Newsletter precedente Newsletter successiva  

Fuoriregistro del 16/12/2001 - a.s. 01/02
f u o r i r e g i s t r o
newsletter del 16/12/2001

Sommario
Contro la riforma dell' Esame di Stato
di Valentina Soncini
8 dicembre, a Bologna
di Franca Antonia Mariani
15 dubbi. Che ne pensate?
di Daniele Barca
E invece bisogna abolirlo
di Alberto Biuso
Il punto sulla Petizione
di Renato Cavedon
In difesa della matematica
di Giuseppe Cacciabaudo
Ditelo a Garagnani
di M.B.
Appello
di Fabio Greco
Stati Generali
di Corrada Cardini - Riccardo Ghinelli
I nostri principi
di Fabio Greco
Il problema vero
di Franco di Michele
Discutiamo!
di Gianni Mereghetti
Cari studenti del Tasso
di Emanuela Cerutti
Imperfetta Letizia
di Uno studente
Scuolathon
di Franca Antonia Mariani
Stupiamoci, finche' possiamo farlo
di Vincenzo Scavello
La scuola contro la guerra
di Lea Borrelli
Specializzandi Ssis e graduatorie permanenti
di Alerino Palma
Freedom
di Corrada Cardini
Pensieri e parole
di Emanuela Cerutti
Bafa-Bafa
di Emanuela Cerutti
Pedagogia dell'errore
di Vincenzo Andraous


Contro la riforma dell' Esame di Stato
di Valentina Soncini

Desidero rendere nota una lettera inviata al Ministro Moratti contro l'articolo 13,7 sull'esame di stato che si vuole collegare alla petizione di Cavedon pubblicata su questo sito. In calce alla Petizione si possono leggere anche le 120 adesioni giunte sinora.
.
Gentilissima Signora Letizia Moratti, Ministro della Pubblica Istruzione

Prima ho appreso via radio e poi ho potuto leggere da articoli del Sole 24 Ore del lunedì 5 Novembre 2001 quanto si sta approvando in Finanziaria 2002 con l’articolo 13, comma 7. Se questo articolo dovesse essere approvato definitivamente la commissione dell’Esame di Stato risulterà composta da soli membri interni e non più da membri interni in pari numero con esterni e un presidente esterno. Questo provvedimento consentirebbe un notevole risparmio.
Se ho inteso bene e se nel frattempo la proposta rimanesse quella annunciata, vorrei esprimerLe tutto il mio dissenso di insegnante di scuola superiore da circa 15 anni. Il dissenso è relativo al contenuto e alla forma di questo intervento di cui la ritengo responsabile in quanto Ministro della Pubblica Istruzione.
Per quanto concerne il contenuto: che tipo di esame si avrà se la commissione sarà tutta interna? Potrebbero insegnanti che hanno promosso negli anni gli alunni fino in quinta, che hanno verificato durante tutto l’anno la preparazione dei ragazzi, giungere alla fine di giugno a un giudizio diverso da quello degli scrutini di inizio giugno? Mi sembra si debba presupporre una classe insegnante molto virtuosa per essere assolutamente disponibile a bocciare i ragazzi che ha promosso fino in quinta. Con il giudizio di esterni, si può, invece, da parte dei membri interni, valutare diversamente certe situazioni. Se la commissione resta tutta interna, l’esame non diviene in sostanza inutile? Perché non mandare allora un commissario governativo agli scrutini delle classi quinte e abolire del tutto l’esame, o far presiedere l’esame dal preside stesso delle scuole, risparmiando non tanto ma tutto quello che ora si spende, se questo solo è il problema di cui si discute?
Inoltre, se l’esame viene gestito dalla stessa scuola che ha preparato i ragazzi, viene meno lo stimolo ad un lavoro più rifinito e inoltre si elimina il senso di un esame di fronte a estranei che chiede a chi la sostiene coraggio, equilibrio, tenacia, preparazione complessiva, capacità di relazionarsi. Ritengo anche che una commissione di interni non sia più giusta o più ingiusta di una commissione mista, sicuramente ha però un impatto molto diverso sui ragazzi. Non ho sfiducia nella professionalità dei colleghi, temo però due cose: l’autoreferenzialità delle singole scuole e dei singoli consigli di classe e un prossimo provvedimento che decida di abolire sia il valore legale del titolo di studio, sia l’esame.
Quali i guadagni in termini educativi se tutto ciò avvenisse? Cosa diranno i nostri colleghi dell’università trovandosi di fronte a una massa di studenti che mai ha dovuto affrontare un esame nella vita? Togliere il significato di un esame conclusivo che chiede capacità di analisi, di sintesi, di comunicazione, infine, a mio giudizio significa indebolire l’intero percorso didattico. Solo in un mondo di virtuosi si studia solo per amore della cultura e mi sembra strano immaginare un mondo di studenti virtuosi in un mondo della vita cinico e spregiudicato. Se non alleniamo i nostri ragazzi a esprimere il meglio di sé di fronte alle prove, non facciamo loro un buon servizio e lasciare che ci sia nella vita una selezione naturale significa rinunciare al compito educativo della scuola. Lo studio per me è formazione culturale e formazione del carattere e della persona, in quanto lo studio è anche attività agonistica. Se però all’allenamento non segue una vera gara, anche l’allenamento perde di significato.

Sono in disaccordo con Lei anche per il metodo che ha seguito. Dopo cinque anni di opposizione alla riforma Berlinguer per tante ragioni, ma soprattutto per non aver tenuto conto degli insegnanti e delle famiglie, ora giunge da Lei e dalla Sua parte politica un provvedimento che cambia la commissione d’esame e con essa introduce una serie di implicazioni nuove, senza che ciò sia stato minimamente sottoposto a dibattito. Infatti, mentre su altro il dibattito si apre, su questo punto non mi sembra ci sia confronto. Purtroppo molti saranno d’accordo con Lei per ragioni di risparmio, per il fatto che così l’esame sarà un proforma, per il vantaggio di non dover essere coinvolti nell’esame se non si è insegnanti di quinta.Tutte buone ragioni, ma assolutamente estranee a criteri didattici ed educativi, purtroppo, ancora una volta !!!
Per favore ripensi a questo provvedimento, che mostra ancora una volta quanto i criteri adottati per amministrarla non tengano conto dell’aspetto educativo e formativo, bensì di altri parametri che esulano dallo specifico della scuola.

