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Fuoriregistro del 24/02/2002 - a.s. 01/02
f u o r i r e g i s t r o
newsletter del 24/02/2002

Sommario
Le comiche
di Naila
I motivi per cui acconsento
di Gianni Mereghetti
Di che cosa stiamo parlando?
di Maurizio Pistone
Citano Morin ma ci rifilano l'azienda
di Emanuela Cerutti
A chi non funziona l'orologio?
di Alberto Biuso
Sull'identità docente, punti di vista a confronto.
di Fuoriregistro
"La Cgil non sta facendo gli interessi della scuola"; "Gentile professore, venga con noi a Barbiana"
di Omer Bonezzi - Gianni Mereghetti
Torniamo alla centralità dell'alunno
di Gianluigi Boccalon
Chi se la mangia questa scuola?
di Emanuela Cerutti
Un raggio di sole
di Luciana Pavoni
Le nostre calamità naturali
di Luana D'Alessio
Contro l'attacco alla scuola pubblica, per il futuro educativo delle giovani generazioni
di Vittorio Delmoro
Autonomia ed orario delle lezioni: dubbio di illegalità
di Franco Varrese
Sogno del cambiamento possibile
di Emanuela Cerutti
Non per polemica : riflessioni sulla funzione e-ducativa della scuola italiana
di Ludovico Fulci
I colloqui
di Giovanna Casapollo
Un comunista libertario e la riforma Moratti
di Giancarlo Baiano
"Ideali scaduti"
di Giovanna Casapollo
Si spieghi, signor Ministro
di Riccardo Ghinelli
Bari, dal "Forum per la scuola pubblica" comunicato stampa
di Lea Borrelli
Eredità scarlatte: i giovani tra solitudine e violenza.
di Vincenzo Andraous
Documento studentesco sul "Rapporto Bertagna"
di Gabriele Farina
Coordinamento docenti di Palermo: aderiamo allo sciopero del 15
di Fabrizio Mangione
Per una "giustizia giusta"
di Un docente "libero pensatore"
Lettera dal Burundi
di Paolo Mesolella
Empatia per Internet: riflessione sulla Formazione in Rete.
di Paolo Manzelli
"I nuovi testi da adottare"
di Giovanna Casapollo
Un piano minuzioso di distruzione della scuola pubblica.
di Bianca Capece


Le comiche
di Naila

Siamo in cerca di novità? Beh, adesso ne abbiamo una strepitosa: a scuola non ci si annoia più! Tutt’altro, è ora di sfatare il mito delle lezioni noiose e degli studenti demotivati!
Seconda liceo, venticinque alunni e nove professori.
La lezione d’italiano si apre con l’entrata di un’orribile signora impellicciata, che ha lo straordinario potere di terrorizzare gli interrogati, servendosi di una letale penna rossa e dell’indiscutibile diritto di segnare un bel “3” a chiunque non corrisponda alla sua concezione di “persona simpatica”. Ma ella trova sicuramente modo di sembrare giovanile nell’avvicinarsi alle idee di una banda di scapestrati, privi di valori in cui credere e d’interesse per qualsiasi cosa riguardi la cultura, sconsigliando la lettura di “Se questo è un uomo”, perché effettivamente noioso ed inutile, e proponendo, invece, qualcosa più alla nostra portata, ad esempio favole di narrativa per bambini.
In ogni caso, non solo gli insegnanti d’italiano sono di tale validità morale e professionale: non posso evitare di citare il docente di matematica, che nell’entrare in classe con aria sperduta, perché occupato a pensare in che modo occupare ben cinquanta minuti di lezione, infonde nell’ambiente una positività coinvolgente pari a poche cose al mondo. E tutti sanno che uno dei principi fondamentali dell’insegnamento è il coinvolgimento dei ragazzi, per questo per il professore non sarà necessario essere in grado di svolgere un intero esercizio alla lavagna e, magari, in modo che il risultato corrisponda a quello del libro, dato che la biondina del primo banco con la media dell’otto e mezzo sarà sicuramente disposta a correre in suo aiuto per mostrare a tutti come fruttano meravigliosamente i suoi insegnamenti. Inoltre è sempre viva in lui la speranza che nessuno si accorga che quel “se voi uscivaste…” non è stato esattamente l’esempio di un italiano perfetto.
Ma la più alta espressione della maturità di quelli che, come loro stessi si definiscono, sono per noi “modelli da prendere in considerazione nella vita”, si verifica in consiglio di classe, quando le tendenze politiche, gli orgogli e le frustrazioni personali si mischiano in un composto esplosivo che li porta ad accusare chi ha dato troppe sufficienze di aver regalato voti agli studenti, perché non è possibile che un docente che, su venticinque, di sufficienze ne ha avute solo una decina, ammetta di averne la responsabilità, tutt’al più deve essere colpa delle più che scarse capacità mentali di alunni che rasentano il sottosviluppo cerebrale.
In ogni caso, dopo essersi insultati ed aver casualmente dimenticato di discutere degli effettivi problemi della classe (ammesso che abbiano capito quali siano), i nostri amati insegnanti avranno la possibilità di sfoggiare i propri Ego feriti sfogandosi su di noi, sempre più che disponibili nell’accogliere i loro disagi ed a fornire loro la più sincera comprensione e, magari, perfino ad assecondarli, in caso ne avessero uno spietato bisogno.
Non potendo fare altro, quindi, ci dovremmo limitare a sorridere al professore di latino, che per questo probabilmente ci assicurerà l’otto in pagella (e consiglio vivamente a chi avesse uno spiacevole aspetto fisico di considerare l’idea di una plastica facciale, poiché, si sa, la bellezza aiuta a scuola…), dovremmo rassegnarci ad annuire sconsolati quando il docente di religione attribuisce al gruppo di quelli che non seguono le sue ore di lezione, perché appartenenti ad altre correnti di pensiero, il simpatico epiteto de “gli eretici” ed a mostrarci pienamente soddisfatti dopo aver appreso che la professoressa di educazione fisica si dedica alla salute del proprio corpo mangiando soltanto verdure bollite.
Ed, infine, a che cosa potrà mai servire discutere di riforme, novità e scelte che ci riguardano in prima persona? Chi è fortunato ed ha l’opportunità di parlarne in famiglia, con altri studenti o a partecipare ad incontri e dibattiti, potrà veder soddisfatto il proprio diritto di essere a conoscenza di ciò che gli accade intorno e di ciò che viene imposto dall’alto, tutti gli altri si limiteranno a subire passivamente, evitando di esprimere le proprie opinioni. E forse ho dimenticato di specificare che non è certo conveniente esporre il proprio punto di vista: nessuno ha intenzione di essere considerato, per esempio in quanto rappresentante di classe, un “elemento scomodo e polemico”. Tanto meno si vuole rischiare di mettere in discussione il proprio andamento scolastico solo per il fatto di aver parlato (ricordiamoci “a nome della classe”) di pareri contrastanti a quelli dei docenti o di chissà quale altra così superiore autorità.
Ma la scuola serve (naturalmente ammesso che si abbia il privilegio di poter contare su professori che siano in grado di sostenere una spiegazione con un minimo di senso logico e validi contenuti) per imparare quanto fa due più due, chi ha scritto “cent’anni di solitudine” o qual è il paradigma del verbo “facio”, non certo a sviluppare senso critico, responsabilità o a crearsi delle ambizioni.
Detto ciò non ci resta che prenderla con filosofia, svegliarci alle sette del mattino consapevoli che sicuramente sarà un'altra giornata colma di divertenti scoperte ed essere entusiasti proprio come se stessimo per vedere l’ultimo film di Aldo Giovanni e Giacomo.

