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Fuoriregistro del 02/12/2001 - a.s. 01/02
f u o r i r e g i s t r o
newsletter del 02/12/2001

Sommario
Per una "carta" visiva dei diritti civili
di M.B
Petizione
di Renato Cavedon
Contro la riforma dell' Esame di Stato
di Valentina Soncini
Buon viaggio, signor ministro
di Anna Pizzuti
"A noi non ce ne frega"
di Anna Pizzuti
E invece bisogna abolirlo
di Alberto Biuso
Si', l'istruzione professionale e' di serie B
di Giacomo Franciosa
Mi consenta
di Corrada Cardini
Ditelo a Garagnani
di M.B.
L'importanza del Logo
di Riccardo Ghinelli
24 ore non uguali per tutti
di Giovanni Pasi
I nostri principi
di Fabio Greco
Quesiti
di Anna Pisani
Disco rosso per i docenti di laboratorio
di Agostino Del Buono
Cari studenti del Tasso
di Emanuela Cerutti
Come insegno l'educazione alla pace
di Maria Maddalena Marras
Ulisse, Edipo e la Sfinge
di Emanuela Cerutti
Stupiamoci, finche' possiamo farlo
di Vincenzo Scavello
La Scuola del Gratuito
di Riccardo Ghinelli
La sottosegretaria e l'interpellante
di M.B
Grazie Mereghetti
di Gianluca Tomarchio Vasta
Chicche
di Emanuela Cerutti


Per una "carta" visiva dei diritti civili
di M.B

MOSTRA INTERNAZIONALE

PER UNA “CARTA” VISIVA DEI DIRITTI CIVILI
VISIONI E RIFLESSIONI, LIBERE DA DIDASCALISMI E RETORICHE

L’Associazione “LIBERA-Associazioni, nomi e numeri contro le mafie” ha organizzato un’esposizione di carattere internazionale che riveli il ruolo dell’artista, indipendente dalle ideologie e da ogni forma di potere economico e politico, quale osservatore critico presente nella società civile.

Tema della mostra sono i diritti civili, ovvero i diritti alla libertà e alla democrazia di tutti gli esseri umani, contro ogni forma di sopraffazione e di violenza.

Le opere in mostra sono circa 200, provenienti non solo dall’Italia e dall’Europa ma anche dalla Cina e dalle Americhe; sono state donate dagli artisti a LIBERA, che potrà disporne la vendita per concretizzare l’impegno per la legalità e l’assistenza alle vittime di soprusi e violenze.

Le tecniche espressive usate nelle ‘carte’ variano dalle incisioni ai disegni, dai dipinti alle poesie e riflessioni.
Il catalogo è pubblicato dalla casa editrice Viennepierre di Milano.
Tutte le opere saranno visibili su sito Internet dedicato alla mostra.

L’inaugurazione avverrà a Milano il 24 novembre 2001 ore 17.00
presso lo Spazio Auditorium in Corso San Gottardo 42A .
La mostra rimarrà a Milano fino al 9 dicembre con orario 10-19; nei mesi seguenti sono previste tappe espositive in altre città d’Italia.
Durante l’orario di apertura alla mostra saranno organizzati presso lo Spazio Auditorium, per gli studenti e i cittadini, incontri con artisti e personalità della cultura.

Comitato promotore
Alberto Casiraghi, editore de Il pulcinoelefante
Luigi Ciotti, Presidente di LIBERA
Vincenzo Consolo, scrittore
Dario Fo, Premio Nobel per la letteratura
Massimo Geranio, artista
Gina Lagorio, scrittrice
Vanna Massarotti, editrice di Viennepierre
Moni Ovadia, attore
Franca Rame, attrice
Silvio Riolfo, Fondazione Garzanti
Lorenzo Frigerio e Jole Garuti, referenti di Libera-Lombardia