Distinti saluti
Valentina Soncini - seguono altre 140 firme


L'articolo su Repubblica del 26 novembre di Mario Pirani, a cui e' stata inviata la lettera

Povera scuola inutile "azienda"

Un gruppo di insegnanti mi ha trasmesso in copia una letteraappello a Letizia Moratti, ministro dell'Istruzione (non più pubblica), perché sospenda il provvedimento, collegato alla Finanziaria per dargli immediata esecutività, che prevede una commissione composta da soli docenti interni per l'esame di Stato, cioè per il momento di verifica più importante dell'intero percorso di studi. Importanza, del resto, comprovata dal fatto che la stessa Costituzione all'art.33 lo prescrive espressamente. Fino ad oggi le commissioni di esame erano formate da tre membri interni, tre esterni e un presidente, anche lui esterno. La presenza prevalente di commissari esterni aveva lo scopo di garantire una verifica oggettiva sul funzionamento formativo e selettivo di ogni singolo istituto, il rispetto di alcuni parametri nazionali basilari, la serietà dell'impegno anche delle scuole paritarie private nell'impartire un insegnamento altrettanto valido di quello impartito nel settore pubblico.
È evidente che, se i commissari sono tutti interni, ogni elemento di controllo e di comparazione viene automaticamente a cadere. Ogni istituto vivrebbe in una logica autoreferenziale. I docenti interni, già privati della possibilità di esercitare una selezione preventiva, per l'affievolirsi dell'incidenza dei meccanismi intermedi, non potranno che piegarsi del tutto alla imposizione dei presidimanager di promuovere tutti, per far contenti i «clienti» della scuolaazienda, che, in tal modo, risulterà ancor più attraente e «concorrenziale». Con buona pace della stragrande maggioranza delle famiglie che sembrano non aspirare altro che ad avere figli soddisfatti e allegri, ancorché somari. Ma chi officerà "Te Deum" di ringraziamento saranno soprattutto preti e monache che gestiscono scuole private paritarie, i cui iscritti, dal giorno dell'iscrizione e del pagamento della retta, saranno sicuri che nessun occhio esterno verificherà l'attendibilità del diploma.
Del resto il disarmo degli insegnanti interni era già cosa fatta con il venir meno, da tre anni a questa parte, della possibilità di non ammettere alla maturità neanche quei pochissimi che per i pessimi voti nella maggioranza delle materie apparivano del tutto impreparati a sostenere l'esame. Con la riforma tutti sono stati ammessi all'esame di Stato, anche se hanno tutti sei rossi (e, cioè, quelle insufficienze pudicamente mascherate cambiando un 4 in 6, scritto, però, con inchiostro rosso, forse per la vergogna). Ora, con lo svilimento delle commissioni d'esame, anche questo traguardo simbolico per gli studenti viene a cadere. L'ipotesi, che già è stata affacciata, di ridurre, in un futuro assai prossimo, anche quanto resisterebbe di questo residuale ostacolo alle sole prove scritte (in gran parte test) denota come ormai stia passando l'idea che la preparazione umanistica, che si accompagna alla capacità della comunicazione orale, appartenga ormai ad un passato inutilizzabile nel quadro della sciagurata «aziendalizzazione» della scuola.
I due argomenti che sorreggono la decisione di declassare l'esame di Stato confermano questo giudizio. Il primo è, infatti, puramente economico: abolendo i commissari esterni si risparmieranno 200 miliardi di trasferte e indennità. Peccato che questa ansia sparagnina, che dovrebbe giustificare una così infausta misura, abbia come corrispettivo i 200 miliardi di spesa aggiuntiva che saranno stanziati per immettere in ruolo 13.000 insegnanti di religione, vidimati personalmente dalle diocesi, fino ad oggi assunti con contratti annuali assai meno onerosi e specifici alla particolare materia (d'ora in poi saranno insegnanti a pieno titolo e potranno, in taluni casi, anche senza laurea, accedere ad altre cattedre).
Il secondo argomento è peggiore del primo: poiché il 96% dei candidati viene promosso già ora, tanto vale lasciar perdere del tutto ogni criterio di selezione e risparmiare quei soldi. Come dire: visto che la maggior parte dei reati resta impunito, tanto vale risparmiare gli stanziamenti per le forze dell'ordine e per la Giustizia. Paradossi a parte, questa misura appartiene a quella stessa filosofia che portò il ministro D'Onofrio ad abolire, al tempo del primo governo Berlusconi ma col voto unanime del Parlamento, gli esami di riparazione. Speravamo che Letizia Moratti, proprio perché è anche una manager intelligente, non si lasciasse abbindolare dall'aziendalismo d'accatto che ha purtroppo contaminato anche le idee riformistiche del centro sinistra. Ci dia un segno che non avevamo del tutto torto: tolga quella sciagurata decisione dalla Finanziaria.

[ leggi (1 commento/i) ][ commenta ] [ sommario


8 dicembre, a Bologna
di Franca Antonia Mariani

Anche adesso, mentre scrivo, i nostri studenti sono in piazza a “incontrare la gente”.
E’ giornata di festa sabato 8 dicembre, ma i ragazzi hanno deciso di prolungare oggi e domani, fuori dalla scuola, l’autogestione iniziata martedì scorso. Hanno messo un banchetto in piazza, l’hanno decorato con cartelloni multicolori, hanno indossato magliette bianche che portano il sangue della scuola ferita e si sono messi al lavoro: propongono ai passanti un questionario per informarli sulle novità che attendono la scuola, li attirano con scenette appositamente scritte, sceneggiate e recitate, li invitano a firmare il registro degli “amici della scuola pubblica statale” (1000 firme nella prima mattina), si sono vestiti di cartelli, coloratissimi ragazzi-sandwich, per pubblicizzare la loro iniziativa, distribuiscono un volantino per invitare tutti a venire a scuola da noi, al Liceo Minghetti, lunedì e martedì prossimi.
Infatti, durante questa autogestione si sono inventati Scuolathon, una 24 ore di maratona verbale aperta a tutta la cittadinanza per parlare della scuola e di quello che l’aspetta, per coinvolgere la gente, perché la scuola è patrimonio di tutti. L’iniziativa è cresciuta loro fra le mani; dal nonno civico a personalità del mondo dello sport, della cultura, dell’arte, della musica e della politica (non solo locale) hanno dato la loro adesione. E’ diventata una macchina grande e delicata da gestire.
Hanno affinato capacità organizzative questi ragazzi, hanno lavorato a tempo pieno, stanno affrontando stress e tensione. E noi insegnanti? Li guardiamo un po’ seccati che non siano in classe, un po’ orgogliosi delle capacità che dimostrano, anche chiedendoci come coniugare la loro lotta con lo sconcerto che è in molti di noi per il futuro che avanza. Ma siamo in qualche modo lontani, col dubbio serpeggiante che il loro vero interesse stia nel non fare lezione.
Ieri Chiara mi ha detto: “Prof., sto sognando di fare un versione da Socrate, quella dove ho preso 3 nell’ultimo compito in classe!”.
Forse no, forse non è stato solo per evitar le lezioni.

