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Fuoriregistro del 09/12/2001 - a.s. 01/02
f u o r i r e g i s t r o
newsletter del 09/12/2001

Sommario
Petizione
di Renato Cavedon
Contro la riforma dell' Esame di Stato
di Valentina Soncini
8 dicembre, a Bologna
di Franca Antonia Mariani
"A noi non ce ne frega"
di Anna Pizzuti
E invece bisogna abolirlo
di Alberto Biuso
Il punto sulla Petizione
di Renato Cavedon
Mi consenta
di Corrada Cardini
Ditelo a Garagnani
di M.B.
Appello
di Fabio Greco
24 ore non uguali per tutti
di Giovanni Pasi
I nostri principi
di Fabio Greco
Il problema vero
di Franco di Michele
Disco rosso per i docenti di laboratorio
di Agostino Del Buono
Cari studenti del Tasso
di Emanuela Cerutti
Imperfetta Letizia
di Uno studente
Ulisse, Edipo e la Sfinge
di Emanuela Cerutti
Stupiamoci, finche' possiamo farlo
di Vincenzo Scavello
La scuola contro la guerra
di Lea Borrelli
La sottosegretaria e l'interpellante
di M.B
Freedom
di Corrada Cardini
Bafa-Bafa
di Emanuela Cerutti
Pedagogia dell'errore
di Vincenzo Andraous


Petizione
di Renato Cavedon

Il Comma 7 dell'art. 13 della Legge finanziaria prevede che le Commissioni dell'Esame di Stato siano composte tutte dai professori interni, con un solo presidente esterno per ogni Istituto.
E' una norma grave che elimina un elemento fondamentale dell'Esame di Stato recentemente riformato, destrutturando e banalizzando la prova finale delle scuole superiori.
Questa modifica incide direttamente sulla qualità dell'istruzione: è come se un'azienda producesse da sé la certificazione di Qualità della propria produzione. Le "cattive scuole" non saranno incentivate a migliorare la qualità, senza contare l'agevolazione per le molte scuole Private.
Di questa norma non si vede la logica migliorativa del sistema di istruzione, si vede chiaramente che serve, eventualmente, solo al risparmio. In ogni caso, è comunque dubbia la legittimità di una modifica della portata di cui sopra (modificazione Esami di Stato) affidata alla Finanziaria. Questo governo è in imbarazzo rispetto alla liquidazione della riforma dei cicli: abbia almeno il coraggio di mettere mano a una legge che modifichi il sistema vigente.
Chi condivide l'allarme rispetto alla eliminazione dei membri esterni nelle Commissioni d'esame è pregato di segnalarlo utilizzando il link commenta. Ovviamente sono benvenuti anche i pareri contrari.
Le adesioni raccolte saranno inviate al Ministro.




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Contro la riforma dell' Esame di Stato
di Valentina Soncini

Desidero rendere nota una lettera inviata al Ministro Moratti contro l'articolo 13,7 sull'esame di stato che si vuole collegare alla petizione di Cavedon pubblicata su questo sito. In calce alla Petizione si possono leggere anche le 120 adesioni giunte sinora.
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Gentilissima Signora Letizia Moratti, Ministro della Pubblica Istruzione

Prima ho appreso via radio e poi ho potuto leggere da articoli del Sole 24 Ore del lunedì 5 Novembre 2001 quanto si sta approvando in Finanziaria 2002 con l’articolo 13, comma 7. Se questo articolo dovesse essere approvato definitivamente la commissione dell’Esame di Stato risulterà composta da soli membri interni e non più da membri interni in pari numero con esterni e un presidente esterno. Questo provvedimento consentirebbe un notevole risparmio.
Se ho inteso bene e se nel frattempo la proposta rimanesse quella annunciata, vorrei esprimerLe tutto il mio dissenso di insegnante di scuola superiore da circa 15 anni. Il dissenso è relativo al contenuto e alla forma di questo intervento di cui la ritengo responsabile in quanto Ministro della Pubblica Istruzione.
Per quanto concerne il contenuto: che tipo di esame si avrà se la commissione sarà tutta interna? Potrebbero insegnanti che hanno promosso negli anni gli alunni fino in quinta, che hanno verificato durante tutto l’anno la preparazione dei ragazzi, giungere alla fine di giugno a un giudizio diverso da quello degli scrutini di inizio giugno? Mi sembra si debba presupporre una classe insegnante molto virtuosa per essere assolutamente disponibile a bocciare i ragazzi che ha promosso fino in quinta. Con il giudizio di esterni, si può, invece, da parte dei membri interni, valutare diversamente certe situazioni. Se la commissione resta tutta interna, l’esame non diviene in sostanza inutile? Perché non mandare allora un commissario governativo agli scrutini delle classi quinte e abolire del tutto l’esame, o far presiedere l’esame dal preside stesso delle scuole, risparmiando non tanto ma tutto quello che ora si spende, se questo solo è il problema di cui si discute?
Inoltre, se l’esame viene gestito dalla stessa scuola che ha preparato i ragazzi, viene meno lo stimolo ad un lavoro più rifinito e inoltre si elimina il senso di un esame di fronte a estranei che chiede a chi la sostiene coraggio, equilibrio, tenacia, preparazione complessiva, capacità di relazionarsi. Ritengo anche che una commissione di interni non sia più giusta o più ingiusta di una commissione mista, sicuramente ha però un impatto molto diverso sui ragazzi. Non ho sfiducia nella professionalità dei colleghi, temo però due cose: l’autoreferenzialità delle singole scuole e dei singoli consigli di classe e un prossimo provvedimento che decida di abolire sia il valore legale del titolo di studio, sia l’esame.
Quali i guadagni in termini educativi se tutto ciò avvenisse? Cosa diranno i nostri colleghi dell’università trovandosi di fronte a una massa di studenti che mai ha dovuto affrontare un esame nella vita? Togliere il significato di un esame conclusivo che chiede capacità di analisi, di sintesi, di comunicazione, infine, a mio giudizio significa indebolire l’intero percorso didattico. Solo in un mondo di virtuosi si studia solo per amore della cultura e mi sembra strano immaginare un mondo di studenti virtuosi in un mondo della vita cinico e spregiudicato. Se non alleniamo i nostri ragazzi a esprimere il meglio di sé di fronte alle prove, non facciamo loro un buon servizio e lasciare che ci sia nella vita una selezione naturale significa rinunciare al compito educativo della scuola. Lo studio per me è formazione culturale e formazione del carattere e della persona, in quanto lo studio è anche attività agonistica. Se però all’allenamento non segue una vera gara, anche l’allenamento perde di significato.