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Petizione
di Renato Cavedon

Il Comma 7 dell'art. 13 della Legge finanziaria prevede che le Commissioni dell'Esame di Stato siano composte tutte dai professori interni, con un solo presidente esterno per ogni Istituto.
E' una norma grave che elimina un elemento fondamentale dell'Esame di Stato recentemente riformato, destrutturando e banalizzando la prova finale delle scuole superiori.
Questa modifica incide direttamente sulla qualità dell'istruzione: è come se un'azienda producesse da sé la certificazione di Qualità della propria produzione. Le "cattive scuole" non saranno incentivate a migliorare la qualità, senza contare l'agevolazione per le molte scuole Private.
Di questa norma non si vede la logica migliorativa del sistema di istruzione, si vede chiaramente che serve, eventualmente, solo al risparmio. In ogni caso, è comunque dubbia la legittimità di una modifica della portata di cui sopra (modificazione Esami di Stato) affidata alla Finanziaria. Questo governo è in imbarazzo rispetto alla liquidazione della riforma dei cicli: abbia almeno il coraggio di mettere mano a una legge che modifichi il sistema vigente.
Chi condivide l'allarme rispetto alla eliminazione dei membri esterni nelle Commissioni d'esame è pregato di segnalarlo utilizzando il link commenta. Ovviamente sono benvenuti anche i pareri contrari.
Le adesioni raccolte saranno inviate al Ministro.




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Contro la riforma dell' Esame di Stato
di Valentina Soncini

Desidero rendere nota una lettera inviata al Ministro Moratti contro l'articolo 13,7 sull'esame di stato che si vuole collegare alla petizione di Cavedon pubblicata su questo sito. In calce alla Petizione si possono leggere anche le 120 adesioni giunte sinora.
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Gentilissima Signora Letizia Moratti, Ministro della Pubblica Istruzione

Prima ho appreso via radio e poi ho potuto leggere da articoli del Sole 24 Ore del lunedì 5 Novembre 2001 quanto si sta approvando in Finanziaria 2002 con l’articolo 13, comma 7. Se questo articolo dovesse essere approvato definitivamente la commissione dell’Esame di Stato risulterà composta da soli membri interni e non più da membri interni in pari numero con esterni e un presidente esterno. Questo provvedimento consentirebbe un notevole risparmio.
Se ho inteso bene e se nel frattempo la proposta rimanesse quella annunciata, vorrei esprimerLe tutto il mio dissenso di insegnante di scuola superiore da circa 15 anni. Il dissenso è relativo al contenuto e alla forma di questo intervento di cui la ritengo responsabile in quanto Ministro della Pubblica Istruzione.
Per quanto concerne il contenuto: che tipo di esame si avrà se la commissione sarà tutta interna? Potrebbero insegnanti che hanno promosso negli anni gli alunni fino in quinta, che hanno verificato durante tutto l’anno la preparazione dei ragazzi, giungere alla fine di giugno a un giudizio diverso da quello degli scrutini di inizio giugno? Mi sembra si debba presupporre una classe insegnante molto virtuosa per essere assolutamente disponibile a bocciare i ragazzi che ha promosso fino in quinta. Con il giudizio di esterni, si può, invece, da parte dei membri interni, valutare diversamente certe situazioni. Se la commissione resta tutta interna, l’esame non diviene in sostanza inutile? Perché non mandare allora un commissario governativo agli scrutini delle classi quinte e abolire del tutto l’esame, o far presiedere l’esame dal preside stesso delle scuole, risparmiando non tanto ma tutto quello che ora si spende, se questo solo è il problema di cui si discute?
Inoltre, se l’esame viene gestito dalla stessa scuola che ha preparato i ragazzi, viene meno lo stimolo ad un lavoro più rifinito e inoltre si elimina il senso di un esame di fronte a estranei che chiede a chi la sostiene coraggio, equilibrio, tenacia, preparazione complessiva, capacità di relazionarsi. Ritengo anche che una commissione di interni non sia più giusta o più ingiusta di una commissione mista, sicuramente ha però un impatto molto diverso sui ragazzi. Non ho sfiducia nella professionalità dei colleghi, temo però due cose: l’autoreferenzialità delle singole scuole e dei singoli consigli di classe e un prossimo provvedimento che decida di abolire sia il valore legale del titolo di studio, sia l’esame.
Quali i guadagni in termini educativi se tutto ciò avvenisse? Cosa diranno i nostri colleghi dell’università trovandosi di fronte a una massa di studenti che mai ha dovuto affrontare un esame nella vita? Togliere il significato di un esame conclusivo che chiede capacità di analisi, di sintesi, di comunicazione, infine, a mio giudizio significa indebolire l’intero percorso didattico. Solo in un mondo di virtuosi si studia solo per amore della cultura e mi sembra strano immaginare un mondo di studenti virtuosi in un mondo della vita cinico e spregiudicato. Se non alleniamo i nostri ragazzi a esprimere il meglio di sé di fronte alle prove, non facciamo loro un buon servizio e lasciare che ci sia nella vita una selezione naturale significa rinunciare al compito educativo della scuola. Lo studio per me è formazione culturale e formazione del carattere e della persona, in quanto lo studio è anche attività agonistica. Se però all’allenamento non segue una vera gara, anche l’allenamento perde di significato.