[ leggi (8 commento/i) ][ commenta ] [ sommario


15 dubbi. Che ne pensate?
di Daniele Barca

Sono un "giovane" insegnante di materie letterarie in un alberghiero della provincia di Roma: una scuola, credo, come tante altre, con qualche deficit strutturale, con qualche problema di inserimento e disciplina, con qualche difficoltà nell'impegno didattico, ma anche con un cammino virtuoso avviato, con belle esperienze di scuola-lavoro, con una significativa ricerca di linguaggi e strategie nuove. Mi interessavo degli sviluppi della scuola quando c'era il tanto vituperato Berlinguer-De Mauro, mi sono documentato sulle proposte della (a mio parere) meno osteggiata Moratti, per interessi personali in modo sparso cerco di capire storicamente e culturalmente che cosa è successo alla scuola. In questo mio tentativo di capire qualcosa sono arrivato ad un punto in cui mi sembra che sia difficile centrare i veri problemi di fondo della scuola. Attenzione, non quelli di tipo strutturale, ma quelli di tipo formativo, culturale e organizzativo.Purtroppo gli interventi che hanno come argomento la scuola e che si leggono sui giornali oscillano tra la critica aprioristica e il rimpianto del bel tempo andato. Meno male che chi scrive in questo prezioso forum, in genere, si fa portatore di un'idea che parte dal proprio vissuto, e quindi è indubbiamente più interessante. Ma è veramente difficile fare chiarezza. Ho deciso perciò di scrivere, elencando, secondo una mia priorità, quali sono i nodi che VERAMENTE strangolano la scuola. E l'ho fatto sotto forma di dubbio. Molti di questi dubbi saranno rifiutati dalla maggiorparte di voi; io entro ogni mattino in classe tenendone alcuni ben presenti. Mi piacerebbe riuscire a confrontarmi con qualcuno.
1 - quanti di noi docenti si sono accorti che si è radicalmente modificato nei nostri ragazzi il modo di apprendere? quanti hanno modificato il proprio modo di insegnare?
2 - quanti di noi sono veramente formati per insegnare? che cosa si fa per supplire (non parlo dei corsi di aggiornamento che, da quando non danno più punteggio, sono deserti)?
3 - molti affermano che non c'è più la scuola di un tempo, e uno dei motivi sarebbe la scuola di massa. Non abbiamo mai pensato che anche l'insegnamento è diventato di massa? e quanto è scaduto per questo motivo?
4 - quale mondo proponiamo ai nostri ragazzi? e quanto sono distanti dal nostro (lo penso io che ho solo venti anni di differenza, figurarsi chi ne ha di più...)? facciamo qualcosa per avvicinarli o, dopo qualche tentativo, scuotiamo la testa e li riteniamo persi per sempre?
5 - credete veramente che tre membri esterni e un presidente assicurino l'attendibilità dei risultati dell'Esame di stato? Il problema della perdita di senso dell'Esame di stato (ma come si fa a valutare la maturità?????) non è forse legato al problema più ampio della perdita di senso della PROVA presso i nostri ragazzi e soprattutto nelle loro famiglie? Non sarebbe più logico togliere il valore legale del titolo e concentrarsi di più sulla formazione (tanto, per determinati lavori serve la laurea, e, non abbiamo statistiche, ma in moltissimi casi non si fa il lavoro per cui ci si è diplomati)?
6 - come mai i ragazzi hanno sempre più difficoltà con l'impianto lineare del libro di testo o del libro in genere?
7 - quanti di noi fotocopiano la programmazione dell'anno prima corretta con il bianchetto (o modificata leggermente al computer) o, peggio, fotocopiano quella del collega che ha capito come si realizza un modulo?
8 - SOLO PER I LICEI, perchè nei professionali lo si fa un pò di più: quanti insegnanti lavorano ancora ex cathedra sentendosi depositari del sapere, unico e immutabile? quanti cercano di intercettare per un attimo le capacità dei singoli alunni o della classe per modificare la lezione? Quanti assegnano senza spiegare?
9 - in quale altro lavoro esiste solo un capo e una famiglia di dipendenti UGUALI? Non si dovrebbero differenziare le funzioni? L'organizzazione di tutto il lavoro di programmazione e coordinamento didattico della scuola non dovrebbe essere fatta da figure specifiche, insegnanti, sì, ma con capacità organizzative? La scuola dev'essere una somma di singole classi o una comunità che si riconosce in strumenti comuni? si dovrebbero sfruttare le capacità o gli studi dei singoli docenti per il bene di tutta la scuola?
10 - quanti di noi riteniamo l'insegnamento una professione vera, come l'architetto, l'avvocato, ecc. e di conseguenza ci aggiorniamo (come gli architetti, ecc)? quanti ritengono che sia qualcosa di artistico, tipo fine dicitore?
11 - che senso ha un orario rigido, impiegatizio (18 h e 40+40 h) per un'attività che richiederebbe altri tempi?
in quale altra professione seria hanno tutti lo stesso stipendio? In quale altra professione seria si avanza solo per anzianità e se si son fatti figli? In quale altra professione c'è un così alto numero di donne? Perchè nell'avanzamento di carriera non contano gli stages, le esperienze di studio, le pubblicazioni (le uniche cose riconosciute sono i corsi postlaurea e i dottorati) che eppure possono essere costati sacrifici economici e di tempo quasi come i figli? Per quanti/quante l'insegnamento full time è in effetti un'occupazione part time? O una seconda attività? o lo scrigno pensionistico? Quali prospettive di carriera, che non siano gli scatti stipendiali automatici, offre questo lavoro per un giovane appena entrato in ruolo?
12 - è vero che, per esempio, chi ha da correggere gli scritti, lavora di più (facciamo un esempio: tre classi per 25 alunni fa 75 compiti per ogni tornata; calcolandone tre per ogni quadrimestre, sono 225, in un anno 450; calcolandone 4 corretti con molta velocità per ogni ora, fanno 112 ore in più, su trenta settimane di lezione, fanno 3 ore in più a settimana)?
13 - quanti di noi vogliono effettivamente una seria verifica esterna del proprio operato? Perchè temere il giudizio dei capi se in ogni altra professione è così (e tanto il rispetto timoroso dell'autorità esiste lo stesso, tutti abbiamo assistito agli atteggiamenti reverenti di molti quando chiedono qualcosa per sè...)?
14 - quanto è triste guadagnare lo stesso stipendio di chi non si aggiorna, di chi non conosce la propria disciplina, di chi non fa nulla per migliorarsi?
15 - ULTIMO DUBBIO: quanti sono meritevoli e capaci e quanti no nella scuola di oggi?....parlavo dei professori, non degli alunni, specchio della società, ma anche dei loro docenti. Qualcosa bisogna pur fare, perchè, da convinto sostenitore della validità della scuola pubblica, se dobbiamo tenerci una scuola pubblica con tutti questi dubbi...
[ leggi (26 commento/i) ][ commenta ] [ sommario


E invece bisogna abolirlo
di Alberto Biuso

Già nel luglio scorso la redazione della rivista il Voltaire si era fatta promotrice di una raccolta di firme per l’abolizione dell’Esame di Stato. Le motivazioni erano le seguenti:
1. Così come sono congegnati, tali esami costituiscono un’autentica farsa. Indulgenze eccessive e comportamenti illeciti non possono che avere una ricaduta diseducativa sui giovani, i quali dall'esame imparano che nella vita è più utile essere furbi che onesti. In un modo o nell’altro la promozione è di fatto garantita. Di conseguenza si vanifica il valore della prova.
2. La promozione generalizzata è a sua volta funzionale a mostrare un’efficacia del tutto apparente. Se, infatti, la qualità di un sistema scolastico e il livello culturale di una società fossero davvero misurabili con il numero dei promossi e dei diplomati, basterebbe offrire a ogni neonato un titolo di studio.
3. Un’altra importante ragione per abolire gli esami, soprattutto in un regime di autonomia, sta nell’evitare che l’intero lavoro didattico venga piegato verso la prova finale, la quale assume un peso sproporzionato rispetto all’intero curricolo e alle finalità dell’insegnamento.
4. Tali esami risultano quindi una spesa inutile.

