente ho presente le possibili accuse: ecco il solito insegnante conservatore che criminalizza l’uso dei computer (come qualcuno ancora fa della televisione): in realtà io sono ben convinto dell’utilità dell’informatica nella nostra società: quello che non condivido è che venga considerato importante dedicare ore ed ore di scuola (ovviamente non mi riferisco a scuole di tipo tecnico, né tantomeno professionali) per imparare quello che ciascuno può imparare facilmente e in poco tempo fuori dalla scuola (ad esempio ad usare word oppure excel). Ben altre cose – a mio parere – andrebbero fatte a scuola: penso ancora ad un idea di scuola primaria dove si impari a scrivere con la penna, si facciano i calcoli con le dita delle mani, ecc. e più in generale penso ad una scuola come luogo di formazione…

Sergio Pennacchietti
Liceo “E.Vittorini” - Milano

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Ma dove sono finite le tre I???
di Mauro Romanelli


La Scuola del futuro, la scuola delle tre I: Inglese Internet, Impresa.
Almeno questi erano i proclami della Destra in Campagna elettorale.

Alla prova dei fatti sembra proprio che di tutto ciò non si parli nella Scuola di Berlusconi e Letizia Moratti.

Di "Impresa" c'è solo il Ministro, la Moratti appunto, piccola imprenditrice lombarda con nessuna esperienza nè competenza nel campo dell'Istruzione, della Formazione, della Ricerca (almeno Berlinguer e De Mauro, i due Ministri dell'Ulivo, erano due quotati Professori Universitari).

Per quel che riguarda Internet, la prima Finanziaria Berlusconiana ci regala il taglio del fondo, che fu istituito da Berlinguer, a sostegno dell'innovazione tecnologica negli Istituti scolastici: e speriamo che almeno questo dato faccia riflettere chi si illudeva che questa Destra portasse modernità e innovazione.

L'Inglese, infine, è davvero all'ultimo posto dei pensieri di questo Governo.

Tanto per iniziare, nella prima bozza di Riforma scolastica presenta dal Prof. Bertagna per conto della Moratti, addirittura materie come l'Inglese, la Musica, l'informatica, considerate tra quelle non fondamentali (!!!), diventavano opzionali ed a pagamento (fin dalle scuole elementari): fortunatamente grazie alle proteste del mondo scolastico e dell'opposizione, la sciagurata ipotesi è stata ritirata.

Nondimeno, l'Istruzione nel suo complesso rimane per la Destra terreno di risparmio, in piena controtendenza con tutti i grandi Paesi occidentali, che investono ogni anno di più nell'Istruzione, nella Formazione, nell'Università e nella Ricerca, e quasi in ogni luogo ciò avviene indipendentemente dal fatto che al Governo ci sia la Destra o la Sinistra, poichè si è ormai capito, dati alla mano, che più Istruzione significa, oltre a più crescita economica, anche più equità sociale e più partecipazione democratica.

La Destra italiana invece no, ha evidentemente ben altri interessi che finanziare l'Istruzione: 2000 miliardi di tagli nell'ultima Finanziaria, risparmiando sulle supplenze, sugli esami di maturità, sull'edilizia scolastica, sulla ricerca, sul diritto allo studio, sugli alloggi per gli studenti universitari.

Ed infine l'eliminazione, sancita con l'ultimo decreto, di 35 mila cattedre nei prossimi tre anni, adottando, tra i criteri guida per la razionalizzazione, la non riconferma delle cattedre di lingua inglese nel primo biennio della scuola elementare.

Niente di grave, figuriamoci, avremo solamente figli più ignoranti, meno pronti a studiare, viaggiare, lavorare in Europa, in una parola, meno cittadini.

Infine, a titolo di ultima amara ironia, lascio al lettore la considerazione di come il provvedimento rappresenti un'autentica perla di cultura pedagogica: notoriamente, lo sanno tutti, a parlare una lingua si impara da grandi, non certo da bambini.


Mauro Romanelli - Responsabile "Progetto Scuola" Federazione Nazionale dei Verdi


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I 30 punti della discordia
di Giancarlo Fullin

Comunicato stampa


A proposito dei 30 punti - Quale formazione dei docenti per quale scuola?

D¹improvviso sindacati della scuola e stampa scoprono che esistono le SSIS, le Scuole interateneo di Specializzazione postuniversitaria per la formazione degli Insegnanti della scuola Secondaria, istituite a partire dall¹anno accademico 1999-2000 (D.M. n. 460 - 24 novembre 1998) , il cui diploma finale è titolo direttamente abilitante all¹insegnamento (Legge n. 306 - 27 ottobre 2000).