Sono in disaccordo con Lei anche per il metodo che ha seguito. Dopo cinque anni di opposizione alla riforma Berlinguer per tante ragioni, ma soprattutto per non aver tenuto conto degli insegnanti e delle famiglie, ora giunge da Lei e dalla Sua parte politica un provvedimento che cambia la commissione d’esame e con essa introduce una serie di implicazioni nuove, senza che ciò sia stato minimamente sottoposto a dibattito. Infatti, mentre su altro il dibattito si apre, su questo punto non mi sembra ci sia confronto. Purtroppo molti saranno d’accordo con Lei per ragioni di risparmio, per il fatto che così l’esame sarà un proforma, per il vantaggio di non dover essere coinvolti nell’esame se non si è insegnanti di quinta.Tutte buone ragioni, ma assolutamente estranee a criteri didattici ed educativi, purtroppo, ancora una volta !!!
Per favore ripensi a questo provvedimento, che mostra ancora una volta quanto i criteri adottati per amministrarla non tengano conto dell’aspetto educativo e formativo, bensì di altri parametri che esulano dallo specifico della scuola.

Distinti saluti
Valentina Soncini - seguono altre 140 firme


L'articolo su Repubblica del 26 novembre di Mario Pirani, a cui e' stata inviata la lettera

Povera scuola inutile "azienda"

Un gruppo di insegnanti mi ha trasmesso in copia una letteraappello a Letizia Moratti, ministro dell'Istruzione (non più pubblica), perché sospenda il provvedimento, collegato alla Finanziaria per dargli immediata esecutività, che prevede una commissione composta da soli docenti interni per l'esame di Stato, cioè per il momento di verifica più importante dell'intero percorso di studi. Importanza, del resto, comprovata dal fatto che la stessa Costituzione all'art.33 lo prescrive espressamente. Fino ad oggi le commissioni di esame erano formate da tre membri interni, tre esterni e un presidente, anche lui esterno. La presenza prevalente di commissari esterni aveva lo scopo di garantire una verifica oggettiva sul funzionamento formativo e selettivo di ogni singolo istituto, il rispetto di alcuni parametri nazionali basilari, la serietà dell'impegno anche delle scuole paritarie private nell'impartire un insegnamento altrettanto valido di quello impartito nel settore pubblico.
È evidente che, se i commissari sono tutti interni, ogni elemento di controllo e di comparazione viene automaticamente a cadere. Ogni istituto vivrebbe in una logica autoreferenziale. I docenti interni, già privati della possibilità di esercitare una selezione preventiva, per l'affievolirsi dell'incidenza dei meccanismi intermedi, non potranno che piegarsi del tutto alla imposizione dei presidimanager di promuovere tutti, per far contenti i «clienti» della scuolaazienda, che, in tal modo, risulterà ancor più attraente e «concorrenziale». Con buona pace della stragrande maggioranza delle famiglie che sembrano non aspirare altro che ad avere figli soddisfatti e allegri, ancorché somari. Ma chi officerà "Te Deum" di ringraziamento saranno soprattutto preti e monache che gestiscono scuole private paritarie, i cui iscritti, dal giorno dell'iscrizione e del pagamento della retta, saranno sicuri che nessun occhio esterno verificherà l'attendibilità del diploma.
Del resto il disarmo degli insegnanti interni era già cosa fatta con il venir meno, da tre anni a questa parte, della possibilità di non ammettere alla maturità neanche quei pochissimi che per i pessimi voti nella maggioranza delle materie apparivano del tutto impreparati a sostenere l'esame. Con la riforma tutti sono stati ammessi all'esame di Stato, anche se hanno tutti sei rossi (e, cioè, quelle insufficienze pudicamente mascherate cambiando un 4 in 6, scritto, però, con inchiostro rosso, forse per la vergogna). Ora, con lo svilimento delle commissioni d'esame, anche questo traguardo simbolico per gli studenti viene a cadere. L'ipotesi, che già è stata affacciata, di ridurre, in un futuro assai prossimo, anche quanto resisterebbe di questo residuale ostacolo alle sole prove scritte (in gran parte test) denota come ormai stia passando l'idea che la preparazione umanistica, che si accompagna alla capacità della comunicazione orale, appartenga ormai ad un passato inutilizzabile nel quadro della sciagurata «aziendalizzazione» della scuola.
I due argomenti che sorreggono la decisione di declassare l'esame di Stato confermano questo giudizio. Il primo è, infatti, puramente economico: abolendo i commissari esterni si risparmieranno 200 miliardi di trasferte e indennità. Peccato che questa ansia sparagnina, che dovrebbe giustificare una così infausta misura, abbia come corrispettivo i 200 miliardi di spesa aggiuntiva che saranno stanziati per immettere in ruolo 13.000 insegnanti di religione, vidimati personalmente dalle diocesi, fino ad oggi assunti con contratti annuali assai meno onerosi e specifici alla particolare materia (d'ora in poi saranno insegnanti a pieno titolo e potranno, in taluni casi, anche senza laurea, accedere ad altre cattedre).
Il secondo argomento è peggiore del primo: poiché il 96% dei candidati viene promosso già ora, tanto vale lasciar perdere del tutto ogni criterio di selezione e risparmiare quei soldi. Come dire: visto che la maggior parte dei reati resta impunito, tanto vale risparmiare gli stanziamenti per le forze dell'ordine e per la Giustizia. Paradossi a parte, questa misura appartiene a quella stessa filosofia che portò il ministro D'Onofrio ad abolire, al tempo del primo governo Berlusconi ma col voto unanime del Parlamento, gli esami di riparazione. Speravamo che Letizia Moratti, proprio perché è anche una manager intelligente, non si lasciasse abbindolare dall'aziendalismo d'accatto che ha purtroppo contaminato anche le idee riformistiche del centro sinistra. Ci dia un segno che non avevamo del tutto torto: tolga quella sciagurata decisione dalla Finanziaria.

