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Fuoriregistro del 17/02/2002 - a.s. 01/02
f u o r i r e g i s t r o
newsletter del 17/02/2002

Sommario
Sono Bertagna, l'innovatore
di Emanuela Cerutti
I motivi per cui acconsento
di Gianni Mereghetti
Di che cosa stiamo parlando?
di Maurizio Pistone
Da Bari, piattaforma di lotta
di Lea Borrelli
A chi non funziona l'orologio?
di Alberto Biuso
Sull'identità docente, punti di vista a confronto.
di Fuoriregistro
Coordinamento di docenti promosso dal Liceo Garibaldi di Palermo.
di Lucia Bonaffino
Torniamo alla centralità dell'alunno
di Gianluigi Boccalon
Chi se la mangia questa scuola?
di Emanuela Cerutti
Per la difesa della scuola pubblica
di Laura Carotti Goggi
Le nostre calamità naturali
di Luana D'Alessio
Contro l'attacco alla scuola pubblica, per il futuro educativo delle giovani generazioni
di Vittorio Delmoro
Sogno del cambiamento possibile
di Emanuela Cerutti
Non per polemica : riflessioni sulla funzione e-ducativa della scuola italiana
di Ludovico Fulci
Alienazioni pedagogiche
di Giovanna Casapollo
Un comunista libertario e la riforma Moratti
di Giancarlo Baiano
"Ideali scaduti"
di Giovanna Casapollo
Intelligenza naturale e artificiale
di Edoardo De Carli
Bari, dal "Forum per la scuola pubblica" comunicato stampa
di Lea Borrelli
Eredità scarlatte: i giovani tra solitudine e violenza.
di Vincenzo Andraous
Coordinamento docenti di Palermo: aderiamo allo sciopero del 15
di Fabrizio Mangione
Per una "giustizia giusta"
di Un docente "libero pensatore"
Lettera dal Burundi
di Paolo Mesolella
Empatia per Internet: riflessione sulla Formazione in Rete.
di Paolo Manzelli
"I nuovi testi da adottare"
di Giovanna Casapollo
Un piano minuzioso di distruzione della scuola pubblica.
di Bianca Capece


Sono Bertagna, l'innovatore
di Emanuela Cerutti

"La scuola non può risolvere le disuguaglianze sociali....", la scuola statale non esiste più, siamo nella scuola della Repubblica e cioè “dei comuni, delle province, delle città metropolitane e delle regioni”, perché “la Repubblica contiene tutto”.


Dopo Cerini, Bertagna.

I sindacati bergamaschi sembrano aver concentrato nel giro di pochi giorni gli incontri più significativi sul tema scottante della Riforma scolastica.

Un po’ tardi, contesta qualcuno, visto che il confronto avviene a giochi fatti.
E con poca chiarezza, dal momento che nessuno riesce a far luce fino in fondo sui nodi che contano.
Nemmeno l’autore della famosa bozza, forse perché due ore sono nulla di fronte ad un documento di ottanta pagine, già sintesi delle duecentosettantaquattro dello scorso dicembre, che, riferisce Bertagna, si possono trovare sugli Annali del Ministero.
Lui stesso, infatti, in apertura di discorso, propone un vero e proprio corso universitario, che si terrà in primavera, qui a Bergamo, e vorrà esaminare punto per punto ogni riga ed ogni idea: il suo invito si rivolge insistentemente agli studenti, intervenuti numerosi e rumorosi, perché non percorrano ipotesi “di strada” . Nulla di quanto i media hanno detto e dicono corrisponde a verità, sono tutte interpretazioni, dovute ad una certa "inerzia mentale, come quella del bambino convinto che chi vive dall’altra parte del pianeta cammini a testa in giù". E se fosse , interviene una studentessa, che si interpreta laddove non ci sono affermazioni chiare ed incontrovertibili? Non c’è tempo per approfondire l’argomento.

Non ci sono, globalmente parlando, risposte a nessun quesito che il relatore definisce “politico”, come quello sugli organici, la scuola dell’infanzia, l’onda anomala, gli organi collegiali, questioni di cui non si occupano quegli uomini “di studio e pensiero” che hanno avuto solo l’incarico di mettere a punto un’ipotesi realizzabile, “di fattibilità”
.
Che cosa ci ha detto, allora, l’autore del “materiale offerto alla Repubblica” ,dopo il “lavoro più impegnativo che sulla scuola sia stato fatto” anche in termini di consultazioni precedenti?

Prima di tutto la sua preoccupazione iniziale:
il Titolo V°
A luglio, data dell’affidamento dell’incarico da parte del Ministro Moratti, non è ancora legge: occorre aspettare il Referendum
dell’ottobre successivo. L’indicazione è però decisa: si lavori tenendo fortemente conto di questo cambiamento ormai alle porte. E' questa certezza che spinge Bertagna a partire.
Tale cambiamento, ci spiega, rappresenta lo sfondo sul quale tracciare i profili dell’ipotesi di riforma.
Secondo il Titolo V°, infatti, i cittadini fino al 18° anno d’età hanno diritto all’uguale soddisfacimento dei diritti essenziali, tra cui quello all’istruzione. Non più scuole di serie A e scuole di serie B, un liceo classico per gli intelligenti ed un professionale per i non capaci. “Le scuole devono essere equiparate” per superare “la dimensione ospedaliera della formazione professionale” e “realizzare percorsi di pari dignità".

Ecco perché si è pensato di affidare alle Regioni il compito di “attuare”, cioè rendere regolamenti, i “principi generali” stabiliti dallo Stato, rimandando ad una fase successiva, di cui farà parte il seminario precedentemente citato, lo studio puntuale, metodologico ed epistemologico, che eleverà la formazione professionale ad un livello finalmente definibile "A1".
Stando ancora al Titolo V ^, la stessa Legge 30 risulterebbe incostituzionale, in quanto l’uguaglianza per tutti è garantita, ma solo fino a 15 anni ; senza contare il suo porre a 13 anni quella scelta per il futuro che già a 14 è ritenuta oggi eccessivamente precoce.
Ispirata alla parità è anche la proposta innovativa dei "percorsi in alternanza” tra i 15 e i 18 anni: 400 ore teoriche, 330 ore di tirocinio guidato, 700 ore di stage, il tutto sovvenzionato da borse di studio “e non salari” , senza pregiudicare in alcun modo la valenza formativa.
All’insegna dell’innalzamento della qualità complessiva , soprattutto davanti ai risultati delle indagini Ocse che parlano di “analfabetismo” o “semianalfabetismo” dei laureati italiani, Bertagna accenna alla formazione superiore (Universitaria o Professionale), che dovrebbe permettere, a 21 anni, la conclusione, riconosciuta a livello europeo, di un corso di studi effettivamente valido. Con rammarico ricorda la generale bocciatura di proposte note come ”anno 0” o ”eccellenza”
. Le Università avrebbero dovuto scegliere il 10% dei migliori docenti superiori per attivare “corsi di recupero” di ragazzi in entrata alle diverse facoltà, ma con problemi di ordine didattico che ne ritarderebbero, se non impedirebbero, la continuazione degli studi. Sogno intenso, ma breve, a meno di un ripensamento improvviso.