Sono in disaccordo con Lei anche per il metodo che ha seguito. Dopo cinque anni di opposizione alla riforma Berlinguer per tante ragioni, ma soprattutto per non aver tenuto conto degli insegnanti e delle famiglie, ora giunge da Lei e dalla Sua parte politica un provvedimento che cambia la commissione d’esame e con essa introduce una serie di implicazioni nuove, senza che ciò sia stato minimamente sottoposto a dibattito. Infatti, mentre su altro il dibattito si apre, su questo punto non mi sembra ci sia confronto. Purtroppo molti saranno d’accordo con Lei per ragioni di risparmio, per il fatto che così l’esame sarà un proforma, per il vantaggio di non dover essere coinvolti nell’esame se non si è insegnanti di quinta.Tutte buone ragioni, ma assolutamente estranee a criteri didattici ed educativi, purtroppo, ancora una volta !!!
Per favore ripensi a questo provvedimento, che mostra ancora una volta quanto i criteri adottati per amministrarla non tengano conto dell’aspetto educativo e formativo, bensì di altri parametri che esulano dallo specifico della scuola.

Distinti saluti
Valentina Soncini - seguono altre 140 firme


L'articolo su Repubblica del 26 novembre di Mario Pirani, a cui e' stata inviata la lettera

Povera scuola inutile "azienda"

Un gruppo di insegnanti mi ha trasmesso in copia una letteraappello a Letizia Moratti, ministro dell'Istruzione (non più pubblica), perché sospenda il provvedimento, collegato alla Finanziaria per dargli immediata esecutività, che prevede una commissione composta da soli docenti interni per l'esame di Stato, cioè per il momento di verifica più importante dell'intero percorso di studi. Importanza, del resto, comprovata dal fatto che la stessa Costituzione all'art.33 lo prescrive espressamente. Fino ad oggi le commissioni di esame erano formate da tre membri interni, tre esterni e un presidente, anche lui esterno. La presenza prevalente di commissari esterni aveva lo scopo di garantire una verifica oggettiva sul funzionamento formativo e selettivo di ogni singolo istituto, il rispetto di alcuni parametri nazionali basilari, la serietà dell'impegno anche delle scuole paritarie private nell'impartire un insegnamento altrettanto valido di quello impartito nel settore pubblico.
È evidente che, se i commissari sono tutti interni, ogni elemento di controllo e di comparazione viene automaticamente a cadere. Ogni istituto vivrebbe in una logica autoreferenziale. I docenti interni, già privati della possibilità di esercitare una selezione preventiva, per l'affievolirsi dell'incidenza dei meccanismi intermedi, non potranno che piegarsi del tutto alla imposizione dei presidimanager di promuovere tutti, per far contenti i «clienti» della scuolaazienda, che, in tal modo, risulterà ancor più attraente e «concorrenziale». Con buona pace della stragrande maggioranza delle famiglie che sembrano non aspirare altro che ad avere figli soddisfatti e allegri, ancorché somari. Ma chi officerà "Te Deum" di ringraziamento saranno soprattutto preti e monache che gestiscono scuole private paritarie, i cui iscritti, dal giorno dell'iscrizione e del pagamento della retta, saranno sicuri che nessun occhio esterno verificherà l'attendibilità del diploma.
Del resto il disarmo degli insegnanti interni era già cosa fatta con il venir meno, da tre anni a questa parte, della possibilità di non ammettere alla maturità neanche quei pochissimi che per i pessimi voti nella maggioranza delle materie apparivano del tutto impreparati a sostenere l'esame. Con la riforma tutti sono stati ammessi all'esame di Stato, anche se hanno tutti sei rossi (e, cioè, quelle insufficienze pudicamente mascherate cambiando un 4 in 6, scritto, però, con inchiostro rosso, forse per la vergogna). Ora, con lo svilimento delle commissioni d'esame, anche questo traguardo simbolico per gli studenti viene a cadere. L'ipotesi, che già è stata affacciata, di ridurre, in un futuro assai prossimo, anche quanto resisterebbe di questo residuale ostacolo alle sole prove scritte (in gran parte test) denota come ormai stia passando l'idea che la preparazione umanistica, che si accompagna alla capacità della comunicazione orale, appartenga ormai ad un passato inutilizzabile nel quadro della sciagurata «aziendalizzazione» della scuola.
I due argomenti che sorreggono la decisione di declassare l'esame di Stato confermano questo giudizio. Il primo è, infatti, puramente economico: abolendo i commissari esterni si risparmieranno 200 miliardi di trasferte e indennità. Peccato che questa ansia sparagnina, che dovrebbe giustificare una così infausta misura, abbia come corrispettivo i 200 miliardi di spesa aggiuntiva che saranno stanziati per immettere in ruolo 13.000 insegnanti di religione, vidimati personalmente dalle diocesi, fino ad oggi assunti con contratti annuali assai meno onerosi e specifici alla particolare materia (d'ora in poi saranno insegnanti a pieno titolo e potranno, in taluni casi, anche senza laurea, accedere ad altre cattedre).
Il secondo argomento è peggiore del primo: poiché il 96% dei candidati viene promosso già ora, tanto vale lasciar perdere del tutto ogni criterio di selezione e risparmiare quei soldi. Come dire: visto che la maggior parte dei reati resta impunito, tanto vale risparmiare gli stanziamenti per le forze dell'ordine e per la Giustizia. Paradossi a parte, questa misura appartiene a quella stessa filosofia che portò il ministro D'Onofrio ad abolire, al tempo del primo governo Berlusconi ma col voto unanime del Parlamento, gli esami di riparazione. Speravamo che Letizia Moratti, proprio perché è anche una manager intelligente, non si lasciasse abbindolare dall'aziendalismo d'accatto che ha purtroppo contaminato anche le idee riformistiche del centro sinistra. Ci dia un segno che non avevamo del tutto torto: tolga quella sciagurata decisione dalla Finanziaria.

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8 dicembre, a Bologna
di Franca Antonia Mariani

Anche adesso, mentre scrivo, i nostri studenti sono in piazza a “incontrare la gente”.
E’ giornata di festa sabato 8 dicembre, ma i ragazzi hanno deciso di prolungare oggi e domani, fuori dalla scuola, l’autogestione iniziata martedì scorso. Hanno messo un banchetto in piazza, l’hanno decorato con cartelloni multicolori, hanno indossato magliette bianche che portano il sangue della scuola ferita e si sono messi al lavoro: propongono ai passanti un questionario per informarli sulle novità che attendono la scuola, li attirano con scenette appositamente scritte, sceneggiate e recitate, li invitano a firmare il registro degli “amici della scuola pubblica statale” (1000 firme nella prima mattina), si sono vestiti di cartelli, coloratissimi ragazzi-sandwich, per pubblicizzare la loro iniziativa, distribuiscono un volantino per invitare tutti a venire a scuola da noi, al Liceo Minghetti, lunedì e martedì prossimi.
Infatti, durante questa autogestione si sono inventati Scuolathon, una 24 ore di maratona verbale aperta a tutta la cittadinanza per parlare della scuola e di quello che l’aspetta, per coinvolgere la gente, perché la scuola è patrimonio di tutti. L’iniziativa è cresciuta loro fra le mani; dal nonno civico a personalità del mondo dello sport, della cultura, dell’arte, della musica e della politica (non solo locale) hanno dato la loro adesione. E’ diventata una macchina grande e delicata da gestire.
Hanno affinato capacità organizzative questi ragazzi, hanno lavorato a tempo pieno, stanno affrontando stress e tensione. E noi insegnanti? Li guardiamo un po’ seccati che non siano in classe, un po’ orgogliosi delle capacità che dimostrano, anche chiedendoci come coniugare la loro lotta con lo sconcerto che è in molti di noi per il futuro che avanza. Ma siamo in qualche modo lontani, col dubbio serpeggiante che il loro vero interesse stia nel non fare lezione.
Ieri Chiara mi ha detto: “Prof., sto sognando di fare un versione da Socrate, quella dove ho preso 3 nell’ultimo compito in classe!”.
Forse no, forse non è stato solo per evitar le lezioni.