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Buon viaggio, signor ministro
di Anna Pizzuti

Dalla seconda lettera del Signor Ministro ai docenti ed ai discepoli:

“Ho iniziato un viaggio di ascolto in tutte le Regioni per rendermi conto personalmente dei problemi della scuola.

E sarà sicuramente un viaggio lungo, tipo quello di Marco Polo in Cina, considerato che, se le conoscenze intorno alla scuola che il Signor Ministro mostra di avere sono pressoché nulle, per quello che riguarda l’Istruzione professionale, sono nulle del tutto.
Ritengo perciò necessario fornirle alcune informazioni, evitando di lasciarmi trasportare dal sentimento, in nome di un’esperienza didattica ed umana che ho amato ed amo quasi visceralmente, o, al contrario, di parlare solo per gli addetti ai lavori in un settore dell’istruzione la cui ricchezza conosce, forse, solo chi in esso opera.
E’ necessaria però una considerazione preliminare.
Ciò che, a mio avviso, dovrebbe preoccupare maggiormente il mondo della scuola di fronte ai primi testi che cominciano a circolare sulle intenzioni del Ministro - del Ministro, dico, perché, a quanto pare, le numerose commissioni che sta istituendo hanno solo funzione consultiva, e l’ultima parola spetta sempre a lui - non è tanto il fatto che vi si parli di riforme come se si partisse dall’anno zero, quanto la sensazione che i novelli riformatori considerino la scuola un luogo simile a quello che nelle antiche carte veniva indicato con l’espressione ”Hic sunt leones” , un universo misterioso, tutto da esplorare, tanto per rimanere nella metafora del viaggio.
Questa sensazione diventa certezza proprio leggendo i passaggi che riguardano la formazione professionale, formazione, si badi, non istruzione e già l’uso del primo termine invece del secondo è significativo e non solo della mancata conoscenza del ruolo essenziale di un settore dell’istruzione pubblica, ma anche di una visione ben precisa suddivisione dei ruoli sociali.
Il professor Giuseppe Bertagna invia alle associazioni sindacali e professionali della scuola una lettera che contiene, tra le altre, la raccomandazione ad“ identificare la natura pedagogica, l'identità curricolare e la fisionomia istituzionale di un percorso graduale e continuo di Formazione professionale parallelo a quello scolastico ed universitario dai 14 ai 21 anni, con esso integrato a livello di funzioni di sistema e ad esso pari in dignità culturale ed educativa, abilitato a rilasciare tre titoli di studio riconosciuti sul territorio nazionale: qualifica professionale, diploma professionale secondario, diploma professionale superiore”