L'intervento prosegue sempre a flash, tra una domanda e l’altra, con qualche elemento di contraddizione ( “comunque la scuola non può risolvere le disuguaglianze sociali” ), di novità ( il voto di condotta è prodotto di un’indagine Istat effettuata su 8000 tra docenti, studenti e genitori, che, rispettivamente al 92, 94 e 80%, ritengono inseparabili logica ed etica), di prevedibilità (alla Religione Cattolica non si può rinunciare in presenza di un trattato internazionale sancito dalla Costituzione).

Le ultime note vogliono dare un’immagine di scuola aperta al valore indiscusso della persona: il tutor , che “coordina” l’équipe pedagogica, pronto ad intervenire, secondo il principio di sussidiarietà, laddove manchi l’intervento della famiglia, peraltro promosso; i percorsi individualizzati, garantiti dalle 300 ore facoltative, che servono allo studente per imparare meglio colmando assenze o lacune di troppo, l’obbligo scolastico , ribadito a chiare lettere, l’auspicabile abbattimento delle tasse scolastiche in nome della nuovamente ribadita pari dignità.
Non si capisce, allora, come da tali principi scaturiscano le decisioni sul taglio degli organici, con relativa riduzione-razionalizzazione dell'orario , sul precocismo scolastico, sulla non più garantita apertura delle scuole d’infanzia statali nei territori in cui vengono chiuse le “private”.
Non si capisce come mai rimanga aperto il dubbio che una scuola siffatta sia in realtà al servizio dell’impresa, o che la “malaprofessionalità” non venga neppure scalfita dalle ipotesi esposte. Troppo poco tempo per le risposte: o, forse, anche Bertagna è intrappolato dal ritmo vorticoso degli eventi e si sta a sua volta chiedendo dove mai sia finito.

Una cosa è certa, un concetto che apre e chiude la conversazione: la scuola “statale “ non esiste più, siamo nella scuola della Repubblica e cioè “dei comuni, delle province, delle città metropolitane e delle regioni”, perché “ la Repubblica contiene tutto” .



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I motivi per cui acconsento
di Gianni Mereghetti

Quando ho appreso la notizia del "via libera alla riforma Moratti" non ci ho creduto!
Sarà vero, mi sono detto, o è l'ennesimo miraggio di questi ultimi e contraddittori anni?
Spero proprio che invece sia la volta buona e che il 1° febbraio 2002 possa essere ricordato come la svolta della scuola italiana.
C'è bisogno di una riforma così, in modo che la scuola da una parte torni ad essere quello che è, luogo di istruzione, di formazione ed educazione, e dall'altra sappia affrontare la sfida di qualità che oggi non è più ulteriormente rimandabile, pena il condannare i giovani ad una deprivazione culturale mortificante.
Quella del ministro Moratti è una buona riforma: rispetta i diversi livelli dell'età evolutiva, riconferma che far scuola implica insieme la comunicazione di conoscenze e lo sviluppo delle competenze, sottolinea l'importanza dell'educazione alla critica nella scuola secondaria, valorizza la formazione professionale mettendo la parola fine ad un egualitarismo che in questi anni ha penalizzato tutti, avvia la delicata questione della formazione iniziale degli insegnanti, che dovrebbe essere sempre più di tipo disciplinare e con un reale tirocinio scolastico, perchè insegnare non lo si impara studiando le teorie, ma da chi già insegna con competenza e passione.
Sì, una buona riforma, che avvia il cambiamento della scuola.
Ancora molto c'è però da fare, per non rendere il cambiamento un pasticcio e soprattutto per andare al cuore dei nodi centrali della riforma, ossia i contenuti dell'insegnamento e la ridefizione della funzione docente in termini di libertà e professionalità.
Dopo aver varato l'architettura, guai a perdersi in quisquiglie su aspetti secondari, come stanno purtroppo facendo in molti.
E' ora che si capisca, De Mauro, Berlinguer e Panini in testa, che la riforma si giocherà su che cosa si insegnerà e su chi lo farà, e su questo dobbiamo metterci al lavoro e subito!


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Di che cosa stiamo parlando?
di Maurizio Pistone

In diversi ambiti la discussione sulla riforma Moratti langue. Effettivamente, c'è poco da discutere.
La trasformazione "epocale" sembra tramontata. Di Bertagna più nessuno parla.
Il progetto di legge delega è quanto di più fumoso si possa immaginare.

In realtà, chi glie lo fa fare? Bocciare i cicli Berlinguer è stata un'operazione facile per incassare un po' di voti. Ma diciamolo chiaramente: a parte qualche talibano della libertà, della scuola, non glie ne potrebbe fregà dde meno. E aggiungo una cosa su cui non molti saranno d'accordo: in fondo, neanche della scuola privata gli importa poi molto.

Quando ci sono sostanziosi interessi in ballo, come nel caso della giustizia, l'azione del governo è martellante e fulminea. Ma non risulta che Berlusconi o qualche suo sodale sia più in età da dover affrontare esami scolastici. Né mi risulta che il gruppo Mediaset abbia fatto grandi investimenti nell'istruzione privata.
Allora perché rischiare di compromettere un consenso così facilmente conquistato senza un vero guadagno? Con i rinnovi contrattuali in arrivo, una categoria insegnante che non smette mai di mugugnare, gli studenti che occupano così per occupare ma magari potrebbero incazzarsi sul serio, le famiglie che si lamentano sempre di tutto ma poi guai a cambiare qualcosa, l'occhio sempre vigile sui sondaggi d'opinione suggerisce di toccare il meno possibile.

Pericolo scampato dunque? Tutt'altro. L'abolizione dell'esame di Stato fa capire quale sarà la linea dei prossimi mesi. Con quattro righe nella legge finanziaria si sono raggiunti parecchi bei risultati. Si è fatto finta di risparmiare quattrini. Si è andati incontro al mammismo delle mamme e di gran parte del corpo insegnante. Si è dato corpo a una diffusa sfiducia verso la scuola pubblica, i suoi metodi, i suoi rituali. Si è trasformato in legge un doppio luogo comune: gli esami sono difficili e angosciosi, le commissioni esterne sono crudeli e punitive, facciamo giudicare i nostri bambini dagli interni - gli esami sono troppo facili, si promuovono tutti, allora eliminiamoli. Si è soprattutto tolto qualcosa a qualcuno e si è dato qualcosa a qualcun altro, che è la summa dell'arte di governo: fra pochi mesi quelli che devono passare luglio in commissione guarderanno con odio quelli che
invece vanno al mare, e quelli che vanno al mare non faranno nulla per nascondere la loro soddisfazione, così tutti potranno dire questi professori cosa pretendono, con tre mesi di vacanza.