Una novità assoluta:
- nella formazione dei docenti, del tutto inesistente nella tradizione universitaria italiana;
- nel conseguimento dell¹abilitazione, da sempre affidata - secondo norma - al superamento di mega concorsi ordinari a cattedra (dotati di ben poche cattedre ma abilitanti gran parte delle centinaia di miagliaia di partecipanti); nella realtà - a ricorrenti corsi abilitanti riservati al personale in servizio, precario e non.

Una novità che, dopo aver coinvolto decine di realtà universitarie in tutto il paese e migliaia di specializzandi, non si sa perché sparisce dal Disegno di legge Moratti, che affidala formazione degli insegnanti ad un inesistente secondo livello di laurea specilistica e ad un biennio di servizio nelle scuole con contratto di formazione e lavoro (sic!).

Non è tuttavia per questa stranezza politico-legislativa - che annulla l¹esistente e attribuisce alle facoltà universitarie competenze inesistenti - che si è improvvisamente scoperta l¹esistenza delle SSIS.
L¹occasione è stata data invece dalla riapertura delle graduatorie provinciali permanenti per gli incarichi di insegnamento e dal riconoscimento, nelle stesse, di 30 punti aggiuntivi agli abilitati SSIS.

Un problema di tutto rispetto, in quanto ha a che vedere ­ come è fin troppo facile capire - con le opportunità di lavoro, sempre più scarse nella scuola italiana, del cui ridimensionamento - in termini di costi e di organici - e della cui ridefinizione - in termini di contenuti e finalità - non si riesce a vedere la conclusione.
Ecco allora che alcuni sindacati della scuola, Snals e Gilda in testa, raccogliendo lo scontento di un precariato senza conclusione anch¹esso, si sono fatti portatori di un ricorso nazionale al Tar del Lazio contro i 30 punti di recente (D.I. n. 268 - 4 giugno 2001) riconosciuti agli abilitati SSIS.
Il nome SSIS si è così finalmente meritato l¹onore di comparire all¹opinione pubblica delle cronache locali, alla quale i ³sissini² sono stati additati come immeritatamente privilegiati rispetto agli altri abilitati, ordinari e riservati.

Difficile dire se 30 punti sono troppi, pochi o giusti per:
- due anni di scuola di specializzazione con frequenza obbligatoria (1200 ore);
- una decina di insegnamenti e di esami di area comune ai vari indirizzi (pedagogia, didattica, psicologia, sociologia, politica organizzazione e legislazione scolastica, logica e filosofia della scienza, ecc.);
- una serie di indirizzi e di esami specialistici capaci di coprire tutte le abilitazioni all¹insegnamento;
- didattiche e laboratori disciplinari e multidisciplinari;
- 300 ore di tirocinio diretto e indiretto, valutate in sede di esame, condotte:
- sotto la supervisione di docenti in servizio reclutati dalla scuola secondaria mediante concorso,
- sotto la guida di docenti accoglienti in servizio presso le scuole convenzionate con l¹università;
- un esame finale di specializzazione con prova scritta ed orale
- la produzione e la discussione di una tesi in forma di progetto didattico disciplinare .

Più difficile però, difendere modalità di formazione e di reclutamento del personale docente che hanno segnato profondamente la scuola italiana, e non certo in positivo.

Se lo si ritiene legittimo, si ricorra dunque contro i 30 punti riconosciuti agli abilitati SSIS .
Non ci si sottragga però alla necessità di affrontare la questione di quale formazione dei docenti per quale scuola, questione che le SSIS hanno avuto il merito di aprire e di sperimentare per la prima volta nel nostro paese (). E non ci si sottragga alla necessità di intervenire e di prendere posizione nel merito del Disegno di legge Moratti.