Ora, se il Signor Ministro, novello Jacini, accompagnato, si spera, anche da Giuseppe Bertagna vuole viaggiare, naturalmente nessuno può impedirlo. Prima di partire, però, i due farebbero bene ad esplorare luoghi molto vicini a loro, quelli in cui dovrebbero pur essere conservati documenti di facile consultazione, come il testo del Progetto 92 che riformò, dieci anni fa, l’Istruzione professionale, identificando la natura pedagogica e sociale, l’identità culturale, e la fisionomia istituzionale di un percorso formativo – e qui sarebbe la scoperta – non PARALLELO, ma perfettamente inserito in quello scolastico ed universitario, con esso integrato a livello di funzioni di sistema e ad esso perfettamente pari in dignità culturale ed educativa, abilitato a rilasciare titoli di studio riconosciuti su territorio nazionale (ed anche europeo, se è per questo, visto che l’Esame di Stato di istruzione Professionale e la relativa certificazione sono, finora, perfettamente identici, nella procedura e nel valore agli esami ed alle certificazioni rilasciati negli altri ordini scolastici) , e che permette da anni l’accesso agli studi universitari o ai corsi post-diploma.
Ho scarsissime, quasi nulle nozioni di logica, quindi invito chi è più esperto di me ad analizzare questo processo, per individuarne la razionalità, se ci riesce:
abbiamo un sistema che risponde a criteri che riteniamo positivi, lo scomponiamo, lo sfasciamo, lo rimescoliamo, lo ricostruiamo (attenzione però, sostituendo un termine ad un altro) e ci impegniamo a dargli le caratteristiche e le qualità che già possedeva.
Il Progetto 92, nel corso degli anni, da progetto è diventato ordinamento ed ha dato luogo a tutta una serie di altri progetti che lo miglioravano, ad esempio riducendo discipline ed orari, con ciò prevenendo alcuni intenti degli attuali riformatori. Questi ultimi però, sembra non abbiano nemmeno letto alcuni dei decreti che hanno ritirato, come quello riguardante la riduzione dell’orario settimanale, impedendo, in questo settore, cambiamenti che oggi essi stessi auspicano per tutto il sistema scolastico e qui debbo di nuovo fare appello a chi è esperto di logica, per essere aiutata a capire.
La formazione professionale assolve ad un ruolo ben preciso e risponde a specifiche esigenze: è un percorso che i ragazzi possono scegliere, dopo aver assolto all’obbligo dei nove anni di istruzione, per acquisire competenze spendibili immediatamente nel mondo del lavoro. E’ un’opportunità in più, mentre oggi la si vuol far diventare l’unico percorso formativo dei lavoratori, tenendoli fuori dal sistema di istruzione.
Come poi, nella realtà, una struttura “scarna” come quella della formazione, nonostante la riforma che pure l’ha arricchita, negli ultimi tempi, di compiti più ampi, con l’introduzione di moduli di lingua italiana ed inglese e di matematica, non è cosa che sembri preoccupare gli allegri riformatori.
Di tutta la raccomandazione del professor Giuseppe Bertagni, la parte che merita un’attenzione particolare ed è quella che si riferisce alla pari dignità culturale.
Come insegnante in un istituto professionale mi preoccupa il fatto che il professore ignori che molte delle innovazioni che sono state realizzate in questi anni in tutta la scuola secondaria di secondo grado, erano state sperimentate ed attuate in quel laboratorio di ricerca didattica ed organizzativa che sono stati gli istituti professionali.
Da cittadina, l’espressione mi preoccupa ancora di più perchè denuncia tutta l’impostazione, che qualcuno ha giustamente definito di classe che gli attuali riformatori stanno dando alle loro riforme e denuncia anche la loro ignoranza del dettato costituzionale: se vogliamo riconoscere a qualcuno pari dignità, è perché riteniamo che questo qualcuno ne sia privo (attenzione: il termine usato è DIGNITA’ non OPPORTUNITA’).
Nella favola era il bambino che, nella sua innocenza, denunciava la nudità del re. Negli intenti dei riformatori, questa emerge da sola.
Riporto dalla lista del didaweb Politica scolastica , sperando di non commettere una scorrettezza:
il professor Silvano Tagliagambe, rispondendo ad Alessandra Cenerini e riproponendo, nella sostanza, i contenuti della lettera del professor Bertagna, li arricchisce di un punto essenziale.
Tagliagambe afferma infatti :noi stiamo lavorando a un canale professionale che non solo unifichi sul serio istruzione professionale statale e formazione regionale, ma sia robusto e serio sul piano della formazione culturale generale e non costituisca un canale di "serie B" rispetto a quello liceale, tant'è vero che prevediamo la possibilità di accesso all'università anche da questo canale, istituendo appositi servizi per garantire un approfondimento intensivo delle discipline rispetto alle quali si dovessero manifestare delle carenze per l'ingresso ai corsi di laurea.
La legge Bassaninini conteneva già un passaggio che, se attuato, rischiava di demandare tutto il settore professionale alle regioni, che da sempre gestiscono, probabilmente anche bene, il settore molto specifico della formazione professionale.
Il passaggio fu cancellato in seguito alla vera e propria rivolta che si scatenò nel settore dell’Istruzione professionale.
Il clima che si respira oggi nella scuola pubblica (quasi un cupio dissolvi, ma spero che sia una mia impressione personale) lascia adito a ben poche speranze che la ribellione possa ripetersi.
Probabilmente Bassanini potè modificare quel passaggio perché non aveva grandi elettori da ricompensare: l’attuale Ministro ne ha molti, compresi gli enti, regionali e privati, di formazione professionale e per farlo, sembra proprio disposta a tutto.