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"A noi non ce ne frega"
di Anna Pizzuti

Sesta ora di supplenza, Istituo professionale, classe seconda. Distribuisco lo schema che avevo preso giorni fa da Repubblica, sulla condizione delle donne in Afghanistan. Immediatamente la reazione: basta con l'Afghanistan. Blocco il ragionamento che stavo per iniziare e raccolgo la provocazione. Comincio a chiedere altre opinioni e le scrivo alla lavagna. Eccole:
- siamo stufi dell'Afghanistan perchè se ne parla sempre alla TV e si sopprimono gli altri programmi;
- a noi non ce ne frega (l'ho scritto proprio così, per oggettivizzare) di quella gente;
- se la sono andata a cercare;
- le donne potevano ribellarsi, ma non lo hanno fatto; nemmeno adesso si sono tolte il burqa;
- noi vogliamo la guerra.

Ho chiesto ai ragazzi di argomentare queste posizioni, punto per punto, e sono venuti fuori altri concetti, che sintetizzo:
- la povertà è colpa loro, perchè usano i soldi per le armi;
- Bin Laden non si può lamentare della povertà del suo popolo, perchè se lui e tutti gli altri sceicchi distribuissero le loro ricchezze, non ci sarebbero più poveri.
Ergo: basta con i lamenti sulla povertà. Alla mia osservazione che quindi anche da noi i poveri non si debbono lamentare e che anche da noi i miliardari dovrebbero distribuire le loro ricchezze hanno risposto: "Vuoi mettere la nostra povertà, con quella del terzo mondo?". Alle mie cifre sulla povertà in Italia hanno contrapposto la certezza che i poveri in Italia sono gli immigrati, quindi basterebbe cacciarli tutti per eliminare la povertà (tra questi alunni ci sono molti ragazzi le cui famiglie sono in condizioni economiche precarie, ma questo è un dato quasi ovvio).

Hanno poi argomentato sul rifiuto delle immagini di gente che soffre, sostenendo: "Noi non andiamo a lamentarci in TV, non chiediamo soldi e, se li chiediamo, lo facciamo per la ricerca contro le malattie, quindi per il bene di tutti”.
Per quanto riguarda le donne, hanno prodotto un concetto sibillino: si sono tolte il burqa solo dopo che gli uomini si sono tagliati la barba e comunque, visto che sono tante, potevano farlo anche prima, bastava
ribellarsi. Ad un gruppo di ragazzine che si è avvicinato per dirmi che loro non condividevano affatto le posizioni delle altre compagne e dei compagni ho risposto che, naturalmente, nemmeno io le condividevo, ma ero contenta di aver tirato fuori un pensiero reale, sincero, sul quale lavorare.


Conclusioni: si è discusso molto sull'aggressività, sulla violenza, sulle loro radici e così via. L'episodio che ho raccontato potrebbe accadere o essere accaduto in altre mille classi; mi piacerebbe saper verificare il riflesso circolare che sicuramente si è instaurato tra i venti di guerra e la guerra reale da una parte e l'universo culturale (o sottoculturale) di quei ragazzi.
Riflesso circolare o conferma o sostegno. In quei ragazzi e chissà in quanti altri ragazzi.
Mi piacerebbe conoscere l'opinione dei lettori di Fuoriregistro.


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E invece bisogna abolirlo
di Alberto Biuso

Già nel luglio scorso la redazione della rivista il Voltaire si era fatta promotrice di una raccolta di firme per l’abolizione dell’Esame di Stato. Le motivazioni erano le seguenti:
1. Così come sono congegnati, tali esami costituiscono un’autentica farsa. Indulgenze eccessive e comportamenti illeciti non possono che avere una ricaduta diseducativa sui giovani, i quali dall'esame imparano che nella vita è più utile essere furbi che onesti. In un modo o nell’altro la promozione è di fatto garantita. Di conseguenza si vanifica il valore della prova.
2. La promozione generalizzata è a sua volta funzionale a mostrare un’efficacia del tutto apparente. Se, infatti, la qualità di un sistema scolastico e il livello culturale di una società fossero davvero misurabili con il numero dei promossi e dei diplomati, basterebbe offrire a ogni neonato un titolo di studio.
3. Un’altra importante ragione per abolire gli esami, soprattutto in un regime di autonomia, sta nell’evitare che l’intero lavoro didattico venga piegato verso la prova finale, la quale assume un peso sproporzionato rispetto all’intero curricolo e alle finalità dell’insegnamento.
4. Tali esami risultano quindi una spesa inutile.

La riforma dell’Eds prevista dall’articolo 13 della finanziaria 2002 prevede che i commissari siano tutti membri del Consiglio di classe, con il solo presidente esterno. La proposta sta suscitando un certo numero di reazioni negative. Tuttavia, si tratta della stessa idea iniziale del Ministro Berlinguer, partendo dalla quale si arrivò poi alla divisione dei commissari in metà interni e metà esterni. Di più: per anni molti docenti e studenti l'hanno sostenuta con la motivazione che in tal modo a esaminare i ragazzi sarebbero stati gli insegnanti che meglio li conoscono.
Personalmente, condivido la proposta per le stesse ragioni che mi hanno fatto firmare la richiesta di abolizione degli esami. Spero, infatti, che con una commissione tutta interna, i diplomi che le scuole rilasciano siano ormai valutati per quello che sono: certificati cartacei privi di valore. A questo, infatti, la demagogia scolastica tuttora imperante li ha ridotti. Bisognerebbe quindi invertire rotta o togliendo valore legale ai titoli di studio o prendendo finalmente sul serio e attuando l’art. 34 della Costituzione: “I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Ma la Costituzione non immaginava certo la riduzione della scuola a parcheggio sociale, a intrattenimento ludico, a baby sitter di massa.
Il valore legale dei titoli va radicalmente posto in questione. Nessuna riforma della scuola potrà migliorare davvero la qualità dell’insegnamento se non si sgombera il terreno dall’equivoco giuridico che fa coincidere l’apprendimento con un attestato dal valore legale. Le ragioni per cui proporre l’abolizione di questo valore sono ormai urgenti e significative. Sul tema ho scritto un saggio che sarà pubblicato su una rivista di pedagogia. In esso ho cercato di delineare una breve storia della questione e le possibili alternative al valore legale. Per Fuoriregistro posso solo limitarmi a elencare alcune delle ragioni contro il valore legale dei titoli di studio.

- Nell’ambito dell’educazione, un aspetto assai negativo è rappresentato dall’ipocrisia e i titoli concessi dalle scuole italiane si sono ormai da troppo tempo ridotti a una finzione alla quale nessuno crede più, né le istituzioni che li rilasciano né le aziende che assumono diplomati e laureati.