Credo che questo sarà il menù che ci verrà offerto. Un po' di demagogia. Qualche taglio alle spese di qua, qualche taglio alle spese di là. Un po' di vessazioni burocratiche. Un'ingarbugliata riforma degli organi collegiali - che chi ci capisce qualcosa è bravo, ma tanto non è che adesso sia la scuola di Atene. La bizzarria degli scrutini ad anni alterni. Voto di condotta sì, voto di condotta no, ormai di per sé la questione ha poco sugo, è però qualcosa che tutti capiscono, e può riempire le pagine dei giornali quando non ci sono altre notizie fresche. Si avanzano proposte swiftiane, si minacciano interventi darwiniani – via duecentomila insegnanti, via il sostegno all'handicap - poi si dice ma no cos'avete capito, solo un qualche ottomila insegnanti in meno all'anno, solo qualche liretta in meno per il sostegno, vedrete che tutto si aggiusterà, è solo una razionalizzazione.
Qualche migliaio di esperti, aggiornatori, valutatori e grilli parlanti migrerà sgomitando e pestandosi i piedi verso i nuovi Istituti di Valutazione, Aggiornamento, Chiacchiera e Prosopopea.
Per il resto si vivrà alla giornata, ogni mattina diremo c'è andata bene, non ci hanno licenziati, non ci hanno sostituiti con un compiùter, non hanno abolito la matematica, non ci hanno imposto di insegnare la storia d'Italia coi libri di Francesco Storace e l'educazione sessuale coi libri di Vittorio Sgarbi.

La scuola continuerà lungo la lenta china, ogni giorno continueremo a perdere qualcosa, ma poco poco, che uno subito non se ne accorge. E fra tre o quattro anni ci diranno avete visto? La scuola pubblica ormai è in coma, non è più riformabile.
Giusto in tempo per la prossima campagna elettorale.

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Da Bari, piattaforma di lotta
di Lea Borrelli

L' ASSEMBLEA DEI LAVORATORI E DELLE R.S.U. DELLA SCUOLA
DELLA PROVINCIA DI BARI


aperta alla partecipazione attiva di genitori, studenti, associazioni democratiche


riunitasi il 24 gennaio 2002 presso il Liceo Socrate, in continuita' con i precedenti incontri, promossi sia dalle R.S.U., sia da coordinamenti di scuole


RIBADISCE


A) LA DENUNCIA DELLE LINEE DI POLITICA SCOLASTICA MESSE IN ATTO DALL'ATTUALE GOVERNO:

· nella legge finanziaria (aumento del numero degli alunni per classe, abolizione di fatto del valore legale del titolo di studio);

· con il disegno di legge Moratti che abolisce l'obbligo scolastico attaccando violentemente il diritto allo studio, fondamentale diritto di cittadinanza costituzionalmente garantito, opera una rapida discriminazione di classe con la divisione prematura tra licei e istruzione professionale demandata in blocco alle Regioni;

· con la abolizione della democrazia scolastica e la definitiva aziendalizzazione della scuola la cui gestione è affidata ad un consiglio di amministrazione, vanificando partecipazione, poteri, competenze di insegnanti, studenti, genitori.


B) TALE ATTACCO SI INQUADRA IN UN DISEGNO PIU' GENERALE DI ABROGAZIONE DI FATTO DEI PRINCIPI FONDAMENTALI DELLA COSTITUZIONE REALIZZATA IN NOME DI UN LIBERISMO ASSAI POCO LIBERALE CHE TENDE IN PARTICOLARE A COLPIRE, CON LA SCUOLA PUBBLICA, LA SANITA', LA GIUSTIZIA E I DIRITTI DEI LAVORATORI.



IN QUESTA PROSPETTIVA


l' assemblea esprime una adesione convinta allo sciopero del 15 febbraio
e rammenta che l'art.36 della costituzione recita:

"il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantita' e qualita' del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a se' e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa;"

<sollecita l'apertura del tavolo contrattuale di categoria
e la definzione di piattaforme
che non possono essere elaborate senza un confronto franco e aperto con i lavoratori e le loro rappresentanze.

Punti irrinunciabili sono costituiti da:

· -recupero salariale nello spirito dell' art.36 nonché degli standard europei ormai facilmente misurabili grazie alla comune traduzione in euro;

· -revisione dell'organizzazione del lavoro delineata dall'ultima finanziaria;

· -revisione della normativa sulla 'autonomia scolastica' e rilancio degli istituti di autentica partecipazione ed effettivo autogoverno.


L' ASSEMBLEA DECIDE:


1) di organizzare assemblee pomeridiane aperte a studenti, genitori e tutti i cittadini, nelle scuole di Bari, secondo il seguente calendario:

· I Gruppo - Mercoledi’ 30.01.02 H. 16,30: Fermi, Gorjux, Tridente, G. Cesare, Cartesio

· II Gruppo - Giovedi’ 31.01.02 H. 16,30: Re David, Marconi, Santarella, Lombardi, Flacco, Perotti, Fiore

· III Gruppo - Venerdi’ 1.2.02 H. 16,30: Majorana, Ipssar Castellana, Bianchi Dottula, Salvemini, Scacchi, Socrate

Ogni assemblea sarà gestita e organizzata, in contemporanea, presso le singole scuole;

2) di convocare contemporaneamente, a cura delle R.S.U. delle singole scuole, il giorno 5 febbraio assemblee dei lavoratori per affrontare la grave situazione in atto e definire le modalita' di partecipazione allo sciopero;


3) di indire una MANIFESTAZIONE DI LOTTA dei lavoratori della scuola e di tutti i cittadini interessati alla difesa e al rilancio della scuola della costituzione repubblicana per il giorno 6 febbraio,
cui seguira' il 14 febbraio una fiaccolata di lotta per scortare le delegazioni in partenza per la manifestazione romana del 15 febbraio;


4) la convocazione dei Consigli di Istituto per affrontare con i cittadini genitori e cittadini studenti delle singole scuole proposte di modifica della proposta di legge Moratti e di rilancio della democrazia scolastica.

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A chi non funziona l'orologio?
di Alberto Biuso

NOTE SULLA RIFORMA

Una premessa è necessaria: non ho mai condiviso la frenesia riformatrice applicata all’ambito educativo. Non perché la scuola non debba adeguarsi di volta in volta ai cambiamenti complessivi delle epoche in cui opera ma perché in Italia il riformismo più che un fatto è diventato una vera e propria ideologia, la quale ha come fondamento un’equazione tanto ingenua quanto errata (e anche pericolosa) che fa coincidere il Nuovo con il Bene.
Se, comunque, una riforma radicale della scuola in Italia è davvero indispensabile, a me sembra che la proposta Bertagna sia stata una buona base di partenza e che la Legge delega approvata dal governo l’abbia in parte peggiorata e in parte no. Una valutazione, questa, che si basa su elementi sia di metodo che di merito.