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"A noi non ce ne frega"
di Anna Pizzuti

Sesta ora di supplenza, Istituo professionale, classe seconda. Distribuisco lo schema che avevo preso giorni fa da Repubblica, sulla condizione delle donne in Afghanistan. Immediatamente la reazione: basta con l'Afghanistan. Blocco il ragionamento che stavo per iniziare e raccolgo la provocazione. Comincio a chiedere altre opinioni e le scrivo alla lavagna. Eccole:
- siamo stufi dell'Afghanistan perchè se ne parla sempre alla TV e si sopprimono gli altri programmi;
- a noi non ce ne frega (l'ho scritto proprio così, per oggettivizzare) di quella gente;
- se la sono andata a cercare;
- le donne potevano ribellarsi, ma non lo hanno fatto; nemmeno adesso si sono tolte il burqa;
- noi vogliamo la guerra.

Ho chiesto ai ragazzi di argomentare queste posizioni, punto per punto, e sono venuti fuori altri concetti, che sintetizzo:
- la povertà è colpa loro, perchè usano i soldi per le armi;
- Bin Laden non si può lamentare della povertà del suo popolo, perchè se lui e tutti gli altri sceicchi distribuissero le loro ricchezze, non ci sarebbero più poveri.
Ergo: basta con i lamenti sulla povertà. Alla mia osservazione che quindi anche da noi i poveri non si debbono lamentare e che anche da noi i miliardari dovrebbero distribuire le loro ricchezze hanno risposto: "Vuoi mettere la nostra povertà, con quella del terzo mondo?". Alle mie cifre sulla povertà in Italia hanno contrapposto la certezza che i poveri in Italia sono gli immigrati, quindi basterebbe cacciarli tutti per eliminare la povertà (tra questi alunni ci sono molti ragazzi le cui famiglie sono in condizioni economiche precarie, ma questo è un dato quasi ovvio).

Hanno poi argomentato sul rifiuto delle immagini di gente che soffre, sostenendo: "Noi non andiamo a lamentarci in TV, non chiediamo soldi e, se li chiediamo, lo facciamo per la ricerca contro le malattie, quindi per il bene di tutti”.
Per quanto riguarda le donne, hanno prodotto un concetto sibillino: si sono tolte il burqa solo dopo che gli uomini si sono tagliati la barba e comunque, visto che sono tante, potevano farlo anche prima, bastava
ribellarsi. Ad un gruppo di ragazzine che si è avvicinato per dirmi che loro non condividevano affatto le posizioni delle altre compagne e dei compagni ho risposto che, naturalmente, nemmeno io le condividevo, ma ero contenta di aver tirato fuori un pensiero reale, sincero, sul quale lavorare.