P.S. Nessun riferimento è puramente casuale.

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I motivi per cui acconsento
di Gianni Mereghetti

Quando ho appreso la notizia del "via libera alla riforma Moratti" non ci ho creduto!
Sarà vero, mi sono detto, o è l'ennesimo miraggio di questi ultimi e contraddittori anni?
Spero proprio che invece sia la volta buona e che il 1° febbraio 2002 possa essere ricordato come la svolta della scuola italiana.
C'è bisogno di una riforma così, in modo che la scuola da una parte torni ad essere quello che è, luogo di istruzione, di formazione ed educazione, e dall'altra sappia affrontare la sfida di qualità che oggi non è più ulteriormente rimandabile, pena il condannare i giovani ad una deprivazione culturale mortificante.
Quella del ministro Moratti è una buona riforma: rispetta i diversi livelli dell'età evolutiva, riconferma che far scuola implica insieme la comunicazione di conoscenze e lo sviluppo delle competenze, sottolinea l'importanza dell'educazione alla critica nella scuola secondaria, valorizza la formazione professionale mettendo la parola fine ad un egualitarismo che in questi anni ha penalizzato tutti, avvia la delicata questione della formazione iniziale degli insegnanti, che dovrebbe essere sempre più di tipo disciplinare e con un reale tirocinio scolastico, perchè insegnare non lo si impara studiando le teorie, ma da chi già insegna con competenza e passione.
Sì, una buona riforma, che avvia il cambiamento della scuola.
Ancora molto c'è però da fare, per non rendere il cambiamento un pasticcio e soprattutto per andare al cuore dei nodi centrali della riforma, ossia i contenuti dell'insegnamento e la ridefizione della funzione docente in termini di libertà e professionalità.
Dopo aver varato l'architettura, guai a perdersi in quisquiglie su aspetti secondari, come stanno purtroppo facendo in molti.
E' ora che si capisca, De Mauro, Berlinguer e Panini in testa, che la riforma si giocherà su che cosa si insegnerà e su chi lo farà, e su questo dobbiamo metterci al lavoro e subito!


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Di che cosa stiamo parlando?
di Maurizio Pistone

In diversi ambiti la discussione sulla riforma Moratti langue. Effettivamente, c'è poco da discutere.
La trasformazione "epocale" sembra tramontata. Di Bertagna più nessuno parla.
Il progetto di legge delega è quanto di più fumoso si possa immaginare.

In realtà, chi glie lo fa fare? Bocciare i cicli Berlinguer è stata un'operazione facile per incassare un po' di voti. Ma diciamolo chiaramente: a parte qualche talibano della libertà, della scuola, non glie ne potrebbe fregà dde meno. E aggiungo una cosa su cui non molti saranno d'accordo: in fondo, neanche della scuola privata gli importa poi molto.

Quando ci sono sostanziosi interessi in ballo, come nel caso della giustizia, l'azione del governo è martellante e fulminea. Ma non risulta che Berlusconi o qualche suo sodale sia più in età da dover affrontare esami scolastici. Né mi risulta che il gruppo Mediaset abbia fatto grandi investimenti nell'istruzione privata.
Allora perché rischiare di compromettere un consenso così facilmente conquistato senza un vero guadagno? Con i rinnovi contrattuali in arrivo, una categoria insegnante che non smette mai di mugugnare, gli studenti che occupano così per occupare ma magari potrebbero incazzarsi sul serio, le famiglie che si lamentano sempre di tutto ma poi guai a cambiare qualcosa, l'occhio sempre vigile sui sondaggi d'opinione suggerisce di toccare il meno possibile.

Pericolo scampato dunque? Tutt'altro. L'abolizione dell'esame di Stato fa capire quale sarà la linea dei prossimi mesi. Con quattro righe nella legge finanziaria si sono raggiunti parecchi bei risultati. Si è fatto finta di risparmiare quattrini. Si è andati incontro al mammismo delle mamme e di gran parte del corpo insegnante. Si è dato corpo a una diffusa sfiducia verso la scuola pubblica, i suoi metodi, i suoi rituali. Si è trasformato in legge un doppio luogo comune: gli esami sono difficili e angosciosi, le commissioni esterne sono crudeli e punitive, facciamo giudicare i nostri bambini dagli interni - gli esami sono troppo facili, si promuovono tutti, allora eliminiamoli. Si è soprattutto tolto qualcosa a qualcuno e si è dato qualcosa a qualcun altro, che è la summa dell'arte di governo: fra pochi mesi quelli che devono passare luglio in commissione guarderanno con odio quelli che
invece vanno al mare, e quelli che vanno al mare non faranno nulla per nascondere la loro soddisfazione, così tutti potranno dire questi professori cosa pretendono, con tre mesi di vacanza.

Credo che questo sarà il menù che ci verrà offerto. Un po' di demagogia. Qualche taglio alle spese di qua, qualche taglio alle spese di là. Un po' di vessazioni burocratiche. Un'ingarbugliata riforma degli organi collegiali - che chi ci capisce qualcosa è bravo, ma tanto non è che adesso sia la scuola di Atene. La bizzarria degli scrutini ad anni alterni. Voto di condotta sì, voto di condotta no, ormai di per sé la questione ha poco sugo, è però qualcosa che tutti capiscono, e può riempire le pagine dei giornali quando non ci sono altre notizie fresche. Si avanzano proposte swiftiane, si minacciano interventi darwiniani – via duecentomila insegnanti, via il sostegno all'handicap - poi si dice ma no cos'avete capito, solo un qualche ottomila insegnanti in meno all'anno, solo qualche liretta in meno per il sostegno, vedrete che tutto si aggiusterà, è solo una razionalizzazione.
Qualche migliaio di esperti, aggiornatori, valutatori e grilli parlanti migrerà sgomitando e pestandosi i piedi verso i nuovi Istituti di Valutazione, Aggiornamento, Chiacchiera e Prosopopea.
Per il resto si vivrà alla giornata, ogni mattina diremo c'è andata bene, non ci hanno licenziati, non ci hanno sostituiti con un compiùter, non hanno abolito la matematica, non ci hanno imposto di insegnare la storia d'Italia coi libri di Francesco Storace e l'educazione sessuale coi libri di Vittorio Sgarbi.

La scuola continuerà lungo la lenta china, ogni giorno continueremo a perdere qualcosa, ma poco poco, che uno subito non se ne accorge. E fra tre o quattro anni ci diranno avete visto? La scuola pubblica ormai è in coma, non è più riformabile.
Giusto in tempo per la prossima campagna elettorale.