Fra i primi:
1. Il Gruppo ristretto di lavoro (Grl) ha ascoltato veramente associazioni, docenti, intellettuali di provenienza ideologica e culturale anche assai diversa. Mentre le commissioni incaricate da Berlinguer furono tanto pletoriche quanto formali e sostanzialmente omogenee, i gruppi focus hanno visto una reale e vivace discussione e partecipazione. Basti pensare che organizzazioni come il Cidi o l’Unione degli studenti hanno potuto esprimere con libertà tutte le loro critiche.
2. Al di là degli aspetti enfatizzati o manipolati dai media, anche gli Stati Generali hanno rappresentato due giorni di dibattito reale e pluralistico. Ad esempio: due studenti chiaramente ostili alla riforma hanno avuto l’opportunità di parlare, per almeno trenta minuti ciascuno, a cinque metri dal Ministro, e di dirgli in faccia tutto il male possibile sulla sua riforma ma i giornali hanno dato notizia solo delle urla e degli spintoni.
3. Nella pagine finali della Sintesi del Gruppo ristretto di lavoro si trova una tabella riassuntiva delle Raccomandazioni con l’indicazione di quali abbiano goduto del consenso dei gruppi interpellati e quali no. Più in generale, l’intero documento non nasconde nessuna delle difficoltà incontrate ed enumera anche le possibili alternative alle proposte del Grl.

Per quanto riguarda il merito della proposta (e anche qui assai sinteticamente):
1. Uno dei nuclei forti del progetto Bertagna è l’attivazione in Italia –finalmente!- di una seria formazione professionale che possa rappresentare nello stesso tempo una concreta soluzione al problema della dispersione scolastica e uno strumento di formazione e di qualificazione di attività economicamente e socialmente indispensabili. Quando si fa il confronto fra il numero dei diplomati italiani e, ad esempio, quelli tedeschi si tace sulla circostanza che la gran parte di questi ultimi esce da istituti professionali e non da licei. Le vibrate proteste su tale punto mostrano il permanere –soprattutto fra organizzazioni e docenti che fanno riferimento alla Cgil e ai DS- di una mentalità gentiliana nel senso deteriore del termine: un atteggiamento sprezzante nei confronti del lavoro manuale, della operatività, del fare. Quanto alle accuse di discriminazione sociale, poi, si sfiora il ridicolo se si pensa che un diplomato cuoco ha la prospettiva di guadagnare –se bravo- anche più di cinquemila euro al mese. Quale docente laureato può aspirare a tali cifre? Più in generale, da ciò che vado leggendo ho la sensazione che molti interpretino questa riforma come se dagli anni Sessanta a oggi la composizione dei ceti che formano la società italiana non sia cambiata radicalmente; come se fosse ancora ragione di prestigio sociale diventare insegnanti o impiegati; come se un qualunque artigiano non guadagni cifre che ammontano ad almeno il triplo di quelle percepite da molti laureati; come se nelle aziende agricole di tutta Italia (compresa, ipotizzo, Barbiana ma lo so per certo della Sicilia…) chi “zappa” (metaforicamente, ormai) non goda di un livello di agiatezza pari a chi “va all’università”; come se il ceto medio non si sia esteso e l’intera popolazione urbanizzata. E invece no: la fede impone di leggere la realtà con schemi del tutto anacronistici ma che ricordano il tempo in cui si era giovani e si “lottava”…
2. Dal punto di vista della qualità dell’insegnamento, è assolutamente condivisibile –sempre che si riesca davvero a realizzarla- la riduzione del numero delle materie per corso e dell’orario settimanale complessivo. Gli istituti italiani, infatti, sono gravati da un numero eccessivo di ore e da una varietà disordinata di materie mentre è preferibile studiare bene poche discipline e che i ragazzi abbiano il tempo di rielaborare a casa quanto apprendono a scuola. Inoltre, in nessuna parte dei documenti del Grl si accenna all’ipotesi eliminare il latino dallo Scientifico e la matematica dal Classico. Durante gli Stati Generali tali voci sono state recisamente ed esplicitamente smentite.
3. Anche la creazione di Laboratori, nei quali affrontare discipline come le lingue, l’informatica o le attività motorie, mi sembra coerente con l’obiettivo di un apprendimento migliore e differenziato. Sappiamo tutti, infatti, che in queste materie gli allievi presentano una condizione di partenza diversificata che rende spesso noioso o inefficace l’insegnamento comune nelle classi. I Laboratori –che ricordiamo «nell’accezione del Grl sono uno spazio didattico che per gli istituti è comunque obbligatorio istituire, da soli o in collaborazione tra loro, mentre gli studenti e le famiglie decidono se, quando, come ed eventualmente in quale scuola ne vogliono usufruire» (Documento di Sintesi, pag. 18)- potranno costituire una soluzione adatta a garantire nello stesso tempo il diritto di tutti senza però appesantire inutilmente il monte ore settimanale.
4. C’è un elemento della proposta Bertagna che merita da parte di chi insegna un’attenzione tutta particolare poiché rappresenta una svolta in positivo per la professionalità docente e, di conseguenza, per un reale miglioramento della qualità dell’istruzione. Come molti docenti e organizzazioni vanno sostenendo da tempo, il Grl raccomanda che l’abilitazione all’insegnamento venga conseguita non mediante un diploma triennale ma tramite un titolo quinquennale ottenuto «su un arco di 300 crediti universitari (CFU) e che, alla fine di questi percorsi, si acquisisca una laurea specialistica abilitante all’insegnamento in una specifica scuola e, se di grado secondario, in una specifica classe di concorso» (Documento di Sintesi, pagg. 33-34). Si tratta di un riconoscimento della centralità della funzione docente di notevole significato culturale e pedagogico. Più in generale, questa proposta delinea una figura docente incentrata prima di tutto su una solida conoscenza della disciplina che si insegna e solo dopo sulle metodologie didattiche più consone alla sua trasmissione. Va, insomma, nella direzione da molti di noi auspicata di un docente-intellettuale che faccia ricerca e non di un passivo ripetitore di nozioni o di un assistente sociale/intrattenitore generico. «L’insegnamento, infatti, è un’attività specifica che, per poter essere esercitata, va studiata con le sue peculiari regole metodologiche e la sua complessa natura epistemologica. In questo senso, è, per esempio, sotto numerosi punti di vista, analogo alla medicina e, soprattutto, alla clinica. (…). Il docente delle scuole di ogni ordine e grado è chiamato (…) ad essere non soltanto un ricercatore sull’insegnamento e dell’insegnamento che gli è affidato (il “professionista riflessivo” che connette teoria, tecnica e pratica), ma anche un ricercatore sul e del sapere epistemico che è chiamato poi a trasformare, con appositi mediatori didattici, in apprendimento degli allievi» (Rapporto finale del Grl, pagg. 73-75). Se la questione scuola coincide in gran parte con la questione docenti, si tratta di un elemento fondamentale e forse troppo trascurato dal dibattito in corso.
5. Per settimane si è dibattuto e polemizzato su un punto chiave: la riduzione della secondaria a quattro anni. Come si vede, il quinquennio è stato mantenuto e di ciò non si può che essere soddisfatti, soprattutto se si ricorda che la riforma Berlinguer manteneva solo nominalmente una secondaria quinquennale, riducendola di fatto a tre anni come effetto del biennio unico per tutti e della sua funzione esclusivamente orientativa. La proposta Bertagna e le successive modifiche incaricano dell’orientamento gli ultimi due anni di scuola media. E ciò dopo aver ripristinato la coerenza del ciclo di base e aver risolto il grave problema dell’onda anomala. Nel complesso, non è poco. Al di là dei velleitarismi riformistici di ogni colore, lo schema 5-3-5 rimane il più adeguato a seguire i ritmi di crescita delle persone. Non si può che condividere il suo ripristino.
6. Più fondate mi sembrano le critiche rivolte all’uso di una Legge delega su tematiche scolastiche. Fra le ragioni di questa scelta c’è probabilmente anche il tentativo di evitare l’opposizione interna dei cattolici del Polo, i quali respingono soprattutto la possibilità di sottrarre il monopolio –o quasi- della scuola materna alle istituzioni religiose. Che però anche dei “laici di sinistra” critichino la novità costituita da un miglioramento dell’offerta pubblica nel settore della scuola dell’infanzia mi risulta incomprensibile se non alla luce di una opposizione preconcetta.
7. L'unico elemento davvero inaccettabile di questa riforma NON è stato proposto dalla commissione Bertagna ma (et pour cause...) da esponenti del governo: le bocciature ogni due anni. Una vera assurdità per almeno le seguenti ragioni, che traggo da un documento del PRISMA: A) si viene respinti alla fine di un biennio, ma poi se ne ripete solo il secondo anno: come si recuperano le carenze del primo? B) la massima percentuale di respinti si ha in corrispondenza del 1° e 3° anno superiore, cioè proprio laddove diverrebbe impossibile bocciare. Questa prevalenza non è casuale, infatti C) all'inizio degli attuali biennio e triennio si pongono le basi di nuove discipline, perciò sarebbe inutile far ripetere un 2° o un 4° anno quando sono in genere proprio le basi del 1° e del 3° a mancare ad un ragazzo e ad impedirgli di procedere; D) inoltre chi viene fermato al primo superiore può ben pensare di cambiare indirizzo riprendendo gli studi dal primo anno, già al secondo, però, la cosa diventa più difficile. Chi protesta contro la riforma in nome –ad esempio- dei princìpi espressi nella Lettera a una professoressa sembra però non rendersi conto che questa riforma sembra voler realizzare uno degli obiettivi massimi del Priore: l'eliminazione delle bocciature. Mi viene in mente Hegel e la sua eterogenesi dei fini.