La riforma dell’Eds prevista dall’articolo 13 della finanziaria 2002 prevede che i commissari siano tutti membri del Consiglio di classe, con il solo presidente esterno. La proposta sta suscitando un certo numero di reazioni negative. Tuttavia, si tratta della stessa idea iniziale del Ministro Berlinguer, partendo dalla quale si arrivò poi alla divisione dei commissari in metà interni e metà esterni. Di più: per anni molti docenti e studenti l'hanno sostenuta con la motivazione che in tal modo a esaminare i ragazzi sarebbero stati gli insegnanti che meglio li conoscono.
Personalmente, condivido la proposta per le stesse ragioni che mi hanno fatto firmare la richiesta di abolizione degli esami. Spero, infatti, che con una commissione tutta interna, i diplomi che le scuole rilasciano siano ormai valutati per quello che sono: certificati cartacei privi di valore. A questo, infatti, la demagogia scolastica tuttora imperante li ha ridotti. Bisognerebbe quindi invertire rotta o togliendo valore legale ai titoli di studio o prendendo finalmente sul serio e attuando l’art. 34 della Costituzione: “I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Ma la Costituzione non immaginava certo la riduzione della scuola a parcheggio sociale, a intrattenimento ludico, a baby sitter di massa.
Il valore legale dei titoli va radicalmente posto in questione. Nessuna riforma della scuola potrà migliorare davvero la qualità dell’insegnamento se non si sgombera il terreno dall’equivoco giuridico che fa coincidere l’apprendimento con un attestato dal valore legale. Le ragioni per cui proporre l’abolizione di questo valore sono ormai urgenti e significative. Sul tema ho scritto un saggio che sarà pubblicato su una rivista di pedagogia. In esso ho cercato di delineare una breve storia della questione e le possibili alternative al valore legale. Per Fuoriregistro posso solo limitarmi a elencare alcune delle ragioni contro il valore legale dei titoli di studio.

- Nell’ambito dell’educazione, un aspetto assai negativo è rappresentato dall’ipocrisia e i titoli concessi dalle scuole italiane si sono ormai da troppo tempo ridotti a una finzione alla quale nessuno crede più, né le istituzioni che li rilasciano né le aziende che assumono diplomati e laureati.

- Una scuola trasformata da spazio di trasmissione dei saperi e delle competenze culturali e professionali a un luogo di semplice socializzazione non ha più la legittimità -epistemologica e giuridica- di rilasciare diplomi dal valore legale. Alla prevedibile obiezione che in questo caso sarebbe sufficiente riqualificare dall’alto la scuola per mantenere quindi il valore legale dei diplomi, rispondo con franchezza che in Italia sulla reale qualità degli studi siamo arrivati a un punto di non ritorno.

- Il principio dell’autonomia delle scuole, al quale pure tanta enfasi è stata data, è dal punto di vista logico e giuridico incompatibile con il valore legale dei titoli.

- Un’autonomia che non voglia essere soltanto nominale deve, infatti, liberare le singole istituzioni educative dalla uniformità didattica e culturale che è ovviamente implicita nel valore legale dei titoli.

- La libertà di insegnamento dei singoli docenti e delle scuole implica la libertà nella scelta dei contenuti, delle metodologie, dei tempi di svolgimento, dei testi, dei problemi da affrontare ogni giorno con gli studenti nelle classi. Anche questa libertà risulta incompatibile col valore legale dei diplomi.

- Tale valore è quindi una prova del prevalere dello Stato sulla società civile. Restituire a quest’ultima il primato significa ampliare gli spazi di concreta libertà dei cittadini chiedendo allo Stato unicamente di verificare le capacità di chi si candida all’esercizio di una professione e non anche i modi con cui si è acquisita tale capacità (libera scelta di questo o quel percorso formativo o anche studio da autodidatta).

- Fra le libertà della società civile rientra l’affrancare l’attività di insegnamento da imposizioni amministrative, gerarchiche e collettivistiche per legarla invece alla comunità scientifica di appartenenza, garanzia di qualità del sapere e di costante rinnovamento didattico. Il docente, in altri termini, dovrà sentirsi vincolato non alla statuto giuridico della disciplina che insegna ma al livello delle acquisizioni culturali della comunità che svolge su di essa attività di ricerca.

- L’abolizione del valore legale dei titoli contribuirà a fare del docente il fulcro di ogni riforma e il vero responsabile dell’insegnamento, poiché avranno successo solo quelle innovazioni che saranno condivise da chi nelle scuole opera tutti i giorni.

- Il valore legale dei titoli ha fatto nascere una miriade di finte scuole il cui solo obiettivo è quello di svendere diplomi in cambio di denaro. Crediamo che sia questa una delle ragioni meno percepite ma più influenti dello scadimento del senso civico in Italia.

- Tantopiù che anche allo scopo di reggere la concorrenza di questi diplomifici, molte scuole pubbliche si vanno tristemente modellando sugli stessi loro obiettivi col conseguente crollo della dimensione culturale del loro insegnamento.

- La permanenza del valore legale dei titoli rischia di ridurre l’ultimo anno di insegnamento a una semplice preparazione al rito inconcludente dell’esame di stato.

- Mantenendo il valore legale in un contesto sociale ormai radicalmente mutato, si sta creando una scuola sempre più rigida nell’impedire qualunque effettiva mobilità sociale. Il valore reale dei diplomi e delle lauree è stato di fatto eliminato col regalarli a tutti indistintamente. È quindi saltata la corrispondenza tra titolo di studio e mercato del lavoro e si continua tuttavia a presentare la scuola e l’istruzione nei termini del tutto illusori della promozione sociale.

- L’abolizione del valore legale risulta pertanto una condizione -certo non sufficiente ma necessaria- per sostituire al circolo vizioso che induce le scuole, pubbliche e private, a farsi concorrenza verso il basso, un circolo virtuoso che le porti a preparare davvero meglio i loro studenti e a meritare quindi le iscrizioni sulla base non della facilità con cui ottenere il diploma ma dell’effettivo valore della preparazione conseguita.

- In una società complessa e articolata come quella contemporanea, nella quale nessuna acquisizione culturale o competenza professionale può risultare definitiva, un certificato che attesti il possesso stabile di un sapere o di una capacità appare semplicemente anacronistico. Liberare la scuola, la società e gli individui dal valore legale dei titoli significa cominciare a restituire all’apprendere la sua gratuità, il gusto per la scoperta del nuovo, la consapevolezza che una capacità professionale va costruita giorno dopo giorno nella concreta ricchezza dell’esistenza individuale e collettiva.

- La scelta per l’abolizione del valore legale dei titoli di studio o per la sua conservazione si configura pertanto come un’alternativa fra la dimensione culturale dell’insegnamento e quella burocratica. Penso che chiunque ami la scuola e il sapere non dovrebbe avere dubbi in proposito.
[ leggi (7 commento/i) ][ commenta ] [ sommario


Il punto sulla Petizione
di Renato Cavedon

Intensificare la protesta

La Petizione contro la proposta di eliminare i commissari esterni dalle Commissioni dell'Esame di Stato sta raccogliendo molti consensi come risulta anche da numerosi articoli e lettere che compaiono sui quotidiani. Si registrano pure pareri favorevoli al provvedimento del Ministro Moratti; ma una larga parte degli insegnanti lo considera una sciagura, un colpo mortale al compito di "garantire una verifica oggettiva sul funzionamento formativo e selettivo di ogni singolo istituto", come dice Mario Pirani su "Repubblica" .
A coloro che addirittura propongono l'eliminazione tout-court dell'Esame ricordo, senza entrare nel merito delle argomentazioni, che un esame di Stato è prescritto nel comma 5 dell'art. 33 della Costituzione.
La scelta di destrutturare una riforma del precedente governo eliminando uno degli elementi fondamentali dell'intera struttura tradisce gli scopi del Ministro che apparentemente sembrano solo dettati da esigenze di risparmio.
Da un lato c'è l'intento di svuotare una procedura banalizzandone ulteriormente gli esiti; in questo modo la scuola pubblica perde appeal, diventa ancor più un parcheggio in cui si fornisce una formazione sempre meno qualificata.
Dall'altro, non potendo formulare, in tempi brevi, una proposta globale di cambiamento dell'Esame di Stato, gli si toglie un muro maestro, aspettando che l'intero edifico collassi.
Aspettiamo a vedere cosa verrà partorito dagli Stati Generali della Scuola convocati dal Ministro.
Nel frattempo propongo di intensificare la protesta.