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Citano Morin ma ci rifilano l'azienda
di Emanuela Cerutti

In un’Autointervista per ripercorrere equivoci e rispondere a domande sulle ipotesi di riforma scolastica del Grl, regalata la scorsa settimana alle scuole bergamasche, come precedentemente promesso, Giuseppe Bertagna, ragionando di collegialità, afferma che già da tempo non si parla più di consiglio di classe o di interclasse e si lascia all’autonomia il compito di determinare quegli elementi organizzativi che permettono di fronteggiare al meglio le esigenze educative dell’insegnamento e dell’apprendimento. E’ ora, auspica, che smettiamo di pensare alla classe come all’unico elemento di riferimento per le attività didattiche: ci sono anche i gruppi, le reti, i tutor: come credere che un organo collegiale astratto e ormai lontano dalle esperienze quotidiane degli studenti italiani quale un consiglio di classe (o di interclasse) possa gestire tale complessità e sostenere i processi di apprendimento così diversificati?

L’insistenza sulla complessità appare già nella prima delle tredici fitte pagine del documento in questione, laddove Bertagna, citando Morin, ricorda che non possiamo impantanarci negli schematismi tipici di una logica lineare, saremmo dei “malati cognitivi”: dobbiamo tener presente la circolarità dei processi e la loro naturale intersezione, al di fuori delle troppo facili semplificazioni.

Appellandosi a tali principi, e senza troppo curarsi di quella che appare una contraddizione, Bertagna rifiuta di paragonare “baconianamente” il passato ed il presente, la legge 30 e la sua revisione, nella fattispecie, perché non vuol cadere nelle trappole dei “giocattoli sinottici”, degli “alambiccamenti maniacali”, o delle “inaccettabili semplificazioni” degne dei “malpancisti”, come se confronti ed analisi comparative non costituissero da sempre il terreno privilegiato delle costruzioni complesse.
Un meccanismo simile si ritrova qualche cartella più in là, laddove si legge che la cura della complessità viene affidata al “coordinatore di classe”, ripetutamente unico“lui” che si occupa del portfolio individuale, delle relazioni con tutti i docenti che insistono sui singoli allievi, delle ipotesi di lavoro, delle famiglie, dei passaggi nodali…Un lui riconosciuto al di fuori del contesto in cui lavora, perché la sua formazione universitaria con iscrizione all’albo da cui sarà estratto non si gioca all’interno dell’Istituto, come accade per le funzioni obiettivo, sottoposte, bene o male, al vaglio collegiale e al travaglio delle specifiche commissioni. Un lui che si rapporta ad altri lui, in questo mondo di eroi al maschile, quali il direttore della progettazione didattica e il dirigente scolastico.

Il dubbio è legittimo: non è che di questo passo la complessità viene soffocata dalla più rassicurante certezza dell’uno?
UN punto di vista e nuovo di pacca, altro che nani sulle spalle dei giganti.
UN piccolo imperatore, altro che lavoro di équipe e teams e cooperative learning.
Molteplicità come somme individuali, non più comunanze di sforzi e differenti compiti specifici. Linee verticali, con evidente tendenza al piramidale.

Con simili premesse, disseminate ad arte nei terreni fertili del malcontento e dell’insoddisfazione nei quali spesso si impantana la scuola italiana, non stupisce più di tanto la recente revisione degli Organi Collegiali.
Il cambio del nome all’ultimo minuto non modifica i fatti: il CdS è ancora un CdA, solo più semplice da catalogare, un nuovo cassetto nell’impresa nazionale.
Accostando le due proposte del novembre 86 (sono organi delle istituzioni scolastiche: il consiglio di autonomia e la giunta di consiglio; il collegio dei docenti e la giunta di collegio; il comitato dei genitori e il comitato degli studenti; il consiglio di classe; l'assemblea di classe dei genitori e l'assemblea di classe degli studenti; il dirigente preposto) e del novembre 2001, reperibile in Speciale Organi Collegiali ( sono organi delle istituzioni scolastiche: il consiglio di amministrazione; il collegio dei docenti; gli organi collegiali di valutazione degli alunni;il nucleo di valutazione ) appare già chiaro il “riduzionismo aziendale” al quale viene sottoposta la partecipazione democratica, che dagli anni 70, pur con contraddizioni e limiti, ha comunque connotato il panorama scolastico.
Se poi si dà in’occhiata al disegno di legge che porta la firma di Grignaffini e Gambale e lo si confronta con gli ultimissimi emendamenti operati dall’attuale Commissione Cultura della Camera, non si può evitare di chiedersi quale sia l’oggetto del contendere, dal momento che i formali cambiamenti introdotti non modificano la generale sensazione di un’autonomia fittizia, in cui docenti e studenti, soggetti primi della scuola, restano in balia degli altrui desideri e delle altrui facoltà decisionali. Dei lavoratori Ata nemmeno l’ombra. La valutazione istituzionale è affidata a terzi (ma come? non era che "interno" è bello?), con grosso peso della componente genitori; il Dirigente assomma in sé sia funzioni di indirizzo che di gestione: coordina di meno e conduce di più; la valutazione alunni perde le caratteristiche della sistematicità e dell’integrazione di interventi e risorse.
E’ questa la gestione della complessità o, per usare un altro termine un po’ in disuso, della diversità?
Ce l’avevano raccontata in un altro modo: non più tardi di due anni fa, la Commissione Nazionale per l’Educazione Interculturale si chiedeva e chiedeva agli insegnanti che cosa significasse “educare nel tempo delle globalizzazione e nelle società plurali”.
Si soffermava sui cambiamenti dei “modi di vita” solo apparentemente esterni alle nostre esperienze identitarie, ci tuffava dentro i processi di internazionalizzazione e mondializzazione per darci la misura di quanto determinante fosse diventata la “relazione” nell’avventura della nostra personale crescita e maturazione.
Affermava la necessità di costruire mentalità aperte, dialoganti e collaboranti, all’interno di progetti in continuo dinamismo, utilizzava il termine “paideia” per comprendere in un unico abbraccio “continuità e cambiamento, tradizione e novità”.
Riproponeva il crocevia della collegialità, con tutti i rischi e pericoli che ben conosciamo, ragionando in termini di corresponsabilità.
Si tratta proprio di un’altra storia?

Dubbi ed incertezze, in questo mare di contraddizioni: ma se, riprendendo Morin, “ l’incertezza, che uccide la conoscenza semplicistica, è il disintossicante della conoscenza complessa”, forse va tutto bene: dobbiamo solo districare un nodo più complicato del previsto.

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A chi non funziona l'orologio?
di Alberto Biuso

NOTE SULLA RIFORMA

Una premessa è necessaria: non ho mai condiviso la frenesia riformatrice applicata all’ambito educativo. Non perché la scuola non debba adeguarsi di volta in volta ai cambiamenti complessivi delle epoche in cui opera ma perché in Italia il riformismo più che un fatto è diventato una vera e propria ideologia, la quale ha come fondamento un’equazione tanto ingenua quanto errata (e anche pericolosa) che fa coincidere il Nuovo con il Bene.
Se, comunque, una riforma radicale della scuola in Italia è davvero indispensabile, a me sembra che la proposta Bertagna sia stata una buona base di partenza e che la Legge delega approvata dal governo l’abbia in parte peggiorata e in parte no. Una valutazione, questa, che si basa su elementi sia di metodo che di merito.