Alberto Giovanni Biuso
biusoal@mclink.it
http://web.tiscali.it/Filosofia/





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Sull'identità docente, punti di vista a confronto.
di Fuoriregistro

Se cambia il direttore d'orchestra, cambia la musica?
Non voglio scrivere un articolo, ma soltanto fare una riflessione sulle parole lette dei testi arrivati alla mia posta con la newsletter del 10 febbraio.
Mentre prima di questa data provavo vero piacere nel leggere in questo sito tante voci che dissentivano con argomentazioni giuste con il piano di riforma del Ministro, stasera mi trovo a dover sopportare il canto di lode della riforma . Constato con molta amarezza che il vento cambia e noi insegnanti, come sempre ci facciamo trasportare da lui senza mai prendere una posizione, senza mai avere il coraggio fino in fondo di portare avanti le nostre idee.
Ma allora , mi chiedo, come faremo ad insegnare ai ragazzi la libertà e la forza di crescere?

Grazie da un'insegnante delusa.

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Smettiamola di pensare che apparteniamo per diritto divino alla sinistra e che tutto ciò che dalla sinistra non viene partorito deve essere abortito! Siamo un pessimo esempio per quella moltitudine di studenti ai quali dovremmo insegnare a discernere di volta in volta tra il bello ed il brutto tra il bene ed il male; e non possiamo tra l'altro vivere di solo sindacato, troppo spesso dimostratosi servo di pochi precisi padroni e strumentale trampolino di lancio per carriere politiche, sino a poche ore prima insultate e osteggiate.
Certamente non tutto il disegno della Moratti è sposabile, ma va riconosciuto che ha tentato ed in parte ottenuto una consultazione della base e delle rappresentanze dei vari organi che per anni abbiamo atteso invano dai vari Berlinguer, e nessuno può nascondere la crisi profonda nella quale la scuola è caduta in questi anni.
Il corpo docente di una nazione deve essere "corpo pensante" e non strumento di carriera per arrivisti.
Riprendiamoci la dignità che ci spetta!

Maurizio Perricone


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Coordinamento di docenti promosso dal Liceo Garibaldi di Palermo.
di Lucia Bonaffino

Giovedì 10 Gennaio 2002 , presso il Liceo Classico "G.Garibaldi" di Palermo, abbiamo costituito un

"Coordinamento di Docenti"

per

· sorvegliare sul presente e futuro della scuola pubblica
· analizzare, verificare la congruenza, i punti deboli, la praticabilità della revisione complessiva del sistema educativo
· attuare forme di " protesta civile" che non siano lesive per gli alunni e per la vita della scuola pubblica .

Del "Coordinamento di Docenti" fanno parte, ad oggi, più di duecentocinquanta docenti, per lo più in rete attraverso e-mail, che operano in più di quaranta scuole di Palermo e provincia, con qualche presenza di scuole della regione.

Il 17 Gennaio sono state approvati
il documento e la pagina -manifesto
che porteremo ai Consigli di Classe dei prossimi scrutini, per effettuare il nostro sondaggio sulla revisione complessiva del sistema educativo.
La procedura dovrebbe essere : lettura del materiale alla voce "Varie ed eventuali", eventuale adesione, verbalizzazione.
Un referente di ogni scuola si occuperà della diffusione del materiale, a tutti i consigli di classe, e della successiva raccolta di adesioni .
Abbiamo anche iniziato la raccolta di fondi per acquistare una pagina di un quotidiano nazionale.
Giovedì 24 Gennaio è stato pubblicato un articolo sul "Coordinamento di Docenti" su "La Repubblica" di Palermo.
Il 24 Gennaio si sono costituite delle commissioni per elaborare documenti su settori specifici, e sono in via di attuazione una serie di altre iniziative.
Il 28 Gennaio due membri del "Coordinamento Docenti", del Liceo Classico "G.Garibaldi" di Palermo, parteciperanno al convegno sulla didattica del Liceo Mamiani di Roma
Siamo in contatto con scuole di altre città
Da Sabato 26 Gennaio abbiamo il nostro spazio su Edscuola a cura di Nadia Scardeoni .
E' nostro auspicio creare un coordinamento nazionale.