[ leggi (2 commento/i) ][ commenta ] [ sommario


In difesa della matematica
di Giuseppe Cacciabaudo

Anche se non è più tempo per scrivere apologie, sarà pur sempre valido ed importante, con le sole armi spuntate delle mie parole e senza la retorica delle immagini della televisione, difendere l’insegnamento della matematica come disciplina curricolare nei licei classici dai propositi illogici della Ministro della P.I.

C’è un aneddoto secondo cui all’ingresso dell’Accademia, Platone aveva fatto scrivere: “ nessuno entri che non sappia geometria.”
Monito, io penso, per indurre i giovani a costruire un’immagine del mondo logicamente ed armonicamente ordinata, priva della confusione dei giorni nostri, come bene unico; per apprendere e riconoscere l’illusione degli “idola” e a rinunciare agli ismi e all’assoluto; per insegnare loro attraverso il rigore della matematica ad accettare la propria imperfezione. Ma chi può soccorrerci nei momenti di difficoltà: la fede o la logica? Quali parole e proposte dobbiamo accettare ed ascoltare tra le molte che i media e la politica scagliano verso di noi? Ma se il clamore e lo sfascio del mondo intacca la nostra convinzione che la nostra tradizione culturale corre seri pericoli , allora vuol dire che è venuto il tempo di lottare.

L’abbandono di Prospero, nella Tempesta di Shakespeare, delle arti magiche, delle illusioni e degli inganni in favore della scienza e di una società radicata in una conoscenza basata sul metodo scientifico, dove la vita è un insieme di azioni, un processo conoscitivo e non uno spettacolo televisivo che l’ignaro spettatore fruisce e contempla deve farci riflettere e capire che questa è la strada che dobbiamo percorrere e lottare contro chi vuol deviare questo percorso solo per fini di bottega mai spiegati. Non è azzardato pensare , quindi, che incautamente la Signora Ministro, eliminando dai curricula del liceo classico l’insegnamento della matematica, voglia ripristinare gli idola che già nel seicento Bacone aveva distrutto, passando dalla magia alla deduzione ragionata, consegnandoci una lezione ormai dimenticata in questo tempo di jihad e di terrorismi globali, di streghe e di fiabe intrise di occultismo, secondo la quale ciò che conta non è la conoscenza assoluta, ma il metodo. Senza la matematica (o il latino per il liceo scientifico), gli studi dei nostri figli diventeranno disarmonici, solo un coacervo di informatica, letteratura e un edonismo da basso impero in cui prevarrà sempre più un relativismo decadente: “ crocifisso si. Crocifisso no.”
Una scuola moderna non può disattendere gli insegnamenti della nostra tradizione culturale in cui i curricula erano e sono armonizzati in un rapporto con le idee e la poesia, la politica, il pensiero filosofico e religioso, le lingue moderne e antiche e anche con la misura e la severità di una scienza come la matematica. Una scuola che il mondo ci ha inviato, malgrado la confindustria cerchi in tutte le salse di trasformarla in una fabbrica per la produzione dei saperi.

Senza la matematica, cosa inventeremo per indurre i giovani a ragionare attraverso un metodo logico o condurli all’analisi di operazioni concettuali o alla ponderazione dei dati e alla verifica delle proprie ipotesi? Dobbiamo vigilare, colleghi, perché il sonno della ragione può generare altri mostri e la storia con orrore ci ha già mostrato tutti i volti della follia.

Così, secondo le proposte della Ministro, avremo scienziati senza poesia e letterati senza un metodo scientifico: “Res sine verbis, verba sine rebus.”

Considerandomi poco abile nell’arte dell’oratoria, concludo questa mia breve difesa in favore della matematica con le parole di Francesco Bacone: “ La storia rende gli uomini saggi, la poesia brillanti, la matematica sottili, la filosofia profondi, la morale seri, la logica e la retorica abili nel contendere. Abeunt studia in mores.”

So if a man’s wit be wandering, let him study mathematics.

E in questo momento così confuso abbiamo tutti bisogno della matematica e della sua avalutività per non creare uomini ad una dimensione.

Giuseppe Cacciabaudo
Docente di Inglese
Istituto d'istruzione secondaria superiore
Bisacquino ( PA)
[ leggi (4 commento/i) ][ commenta ] [ sommario


Ditelo a Garagnani
di M.B.

Divertiamoci un po'

Cari lettori, che ne pensate del telefonospia? Utilizzando il link commenta (lo trovate anche in fondo all'articolo, a destra ) inviate le vostre riflessioni favorevoli o contrarie o le vostre autodenunce, serie o ironiche, non importa. Fuoriregistro inviera' i pareri raccolti all'onorevole Garagnani. Divertiamoci un po'.

Resto del Carlino, 24 novembre 2001
«Quei prof fanno politica in aula»

BOLOGNA — Lecce, istituto per il turismo: un'insegnante di matematica ha fatto costante propaganda politica contro la Casa delle libertà e contro il centro-destra «guerrafondaio». Verona, liceo scientifico: una prof di italiano e latino ha attaccato violentemente il governo. Cuneo, liceo artistico: un docente di italiano si è espresso, senza diritto di replica, a favore dei Talebani. A lezione di propaganda A Bologna la situazione è un po' più complessa. Sono almeno cinque le scuole superiori in cui si è fatto propaganda pro Ulivo e contro Berlusconi. Come? Si va dagli insegnanti di inglese che, in aula, leggono solo giornali stranieri che attaccano il Governo a prof che, invece, scelgono solo giornali italiani di «sinistra», per arrivare a una scuola dove si è dato il permesso di proiettare un video sul G8 girato dal Siulp (sindacato di Polizia), mentre non lo si è dato per quello preparato dai colleghi del sindacato autonomo. Notizie dalle scuole. Sono alcuni esempi di ciò che ha fatto emergere il «Telefono verde», istituto dall'onorevole di Forza Italia Fabio Garagnani, che è anche consigliere comunale a Bologna. Un telefono cui docenti, genitori e studenti possono rivolgersi per segnalare casi di «estrema politicizzazione, snaturamento dei fatti storici e di attacchi all'attuale governo» avvenuti a scuola. Partita ai primi di novembre, l'iniziativa conta già quasi trecento segnalazioni da tutta Italia, a fronte di un numero imprecisato di insulti. Alla base dell'idea, assicura Garagnani, non c'è voglia di liste di proscrizione nè di minacciare la libertà di insegnamento. «Lo Stato — spiega — paga gli insegnanti per insegnare e non per fare gli agitatori politici». «Sfratto» senza polemiche Molti degli episodi segnalati riguardano docenti che fanno politica in modo estremo durante le ore di lezione. Facile immaginare il vespaio di polemiche suscitate e le accuse piovute da centro-sinistra, sindacati e professori. Anche perché, in un primo momento, il numero di telefono dato faceva capo alla segreteria di Forza Italia in Comune. Situazione che ha procurato qualche mal di pancia agli azzurri, allorchè la conferenza dei presidenti dei gruppi consiliari, azzurri inclusi, aveva notificato al presidente del Consiglio comunale, la richiesta di sfratto del telefono. In realtà, ha subito chiarito Ariano Fabbri, capogruppo di Fi, «da parte nostra non c'è nessuna intenzione di sfrattare il telefono. Abbiamo solo ritenuto di far cessare la sua attività, quando Garagnani non c'è: le nostre segretarie sono subissate di improperi». E così si avrà un telefono «viaggiante»: a Bologna il lunedì e venerdì (051-203111), a Roma gli altri giorni (06-67605264).