Fra i primi:
1. Il Gruppo ristretto di lavoro (Grl) ha ascoltato veramente associazioni, docenti, intellettuali di provenienza ideologica e culturale anche assai diversa. Mentre le commissioni incaricate da Berlinguer furono tanto pletoriche quanto formali e sostanzialmente omogenee, i gruppi focus hanno visto una reale e vivace discussione e partecipazione. Basti pensare che organizzazioni come il Cidi o l’Unione degli studenti hanno potuto esprimere con libertà tutte le loro critiche.
2. Al di là degli aspetti enfatizzati o manipolati dai media, anche gli Stati Generali hanno rappresentato due giorni di dibattito reale e pluralistico. Ad esempio: due studenti chiaramente ostili alla riforma hanno avuto l’opportunità di parlare, per almeno trenta minuti ciascuno, a cinque metri dal Ministro, e di dirgli in faccia tutto il male possibile sulla sua riforma ma i giornali hanno dato notizia solo delle urla e degli spintoni.
3. Nella pagine finali della Sintesi del Gruppo ristretto di lavoro si trova una tabella riassuntiva delle Raccomandazioni con l’indicazione di quali abbiano goduto del consenso dei gruppi interpellati e quali no. Più in generale, l’intero documento non nasconde nessuna delle difficoltà incontrate ed enumera anche le possibili alternative alle proposte del Grl.

Per quanto riguarda il merito della proposta (e anche qui assai sinteticamente):
1. Uno dei nuclei forti del progetto Bertagna è l’attivazione in Italia –finalmente!- di una seria formazione professionale che possa rappresentare nello stesso tempo una concreta soluzione al problema della dispersione scolastica e uno strumento di formazione e di qualificazione di attività economicamente e socialmente indispensabili. Quando si fa il confronto fra il numero dei diplomati italiani e, ad esempio, quelli tedeschi si tace sulla circostanza che la gran parte di questi ultimi esce da istituti professionali e non da licei. Le vibrate proteste su tale punto mostrano il permanere –soprattutto fra organizzazioni e docenti che fanno riferimento alla Cgil e ai DS- di una mentalità gentiliana nel senso deteriore del termine: un atteggiamento sprezzante nei confronti del lavoro manuale, della operatività, del fare. Quanto alle accuse di discriminazione sociale, poi, si sfiora il ridicolo se si pensa che un diplomato cuoco ha la prospettiva di guadagnare –se bravo- anche più di cinquemila euro al mese. Quale docente laureato può aspirare a tali cifre? Più in generale, da ciò che vado leggendo ho la sensazione che molti interpretino questa riforma come se dagli anni Sessanta a oggi la composizione dei ceti che formano la società italiana non sia cambiata radicalmente; come se fosse ancora ragione di prestigio sociale diventare insegnanti o impiegati; come se un qualunque artigiano non guadagni cifre che ammontano ad almeno il triplo di quelle percepite da molti laureati; come se nelle aziende agricole di tutta Italia (compresa, ipotizzo, Barbiana ma lo so per certo della Sicilia…) chi “zappa” (metaforicamente, ormai) non goda di un livello di agiatezza pari a chi “va all’università”; come se il ceto medio non si sia esteso e l’intera popolazione urbanizzata. E invece no: la fede impone di leggere la realtà con schemi del tutto anacronistici ma che ricordano il tempo in cui si era giovani e si “lottava”…
2. Dal punto di vista della qualità dell’insegnamento, è assolutamente condivisibile –sempre che si riesca davvero a realizzarla- la riduzione del numero delle materie per corso e dell’orario settimanale complessivo. Gli istituti italiani, infatti, sono gravati da un numero eccessivo di ore e da una varietà disordinata di materie mentre è preferibile studiare bene poche discipline e che i ragazzi abbiano il tempo di rielaborare a casa quanto apprendono a scuola. Inoltre, in nessuna parte dei documenti del Grl si accenna all’ipotesi eliminare il latino dallo Scientifico e la matematica dal Classico. Durante gli Stati Generali tali voci sono state recisamente ed esplicitamente smentite.
3. Anche la creazione di Laboratori, nei quali affrontare discipline come le lingue, l’informatica o le attività motorie, mi sembra coerente con l’obiettivo di un apprendimento migliore e differenziato. Sappiamo tutti, infatti, che in queste materie gli allievi presentano una condizione di partenza diversificata che rende spesso noioso o inefficace l’insegnamento comune nelle classi. I Laboratori –che ricordiamo «nell’accezione del Grl sono uno spazio didattico che per gli istituti è comunque obbligatorio istituire, da soli o in collaborazione tra loro, mentre gli studenti e le famiglie decidono se, quando, come ed eventualmente in quale scuola ne vogliono usufruire» (Documento di Sintesi, pag. 18)- potranno costituire una soluzione adatta a garantire nello stesso tempo il diritto di tutti senza però appesantire inutilmente il monte ore settimanale.
4. C’è un elemento della proposta Bertagna che merita da parte di chi insegna un’attenzione tutta particolare poiché rappresenta una svolta in positivo per la professionalità docente e, di conseguenza, per un reale miglioramento della qualità dell’istruzione. Come molti docenti e organizzazioni vanno sostenendo da tempo, il Grl raccomanda che l’abilitazione all’insegnamento venga conseguita non mediante un diploma triennale ma tramite un titolo quinquennale ottenuto «su un arco di 300 crediti universitari (CFU) e che, alla fine di questi percorsi, si acquisisca una laurea specialistica abilitante all’insegnamento in una specifica scuola e, se di grado secondario, in una specifica classe di concorso» (Documento di Sintesi, pagg. 33-34). Si tratta di un riconoscimento della centralità della funzione docente di notevole significato culturale e pedagogico. Più in generale, questa proposta delinea una figura docente incentrata prima di tutto su una solida conoscenza della disciplina che si insegna e solo dopo sulle metodologie didattiche più consone alla sua trasmissione. Va, insomma, nella direzione da molti di noi auspicata di un docente-intellettuale che faccia ricerca e non di un passivo ripetitore di nozioni o di un assistente sociale/intrattenitore generico. «L’insegnamento, infatti, è un’attività specifica che, per poter essere esercitata, va studiata con le sue peculiari regole metodologiche e la sua complessa natura epistemologica. In questo senso, è, per esempio, sotto numerosi punti di vista, analogo alla medicina e, soprattutto, alla clinica. (…). Il docente delle scuole di ogni ordine e grado è chiamato (…) ad essere non soltanto un ricercatore sull’insegnamento e dell’insegnamento che gli è affidato (il “professionista riflessivo” che connette teoria, tecnica e pratica), ma anche un ricercatore sul e del sapere epistemico che è chiamato poi a trasformare, con appositi mediatori didattici, in apprendimento degli allievi» (Rapporto finale del Grl, pagg. 73-75). Se la questione scuola coincide in gran parte con la questione docenti, si tratta di un elemento fondamentale e forse troppo trascurato dal dibattito in corso.
5. Per settimane si è dibattuto e polemizzato su un punto chiave: la riduzione della secondaria a quattro anni. Come si vede, il quinquennio è stato mantenuto e di ciò non si può che essere soddisfatti, soprattutto se si ricorda che la riforma Berlinguer manteneva solo nominalmente una secondaria quinquennale, riducendola di fatto a tre anni come effetto del biennio unico per tutti e della sua funzione esclusivamente orientativa. La proposta Bertagna e le successive modifiche incaricano dell’orientamento gli ultimi due anni di scuola media. E ciò dopo aver ripristinato la coerenza del ciclo di base e aver risolto il grave problema dell’onda anomala. Nel complesso, non è poco. Al di là dei velleitarismi riformistici di ogni colore, lo schema 5-3-5 rimane il più adeguato a seguire i ritmi di crescita delle persone. Non si può che condividere il suo ripristino.
6. Più fondate mi sembrano le critiche rivolte all’uso di una Legge delega su tematiche scolastiche. Fra le ragioni di questa scelta c’è probabilmente anche il tentativo di evitare l’opposizione interna dei cattolici del Polo, i quali respingono soprattutto la possibilità di sottrarre il monopolio –o quasi- della scuola materna alle istituzioni religiose. Che però anche dei “laici di sinistra” critichino la novità costituita da un miglioramento dell’offerta pubblica nel settore della scuola dell’infanzia mi risulta incomprensibile se non alla luce di una opposizione preconcetta.
7. L'unico elemento davvero inaccettabile di questa riforma NON è stato proposto dalla commissione Bertagna ma (et pour cause...) da esponenti del governo: le bocciature ogni due anni. Una vera assurdità per almeno le seguenti ragioni, che traggo da un documento del PRISMA: A) si viene respinti alla fine di un biennio, ma poi se ne ripete solo il secondo anno: come si recuperano le carenze del primo? B) la massima percentuale di respinti si ha in corrispondenza del 1° e 3° anno superiore, cioè proprio laddove diverrebbe impossibile bocciare. Questa prevalenza non è casuale, infatti C) all'inizio degli attuali biennio e triennio si pongono le basi di nuove discipline, perciò sarebbe inutile far ripetere un 2° o un 4° anno quando sono in genere proprio le basi del 1° e del 3° a mancare ad un ragazzo e ad impedirgli di procedere; D) inoltre chi viene fermato al primo superiore può ben pensare di cambiare indirizzo riprendendo gli studi dal primo anno, già al secondo, però, la cosa diventa più difficile. Chi protesta contro la riforma in nome –ad esempio- dei princìpi espressi nella Lettera a una professoressa sembra però non rendersi conto che questa riforma sembra voler realizzare uno degli obiettivi massimi del Priore: l'eliminazione delle bocciature. Mi viene in mente Hegel e la sua eterogenesi dei fini.