Giancarlo Fullin
Responsabile Ufficio Stampa QUALE SCUOLA?"
SSIS Veneto

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Perplessità
di Gianni Mereghetti

Caro Fuoriregistro,
mi sono sorte alcune perplessità nel leggere che tra i nuovi organismi di gestione vi potrebbe essere un consiglio della scuola composto da 11 membri, di cui otto dovrebbero essere rappresentati, per le scuole elementari e medie, da 5 genitori e 3 docenti e - per le scuole superiori - da 3 genitori, 3 docenti e 2 studenti. Perché gli insegnanti, che nella scuola rappresentano la stabilità e la continuità, vengono messi in minoranza all’interno dell’organismo di gestione della scuola? E’ già finita la stagione della loro valorizzazione? Spero proprio di no, e quindi questa composizione del Consiglio della scuola o è stata una svista cui si deve rimediare subito o se non lo è stato ci si spieghi la ragione. Infatti si potrebbe anche accettare di partecipare in minoranza ad un Consiglio della scuola, solo se le decisioni in campo didattico fossero attribuite in toto al Collegio dei docenti, lasciando al Consiglio della scuola una funzione puramente amministrativa. Se la proposta fatta andasse in questa direzione, allora tanto vale non mettere nessun insegnante nel Consiglio della scuola! Se invece non fosse così e rimanesse aperta la possibilità che il Consiglio della Scuola interferisca con la didattica, allora sarebbe l'ennesimo tradimento delle attese di noi insegnanti che, invece di diventare liberi professionisti, saremmo di nuovo ingabbiati nel collettivismo che domina e deprime la scuola dal 1974.

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Esami di Stato
di Roberta Giacometti

La C.M. del 28/02/2002 obbliga, sanzione disciplinari per chi non lo farà, entro il 14/3/2002 tutti i docenti delle scuole superiori a fare domanda per Presidente commissione esami maturità.
Non può passare il concetto che tutti gli insegnanti non impegnati in commissione d'esame sono OBBLIGATI a presentare domanda per Presidente di commissione Esami di Stato. Non fa parte della funzione docente districarsi fra leggi e circolari. Inoltre è come dire: non paghiamo coloro i quali faranno i commissari, e tutti quelli che non hanno le quinte:
" Quale pena? " attenzione, la nostra scuola pubblica ancora prima della riforma, con questi esami che ci hanno propinato con la finanziaria è stata abbassata ad un livello da sottosuolo...
Mobilitiamoci, individualmente o come collegio docenti mandando una mozione al Ministero.
Roberta Giacometti
ITAS Scarabelli Imola
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Per un nuovo “j’accuse” degli intellettuali
di Federico Repetto

Contro il blocco potere-denaro-media e in difesa della democrazia

Il temine “intellettuale” nacque nella Francia dell’affaire Dreyfus, quando gran parte della comunità degli uomini di lettere, degli artisti e degli scienziati insorse a favore dell’ufficiale ebreo accusato di spionaggio a favore della Germania. In questa occasione i professionisti della cultura sentirono il dovere, di fronte alla parzialità della giustizia, al silenzio della politica e al conformismo generale, di levare la loro voce in difesa della verità, che è uno dei valori fondanti della democrazia liberale. Il “j’accuse”, impegno personale diretto in un caso sociale e giudiziario, fu lanciato proprio da Emile Zola, che a suo tempo aveva teorizzato il distacco completo dell’artista verista, il cui compito era osservare dal di fuori la società. Incoerenza? Mutamento completo di posizione? In realtà, come ha teorizzato più tardi Julien Benda, è proprio il distacco dagli interessi mondani, la fedeltà ai valori puri della verità, della giustizia e della bellezza, che spinge l’intellettuale, nelle situazioni estreme, ad entrare nell’agone dell’opinione pubblica, e a impegnarsi nella difesa dei principi fondamentali. Chi ha il ruolo istituzionale di tale difesa, in condizioni normali, è il ceto politico dei partiti liberali, intendendo con questo termine tutti quei partiti, di destra e di sinistra, che accettano i metodi della democrazia procedurale e dello Stato di Diritto. Ma quando questo ceto politico è latitante o corrotto, spetta agli intellettuali ricordargli i suoi compiti ed invitare i cittadini a reagire, o farsi portavoce dei cittadini. O anche opporsi al conformismo o all’intolleranza dei cittadini stessi.
Gli intellettuali, tuttavia, hanno spesso tradito questo loro ruolo di ruota di scorta della democrazia, come ha sottolineato Julien Benda nel suo famoso pamphlet La trahison des clercs. Perché “chierici”? Proprio perché per Benda il loro potere non è di questo mondo, come quello dei politici. Non spetta a loro costruire i compromessi e gli adattamenti di cui la politica reale ha inevitabilmente bisogno. Essi stanno invece a guardia di quei valori comuni che sono sacri per l’umanità. Il tradimento dei chierici di cui parla l’autore è soprattutto quello dell’imperialismo nazionalista e guerrafondaio, del fascismo e del bolscevismo. La prima guerra mondiale è il momento in cui questo tradimento – e insieme l’abbrutimento dell’opinione pubblica occidentale - si manifestano per la prima volta in modo massiccio dopo la lenta affermazione del sistema dell’opinione pubblica nel corso dell’Ottocento. Durante la prima guerra mondiale quasi tutti gli intellettuali si impegnano a favore dell’interesse nazionale-imperiale, tradendo gli ideali umanisti e pacifisti.