Conclusioni: si è discusso molto sull'aggressività, sulla violenza, sulle loro radici e così via. L'episodio che ho raccontato potrebbe accadere o essere accaduto in altre mille classi; mi piacerebbe saper verificare il riflesso circolare che sicuramente si è instaurato tra i venti di guerra e la guerra reale da una parte e l'universo culturale (o sottoculturale) di quei ragazzi.
Riflesso circolare o conferma o sostegno. In quei ragazzi e chissà in quanti altri ragazzi.
Mi piacerebbe conoscere l'opinione dei lettori di Fuoriregistro.


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E invece bisogna abolirlo
di Alberto Biuso

Già nel luglio scorso la redazione della rivista il Voltaire si era fatta promotrice di una raccolta di firme per l’abolizione dell’Esame di Stato. Le motivazioni erano le seguenti:
1. Così come sono congegnati, tali esami costituiscono un’autentica farsa. Indulgenze eccessive e comportamenti illeciti non possono che avere una ricaduta diseducativa sui giovani, i quali dall'esame imparano che nella vita è più utile essere furbi che onesti. In un modo o nell’altro la promozione è di fatto garantita. Di conseguenza si vanifica il valore della prova.
2. La promozione generalizzata è a sua volta funzionale a mostrare un’efficacia del tutto apparente. Se, infatti, la qualità di un sistema scolastico e il livello culturale di una società fossero davvero misurabili con il numero dei promossi e dei diplomati, basterebbe offrire a ogni neonato un titolo di studio.
3. Un’altra importante ragione per abolire gli esami, soprattutto in un regime di autonomia, sta nell’evitare che l’intero lavoro didattico venga piegato verso la prova finale, la quale assume un peso sproporzionato rispetto all’intero curricolo e alle finalità dell’insegnamento.
4. Tali esami risultano quindi una spesa inutile.

La riforma dell’Eds prevista dall’articolo 13 della finanziaria 2002 prevede che i commissari siano tutti membri del Consiglio di classe, con il solo presidente esterno. La proposta sta suscitando un certo numero di reazioni negative. Tuttavia, si tratta della stessa idea iniziale del Ministro Berlinguer, partendo dalla quale si arrivò poi alla divisione dei commissari in metà interni e metà esterni. Di più: per anni molti docenti e studenti l'hanno sostenuta con la motivazione che in tal modo a esaminare i ragazzi sarebbero stati gli insegnanti che meglio li conoscono.
Personalmente, condivido la proposta per le stesse ragioni che mi hanno fatto firmare la richiesta di abolizione degli esami. Spero, infatti, che con una commissione tutta interna, i diplomi che le scuole rilasciano siano ormai valutati per quello che sono: certificati cartacei privi di valore. A questo, infatti, la demagogia scolastica tuttora imperante li ha ridotti. Bisognerebbe quindi invertire rotta o togliendo valore legale ai titoli di studio o prendendo finalmente sul serio e attuando l’art. 34 della Costituzione: “I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Ma la Costituzione non immaginava certo la riduzione della scuola a parcheggio sociale, a intrattenimento ludico, a baby sitter di massa.
Il valore legale dei titoli va radicalmente posto in questione. Nessuna riforma della scuola potrà migliorare davvero la qualità dell’insegnamento se non si sgombera il terreno dall’equivoco giuridico che fa coincidere l’apprendimento con un attestato dal valore legale. Le ragioni per cui proporre l’abolizione di questo valore sono ormai urgenti e significative. Sul tema ho scritto un saggio che sarà pubblicato su una rivista di pedagogia. In esso ho cercato di delineare una breve storia della questione e le possibili alternative al valore legale. Per Fuoriregistro posso solo limitarmi a elencare alcune delle ragioni contro il valore legale dei titoli di studio.

- Nell’ambito dell’educazione, un aspetto assai negativo è rappresentato dall’ipocrisia e i titoli concessi dalle scuole italiane si sono ormai da troppo tempo ridotti a una finzione alla quale nessuno crede più, né le istituzioni che li rilasciano né le aziende che assumono diplomati e laureati.