Alberto Giovanni Biuso
biusoal@mclink.it
http://web.tiscali.it/Filosofia/





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Sull'identità docente, punti di vista a confronto.
di Fuoriregistro

Se cambia il direttore d'orchestra, cambia la musica?
Non voglio scrivere un articolo, ma soltanto fare una riflessione sulle parole lette dei testi arrivati alla mia posta con la newsletter del 10 febbraio.
Mentre prima di questa data provavo vero piacere nel leggere in questo sito tante voci che dissentivano con argomentazioni giuste con il piano di riforma del Ministro, stasera mi trovo a dover sopportare il canto di lode della riforma . Constato con molta amarezza che il vento cambia e noi insegnanti, come sempre ci facciamo trasportare da lui senza mai prendere una posizione, senza mai avere il coraggio fino in fondo di portare avanti le nostre idee.
Ma allora , mi chiedo, come faremo ad insegnare ai ragazzi la libertà e la forza di crescere?

Grazie da un'insegnante delusa.

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Smettiamola di pensare che apparteniamo per diritto divino alla sinistra e che tutto ciò che dalla sinistra non viene partorito deve essere abortito! Siamo un pessimo esempio per quella moltitudine di studenti ai quali dovremmo insegnare a discernere di volta in volta tra il bello ed il brutto tra il bene ed il male; e non possiamo tra l'altro vivere di solo sindacato, troppo spesso dimostratosi servo di pochi precisi padroni e strumentale trampolino di lancio per carriere politiche, sino a poche ore prima insultate e osteggiate.
Certamente non tutto il disegno della Moratti è sposabile, ma va riconosciuto che ha tentato ed in parte ottenuto una consultazione della base e delle rappresentanze dei vari organi che per anni abbiamo atteso invano dai vari Berlinguer, e nessuno può nascondere la crisi profonda nella quale la scuola è caduta in questi anni.
Il corpo docente di una nazione deve essere "corpo pensante" e non strumento di carriera per arrivisti.
Riprendiamoci la dignità che ci spetta!

Maurizio Perricone


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"La Cgil non sta facendo gli interessi della scuola"; "Gentile professore, venga con noi a Barbiana"
di Omer Bonezzi - Gianni Mereghetti

Lettera aperta alla CGIL Scuola


Ho letto attentamente il vostro documento sulla riforma Moratti (www.cgilscuola.it). Ci sarebbe da discutere di molte cose, e spero lo si possa fare, ma un aspetto mi ha colpito, meglio mi ha amareggiato, ed è il silenzio sia su chi va a scuola ad imparare sia su chi ci va ad insegnare. Voi accusate il ministro sull’organizzazione della scuola e alla sua organizzazione opponete una vostra organizzazione, che pretendete migliore. Ma l’organizzazione della scuola ha uno scopo cui obbedisce, quello di creare le condizioni perché in essa chi insegna lo possa fare in piena libertà e chi impara possa vedere valorizzate le sue capacità umane e culturali. Questo a voi non interessa gran che, del resto non vi sembra centrale che nella scuola della riforma vi siano insegnanti liberi e professionisti, né che gli studenti siano aiutati a crescere come persone, tant’è vero che considerate la conoscenza un fattore strategico e non la modalità con cui l’uomo si rapporta con la realtà intera, da quella quotidiana a quella oggetto di scienza fino alle domande ultime che provoca. Per me invece questo è ciò di cui la scuola si occupa, ovvero di persone, delle loro esigenze, delle loro domande, del loro impeto di verità, ed è solo per loro che val la pena riformarla. Forse se consideraste questo aspetto capireste da una parte che la riforma Moratti è sottesa da una sensibilità verso i momenti specifici della crescita degli studenti, e dall’altra che la questione seria non sono le architetture, ma i contenuti della scuola e la professionalità degli insegnanti. Su questi due punti si dovrebbe lavorare insieme e a fondo, perché non si tradisca la scuola nei suoi gangli vitali!