La prossima assemblea si terrà il 7 Febbraio, alle ore 16, presso il Liceo Classico Meli di Palermo ed avrà il seguente o.d.g.:

1. presentazione delle proposte e dei lavori delle commissioni costituitesi nella precedente
assemblea

2. comunicazioni:

- docenti aderenti e scuole coinvolte

- stato del censimento attraverso i consigli di classe

- rendiconto raccolta fondi acquisto pagina quotidiani

- progressi sulla visibilita'

- relazione "dal mariani”

- contatti attivati a livello nazionale

- attivazione di un comitato coordinatore

3. creazione gruppo di consulenza in ambito: giuridico, sindacale, amministrativo,
psicopedagogico, disciplinare

4. modalita' di estensione del coordinamento a livello nazionale

5. nuove proposte di azione

6. approvazione del documento di proposte sulla revisione complessiva del sistema
educativo

7. integrazione documento del coordinamento

8. adesione allo sciopero del 15 febbraio


Lucia Bonaffino e Giovanna Federico



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Torniamo alla centralità dell'alunno
di Gianluigi Boccalon

Troppi interessi dietro la cattiva gestione della scuola pubblica e privata:

un insegnante deluso


Sono un insegnante che per 11 anni ha insegnato in una pubblica non statale cattolica abilitato da oltre 10 anni con il superamento di concorso ordinario.
Mi trovo ora nella scuola pubblica statale come precario in quanto il mio lavoro precedente non e' stato considerato ai fini della valutazione dei punteggi per l'immissione in ruolo e da pecario mi sono trovato a fare formazione ad insegnanti, di ruolo, con meno anni di insegnamento!!!
Ho cercato di sollevare il problema con varie organizzazioni sindacali, ma su questo nessuno muove un dito!!!!
Ora se la situazione che si è venuta a creare ha del grottesco a mio modesto avviso dipende anche da tutta una serie di situazioni lasciate passare, o non volute affrontare per questioni di CONVENIENZA POLITICA, che hanno portato ad un peggioramento della qualità del servizio offerto all'utenza.
Come insegnante della scuola pubblica Statale con molta esperienza in quella pubblica non Statale posso prmettermi il lusso di fare dei confronti.
14 anni fa facevo quello che attualmente viene proposto come innovativo nella scuola statale, e la scuola in cui insegnavo non era certo una scuola "DI RICCHI" anzi molti "problemi sociali" venivano scaricati dagli enti locali nella scuola non statale dopo gli insuccessi della scuola statale.
In 11 anni di insegnamento ho ricordo di aver assistito alle ispezioni annuali del ministero che si concludevano con relazioni piu' che positive, alcune ispezioni si sono protratte per una settimana ed hanno rivoltato la scuola letteralmente come un calzino (scusatemi la licenza)!!!!!!!!
Come mai da quando sono nella scuola statale non ho mai visto un Ispettore? Come mai neanche i colleghi con esperienza decennale ne hanno ricordo?
Come mai situazioni grottesche di mal gestione non sono state perseguite?
Quando si lotta per una scuola di qualità bisogna cercarla la qualità, volerla la qualità, bisogna raggiungerla la qualità!!!!!!!
Non voglio fare il paladino della scuola pubblica non statale ma voglio che la discussione venga portata al di fuori degli slogan di una parte o dell'altra.
In questo momento, a mio avviso, pare si sia perso di vista il bene del fruitore primario della scuola :
"L'ALUNNO!" "LO STUDENTE!"
.
Da una parte vedo il tentativo di difendere privilegi (scusatemi ma me lo posso permettere vista la mia posizione) e dall'altro una mera operazione finanziaria atta a tagliare costi senza tener conto dei fruitori.
Da una parte non si vuole entrare nella logica del confronto e dell'analisi delle situazioni (si difendono in modo corporativo interessi di categoria) e dall'altra si perseguono interessi Politici e di immagine (forse centrano i mezzi di informazione?)
Sta di fatto che i ragazzi non sanno leggere e non sanno scrivere, di fronte ad una divisione si fanno prendere dal panico, si promuovono piu' per aver garantite le classi per l'anno successivo che non per fini didattici ecc.......
Insomma smettiamola con questa ipocrisia ed affrontiamo il problema nei consigli di classe, nei collegi docenti, mettiamo davanti gli interessi delle persone che stiamo formando e discutiamo sulla loro formazione (avendo il coraggio di farlo anche se la nostra voce e' fuori dal coro!!!!)


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Chi se la mangia questa scuola?
di Emanuela Cerutti

Che il cambiamento all’interno di un sistema sia direttamente proporzionale all’aumentare della sua complessità è teoria sociologica ormai assodata, e quotidianamente visibile.
Che all’interno del sistema si verifichino però quotidiane scivolate, quasi che velocità virtuali e reali spesso non coincidano, o che le ruote dell’ingranaggio si prendano libertà autonomiste non prevedibili in partenza, è un dato di fatto di cui non si può non tener conto.
Lo scorso mese di giugno, in un’intervista apparsa sul “Sole 24 ore”, Valentina Aprea rilasciava alcune pubbliche dichiarazioni:
«La scuola di base rimane di otto anni. Per arrivare alla maturità a 18 anni le secondarie dureranno quattro anni. Ma non tutte. L'idea è una secondaria flessibile, non si toccano i classici e gli scientifici, la nostra scuola di maggior prestigio… Le scuole sceglieranno direttamente i propri insegnanti e i finanziamenti, anche per quelle pubbliche, saranno stabiliti in base agli studenti iscritti».
Preistoria?
Eppure, non meno di dieci giorni fa, durante la rituale Assemblea che convoca i genitori dei futuri primini di scuola elementare per introdurli al prossimo atteso evento, una mamma trasecola:”ma non siamo qui per scegliere le maestre? non è così adesso?”.
Più o meno nello stesso periodo, voci di corridoio riportano commenti poco eleganti sul distacco di insegnanti per alunni stranieri: “per quei quattro gatti…così si sprecano i soldi…”
E durante una conversazione tra amici ci si barcamena tra un “sai che gli insegnanti non bocciano sennò i figli li portano alla privata” e un “quelli che frequentano il liceo li distingui subito, altra classe…”
Qual è il problema?
Forse che sulla scuola si dice tutto e il contrario di tutto, offrendo in pasto al sentire comune le briciole di un banchetto neppure consumato.
Si dice e si fa quello che salta in mente, un pò come quando ci si lascia andare a "corna" diplomatiche, a scorrettezze lessicali sul “conflitto d’interesse” , a leggerissime assunzioni di responsabilità su episodi di violenza...
Con la stessa "leggerezza" nella scuola si azzerano processi senza preoccuparsi di ricostruire presupposti, si decide che l'istruzione è per il lavoro e ci si imbroda per questo, quando per anni si sono fatte ipotesi contrarie, si ascolta molto poco e si parla di pan per focaccia.
Si riesumano istinti primordiali, quali quello individualista, classista, razzista, dando loro voce e credibilità.
Si tagliano gli insegnanti perché ce ne sono troppi e poi non servono, visto che siamo così ignoranti: ma di formazione e controllo docente non si parla, non vorrai poi che mio cugino non passi l’ispezione…
Ci si appella ad obblighi concordatari per mantenere tradizioni che si fingono appartenere al popolo italiano, lo stesso che non si sa neppure più se ha in comune un linguaggio, e si dimenticano obblighi sociali ben più pressanti : per il diritto allo studio si aprono le porte del Rotary, mentre il filippino rimane nelle serre.
Si parla di scuola di qualità e si azzerano i curricoli, tanta è la fiducia nella professionalità insegnante.
Si uccide la “partecipazione studentesca” sottobanco, con i 7 in condotta, o, peggio, con le valutazioni quadrimestrali. Ma non si dice.
Si ragiona di numeri e non più di progetti, si perdono per strada perfino gli insegnanti di inglese, la fronda francese ripara nel bilinguismo e lo spagnolo se ne stia a Porto Alegre.
Strano modo di guardare all’Europa, ma tu ci credi? Ma quanto guadagni al mese?