- Una scuola trasformata da spazio di trasmissione dei saperi e delle competenze culturali e professionali a un luogo di semplice socializzazione non ha più la legittimità -epistemologica e giuridica- di rilasciare diplomi dal valore legale. Alla prevedibile obiezione che in questo caso sarebbe sufficiente riqualificare dall’alto la scuola per mantenere quindi il valore legale dei diplomi, rispondo con franchezza che in Italia sulla reale qualità degli studi siamo arrivati a un punto di non ritorno.

- Il principio dell’autonomia delle scuole, al quale pure tanta enfasi è stata data, è dal punto di vista logico e giuridico incompatibile con il valore legale dei titoli.

- Un’autonomia che non voglia essere soltanto nominale deve, infatti, liberare le singole istituzioni educative dalla uniformità didattica e culturale che è ovviamente implicita nel valore legale dei titoli.

- La libertà di insegnamento dei singoli docenti e delle scuole implica la libertà nella scelta dei contenuti, delle metodologie, dei tempi di svolgimento, dei testi, dei problemi da affrontare ogni giorno con gli studenti nelle classi. Anche questa libertà risulta incompatibile col valore legale dei diplomi.

- Tale valore è quindi una prova del prevalere dello Stato sulla società civile. Restituire a quest’ultima il primato significa ampliare gli spazi di concreta libertà dei cittadini chiedendo allo Stato unicamente di verificare le capacità di chi si candida all’esercizio di una professione e non anche i modi con cui si è acquisita tale capacità (libera scelta di questo o quel percorso formativo o anche studio da autodidatta).

- Fra le libertà della società civile rientra l’affrancare l’attività di insegnamento da imposizioni amministrative, gerarchiche e collettivistiche per legarla invece alla comunità scientifica di appartenenza, garanzia di qualità del sapere e di costante rinnovamento didattico. Il docente, in altri termini, dovrà sentirsi vincolato non alla statuto giuridico della disciplina che insegna ma al livello delle acquisizioni culturali della comunità che svolge su di essa attività di ricerca.

- L’abolizione del valore legale dei titoli contribuirà a fare del docente il fulcro di ogni riforma e il vero responsabile dell’insegnamento, poiché avranno successo solo quelle innovazioni che saranno condivise da chi nelle scuole opera tutti i giorni.

- Il valore legale dei titoli ha fatto nascere una miriade di finte scuole il cui solo obiettivo è quello di svendere diplomi in cambio di denaro. Crediamo che sia questa una delle ragioni meno percepite ma più influenti dello scadimento del senso civico in Italia.

- Tantopiù che anche allo scopo di reggere la concorrenza di questi diplomifici, molte scuole pubbliche si vanno tristemente modellando sugli stessi loro obiettivi col conseguente crollo della dimensione culturale del loro insegnamento.

- La permanenza del valore legale dei titoli rischia di ridurre l’ultimo anno di insegnamento a una semplice preparazione al rito inconcludente dell’esame di stato.

- Mantenendo il valore legale in un contesto sociale ormai radicalmente mutato, si sta creando una scuola sempre più rigida nell’impedire qualunque effettiva mobilità sociale. Il valore reale dei diplomi e delle lauree è stato di fatto eliminato col regalarli a tutti indistintamente. È quindi saltata la corrispondenza tra titolo di studio e mercato del lavoro e si continua tuttavia a presentare la scuola e l’istruzione nei termini del tutto illusori della promozione sociale.

- L’abolizione del valore legale risulta pertanto una condizione -certo non sufficiente ma necessaria- per sostituire al circolo vizioso che induce le scuole, pubbliche e private, a farsi concorrenza verso il basso, un circolo virtuoso che le porti a preparare davvero meglio i loro studenti e a meritare quindi le iscrizioni sulla base non della facilità con cui ottenere il diploma ma dell’effettivo valore della preparazione conseguita.

- In una società complessa e articolata come quella contemporanea, nella quale nessuna acquisizione culturale o competenza professionale può risultare definitiva, un certificato che attesti il possesso stabile di un sapere o di una capacità appare semplicemente anacronistico. Liberare la scuola, la società e gli individui dal valore legale dei titoli significa cominciare a restituire all’apprendere la sua gratuità, il gusto per la scoperta del nuovo, la consapevolezza che una capacità professionale va costruita giorno dopo giorno nella concreta ricchezza dell’esistenza individuale e collettiva.

- La scelta per l’abolizione del valore legale dei titoli di studio o per la sua conservazione si configura pertanto come un’alternativa fra la dimensione culturale dell’insegnamento e quella burocratica. Penso che chiunque ami la scuola e il sapere non dovrebbe avere dubbi in proposito.
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Il punto sulla Petizione
di Renato Cavedon

Intensificare la protesta

La Petizione contro la proposta di eliminare i commissari esterni dalle Commissioni dell'Esame di Stato sta raccogliendo molti consensi come risulta anche da numerosi articoli e lettere che compaiono sui quotidiani. Si registrano pure pareri favorevoli al provvedimento del Ministro Moratti; ma una larga parte degli insegnanti lo considera una sciagura, un colpo mortale al compito di "garantire una verifica oggettiva sul funzionamento formativo e selettivo di ogni singolo istituto", come dice Mario Pirani su "Repubblica" .
A coloro che addirittura propongono l'eliminazione tout-court dell'Esame ricordo, senza entrare nel merito delle argomentazioni, che un esame di Stato è prescritto nel comma 5 dell'art. 33 della Costituzione.
La scelta di destrutturare una riforma del precedente governo eliminando uno degli elementi fondamentali dell'intera struttura tradisce gli scopi del Ministro che apparentemente sembrano solo dettati da esigenze di risparmio.
Da un lato c'è l'intento di svuotare una procedura banalizzandone ulteriormente gli esiti; in questo modo la scuola pubblica perde appeal, diventa ancor più un parcheggio in cui si fornisce una formazione sempre meno qualificata.
Dall'altro, non potendo formulare, in tempi brevi, una proposta globale di cambiamento dell'Esame di Stato, gli si toglie un muro maestro, aspettando che l'intero edifico collassi.
Aspettiamo a vedere cosa verrà partorito dagli Stati Generali della Scuola convocati dal Ministro.
Nel frattempo propongo di intensificare la protesta.