Gianni Mereghetti
Abbiategrasso


La conoscenza è un diritto di tutti


Gentile professore
Ho letto stupito la sua “lettera aperta” .Stupito perché c’è un sito che parla per noi, quello della cgil-scuola. Meravigliato perché abbiamo fatto un bellissimo congresso dove abbiamo denunciato la mercificazione del sapere e lo stravolgimento dell’idea stessa di cultura come bene disponibile ed inclusivo per tutti. Lo scontro in atto oggi è tra una società che vende e recinta come proprietà privata vita ( brevetta le sementi ed i cromosomi), esperienze, tempo ed usa le conoscenze per escludere e chi,invece, pensa, come la cgil e tanti altri, che le persone e le coscienze non sono in vendita.
Da vecchi conservatori crediamo che la scuola sia un luogo, dove lo scambio di relazioni non sia regolato dalla mercificazione e di conseguenza le persone valgono in quanto persone, per questo il diritto alla conoscenza, per noi, è un diritto di tutti.
Diversamente il Bertagna–Moratti pensa a ridurre l’offerta di scuola, divide precocemente per censo gli studenti , vuole trasformare la scuola da luogo di apprendimento e di scambio in una macchina che certifica, sanziona, vende, con una logica di mercato, conoscenze. Il mercato, caro collega, non è il metro con cui si misurano le persone e non può invadere luoghi educativi fino a divenire tanto invasivo da farsi il nuovo Dio della società della conoscenza. Ci conceda almeno il diritto di pensare che ci siano isole, luoghi dove lo scambio non è regolato dal denaro.
Sul rispetto professionale dei docenti, caro collega, non accettiamo lezioni e la invitiamo a leggere il nostro sito “speciale deontologia” (Deontologia a Scuola), è pubblico. Ci farebbe piacere, che a questo proposito, ci dicesse dell’iniziativa dell’on.le Garagnani sul telefono spia di Bologna. Se però lei pensa che siamo contro ad un ordine professionale della docenza, ebbene, è vero, siamo contro, perché la base dell’ordine è la regolazione delle tariffe di professionisti che si vendono a singola prestazione, precari, flessibili e senza contratto. Noi difendiamo l’autonomia professionale dei docenti attraverso un nuovo consiglio nazionale della pubblica istruzione che, sull’esempio del consiglio superiore della magistratura, possa tutelare la nostra autonomia professionale da insopportabili ingerenze.
Sui ragazzi poi, collega, la prego:
Le sembra serio mettere 28 alunni di tre e due anni insieme?
Le sembra serio mettere ragazzi di cinque anni, sempre in 28, con quello di 7?
Le sembra serio spingere nel buco nero della formazione, dove però è ben attiva la Compagnia delle Opere , il 25% dei ragazzi, peraltro chiamando a propria testimonianza Don Milani?
Per questo, a Maggio, sarò a Barbiana: la mia dignità professionale è stata ferita dalla proposta Bertagna-Moratti, contro la quale, è una questione di valori, bisogna resistere, resistere, resistere . Barbiana sarà il giorno dell’affermazione in positivo dei miei valori e della mia dignità professionale.

Omer Bonezzi
Presidente di Proteo Fare Sapere
membro del direttivo nazionale cgil-scuola


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Torniamo alla centralità dell'alunno
di Gianluigi Boccalon

Troppi interessi dietro la cattiva gestione della scuola pubblica e privata:

un insegnante deluso


Sono un insegnante che per 11 anni ha insegnato in una pubblica non statale cattolica abilitato da oltre 10 anni con il superamento di concorso ordinario.
Mi trovo ora nella scuola pubblica statale come precario in quanto il mio lavoro precedente non e' stato considerato ai fini della valutazione dei punteggi per l'immissione in ruolo e da pecario mi sono trovato a fare formazione ad insegnanti, di ruolo, con meno anni di insegnamento!!!
Ho cercato di sollevare il problema con varie organizzazioni sindacali, ma su questo nessuno muove un dito!!!!
Ora se la situazione che si è venuta a creare ha del grottesco a mio modesto avviso dipende anche da tutta una serie di situazioni lasciate passare, o non volute affrontare per questioni di CONVENIENZA POLITICA, che hanno portato ad un peggioramento della qualità del servizio offerto all'utenza.
Come insegnante della scuola pubblica Statale con molta esperienza in quella pubblica non Statale posso prmettermi il lusso di fare dei confronti.
14 anni fa facevo quello che attualmente viene proposto come innovativo nella scuola statale, e la scuola in cui insegnavo non era certo una scuola "DI RICCHI" anzi molti "problemi sociali" venivano scaricati dagli enti locali nella scuola non statale dopo gli insuccessi della scuola statale.
In 11 anni di insegnamento ho ricordo di aver assistito alle ispezioni annuali del ministero che si concludevano con relazioni piu' che positive, alcune ispezioni si sono protratte per una settimana ed hanno rivoltato la scuola letteralmente come un calzino (scusatemi la licenza)!!!!!!!!
Come mai da quando sono nella scuola statale non ho mai visto un Ispettore? Come mai neanche i colleghi con esperienza decennale ne hanno ricordo?
Come mai situazioni grottesche di mal gestione non sono state perseguite?
Quando si lotta per una scuola di qualità bisogna cercarla la qualità, volerla la qualità, bisogna raggiungerla la qualità!!!!!!!
Non voglio fare il paladino della scuola pubblica non statale ma voglio che la discussione venga portata al di fuori degli slogan di una parte o dell'altra.
In questo momento, a mio avviso, pare si sia perso di vista il bene del fruitore primario della scuola :
"L'ALUNNO!" "LO STUDENTE!"
.
Da una parte vedo il tentativo di difendere privilegi (scusatemi ma me lo posso permettere vista la mia posizione) e dall'altro una mera operazione finanziaria atta a tagliare costi senza tener conto dei fruitori.
Da una parte non si vuole entrare nella logica del confronto e dell'analisi delle situazioni (si difendono in modo corporativo interessi di categoria) e dall'altra si perseguono interessi Politici e di immagine (forse centrano i mezzi di informazione?)
Sta di fatto che i ragazzi non sanno leggere e non sanno scrivere, di fronte ad una divisione si fanno prendere dal panico, si promuovono piu' per aver garantite le classi per l'anno successivo che non per fini didattici ecc.......
Insomma smettiamola con questa ipocrisia ed affrontiamo il problema nei consigli di classe, nei collegi docenti, mettiamo davanti gli interessi delle persone che stiamo formando e discutiamo sulla loro formazione (avendo il coraggio di farlo anche se la nostra voce e' fuori dal coro!!!!)