Nella scuola pubblica ci si districa, senza riuscire a liberarsi dalla sensazione di essere pedine mosse da “altro”.
Fuori si sta all’ultima notizia sentita, quella che piace di più, non importa se , rilasciata un pò in fretta e superata dalla corsa affannosa degli accordi di palazzo, è ormai “out of date”.
O se qualcuno, in Europa, ci dice che potrebbe non funzionare.
In fondo non importa davvero.
Il banchetto deve ancora arrivare.

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Per la difesa della scuola pubblica
di Laura Carotti Goggi

L'ADI/SD è la sezione didattica della Associazione degli Italianisti (insegnanti di Italiano di scuola secondaria e università) vivamente preoccupata della piega che sta prendendo la politica governativa nei
confronti della scuola.

Nell'ultima riunione del consiglio direttivo ha stilato il documento che segue.


Come tanti nostri colleghi, ciascuno di noi lavora per educare e formare alla cittadinanza i giovani attraverso lo studio della lingua e della letteratura, intese come campi privilegiati per costruire esperienze ispirate a uno spirito di dialogo democratico, nel libero confronto tra i significati e le interpretazioni.

Crediamo nella funzione di garante della parità dei diritti di ciascuno e della collettività che la scuola pubblica ha svolto nell’Italia repubblicana, e vogliamo garantirne la centralità e la qualità, perché possa operare efficacemente in una società che si sta facendo via via più complessa e portatrice di profondi squilibri.
E’ proprio a partire dalla nostra esperienza di docenti che indichiamo la gravità dei danni che hanno già provocato alcuni provvedimenti di questo governo e i rischi che ulteriori interventi di riforma potranno produrre, sui quali perciò invitiamo ad aprire un ampio dibattito.

Tra i provvedimenti già presi dal governo il più grave è la sostanziale abolizione dell’esame di stato conclusivo del percorso scolastico.
Prevedendo che gli studenti siano esaminati dai loro insegnanti, si elimina ogni controllo esterno sulla preparazione degli allievi e sulla qualità del lavoro svolto dalla scuola.
Si ottiene così un duplice risultato: da un lato si favoriscono le scuole private (che, in quanto tali, hanno un interesse privato alla promozione dei loro allievi); dall’altro si dequalifica la funzione della scuola pubblica attraverso lo svilimento del valore del titolo di studio.

Tra i provvedimenti progettati, la canalizzazione precoce che indirizza dall’età di quattordici anni agli studi superiori o al mondo del lavoro, unita all’eccessiva specializzazione dei diversi indirizzi scolastici e alla riduzione delle ore obbligatorie, compromette l’unitarietà della formazione comune a tutti i cittadini, finalità fondamentale di un sistema educativo democratico.
Si creano così percorsi formativi di serie A e di serie B, con una netta separazione tra cultura speculativa e cultura operativa che va a scapito di entrambe.
Il principio di dare di più a chi ha di meno si capovolge nel suo opposto, e alla scuola si attribuisce di fatto il compito di sanzionare e persino di aggravare i divari sociali e culturali di partenza.

Il carattere arbitrariamente selettivo che rischia di assumere il sistema scolastico è sottolineato dai progetti relativi alle modalità di valutazione degli studenti e delle scuole (equiparazione dei debiti relativi al profitto con quelli relativi al comportamento; bocciatura fin dai primi anni delle elementari; confusione tra valutazione del profitto degli studenti e valutazione del funzionamento dell’istituto; indebita sopravvalutazione delle presunte misurazioni “oggettive”).
Ne deriverà inevitabilmente un deterioramento della qualità delle relazioni tra insegnanti e studenti, sulla quale si fonda il buon esito dei processi di insegnamento-apprendimento.

Questa prospettiva di complessivo svuotamento del ruolo e del significato della scuola pubblica è aggravata dal processo di regionalizzazione, che minaccia di parcellizzare i valori, i contenuti culturali, i punti di riferimento su cui si impernierà l’educazione delle giovani generazioni.
Il cedimento alle tentazioni localistiche, oltre a deprivare i giovani di un’istruzione omogenea e comune, rischia di favorire il consolidarsi di appartenenze e di identità chiuse, in netto contrasto con le esigenze di confronto e di dialogo scaturite dagli scambi tra culture, costumi, religioni, che caratterizzano il mondo contemporaneo.

Noi vogliamo invece una scuola che costruisca integrazione fra individui e fra culture, fra discipline e saperi pratici, fra tradizione scolastica e cultura contemporanea, perché crediamo in una società aperta e responsabile, in cui non si generi contrapposizione tra sapere e fare, e le opportunità non siano precocemente discriminate da ragioni sociali.
Una scuola per tutti i cittadini, che mantenga una posizione di centralità nella vita di ciascuno e in quella del paese.




Il Direttivo ADI/SD

Firenze, 13 gennaio 2002



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Le nostre calamità naturali
di Luana D'Alessio

Non si tratta di alluvioni, terremoti o frane, ma delle funzioni di dirigente scolastico affidate a presidi incaricati, e nella scuola elementare, poi.
Peggio delle calamità naturali, bisogna seguirli passo passo, quando si muovono, o ottemperare al loro totale immobilismo, quando, per inadempienza, scaricano tutto sul vicario o sull'ufficio di segreteria.
L'incapacità è piena, sono frastornati e parlano senza la minima cognizione di tutto quello che li circonda, di tutti gli adempimenti incombenti, quotidianamente, sull'istituzione scolastica.
Graduatorie del personale docente e A.T.A., organici di fatto e di diritto, competenze del Collegio dei docenti e del Consiglio d'Istituto, contrattazione decentrata con le R.S.U., convocazioni degli O.O.C.C. e ordini del giorno, li lasciano a bocca aperta, preferendo continuare a leggere qualche giornalino, mentre la scuola, se non fosse per lo spirito di abnegazione di qualcuno o per l'amore che si può provare per un lavoro svolto in una comunità come quella scolastica, andrebbe a rotoli, proprio come se fosse travolta da un uragano o da una tromba d'aria.
E la tanto sventolata managerialità del dirigente, in questi casi, dove viene collocata?
Perchè lo Stato consente il ricorso a simili nomine e, soprattutto, non monitorizza il loro operato per la valutazione?
Hanno anche diritto a partecipare ad un concorso facilitato per acquisire il ruolo di dirigenti?
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Contro l'attacco alla scuola pubblica, per il futuro educativo delle giovani generazioni
di Vittorio Delmoro