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Mi consenta
di Corrada Cardini

Mi viene in mente il mio professore di filosofia al Liceo: era tanto immune dal fascino dell'intelligenza creativa, libera, magari dialettica, che mi ha inconsciamente indotto ad iscrivermi alla facoltà di filosofia, anche solo per avere la conferma che quello era veramente un caso isolato...in realtà purtroppo la facoltà di filosofia continua a sfornare casi disperati, più che isolati. Il professore di cui parlo, insegnava in una scuola parificata, cattolica ed era un integralista ante litteram, che epurava con disinvoltura la storia della filosofia da ogni traccia di razionalismo, peggio, di materialismo... ma è acqua passata.l

La domanda è: " perchè i docenti di certi licei, quelli che si credono il sale della terra, quelli che possono permettersi di ignorare praticamente tutto dell'evoluzione della scienza dell'educazione, della psicologia dell'apprendimento, della ricerca in atto nel campo delle strategie didattico-educative, quelli che credono che la realizzazione di progetti tesi all' ampliamento dell'offerta formativa abbia a che fare con l'attività di docenza, ogni tanto non provano a ampliare i loro ristretti orizzonti professionali? Perchè a qualcuno di questi superprofessori non viene in mente che la professionalità non si misura sulle nozioni che si trasmettono, specie quando si lavora su una "utenza" già selezionata? Perchè non riescono a realizzare che i buoni docenti sono quelli che si misurano con gli studenti in difficoltà, e non con i primi della classe, i quali vanno avanti praticamente da soli, e spesso malgrado i professori che hanno? Perchè non si rendono conto che la ministra ( donna purtroppo, e mi dispiace) sta cercando di togliere con le sue demagogiche proposte, ogni valore ai titoli derivati dalla frequenza della scuola pubblica, e che vuole scaricare sulla scuola pubblica tutte le contraddizioni e i problemi che risultano scomodi da affrontare per uno Stato che dall'impegno della formazione vuole disimpegnarsi, in modo da lasciare liberi di agire i due poli di riferimento del sistema che ha in mente: l'Impresa e il mercato del lavoro da un lato, e le istituzioni scolastiche private, da trasformare in incubatrici dove riprodurre e clonare i nuovi quadri del conformismo dominante?

Sono insegnante di lettere nella scuola media e ho una abilitazione per l'insegnamento di storia e filosofia mai utilizzata: credo nella professionalità della figura docente, credo nell'esigenza della flessibilità, credo che l'orario di lavoro debba e possa essere allungato.

Ma non credo che alla signora Moratti importi assolutamente niente di garantire all'utenza della scuola pubblica un servizio migliore, né ai suoi docenti una maggiore professionalità. Amen


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Ditelo a Garagnani
di M.B.

Divertiamoci un po'

Cari lettori, che ne pensate del telefonospia? Utilizzando il link commenta (lo trovate anche in fondo all'articolo, a destra ) inviate le vostre riflessioni favorevoli o contrarie o le vostre autodenunce, serie o ironiche, non importa. Fuoriregistro inviera' i pareri raccolti all'onorevole Garagnani. Divertiamoci un po'.

Resto del Carlino, 24 novembre 2001
«Quei prof fanno politica in aula»

BOLOGNA — Lecce, istituto per il turismo: un'insegnante di matematica ha fatto costante propaganda politica contro la Casa delle libertà e contro il centro-destra «guerrafondaio». Verona, liceo scientifico: una prof di italiano e latino ha attaccato violentemente il governo. Cuneo, liceo artistico: un docente di italiano si è espresso, senza diritto di replica, a favore dei Talebani. A lezione di propaganda A Bologna la situazione è un po' più complessa. Sono almeno cinque le scuole superiori in cui si è fatto propaganda pro Ulivo e contro Berlusconi. Come? Si va dagli insegnanti di inglese che, in aula, leggono solo giornali stranieri che attaccano il Governo a prof che, invece, scelgono solo giornali italiani di «sinistra», per arrivare a una scuola dove si è dato il permesso di proiettare un video sul G8 girato dal Siulp (sindacato di Polizia), mentre non lo si è dato per quello preparato dai colleghi del sindacato autonomo. Notizie dalle scuole. Sono alcuni esempi di ciò che ha fatto emergere il «Telefono verde», istituto dall'onorevole di Forza Italia Fabio Garagnani, che è anche consigliere comunale a Bologna. Un telefono cui docenti, genitori e studenti possono rivolgersi per segnalare casi di «estrema politicizzazione, snaturamento dei fatti storici e di attacchi all'attuale governo» avvenuti a scuola. Partita ai primi di novembre, l'iniziativa conta già quasi trecento segnalazioni da tutta Italia, a fronte di un numero imprecisato di insulti. Alla base dell'idea, assicura Garagnani, non c'è voglia di liste di proscrizione nè di minacciare la libertà di insegnamento. «Lo Stato — spiega — paga gli insegnanti per insegnare e non per fare gli agitatori politici». «Sfratto» senza polemiche Molti degli episodi segnalati riguardano docenti che fanno politica in modo estremo durante le ore di lezione. Facile immaginare il vespaio di polemiche suscitate e le accuse piovute da centro-sinistra, sindacati e professori. Anche perché, in un primo momento, il numero di telefono dato faceva capo alla segreteria di Forza Italia in Comune. Situazione che ha procurato qualche mal di pancia agli azzurri, allorchè la conferenza dei presidenti dei gruppi consiliari, azzurri inclusi, aveva notificato al presidente del Consiglio comunale, la richiesta di sfratto del telefono. In realtà, ha subito chiarito Ariano Fabbri, capogruppo di Fi, «da parte nostra non c'è nessuna intenzione di sfrattare il telefono. Abbiamo solo ritenuto di far cessare la sua attività, quando Garagnani non c'è: le nostre segretarie sono subissate di improperi». E così si avrà un telefono «viaggiante»: a Bologna il lunedì e venerdì (051-203111), a Roma gli altri giorni (06-67605264).

Chi è

Nato a San Giovanni in Persiceto (Bologna) il 15 ottobre 1951
Laurea in giurisprudenza; funzionario alla Camera di commercio industria e artigianato di Bologna
Eletto con il sistema proporzionale nella circoscrizione XI (EMILIA-ROMAGNA)
Lista di elezione: FORZA ITALIA
Proclamato il 28 maggio 2001
Iscritto al gruppo parlamentare Forza Italia
Indirizzo di posta elettronica GARAGNANI_F@CAMERA.IT
Componente della Commissione consultiva per la concessione di ricompense al valore e al merito civile dal 9 novembre 2001
Componente della VII Commissione permanente Cultura, scienza e istruzione dal 21 giugno 2001
Componente della XII Commissione permanente Affari sociali dal 21 giugno 2001

Fonte: Camera dei deputati


VII Commissione Camera dei deputati (CULTURA) – Seduta di giovedì 29 novembre 2001 - Interrogazione n. 5-00434 Grignaffini ed altri: Libertà di insegnamento dei docenti.