Intellettuali “alti” e intellettuali “bassi”.

La forza “mondana” degli intellettuali sta naturalmente nella loro capacità di entrare in relazione con l’opinione pubblica. Se risaliamo all’Inghilterra del Settecento, con la nascita dei quotidiani e la diffusione del dibattito aperto nell’opinione pubblica, troviamo già qui un correttivo del potere separato e autonomo del Parlamento eletto da pochi ricchi: la libera circolazione e la concorrenza illimitata delle idee tra soggetti critici, liberi e informati, capaci di esercitare una pressione sulle sue decisioni, facendo uso (tra l’altro) di argomentazioni razionali.
Nella fase democratica dello Stato moderno, quando il suffragio si diffonde, la concorrenza tra le testate giornalistiche e quindi tra le idee diventa limitata, imperfetta, a causa delle “grandi organizzazioni” moderne (trust giornalistici privati e giornali di partito), mentre il nuovo pubblico di massa, di recente alfabetizzazione, ha minori capacità critiche.
Tuttavia non mancano certo istanze critiche nella democrazia contemporanea di massa: le organizzazioni sindacali, di categoria, locali, etniche, di genere, ecc., e in genere l’iniziativa propositiva dei cittadini associati nella società civile nei confronti dello Stato.
Lazarsfeld, uno dei pionieri della ricerca sulle comunicazioni, fece uno studio sugli opinion leaders di base - quegli intellettuali di base, dal parroco al farmacista, dal veterinario all’autodidatta accanito lettore di giornali che hanno una capacità di informazione autonoma sugli eventi politici e che mediano le notizie ufficiali in modo critico alla gente comune. Egli constatava che gli opinion leader di base erano in grado di contrastare l’influenza dei media dell’epoca.
Ciò sembra particolarmente vero per la democrazia angloamericana o nordeuropea, mentre nella travagliata storia europea continentale talora gli opinion leader di base sono stati coinvolti in movimenti diretti dall’alto e anche in regimi totalitari. Ma è difficile pensare che, nei lunghi periodi di regime democratico, questi intellettuali da osteria, da parrocchia e da casa del popolo non abbiano avuto una importante funzione di filtro tra i media, espressione dei vertici del potere sociale, e il grande pubblico.
Quali possono essere le radici della fiducia negli opinion leader “da osteria”? L’accettazione della loro interpretazione delle informazioni da parte della gente comune del loro ambiente è per certi versi una scelta legata ad una comune appartenenza identitaria o ideologica, e questo è un aspetto talora deteriore: right or wrong - my country (my class, my religion, my party, etc.). Ma è anche una scelta legata ad una comune mentalità di sfondo razionalistica: l’opinion leader è visto come uno che ha una seria competenza, sa calcolare gli interessi, ha una visione d’insieme, e si dedica con passione al sapere e al bene pubblico. Ed è infine una scelta di saggezza (sapere di non sapere e affidarsi a chi sa) che però presuppone l’esistenza di un’autorevolezza degli opinion leader stessi. Si tratta dell’autorità intellettuale di uomini liberi su altri uomini liberi, un’autorità attribuita da chi vi si sottomette, non originaria, tradizionale e data per scontata da sempre. Essa nasce dalla credibilità dell’interlocutore in un rapporto face to face, in un rapporto in cui l’uomo comune può esercitare la sua saggezza pratica (“di questo mi posso fidare”).

I presupposti comunitari della democrazia liberale: la tradizione della critica delle tradizioni e l’autorità paterna degli uomini liberi.