Chi è

Nato a San Giovanni in Persiceto (Bologna) il 15 ottobre 1951
Laurea in giurisprudenza; funzionario alla Camera di commercio industria e artigianato di Bologna
Eletto con il sistema proporzionale nella circoscrizione XI (EMILIA-ROMAGNA)
Lista di elezione: FORZA ITALIA
Proclamato il 28 maggio 2001
Iscritto al gruppo parlamentare Forza Italia
Indirizzo di posta elettronica GARAGNANI_F@CAMERA.IT
Componente della Commissione consultiva per la concessione di ricompense al valore e al merito civile dal 9 novembre 2001
Componente della VII Commissione permanente Cultura, scienza e istruzione dal 21 giugno 2001
Componente della XII Commissione permanente Affari sociali dal 21 giugno 2001

Fonte: Camera dei deputati


VII Commissione Camera dei deputati (CULTURA) – Seduta di giovedì 29 novembre 2001 - Interrogazione n. 5-00434 Grignaffini ed altri: Libertà di insegnamento dei docenti.

IL SOTTOSEGRETARIO APREA: "E' l'iniziativa di un singolo parlamentare, il Governo non c'entra"
Si ritiene che le iniziative alle quali fa riferimento l'onorevole interrogante non possono in alcun modo condizionare o mettere in discussione la libertà di insegnamento in quanto i principi sanciti dalla Costituzione in materia e il nostro ordinamento sono tali da garantire pienamente tale libertà, l'autonomia della scuola ed il confronto democratico all'interno della scuola stessa.
Non si ritiene che le iniziative in questione possano determinare una concreta intromissione nell'attività didattico-educativa delle singole istituzioni scolastiche, le quali, in virtù dei principi di autonomia che le governano, hanno in se stesse gli strumenti più appropriati per ricondurre, ove necessario, nel corretto ambito il processo di formazione dei giovani; ciò risulta confermato anche dalla circostanza che dalle scuole non è pervenuta alcuna notizia al riguardo.
Infatti gli ordinamenti scolastici prevedono strumenti e sedi istituzionali per la tutela dei principi di garanzia dei diritti dei singoli e delle diverse componenti (insegnanti, genitori, studenti) e qualsiasi abuso, nell'insegnamento, del diritto della libera manifestazione del pensiero e di libera esplicazione dell'attività di trasmissione ed elaborazione della cultura, va denunciato e corretto nello stesso contesto scolastico.
L'iniziativa in questione, di cui si è avuta notizia solo dalla stampa, sembra doversi ritenere una iniziativa politica di un singolo parlamentare, per la quale, quindi, non si ravvisano estremi per uno specifico intervento.
Abbiamo piena fiducia negli insegnanti e riteniamo che essi utilizzeranno nel rapporto con gli studenti criteri rispettosi dell'opinione di ciascuno e non si adopereranno per fare operazioni di propaganda politica in classe.
Siamo anche consapevoli che va data ampia rilevanza alla iniziativa della riforma che il ministero sta attuando e, per tale motivo, è stato aperto un Forum degli studenti, per recepire tutte le loro istanze e suggerimenti, e da oggi sul sito del ministero è disponibile il testo elaborato dalla commissione Bertagna che fornisce il primo contributo di studio per pervenire alla riforma dei cicli.
LA REPLICA: "E' una risposta pilatesca"
Giovanna GRIGNAFFINI (DS-U), intervenendo in sede di replica, si dichiara del tutto insoddisfatta della risposta «pilatesca» fornita dal rappresentante del Governo, che ha ricondotto ad un ambito esclusivamente politico la questione prospettata nella interrogazione. Rileva in particolare che, di fatto, il sottosegretario Aprea ha sconfessato l'iniziativa messa in atto da un parlamentare della maggioranza.
Ritiene inaccettabile che il Governo, da una parte, faccia continuo riferimento alla necessità di tutelare l'autonomia scolastica
e, dall'altra, invece, non predisponga tutti gli strumenti di controllo necessari per garantire un effettivo esercizio dell'autonomia.
Giudica, inoltre, incoerenti le considerazioni del rappresentante del Governo a proposito del personale docente, alla luce dei contenuti negativi della legge finanziaria, tra l'altro, in materia di contratti per il personale docente, di organici funzionali e di supplenze.
Preannuncia l'intenzione di ripresentare l'interrogazione in esame al Presidente del Consiglio dei ministri che dovrà rispondere sia dal punto di vista politico, sia nella sua veste di Capo di un Governo che consente ad un parlamentare della sua stessa forza politica di attivare iniziative per la difesa e la tutela dell'azione dello stesso Esecutivo.

Repubblica, 1 dicembre: il telefonospia piace al vescovo

IL GOVERNO si è dissociato. La procura ha aperto un'inchiesta. Da un autorevole esponente della Chiesa emiliano romagnola, invece, arriva un'apertura. Timida, soppesata. Ma pur sempre un segnale. Il «Telefono spia» voluto dal deputato forzista Fabio Garagnani per segnalare presunti insegnanti di sinistra faziosi in classe incassa il consenso di monsignor Giuseppe Fabiani, vescovo di Imola e responsabile della consulta regionale per la pastorale scolastica, secondo il quale l'iniziativa «può essere utile». Il vescovo, secondo quanto riporta l'agenzia Dire, ritiene infatti che la speciale linea telefonica voglia «tentare di dare voce a genitori e scolari che non sanno come fare». Può essere un aiuto su come comportarsi quando i ragazzi incontrano insegnanti e professori che, a loro giudizio, non si comportano in maniera corretta.
Dunque, se le segnalazioni raccolte dal Telefono Amico «sono obiettive», questo «può essere utile, anche perchè il professore deve sempre avere il massimo rispetto dell'alunno, specie in un sistema scolastico come il nostro, che vede il monopolio delle scuole statali. Secondo monsignor Fabiani, tuttavia, se ci sono «grossi motivi» di insoddisfazione per l'atteggiamento dei docenti, questi «vanno segnalati alle autorità», cioè con una lettera scritta al preside della scuola. Ma «è difficile che questo avvenga – dice ancora il vescovo perchè lo studente teme per i propri voti e i genitori temono per il figlio». Il prelato specifica di aver insegnato nella scuola italiana e l'esperienza vissuta lo porta ad osservare che «ci sono insegnanti molto impegnati e altri che credono di avere un uditorio a cui dire tutto quello che vogliono». Ma alla domanda diretta sull'iniziativa di Garagnani, il vescovo, sempre secondo quanto riferisce la Dire, replica così: «Non voglio dire se fa bene o male. Trattandosi di un uomo politico, può sembrare che voglia destabilizzare un certo sistema. Se lo fa, avrà le sue ragioni». Di sicuro si tratta «di una cosa delicata», per la difficoltà oggettiva di verificare se le segnalazioni sui comportamenti dei docenti siano vere.