IL SOTTOSEGRETARIO APREA: "E' l'iniziativa di un singolo parlamentare, il Governo non c'entra"
Si ritiene che le iniziative alle quali fa riferimento l'onorevole interrogante non possono in alcun modo condizionare o mettere in discussione la libertà di insegnamento in quanto i principi sanciti dalla Costituzione in materia e il nostro ordinamento sono tali da garantire pienamente tale libertà, l'autonomia della scuola ed il confronto democratico all'interno della scuola stessa.
Non si ritiene che le iniziative in questione possano determinare una concreta intromissione nell'attività didattico-educativa delle singole istituzioni scolastiche, le quali, in virtù dei principi di autonomia che le governano, hanno in se stesse gli strumenti più appropriati per ricondurre, ove necessario, nel corretto ambito il processo di formazione dei giovani; ciò risulta confermato anche dalla circostanza che dalle scuole non è pervenuta alcuna notizia al riguardo.
Infatti gli ordinamenti scolastici prevedono strumenti e sedi istituzionali per la tutela dei principi di garanzia dei diritti dei singoli e delle diverse componenti (insegnanti, genitori, studenti) e qualsiasi abuso, nell'insegnamento, del diritto della libera manifestazione del pensiero e di libera esplicazione dell'attività di trasmissione ed elaborazione della cultura, va denunciato e corretto nello stesso contesto scolastico.
L'iniziativa in questione, di cui si è avuta notizia solo dalla stampa, sembra doversi ritenere una iniziativa politica di un singolo parlamentare, per la quale, quindi, non si ravvisano estremi per uno specifico intervento.
Abbiamo piena fiducia negli insegnanti e riteniamo che essi utilizzeranno nel rapporto con gli studenti criteri rispettosi dell'opinione di ciascuno e non si adopereranno per fare operazioni di propaganda politica in classe.
Siamo anche consapevoli che va data ampia rilevanza alla iniziativa della riforma che il ministero sta attuando e, per tale motivo, è stato aperto un Forum degli studenti, per recepire tutte le loro istanze e suggerimenti, e da oggi sul sito del ministero è disponibile il testo elaborato dalla commissione Bertagna che fornisce il primo contributo di studio per pervenire alla riforma dei cicli.
LA REPLICA: "E' una risposta pilatesca"
Giovanna GRIGNAFFINI (DS-U), intervenendo in sede di replica, si dichiara del tutto insoddisfatta della risposta «pilatesca» fornita dal rappresentante del Governo, che ha ricondotto ad un ambito esclusivamente politico la questione prospettata nella interrogazione. Rileva in particolare che, di fatto, il sottosegretario Aprea ha sconfessato l'iniziativa messa in atto da un parlamentare della maggioranza.
Ritiene inaccettabile che il Governo, da una parte, faccia continuo riferimento alla necessità di tutelare l'autonomia scolastica
e, dall'altra, invece, non predisponga tutti gli strumenti di controllo necessari per garantire un effettivo esercizio dell'autonomia.
Giudica, inoltre, incoerenti le considerazioni del rappresentante del Governo a proposito del personale docente, alla luce dei contenuti negativi della legge finanziaria, tra l'altro, in materia di contratti per il personale docente, di organici funzionali e di supplenze.
Preannuncia l'intenzione di ripresentare l'interrogazione in esame al Presidente del Consiglio dei ministri che dovrà rispondere sia dal punto di vista politico, sia nella sua veste di Capo di un Governo che consente ad un parlamentare della sua stessa forza politica di attivare iniziative per la difesa e la tutela dell'azione dello stesso Esecutivo.

Repubblica, 1 dicembre: il telefonospia piace al vescovo

IL GOVERNO si è dissociato. La procura ha aperto un'inchiesta. Da un autorevole esponente della Chiesa emiliano romagnola, invece, arriva un'apertura. Timida, soppesata. Ma pur sempre un segnale. Il «Telefono spia» voluto dal deputato forzista Fabio Garagnani per segnalare presunti insegnanti di sinistra faziosi in classe incassa il consenso di monsignor Giuseppe Fabiani, vescovo di Imola e responsabile della consulta regionale per la pastorale scolastica, secondo il quale l'iniziativa «può essere utile». Il vescovo, secondo quanto riporta l'agenzia Dire, ritiene infatti che la speciale linea telefonica voglia «tentare di dare voce a genitori e scolari che non sanno come fare». Può essere un aiuto su come comportarsi quando i ragazzi incontrano insegnanti e professori che, a loro giudizio, non si comportano in maniera corretta.
Dunque, se le segnalazioni raccolte dal Telefono Amico «sono obiettive», questo «può essere utile, anche perchè il professore deve sempre avere il massimo rispetto dell'alunno, specie in un sistema scolastico come il nostro, che vede il monopolio delle scuole statali. Secondo monsignor Fabiani, tuttavia, se ci sono «grossi motivi» di insoddisfazione per l'atteggiamento dei docenti, questi «vanno segnalati alle autorità», cioè con una lettera scritta al preside della scuola. Ma «è difficile che questo avvenga – dice ancora il vescovo perchè lo studente teme per i propri voti e i genitori temono per il figlio». Il prelato specifica di aver insegnato nella scuola italiana e l'esperienza vissuta lo porta ad osservare che «ci sono insegnanti molto impegnati e altri che credono di avere un uditorio a cui dire tutto quello che vogliono». Ma alla domanda diretta sull'iniziativa di Garagnani, il vescovo, sempre secondo quanto riferisce la Dire, replica così: «Non voglio dire se fa bene o male. Trattandosi di un uomo politico, può sembrare che voglia destabilizzare un certo sistema. Se lo fa, avrà le sue ragioni». Di sicuro si tratta «di una cosa delicata», per la difficoltà oggettiva di verificare se le segnalazioni sui comportamenti dei docenti siano vere.






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Appello
di Fabio Greco

Assemblee per resistere

Nel numero di Fuoriregistro dell'1 dicembre è apparsa la Lettera dei docenti del Liceo Vallisneri di Lucca al Ministro Moratti (I nostri principi), in cui si definiva una linea di resistenza contro i progetti già avanzati dal governo in tema di politica scolastica. Una linea di resistenza, però, è fatta di princìpi e di idee, ma va sostenuta con l'iniziativa politica e culturale. Per questo sulla base di quel documento - che nel frattempo è stato sottoscritto da docenti di ogni ordine e grado di tutta la lucchesia - si terrà a Lucca nel mese di gennaio una assemblea cittadina autogestita di docenti, per definire le scadenze e le iniziative d'una battaglia che sarà lunga e non potrà rimanere dentro i confini d'una città. Sarà molto importante che, sulla scorta di documenti del medesimo tipo, con analoga intransigenza e con mira altrettanto alta, altre assemblee autogestite - cioè convocate senza attendere l'iniziativa di sindacati grandi e piccoli - si svolgano anche in altre città. Questo appello su Fuoriregistro è uno degli strumenti con cui i docenti del Vallisneri lavorano a questo obiettivo. Tutti coloro che ne condividono ispirazione e intenzione sono invitati a contribuire attivamente al suo perseguimento.