Popper, parlando delle società democratiche, ha detto che in esse opera una tradizione critica e autocritica, una tradizione aperta, la cui regola è quella che ogni idea preconcetta puo’ essere messa in discussione. Ma ogni tradizione ha bisogno di comunità: anche il razionalismo individualistico, che promuove l’autonomia dell’individuo, ha bisogno di un contesto comunitario capace di far nascere uomini liberi, autonomi e responsabili: essi, almeno in massa e su base stabile,non si generano da soli, per autogenerazione.
A partire da un momento dato, ogni generazione di uomini liberi ha fatto nascere e formato un’altra generazione di uomini liberi: noi abbiamo imparato a diventare liberi subendo il comando paterno e materno. E se non avessimo subìto l’autorità genitoriale, non avremmo appreso l’autonomia.
L’autorità paterna, la tradizione critica e l’esistenza dei grandi intellettuali e degli opinion leader di base sono tutti prodotti della società civile. Lo Stato liberale, che non ha un’ideologia ufficiale, tuttavia non può lasciare che la società civile e gli ambiti comunitari e familiari siano corrosi da fattori disgreganti ed esauriscano la loro capacità formativa, e deve aiutarli a conservarla, favorendo ufficialmente e sistematicamente non solo il “patriottismo costituzionale” e l’etica pubblica, ma in genere tutti i processi che portano alla formazione dei soggetti autonomi razionali, capaci di discorso e di dialogo.
Presupposto di tale formazione non è certo un qualche modello tradizionale e intangibile di famiglia, ma tutta una gamma di entità comunitarie che necessitano di protezione e assistenza (i diritti sociali del resto sono strettamente collegati a quelli politici e civili). Queste agenzie di formazione sono grosso modo: le famiglie tradizionali e non-tradizionali, le associazioni culturali, religiose, ricreative ecc. della società civile e, infine, le istituzioni scolastiche - anche quelle pubbliche, che, data la libertà di stampa, di insegnamento e di discussione, sono di fatto in una certa misura organi della società civile.

La società senza padre: l’individuo crea se stesso?

La teoria liberale e libertaria ha spesso confuso l’autonomia razionale dell’individuo con una sua titanica autogenerazione dal nulla e la critica delle comunità oppressive con la critica di qualunque forma di autorità interna alla società civile. L’esito della rivendicazione libertaria di una “società senza padre” ai tempi dello Stato Sociale fu quello di deresponsabilizzare, giuridicizzare e medicalizzare le comunità e la famiglia e di sottoporre i nodi vitali della società civile all’intervento amministrativo continuo dello stato. Intervento il cui scopo non è stato quello di rafforzare la capacità di formazione educativa e la produzione di autorevolezza all’interno della società civile – contestate dai movimenti degli anni sessanta e settanta - ma invece di sostituire l’autorità e la responsabilità genitoriale con interventi amministrativi. Il permissivismo, nei limiti dello Stato Sociale, non potendo diventare anarchia pura, induce lo Stato a camuffare l’intervento coercitivo da intervento terapeutico, moralmente del tutto neutrale.
Ma l’autorevolezza dei genitori, degli insegnanti e degli opinion leader di base è altresì minata dallo sviluppo della tv e di altri media. Secondo lo straordinario saggio di Joshua Meyrovitz Oltre il senso del luogo, la contestazione nelle scuole americane negli anni sessanta e il femminismo del periodo successivo hanno un nesso significativo con la diffusione capillare della tv nel breve periodo tra la fine della guerra e la metà degli anni cinquanta, che ha aperto una nuova “finestra” nelle mura della casa delle famiglie dei ceti medi, svelando i retroscena degli adulti e dei mariti, i quali persero allora quell’autorevolezza che derivava loro dal quasi monopolio dei rapporti con lo spazio esterno.
Sotto lo Stato neoliberista odierno, ridotto a Stato Minimo dalle forze potenti della globalizzazione, il sistema formativo pubblico è in declino e l’assistenza alle comunità è ridotta ai minimi termini. La risposta alla perdita di autorità e di capacità formativa della società civile è la criminalizzazione e la segregazione degli individui non ben formati, dei devianti. Se lo Stato Minimo riesce ad ottenere comunque l’obbedienza con la coercizione, non sembra che la sua autorevolezza e il suo carisma nei confronti dell’insieme della popolazione sia cresciuto rispetto al permissivo Stato Sociale: secondo Meyrowitz, il piccolo schermo dà una dimensione quotidiana ai leader politici e ne abbassa la statura (li riduce a familiari “mezzi busti”). In sostanza, il trend dominante è quello per cui l’individualismo razionalistico e acquisitivo, prodotto dalla scuola e dalla famiglia tradizionale, è sostituito da un ”Io minimo”, dotato di un’identità debole e di una scarsa propensione a progettare il futuro, e alieno dall’assumersi responsabilità.

La politica centrata sul denaro e sui media e il declino degli opinion leader da osteria

La società postindustriale ha progressivamente eroso il senso di appartenenza delle masse, per cui le campagne elettora
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