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Chi se la mangia questa scuola?
di Emanuela Cerutti

Che il cambiamento all’interno di un sistema sia direttamente proporzionale all’aumentare della sua complessità è teoria sociologica ormai assodata, e quotidianamente visibile.
Che all’interno del sistema si verifichino però quotidiane scivolate, quasi che velocità virtuali e reali spesso non coincidano, o che le ruote dell’ingranaggio si prendano libertà autonomiste non prevedibili in partenza, è un dato di fatto di cui non si può non tener conto.
Lo scorso mese di giugno, in un’intervista apparsa sul “Sole 24 ore”, Valentina Aprea rilasciava alcune pubbliche dichiarazioni:
«La scuola di base rimane di otto anni. Per arrivare alla maturità a 18 anni le secondarie dureranno quattro anni. Ma non tutte. L'idea è una secondaria flessibile, non si toccano i classici e gli scientifici, la nostra scuola di maggior prestigio… Le scuole sceglieranno direttamente i propri insegnanti e i finanziamenti, anche per quelle pubbliche, saranno stabiliti in base agli studenti iscritti».
Preistoria?
Eppure, non meno di dieci giorni fa, durante la rituale Assemblea che convoca i genitori dei futuri primini di scuola elementare per introdurli al prossimo atteso evento, una mamma trasecola:”ma non siamo qui per scegliere le maestre? non è così adesso?”.
Più o meno nello stesso periodo, voci di corridoio riportano commenti poco eleganti sul distacco di insegnanti per alunni stranieri: “per quei quattro gatti…così si sprecano i soldi…”
E durante una conversazione tra amici ci si barcamena tra un “sai che gli insegnanti non bocciano sennò i figli li portano alla privata” e un “quelli che frequentano il liceo li distingui subito, altra classe…”
Qual è il problema?
Forse che sulla scuola si dice tutto e il contrario di tutto, offrendo in pasto al sentire comune le briciole di un banchetto neppure consumato.
Si dice e si fa quello che salta in mente, un pò come quando ci si lascia andare a "corna" diplomatiche, a scorrettezze lessicali sul “conflitto d’interesse” , a leggerissime assunzioni di responsabilità su episodi di violenza...
Con la stessa "leggerezza" nella scuola si azzerano processi senza preoccuparsi di ricostruire presupposti, si decide che l'istruzione è per il lavoro e ci si imbroda per questo, quando per anni si sono fatte ipotesi contrarie, si ascolta molto poco e si parla di pan per focaccia.
Si riesumano istinti primordiali, quali quello individualista, classista, razzista, dando loro voce e credibilità.
Si tagliano gli insegnanti perché ce ne sono troppi e poi non servono, visto che siamo così ignoranti: ma di formazione e controllo docente non si parla, non vorrai poi che mio cugino non passi l’ispezione…
Ci si appella ad obblighi concordatari per mantenere tradizioni che si fingono appartenere al popolo italiano, lo stesso che non si sa neppure più se ha in comune un linguaggio, e si dimenticano obblighi sociali ben più pressanti : per il diritto allo studio si aprono le porte del Rotary, mentre il filippino rimane nelle serre.
Si parla di scuola di qualità e si azzerano i curricoli, tanta è la fiducia nella professionalità insegnante.
Si uccide la “partecipazione studentesca” sottobanco, con i 7 in condotta, o, peggio, con le valutazioni quadrimestrali. Ma non si dice.
Si ragiona di numeri e non più di progetti, si perdono per strada perfino gli insegnanti di inglese, la fronda francese ripara nel bilinguismo e lo spagnolo se ne stia a Porto Alegre.
Strano modo di guardare all’Europa, ma tu ci credi? Ma quanto guadagni al mese?

Nella scuola pubblica ci si districa, senza riuscire a liberarsi dalla sensazione di essere pedine mosse da “altro”.
Fuori si sta all’ultima notizia sentita, quella che piace di più, non importa se , rilasciata un pò in fretta e superata dalla corsa affannosa degli accordi di palazzo, è ormai “out of date”.
O se qualcuno, in Europa, ci dice che potrebbe non funzionare.
In fondo non importa davvero.
Il banchetto deve ancora arrivare.

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Un raggio di sole
di Luciana Pavoni

"E il Dirigente bocciò il Ministro"
Se ne parla in un articolo del Messaggero del 19 febbraio.
Di questi tempi, per molti docenti, specie quelli che da anni, come me, hanno dato tempo, studi, energie alla Scuola dell'Infanzia, un intervento come questo che riporto, soprattutto considerato il fatto che ne è autore un Dirigente Scolastico (preciso: non il mio), rappresenta
"un raggio di sole".
Credo sia opportuno fare in modo che "illumini" anche altri.



IL QUADRO

Il panorama nel quale si inserisce la proposta di(contro) Riforma Moratti, offre un quadro d’insieme tra i più deprimenti degli ultimi trent’anni.
Ne rappresentano esempi eclatanti la crisi di valori, i numerosi focolai di guerra, l’affermarsi delle leggi di mercato, l’estendersi della povertà, le discriminazioni razziali e sociali, il disagio individuale e collettivo, la perdita d’identità ( soggettiva e di ruolo).
Fenomeni, questi, che non salvano nemmeno le società cosiddette industrializzate e, quel che è peggio, vissuti sostanzialmente attraverso un mix di agnosticismo, di disinformazione (ci bastano i mass-media), di disinteresse ( che non sia quello personalmente utilitaristico), di apatica acquiescenza.
Ed allora, niente di strano se nei riguardi della (contro) Riforma di Donna Letizia non avverto soffiare venti di guerra negli ambienti rappresentativi ( ma ne esistono ancora ?) della società civile e soprattutto, nel mondo variopinto degli addetti ai lavori.
Eppure la proposta del Ministro, riletta più volte, si presenta come contraddittoria, culturalmente anacronistica , eticamente discutibile ed offensiva nei confronti della scuola reale.

Le Contraddizioni

- Si parte (giustamente) dal presupposto della centralità della persona e poi gli si nega il diritto fondamentale al rispetto dei suoi tempi, inserendo passaggi valutativi obbligatori, con cadenza annuale o biennale, (fino dalla prima classe di scuola elementare) con strumenti predisposti a livello nazionale e riproponendo la separazione istituzionale tra scuola elementare e scuola media, pur prevedendole all’interno dello stesso primo ciclo d’istruzione. E il destino, o meglio, l’esperienza degli Istituti Comprensivi, che ad oggi costituiscono circa la metà delle scuole autonome su scala nazionale e che – ironia della sorte – sono nati con il primo governo Berlusconi, anno di grazia 1994 ?

- La scuola dell’infanzia (ex scuola materna ) viene (giustamente) considerata parte integrante del sistema scolastico, con una sua specifica identità e un carattere fondativo per i cicli successivi. Nulla da eccepire. Anzi.
Ma poi se ne consente la frequenza già a due anni e mezzo, riducendola a scuola del pannolone assistito: con la differenza che nell’attuale struttura del pannolone ( gli asili nido) il rapporto tra educatrici e bambini è di uno a sette, mentre nella scuola dell’infanzia è di uno a ventotto. Distrazioni, analfabetismo strutturale, insipienza o cosa d’altro?
Nella presentazione ufficiale alla stampa, oltre ad apprendere dei contributi essenziali offerti al documento dalla moglie di Silvio Berlusconi, la proposta di (contro) Riforma è stata dipinta – nella sua modernità – con l’inserimento di nuove
discipline e di nuove attività.Ben vengano; anche se già ci sono. Ma dove le mettiamo, con la drastica riduzione del tempo scuola?