Fabio Greco, Lucca

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24 ore non uguali per tutti
di Giovanni Pasi

In linea teorica sono abbastanza favorevole alla possibilità di un incremento, per coloro che lo volessero, delle ore di lezione fino ad un massimo di 24: infatti ciò sarebbe un primo passo verso una inversione di tendenza: maggiori compensi a quelli che lavorano di più facendo il proprio lavoro di insegnante e non a coloro che, partecipando a progetti più o meno utili ad un effettivo apprendimento da parte degli studenti, si accaparrano incentivi vari.
Mi sorgono tuttavia alcuni dubbi: quali saranno gli insegnanti disponibili ad un incremento delle proprie ore di lezione fino a 24? Probabilmente gli insegnanti di educazione fisica, quelli di storia e filosofia, quelli di scienze o di storia dell’arte, quelli che non sono tenuti a preparare e a correggere prove scritte perché non sono previste nella loro cattedra di insegnamento; in definitiva quelli per i quali un incremento di 6 ore settimanali è effettivamente un incremento di 6 ore settimanali. Io che insegno matematica e fisica in un liceo scientifico, in un corso PNI dove anche la fisica prevede almeno 3 scritti al quadrimestre, come molti colleghi che insegnano italiano e latino o lingua straniera, mi troverei ad avere almeno una classe in più con gli inevitabili scritti da preparare e da correggere, con il risultato di avere un incremento medio settimanale del mio lavoro superiore alle 6 ore.
Non è vero che il carico di lavoro degli insegnanti è lo stesso per tutti: mentre tutti siamo tenuti ad avere un determinato monte ore per le attività collegiali, solo alcuni impegnano ore pomeridiane per la preparazione e la correzione degli scritti.
Alcuni diranno che ormai la valutazione delle cosiddette materie orali avviene spesso tramite prove scritte: è vero, tuttavia ciò è vero anche per le materie come matematica e fisica, come italiano e latino, come le lingue straniere: spesso si rende necessario effettuare test, prove o verifiche particolari che servano per completare la valutazione orale.
Se si vuole giustamente premiare gli insegnanti che lavorano di più, è necessario attribuire una indennità particolare agli insegnanti che, per far bene il proprio lavoro, devono lavorare di più a casa; l’indennità potrebbe almeno essere forfetaria anche se, volendo, sarebbe possibile quantificare l’impegno al di fuori delle ore di lezione sulla base del numero delle materie insegnante con valutazione sia scritta che orale.

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I nostri principi
di Fabio Greco

LETTERA AL MINISTRO DELL’ISTRUZIONE, UNIVERSITA’ E RICERCA
DEI DOCENTI DEL LICEO SCIENTIFICO “A. VALLISNERI” DI LUCCA


Ci auguriamo che l’invito al confronto da Lei recentemente rivolto agli insegnanti italiani sia serio e sincero. E naturalmente ci attendiamo conferme della Sua buona fede più sul piano dei fatti e delle scelte politiche, che su quello delle parole. Intanto, come contributo a quel confronto, vorremmo proporLe alcune convinzioni, alcuni punti di principio che ci sembra di non poter eludere né appannare, a meno di non venir meno al nostro impegno stesso di insegnanti.

1. Il primo terreno su cui ci rassicurerebbe una sintonia con il Ministero dell’Istruzione riguarda la funzione da attribuire alla scuola nella società della comunicazione.
Noi continuiamo a pensare che la scuola non sia una agenzia formativa tra le altre, ma svolga una funzione che nessun’altra istituzione o mezzo di informazione può assolvere. Solo nella scuola i giovani trovano la possibilità di confrontarsi con i fondamenti istituzionali dei vari saperi: il che sostanzialmente significa acquisire strumenti (logici, psicologici, etici, storici) che permettano di fare ordine nella stessa congerie di sollecitazioni ed informazioni del mondo presente, che di per sé è disordinata, disgregata e potenzialmente disgregante. In ciò sta essenzialmente il valore formativo della scuola. E anche il suo valore democratico; la sua funzione di preparazione alla vita e alla cittadinanza.
La scuola dunque – per definizione, potremmo dire – non può appiattirsi sulle priorità e le contingenze del quotidiano, oltretutto rapidamente obsolete, ma deve offrire orizzonti personali più ampi del quotidiano. Non si insegna la matematica solo perché domani uno possa fare il calcolo degli interessi d’un mutuo. Da queste convinzioni di principio scaturiscono alcuni corollari che hanno una loro particolare attualità:
- non sembrano accettabili scelte di riforma del sistema scolastico che si ispirino alla infelice parola d’ordine delle tre “I” (Inglese, Informatica, Impresa), di cui a suo tempo si è teorizzato nella Sua stessa parte politica e che è negatrice di ogni valore formativo della scuola stessa;
- va respinta ogni ipotesi di riforma che reintroduca la canalizzazione precoce di una parte dei ragazzi verso l’avviamento professionale (comunque si voglia chiamarlo): si tratterebbe, in realtà, di un vero e proprio arretramento in democrazia e in civiltà, che condannerebbe larghe fasce di giovani a rischi di analfabetismo culturale e sociale;
- bisognerà difendere appassionatamente- ove necessario - la libertà e la laicità della scuola, di cui è condizione la sua autonomia (pur nella necessaria interazione dialettica) rispetto al variegato sistema delle istituzioni e dei poteri (dalla azienda alla chiesa alla famiglia stessa).

2. Una seconda questione di principio riguarda le responsabilità dello Stato nel garantire la massima generalizzazione e la massima qualità dell’istituzione scuola. Uno Stato democratico ha un interesse prioritario a che l’educazione delle giovani generazioni si configuri come educazione al confronto e all’esercizio critico: come educazione alla libertà. Solo la scuola pubblica è oggi, nella concreta realtà del nostro paese, in grado di offrire agli studenti un ambiente libero, dove si confrontino idee, stili di vita, esperienze diverse e dove si rispetti il loro diritto alla ricerca e alla scelta.. Basta del resto considerare le alternative che in Italia si sono storicamente determinate alla scuola pubblica: da una parte una scuola confessionale che, proprio per definizione, ci risulta difficile considerare un luogo di libera crescita e libera ricerca, dall’altra parte un sistema di istituti cresciuto sull’offerta di diplomi a pagamento, privo spesso – con eccezioni assolutamente ininfluenti in termini quantitativi – delle condizioni minime per poter parlare di processi educativi. Se dunque deve essere riconosciuto alle famiglie il diritto di avvalersi di percorsi educativi alternativi alla scuola pubblica, non si può tacere che queste scelte si configurano come una riduzione di opportunità per i ragazzi, e dunque non possono essere viste con compiacimento né tantomeno incentivate da parte dello Stato democratico. E’ questo, del resto, lo spirito che informa il dettato costituzionale, che per noi continua a costituire un punto di riferimento non contrattabile.
Rispetto a queste nostre convinzioni risulterebbe naturalmente contraddittorio ogni provvedimento che mirasse a far gravare sui bilanci statali i costi dell’istruzione privata e che favorisse il dirottamento di studenti dalla scuola pubblica alla scuola privata. Ma non meno discutibili sono alcune scelte recentemente da Lei assunte - dalla riduzione degli esami di Stato a procedure del tutto interne ai Consigli di classe ai provvedimenti che autorizzano l’assunzione di personale non abilitato nelle scuole paritarie - che determinano l’allentamento di un indispensabile sistema di controllo sugli standard formativi delle scuole private, traducendosi in un’oggettiva lesione del diritto dei giovani al sapere.