Al Ministro dell’Istruzione
Ai sindacati scuola CGIL – CISL – UIL
Ai Sindacati di base UNICOBAS – COBAS – GILDA
Alla stampa locale



L'assemblea di docenti e ATA dell’ISTITUTO COMPRENSIVO DI ORCIANO (PS)respinge l’attacco che viene portato alla scuola pubblica ed approva il seguente ORDINE DEL GIORNO

L’assemblea dei docenti e del personale ATA, convocata dalle RSU per discutere dell’accordo raggiunto tra sindacati e governo sul pubblico impiego, del decreto sugli organici 2002/2003 e della legge delega presentata dal governo sulla scuola, respinge l’attacco che viene portato alla scuola pubblica, attraverso tutta una serie di provvedimenti; in particolare l’assemblea :

−Rifiuta l’anticipo delle iscrizioni sia alla scuola materna che alla scuola elementare
−Rifiuta il previsto taglio agli organici sia nella scuola media che nella scuola elementare, già penalizzata negli ultimi due anni
−Rifiuta il taglio agli organici del personale ATA, già ora insufficiente
−Rifiuta tutta l’impostazione pedagogica della riforma Moratti/Bertagna, tendente a diminuire l’orario scolastico, per favorire la scuola privata


L’assemblea rivendica :

−i risultati positivi conseguiti dalla ventennale sperimentazione del tempo pieno nella scuola elementare
−la possibilità di scelta del tempo prolungato nella scuola media
−l’efficacia dell’insegnamento della lingua inglese fin dalla scuola materna
−tutti i progetti didattici e di continuità fra i tre ordini di scuola dell’istituto comprensivo


L’assemblea, nel constatare il distacco delle proposte governative dalle reali necessità della scuola, denuncia il tentativo di sottrarre risorse alla scuola pubblica quando invece bisognerebbe investire nel futuro educativo delle giovani generazioni.

L’assemblea invita tutte le organizzazioni sindacali a marciare unite perché la vertenza scuola assuma dimensione generale e nazionale; per combattere la controriforma Moratti/Bertagna; per migliorare le nostre condizioni di lavoro (edifici scolastici, numero di alunni per classe, adeguato sostegno allo svantaggio); per la conquista di salari europei.

Orciano 11/2/2002

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Sogno del cambiamento possibile
di Emanuela Cerutti

“ E’ promosso l’apprendimento in tutto l’arco della vita e sono assicurate a tutti pari opportunità di raggiungere elevati livelli culturali e di sviluppare le capacità e le competenze, attraverso conoscenze e abilità, generali e specifiche, coerenti con le attitudini e le scelte personali, adeguate all’inserimento nella vita sociale e nel mondo del lavoro anche con riguardo alle dimensioni locali, nazionale ed europea “


“ Sulla base delle competenze e consapevolezze acquisite lungo il percorso formativo che vede qui concludersi la fase necessaria , per aprirsi a nuove future libere scelte;
alla luce del dibattito che dai lontani anni ’20 ha informato e dato significato all’attuale sistema scolastico, quale si prospetta nelle parole e si vive nei fatti quotidiani;
il candidato

analizzi e commenti l’inciso sopra riportato, ricordandone e citandone la collocazione legislativa, confrontando gli intendimenti là espressi con l’esperienza finora maturata e con le opinioni, personali o meno, che hanno di recente accompagnato la sua pubblica comparsa.
Giunga, infine, a sintetiche conclusioni, atte ad illuminare la commissione esaminatrice sugli immaginari che si agitano, rispetto all’oggetto
scuola nelle menti e nei cuori dei suoi fruitori primari."


Ecco. Sarebbe bello, tra qualche mese, mettere insieme tutte queste conclusioni, raccolte durante un fantasioso “tema di maturità”, che potrebbe anche essere unico, ed unico per tutti, data la vastità e la complessità degli argomenti in ballo, da Gentile a Moratti, ma anche da Cicerone a Regge, da Piaget a Gordon, dai totalitarismi alla caduta del muro di Berlino, da don Milani ai Social Forum, da una guerra all’altra.
Potrebbero esserci delle sorprese: qualcuno potrebbe cadere dalle nuvole ( ma questa non è una cosa che abbiamo studiato…), qualcun altro sentirsi preso in giro ( si snobbano le autogestioni e i gruppi di studio, per chiedere pareri tardivi…).
Qualcuno potrebbe lanciarsi a raffica in critiche di bassa lega, qualcun altro in elogi sperticati.

Ma molte, credo, sarebbero le domande, pungenti e puntuali com’è mestiere dei giovani da sempre.

Quali condizioni garantiscono per tutti un formazione permanente?
Quali sono i presupposti metodologici e psicologici per tale formazione?
Quali spazi dà la scuola all’espressione delle mie personali attitudini ed abilità?
Come si intrecciano con il percorso conoscitivo che mi si propone?
Quali interazioni stabilisce la scuola tra dimensione personale e sociale?
Di quale vita sociale si vuol parlare?
Cosa c’è al di fuori dei nostri confini?
Quale modello di uomo e di donna mi presentate?...


E via, solo ad una prima, veloce lettura del testo in questione, che, com’è noto, è il sottocomma a) del comma 1 dell’articolo 2 della Legge Delega appena sfornata.
E via fino al significato ultimo, perché, anche se i grandi a volte se lo dimenticano ( e se non capita si beccano dei peterpan o dei sessantottini falliti o ancora degli immaturi-con-crisi-di-adultità), i giovani la domanda sul significato ce l’hanno dentro ben radicata, altrimenti non si giustificherebbero passioni, rabbie e delusioni. E molti di loro vivono nella scuola la scommessa per un futuro sostenibile.
Questa scuola pur minacciata dal dominio, ( direbbe Danilo Dolci : ”http://danilo1970.interfree.it/potere.html” )
che con maschere raffinate ed applaudite si insinua nelle aule come nelle circolari applicative, nelle linee-guida come nelle coscienze, e toglie tempo ad una comunicazione autentica, ad una pratica comunicativa , ad un fare collaborativo ..
Questa scuola che, nell’affrettare separazioni e scelte prima ancora che un individuo si renda conto, indirizza su strade precostituite.
Questa scuola-limbo, che bandisce l’inferno con il mito allettante del lavoro precoce e confina il
paradiso nel futuro eccellente delle alte formazioni.
Questa scuola che prepara tecnici di qualità, oggettivizza, informatizza, e “Z la formica zitta !, stupida specie di comunista post-datato”, vero o falso che sia.

Il cambiamento non è avvenuto perché la rotta non è stata invertita: alla scuola si vuol togliere l’innegabile ruolo di controllo sociale , pur immaginabile con l’Autonomia: la si integra nel sistema e le si chiede di contribuire a mantenerlo in vita.
Sirene dell’efficienza e della razionalità trasformano il luogo privilegiato della coscienza critica, della discussione, dell’innovazione e della sperime
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