L’Anacronismo Culturale

- Può essere riassunto nel concetto: tutto come prima, peggio di prima. Il modello ha un progenitore illustre nel Ministro Gentile ( 1923 ), ivi compresa la separazione concettuale tra il saper essere e il saper fare, con l’obbligo di scelta a 14 anni.
A dire che ottant’anni di storia, intesa in senso lato, sono scivolati inutilmente, senza lasciare traccia ! E non tragga in inganno la ipocrita previsione di poter transitare reciprocamente dal sistema dei licei a quello della formazione professionale, perché in assenza di un biennio comune, le trasmigrazioni risulteranno ampiamente agevolate dall’ottavario liceale a quello della formazione professionale, ma sarà materialmente impraticabile il contrario.

- Parimenti anacronistica (ed altrettanto ipocrita) la riproposizione della specificità della scuola media, che al momento ha suscitato negli addetti di settore la gioia della riscoperta della propria identità, ma che, ad una lettura più attenta del documento di ( contro ) Riforma, provocherà nuove e più gravi crisi depressive, determinate da ansia di selezione prematura, irreversibile ed esposta alle forche caudine degli addetti al ciclo superiore (docenti e genitori): altro che identità!
L’anacronismo vero del modello morattiano, nello specifico, sta tuttavia nella contraddizione tra i continui riferimenti europei che pervadono il documento e l’assoluto disinteresse per il modello finlandese della scuola di base, unanimemente riconosciuto come il migliore in Europa e dintorni: ciclo lungo ottennale, senza soluzione di continuità.

Aspetti Etici

Nella accezione comune, l’etica (non soltanto in politica ) può essere definita la ricerca di senso.
Ebbene, che senso ha:
- proclamare di voler fare di più diminuendo il tempo scuola;
- concepire una prima classe di scuola elementare all’interno della quale possono convivere alunni con differenza di età fino a 20 mesi e/o, parimenti una sezione terminale, di scuola dell’infanzia con bambinoni di 6 anni e mezzo (fate bene i conti);
- obbligare ragazze e ragazzi a scegliere il proprio destino a 14 anni, in base alla discriminante irreversibile tra il sapere (il sistema dei licei) e il saper fare (il sistema dell’istruzione professionale), come se il saper essere non fosse oramai universalmente riconosciuto come la risultante coniugata di entrambe le categorie;
- attivare formule di apprendistato in tutto assimilabili a forme classiche di sfruttamento del lavoro giovanile;
- prevedere la organizzazione dell’ampliamento dell’offerta formativa e delle attività di integrazione scolastica ( per lo più destinati ai soggetti più deboli ), nella quota di tempo scuola a pagamento;
- trasferire alle Regioni l’intero pacchetto della istruzione professionale, tenendo di fatto la cura delle menti allo Stato (l’elite) e scaricando alla manovalanza regionale (seppure specializzata) la risultanza (meglio la risulta?) di una selezione sociale precoce, basata sulla divisione tra ricchi e poveri , tra buoni e cattivi.

E’ Offensiva

Sul mercato dell’informazione – ma non solo – la (contro) Riforma Moratti viene (s) venduta con i marchi d’oc della lingua straniera e dell’informatica fin dalla scuola elementare.
Ora, come dovrebbero sentirsi (se non offesi) tutti quegli insegnanti (e sono tantissimi) nelle cui scuole la seconda lingua comunitaria e l’informatica costituiscono prassi di quotidiano insegnamento? E come potrebbe sentirsi (se non allibito ) il Ministro, se venisse a sapere che analoghe esperienze sono già presenti in tante scuole dell’infanzia?
E ancora: come dovrebbero sentirsi (se non offese ) tutte le componenti delle scuole autonome con lo scippo della quota di curricolo locale riservata loro dal decreto sulla autonomia e che Donna Letizia prevede di trasferire alla competenza delle Regioni ( pressioni meneghine di Formigoniana onnipotenza o pedaggi leghisti?); sfugge probabilmente al Ministro, il dettaglio che nell’immaginario collettivo la Regione rappresenta un soggetto istituzionale lontano, spesso assente dalle vicende della comunità, assolutamente carente di strutture adeguate allo scopo e, soprattutto priva di qualsiasi tradizione scolastica ed educativa: una sorta di analfabetismo di settore, già collaudato in sede di dimensionamento della rete scolastica.
Infine, dulcis in fundo, come dovrebbe sentirsi (se non offeso) quel mondo della scuola che da anni solleva con angosciante preoccupazione tanto il problema del disagio individuale (fin dalla prima infanzia) quanto la ricerca di strumenti moderni per affrontare il fenomeno della multiculturalità e non ne trova traccia alcuna nel documento varato con l’enfasi della televendita dal Consiglio dei Ministri?

Ed Ora ?

Ora la palla passa alle scuole: ai loro addetti e alle loro componenti: docenti, non docenti,alunni, genitori e – in quanto disponibili – le realtà territoriali (istituzionali e non).
Sta alle scuole – e in primis agli operatori di settore – promuovere informazione e sensibilità, acquisire e individuare elementi di valutazione, produrre e pubblicizzare documenti.
E’ compito delle scuole, in questo delicato e risolutivo passaggio, farsi carico, sul piano individuale e collegiale, di “ creare opinione “ e realizzare – per una volta – una operazione di autentica democrazia partecipata.
A sostegno, ovviamente, delle classi politiche e sindacali, allo stato delle cose in tutt’altre faccende affaccendate.


IL DIRIGENTE SCOLASTICO
Giancarlo Teatini

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Le nostre calamità naturali
di Luana D'Alessio

Non si tratta di alluvioni, terremoti o frane, ma delle funzioni di dirigente scolastico affidate a presidi incaricati, e nella scuola elementare, poi.
Peggio delle calamità naturali, bisogna seguirli passo passo, quando si muovono, o ottemperare al loro totale immobilismo, quando, per inadempienza, scaricano tutto sul vicario o sull'ufficio di segreteria.
L'incapacità è piena, sono frastornati e parlano senza la minima cognizione di tutto quello che li circonda, di tutti gli adempimenti incombenti, quotidianamente, sull'istituzione scolastica.
Graduatorie del personale docente e A.T.A., organici di fatto e di diritto, competenze del Collegio dei docenti e del Consiglio d'Istituto, contrattazione decentrata con le R.S.U., convocazioni degli O.O.C.C. e ordini del giorno, li lasciano a bocca aperta, preferendo continuare a leggere qualche giornalino, mentre la scuola, se non fosse per lo spirito di abnegazione di qualcuno o per l'amore che si può provare per un lavoro svolto in una comunità come quella scolastica, andrebbe a rotoli, proprio come se fosse travolta da un uragano o da una tromba d'aria.
E la tanto sventolata managerialità del dirigente, in questi casi, dove viene collocata?
Perchè lo Stato consente il ricorso a simili nomine e, soprattutto, non monitorizza il loro operato per la valutazione?
Hanno anche diritto a partecipare ad un concorso facilitato per acquisire il ruolo di dirigenti?
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Contro l'attacco alla scuola pubblica, per il futuro educativo delle giovani generazioni
di Vittorio Delmoro

Al Ministro dell’Istruzione

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