3. Solo da parte di un governo che faccia propri i principi di politica scolastica indicati ai primi due punti ci si può realisticamente attendere che faccia le scelte utili ad un riscatto – non solo economico – della funzione docente. Oggi si fa un gran parlare di professionalità dei docenti, ma una loro effettiva valorizzazione professionale non può affermarsi se non all’interno di una cultura della ricerca, di una pratica dell’autonomia che si traduca in progettualità. La sola via per coniugare l’esigenza irrinunciabile d’una scuola per tutti con quella d’una scuola di qualità è quella d’una forte progettualità interna alla scuola, che garantisca la ricchezza delle opportunità, riequilibri le condizioni di svantaggio, sostenga gli studenti nell’affrontare le difficoltà, interagisca con la realtà sociale del territorio. Ci si allontana da questa direzione se si accetta
- che il lavoro dei docenti venga identificato esclusivamente con la lezione frontale;
- che per ridefinire gli organici delle scuole si assuma come criterio quasi esclusivo l’orario settimanale di lezione dei docenti;
- che, per rispondere a necessità di risparmio economico, si lascino cadere, considerandole uno spreco, le ipotesi di organico funzionale che sono state largamente sperimentate negli ultimi anni e che sono indispensabili alla ricerca/progettazione dei docenti.
Quanto al riconoscimento economico del lavoro docente e della sua natura specifica, ci pare francamente inaccettabile che esso venga subordinato ai risparmi di gestione e al possibile taglio degli organici. Pur non escludendo che si possano fare economie a certi livelli, il diritto dei docenti italiani a stipendi di livello europeo non può essere subordinato ad altro se non al riconoscimento che essi hanno responsabilità, titoli, funzioni che non si differenziano da quelli di altri sistemi scolastici. In passato un trattamento economico penalizzante è stato giustificato con certi “privilegi”, frutto di connivenze della stessa amministrazione (si pensi alle baby-pensioni), che ad oggi sono stati superati. Siamo comunque disponibili a discutere e a trattare su qualunque istituto che, alla luce di modelli professionali dell’Europa, possa, più o meno pretestuosamente, essere presentato come privilegio ingiustificato. Siamo perfino pronti a farci carico di un rapporto insegnanti/alunni in Italia più alto che altrove (per motivi, peraltro, in buona parte legati a peculiarità storiche, sociali, geografiche e culturali del nostro paese). Ma è comunque ormai maturo il tempo che venga drasticamente ridotta una sperequazione che, specialmente in questa fase di unificazione economica e monetaria dell’Europa, è fonte di scandalo, oltre che di frustrazione e, a lungo andare, di demotivazione per tutta la nostra categoria.

Queste sono dunque le indicazioni di principio cui ci sentiamo legati. In esse sta una buona parte dei fondamenti etici del nostro stesso essere insegnanti. Attenerci ad esse ci sembra irrinunciabile, in nome del rispetto che dobbiamo a noi stessi, ai nostri studenti, al nostro paese.

QUESTO DOCUMENTO È STATO SOTTOSCRITTO
DA UNA LARGA MAGGIORANZA DI DOCENTI DEL LICEO SCIENTIFICO “VALLISNERI” DI LUCCA


Lucca, novembre 2001

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Il problema vero
di Franco di Michele

Ancora sugli esami

Non ho la pretesa di dire qualcosa di originale sulla questione di cui tanto di discute ma ho l’impressione che sugli esami di stato si stia sollevando un gran polverone e che ci affanni a sostenere o criticare posizioni ed avanzare proposte marginali rispetto al problema vero che resta , a mio parere, tutto da definire.
Prendiamo ad esempio la questione della caduta di credibilità del sistema pubblico d’Istruzione per la venuta meno presenza dei commissari esterni, garanti del controllo della qualità , indispensabili ad evitare valutazioni autoreferenziali delle Scuole presso le quali sono commissari d’esame.
Il caso vuole che questi Docenti esterni sono docenti appartenenti al medesimo sistema d’istruzione, le cui competenze e capacità sono quantomeno pari alla media di quelle dei loro colleghi interni,quando non addirittura inferiori , ritrovandosi spesso nelle Commissioni Docenti esterni supplenti ,a volte neppure abilitati,con esperienze didattiche quasi nulle, a causa delle rinunce di massa dei Commissari di prima nomina .
Ma anche quando capitano colleghi di ruolo e di lunga esperienza, il loro problema principale,a parte qualche caso di giustizialista che pare sostenere sulle sue spalle tutto il peso della Scuola italiana e che è più intenzionato a dimostrare che solo lui sa insegnare e che tutti gli altri sono dei rubastipendi, è quello di non scostarsi troppo dalle valutazioni che la scuola di appartenenza ha fatto degli studenti,rincuorati in questo dai commissari interni che ,e giustamente“ in ogni caso,comunque vadano le cose ,il lavoro fatto dalla scuola va rispettato “
Basta vedere gli esiti finali per notare la strettissima relazione che corre tra il credito scolastico assegnato dalla scuola ( in Ventesimi ) e quello della commissione ( in Centesimi ) .E se gli esiti degli scritti abbassano a volte la media ,poi si rimedia con il colloquio e tutto si sistema .
E cosa dire del Presidente della Commissione, il cui ruolo di garante supremo si riduce quasi sempre,essendo il Nostro raramente un Docente che abbia fresche esperienze didattiche nella Secondaria Superiore,alla pretesa,legittima e vitale, della correttezza dei verbali, quando non si tratti di Personale in pensione, il cui ultimo aggiornamento si perde nella notte dei tempi e per il quale il Conchiglia può anche essere un capo di abbigliamento intimo e l’Autonomia una organizzazione Politica paramilitare e che ti trattiene fino alle 17 del pomeriggio per fare il verbale prima a matita,in brutta copia , e poi trascriverlo in bella , a penna .
Penso che la cosa più sensata , nell’attuale sistema di istruzione, sia quella di abolire gli esami di stato e di far valutare gli studenti dai consigli di classe .
Perché proprio non riesco a capire perché non ci si possa fidare del giudizio di un docente delle classi quinte ed invece sì del giudizio di un docente delle classi prime e successive.
A rigor di logica maggiori dovrebbero essere le preoccupazioni per i docenti del biennio, vista la delicatezza e l’importanza che hanno,sugli sviluppi successivi,i primi anni delle superiori e , a voler essere proprio pignoli,perché mai dovremmo fidarci dei colleghi ,tutti interni,che fanno gli esami di terza media ?
Non dobbiamo aver paura che la Scuola si trasformi in un sistema autoreferanziale : lo è già e lo è sempre stato.
Gli esami di Stato o di Maturità,come si chiamavano,sono sempre stati un momento di autocelebrazione del sistema scolastico .
Ho fatto la maturità classica nel 1965.Quattro scritti,tutte le materie orali ,in due turni,la commissione tutta esterna tranne uno .Non era un esame più serio di quelli di oggi .Tutto ci sembrava terribile allora ,per tanti motivi più o meno nobili,ma c’era un fatto che oggi non c’è più e che ci faceva sembrare tutto più serio ed importante : la Scuola era una tappa fondamentale per la propria emancipazione culturale,e quindi economica e quindi sociale .
Questo mi pare essere il problema vero .
Penso che la signora Moratti , al di là delle scelte di campo che ha fatto e che vorrà fare , non potrà evitare di confrontarsi con questo problema , non lo potrà schivare a lungo, se la sua non è solo una sensibilità di maniera , perché sa benissimo che alla fine del suo mandato,che sarà terribilmente lungo , sarebbe dolorosamente triste dover ammettere di essere solo riuscita
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