[ leggi (10 commento/i) ][ commenta ] [ sommario


Appello
di Fabio Greco

Assemblee per resistere

Nel numero di Fuoriregistro dell'1 dicembre è apparsa la Lettera dei docenti del Liceo Vallisneri di Lucca al Ministro Moratti (I nostri principi), in cui si definiva una linea di resistenza contro i progetti già avanzati dal governo in tema di politica scolastica. Una linea di resistenza, però, è fatta di princìpi e di idee, ma va sostenuta con l'iniziativa politica e culturale. Per questo sulla base di quel documento - che nel frattempo è stato sottoscritto da docenti di ogni ordine e grado di tutta la lucchesia - si terrà a Lucca nel mese di gennaio una assemblea cittadina autogestita di docenti, per definire le scadenze e le iniziative d'una battaglia che sarà lunga e non potrà rimanere dentro i confini d'una città. Sarà molto importante che, sulla scorta di documenti del medesimo tipo, con analoga intransigenza e con mira altrettanto alta, altre assemblee autogestite - cioè convocate senza attendere l'iniziativa di sindacati grandi e piccoli - si svolgano anche in altre città. Questo appello su Fuoriregistro è uno degli strumenti con cui i docenti del Vallisneri lavorano a questo obiettivo. Tutti coloro che ne condividono ispirazione e intenzione sono invitati a contribuire attivamente al suo perseguimento.

Fabio Greco, Lucca

[ commenta ] [ sommario


Stati Generali
di Corrada Cardini - Riccardo Ghinelli

Signora Letizia, mi ascolti...

di Corrada Cardini
Non credo che la signora Letizia (alias ministra Moratti ) abbia voglia di ricevere consigli.
Sono anche convinta che con un po' di pazienza (da parte nostra) riuscirà a capire qualcosa di Istruzione , ha solo bisogno di tempo..facciamo qualche anno??
Ha qualche problemino ma anche molti sostenitori,
e poi è ricca e magra, e appartiene ad una gloriosa schiatta di indomabili imprenditori.
Comunque mi permetto di lanciare una proposta che potrebbe esserle utile.
Perchè invece di circondarsi solo di personaggi discutibili, nella migliore delle ipotesi stantii, generalmente poco credibili dal punto di vista professionale, non allarga il campo?
Questi STATI GENERALI, parola scelta non a caso,che ricorda quelli che a suo tempo hanno innescato una serie di eventi certo assai presenti al pensiero di ogni persona che crede nella giustizia, prima ancora che nella libertà, e che hanno segnato la storia di una borghesia perlomeno illuminata e determinata a contare e anche (ahime!) laica, potrebbero essere l'occasione per una vera, grande, appassionata, libera diascussione sul tema del futuro della scuola.. ma per essere tale non può limitarsi ad essere un teatrino di cani ammaestrati o un congresso di cortigiani desiderosi di piacere,
che ripetono sovieticamente la lezione .. ci vuole tutto lo schieramento, e dunque anche il Terzo STATO...cioè gli oppositori...e con pari dignità..Abbia dunque coraggio, ministra, e non cerchi solo nel suo cortile, e ci faccia sapere..
A meno che la signora Letizia non voglia rifare l'errore di Luigi XVI..

Baggio, Muccioli e Maggiolini

di Riccardo Ghinelli
Con un nome roboante, Stati Generali, il Ministro Moratti convoca i rappresentanti della Scuola, tutti insieme per un parere sulla riforma dei cicli.
Con grande clamore tutti saranno convocati a Foligno dove troveranno ad accoglierli personalità di grande spicco.
Apre la sfilata Roberto Baggio per il mondo dello sport. Non sappiamo perché proprio lui, ma possiamo immaginare perché non abbiano convocato Del Piero. Chissà se gli hanno detto che nella riforma dei cicli sparirà l’educazione fisica.
Segue per il volontariato Andrea Muccioli, in rappresentanza di San Patrignano, comunità di tutto rispetto, ma dagli orizzonti non particolarmente vasti. Il volontariato in Italia non si occupa solo di tossicodipendenza, ma anche di altre cose, come l’emarginazione, la Pace, il Terzo Mondo o l’ambiente.
Testimonial per la Religione Mons. Alessandro Maggiolini, Vescovo di Como, del quale non avevo particolari notizie. Comunque una rapida ricerca con Google (+Maggiolini +Como) mi ha restituito una serie di interventi preoccupati sull’immigrazione, le coppie di fatto e i cattolici che si alleano con partiti che non seguono la morale Cristiana.
A quanto pare non si è sentita la necessità di far intervenire testimonial per cose come la cultura, l’arte o la scienza.
Un anno fa il Ministro De Muro convocò i Presidenti delle Consulte Provinciali degli Studenti per avere un parere sulla riforma dei cicli. Lo fece a Fiuggi, cittadina con una ricezione alberghiera decisamente migliore di Foligno, con molto meno clamore, dato che consultare i Presidenti era una prassi normale. Della riunione se ne accorse un giornalista, ma solo perché l’albergo ospitava una squadra di calcio di cui si parlava in quel momento.
Ero stato incaricato di accompagnare il Presidente della mia Provincia, che al tempo era minorenne. All’arrivo gli studenti non trovarono ad aspettarli nomi famosi, ma funzionari del Ministero. Furono divisi in gruppi di studio, ai quali i ragazzi parteciparono per tre giorni con grande impegno.
Noi accompagnatori non avevamo nessun ruolo in questo, quindi mi limitai ad osservarli discretamente. Scattai anche alcune foto, perché qui gruppi mi apparivano bellissimi, nel loro impegno.
Qualche giorno prima i giornali avevano riportato i risultati di una ricerca che diceva che i giovani di oggi volevano partecipare, non protestare.
Tutto sbagliato.
Quei giovani stavano facendo le stesse cose che facevamo noi trent’anni prima. Solo che in quel momento era il Ministero a chieder loro di partecipare e non gli studenti a protestare per contare qualcosa nella Scuola.
Il Ministro arrivò alla fine, disse poche parole e ascoltò le relazioni che i gruppi di studio avevano preparato.
In quei giorni noi insegnanti, capitati lì per accompagnare i presidenti minorenni, rimanemmo in disparte. Non avevamo compiti particolari, comunque una gentile funzionaria del Ministero presiedette qualche nostra riunione, durante le quali chiarimmo alcuni dubbi professionali.
Alla fine ci invitò a scrivere qualcosa su quello che avevamo fatto. Fra le cose che scrivemmo ci fu la richiesta di avere una Consulta degli insegnanti, perché quel modo di partecipare ci era piaciuto.
Chissà che fine ha fatto quel documento.

C'ero anch'io

di Riccardo Ghinelli
Chissà se un eventuale futuro nipotino sarà interessato ai racconti del nonno. E se sì, cosa potrà interessarlo? Quella notte che l’uomo sbarcò sulla Luna? O di quel pomeriggio in cui seguii lo schianto del secondo aereo contro le Twin Towers proprio mentre accadeva? Oppure lo interesserà di più sapere che vidi l’Italia battere la Germania per quattro a tre?
Ma queste cose, dopo tutto, le ho solo viste in televisione, e forse sarà curioso di sapere di qualcosa a cui ho assistito dal vero. Allora potrò dirgli: “Hai presente la scuola che frequenti? Beh, una volta non era così. Finché un giorno Lady Joy, nota anche come Ministro Moratti…”.
E allora via con il racconto di quella volta che il Ministro Moratti decise di avviare la Grande Consultazione per gli Stati Generali e di come il nonno si trovò, un mattino, a prendere il treno per Roma.
Ebbene sì, sono stato consultato, e francamente non so se il mio nipotino sarà fiero di me oppure mi guarderà con disprezzo (ma propendo per la seconda ipotesi).
Sulla scia di una serie di avvenimenti che sarebbe complesso raccontare, sono stato inviato a parlare di scuola in rappresentanza di un’associazione in una riunione ad alto livello.
Giunto nel primo pomeriggio nella sede della riunione vi trovo una sorpresa: era arrivata una lettera del prof. Bertagna che chiedeva un parere sul riordino di cicli. La lettera (tre paginette scarse) dava alcune indicazioni (allora inedite) sulla riforma dei cicli, con la richiesta di fornire una risposta entro la data… del giorno prima.
Rassicurati sul fatto che il Ministero avrebbe accettato le osservazioni anche in ritardo, ci siamo messi al lavoro su quel documento per cercare di dare il miglior apporto possibile al riordino dei cicli.
In circa tre ore e mezzo abbiamo cercato innanzi tutto di capire e poi di intervenire.
Il documento non brillava per chiarezza. Ad esempio la riduzione a quattro anni delle superiori non era dichiarata in maniera esplicita. È vero che non era difficile dedurlo per differenza, ma da quelle righe, soprattutto dove si parlava di “progettare una scuola secondaria superiore di elevata qualità culturale ed educativa”, non era facile comprendere che si pensava di ridurre del 35% le ore delle superiori rispetto a quanto previsto dalla riforma di De Mauro.
Anche il punto relativo alla scuola materna ha richiesto un certo impegno e generato parecchie ipotesi su quella che avrebbe potuto essere l’utilità di un “possibile credito ai fini dei soddisfacimento di almeno un anno dei 12 di istruzione e/o formazione obbligatoria”.
Comunque siamo arrivati alla fine, con non poche difficoltà, perché ognuno di noi rappresentava un’associazione di cui doveva interpretare il volere, da mediare con altre persone che a loro volta si facevano interpreti di altre associazioni, con visioni del problema a volte antitetiche.
In ogni caso alla fine le osservazioni sono uscite e sono state messe in bella su quattro pagine da un’efficiente segretaria che si è poi premurata di farci avere, via e-mail, bozze provvisorie per eventuali rettifiche.
È seguito un mese abbondante di notizie di giornale, che a volte confermavano quanto sapevo, ma che altre volte mi rivelavano significati reconditi e inaspettati di quelle tre pagine che avevamo esaminato in quel pomeriggio romano.
Fino a venerdì, tre giorni fa, quando un’e-mail mi informava che il documento finale della Commissione Bertagna era pronto e che una riunione per discuterlo era fissata per lunedì.
Ho subito scaricato i due pesanti documenti
Le tre pagine nel frattempo erano lievitate fino a diventare ottantuno (più centocinque di osservazioni), occupando due mostruosi file “.doc” per complessivi 0.99 Mega che nessuno si era preso la briga di zippare.
Abbiamo iniziato l’esame del documento, pervaso da un’irritante stile paternalistico, costellato di frasi come queste: “…che le risposte, pur numerose e in genere bene articolate, presentano tuttavia un andamento quantitativamente meno rilevante rispetto alla ben più abbondante mole di osservazioni e di indicazioni formulate a proposito…” e “Il riferimento alla possibilità di completare il percorso anche con anni di specializzazione non universitaria non sembra essere stato molto compreso dagli interlocutori”.
A questo punto ci siamo arresi. Tre giorni per esaminare il documento e chiedere pareri al gruppo erano veramente pochi. Inoltre un insegnante può avere grosse difficoltà per assentarsi da scuola per un giorno in più. Così ci limiteremo ad inviare un’e-mail con qualche osservazione, sperando che serva a qualcosa.
A questo si è ridotta, per noi, la partecipazione.
Avrò la consolazione che, se mio nipote mi guarderà male, potrò spiegargli che con quella scuola c’entro ben poco.





[ leggi (1 commento/i) ][ commenta ] [ sommario


I nostri principi
di Fabio Greco

LETTERA AL MINISTRO DELL’ISTRUZIONE, UNIVERSITA’ E RICERCA
DEI DOCENTI DEL LICEO SCIENTIFICO “A. VALLISNERI” DI LUCCA


Ci auguriamo che l’invito al confronto da Lei recentemente rivolto agli insegnanti italiani sia serio e sincero. E naturalmente ci attendiamo conferme della Sua buona fede più sul piano dei fatti e delle scelte politiche, che su quello delle parole. Intanto, come contributo a quel confronto, vorremmo proporLe alcune convinzioni, alcuni punti di principio che ci sembra di non poter eludere né appannare, a meno di non venir meno al nostro impegno stesso di insegnanti.

1. Il primo terreno su cui ci rassicurerebbe una sintonia con il Ministero dell’Istruzione riguarda la funzione da attribuire alla scuola nella società della comunicazione.
Noi continuiamo a pensare che la scuola non sia una agenzia formativa tra le altre, ma svolga una funzione che nessun’altra istituzione o mezzo di informazione può assolvere. Solo nella scuola i giovani trovano la possibilità di confrontarsi con i fondamenti istituzionali dei vari saperi: il che sostanzialmente significa acquisire strumenti (logici, psicologici, etici, storici) che permettano di fare ordine nella stessa congerie di sollecitazioni ed informazioni del mondo presente, che di per sé è disordinata, disgregata e potenzialmente disgregante. In ciò sta essenzialmente il valore formativo della scuola. E anche il suo valore democratico; la sua funzione di preparazione alla vita e alla cittadinanza.
La scuola dunque – per definizione, potremmo dire – non può appiattirsi sulle priorità e le contingenze del quotidiano, oltretutto rapidamente obsolete, ma deve offrire orizzonti personali più ampi del quotidiano. Non si insegna la matematica solo perché domani uno possa fare il calcolo degli interessi d’un mutuo. Da queste convinzioni di principio scaturiscono alcuni corollari che hanno una loro particolare attualità:
- non sembrano accettabili scelte di riforma del sistema scolastico che si ispirino alla infelice parola d’ordine delle tre “I” (Inglese, Informatica, Impresa), di cui a suo tempo si è teorizzato nella Sua stessa parte politica e che è negatrice di ogni valore formativo della scuola stessa;
- va respinta ogni ipotesi di riforma che reintroduca la canalizzazione precoce di una parte dei ragazzi verso l’avviamento professionale (comunque si voglia chiamarlo): si tratterebbe, in realtà, di un vero e proprio arretramento in democrazia e in civiltà, che condannerebbe larghe fasce di giovani a rischi di analfabetismo culturale
  Newsletter precedente Newsletter successiva