- Una scuola trasformata da spazio di trasmissione dei saperi e delle competenze culturali e professionali a un luogo di semplice socializzazione non ha più la legittimità -epistemologica e giuridica- di rilasciare diplomi dal valore legale. Alla prevedibile obiezione che in questo caso sarebbe sufficiente riqualificare dall’alto la scuola per mantenere quindi il valore legale dei diplomi, rispondo con franchezza che in Italia sulla reale qualità degli studi siamo arrivati a un punto di non ritorno.

- Il principio dell’autonomia delle scuole, al quale pure tanta enfasi è stata data, è dal punto di vista logico e giuridico incompatibile con il valore legale dei titoli.

- Un’autonomia che non voglia essere soltanto nominale deve, infatti, liberare le singole istituzioni educative dalla uniformità didattica e culturale che è ovviamente implicita nel valore legale dei titoli.

- La libertà di insegnamento dei singoli docenti e delle scuole implica la libertà nella scelta dei contenuti, delle metodologie, dei tempi di svolgimento, dei testi, dei problemi da affrontare ogni giorno con gli studenti nelle classi. Anche questa libertà risulta incompatibile col valore legale dei diplomi.

- Tale valore è quindi una prova del prevalere dello Stato sulla società civile. Restituire a quest’ultima il primato significa ampliare gli spazi di concreta libertà dei cittadini chiedendo allo Stato unicamente di verificare le capacità di chi si candida all’esercizio di una professione e non anche i modi con cui si è acquisita tale capacità (libera scelta di questo o quel percorso formativo o anche studio da autodidatta).

- Fra le libertà della società civile rientra l’affrancare l’attività di insegnamento da imposizioni amministrative, gerarchiche e collettivistiche per legarla invece alla comunità scientifica di appartenenza, garanzia di qualità del sapere e di costante rinnovamento didattico. Il docente, in altri termini, dovrà sentirsi vincolato non alla statuto giuridico della disciplina che insegna ma al livello delle acquisizioni culturali della comunità che svolge su di essa attività di ricerca.

- L’abolizione del valore legale dei titoli contribuirà a fare del docente il fulcro di ogni riforma e il vero responsabile dell’insegnamento, poiché avranno successo solo quelle innovazioni che saranno condivise da chi nelle scuole opera tutti i giorni.

- Il valore legale dei titoli ha fatto nascere una miriade di finte scuole il cui solo obiettivo è quello di svendere diplomi in cambio di denaro. Crediamo che sia questa una delle ragioni meno percepite ma più influenti dello scadimento del senso civico in Italia.

- Tantopiù che anche allo scopo di reggere la concorrenza di questi diplomifici, molte scuole pubbliche si vanno tristemente modellando sugli stessi loro obiettivi col conseguente crollo della dimensione culturale del loro insegnamento.

- La permanenza del valore legale dei titoli rischia di ridurre l’ultimo anno di insegnamento a una semplice preparazione al rito inconcludente dell’esame di stato.

- Mantenendo il valore legale in un contesto sociale ormai radicalmente mutato, si sta creando una scuola sempre più rigida nell’impedire qualunque effettiva mobilità sociale. Il valore reale dei diplomi e delle lauree è stato di fatto eliminato col regalarli a tutti indistintamente. È quindi saltata la corrispondenza tra titolo di studio e mercato del lavoro e si continua tuttavia a presentare la scuola e l’istruzione nei termini del tutto illusori della promozione sociale.

- L’abolizione del valore legale risulta pertanto una condizione -certo non sufficiente ma necessaria- per sostituire al circolo vizioso che induce le scuole, pubbliche e private, a farsi concorrenza verso il basso, un circolo virtuoso che le porti a preparare davvero meglio i loro studenti e a meritare quindi le iscrizioni sulla base non della facilità con cui ottenere il diploma ma dell’effettivo valore della preparazione conseguita.

- In una società complessa e articolata come quella contemporanea, nella quale nessuna acquisizione culturale o competenza professionale può risultare definitiva, un certificato che attesti il possesso stabile di un sapere o di una capacità appare semplicemente anacronistico. Liberare la scuola, la società e gli individui dal valore legale dei titoli significa cominciare a restituire all’apprendere la sua gratuità, il gusto per la scoperta del nuovo, la consapevolezza che una capacità professionale va costruita giorno dopo giorno nella concreta ricchezza dell’esistenza individuale e collettiva.

- La scelta per l’abolizione del valore legale dei titoli di studio o per la sua conservazione si configura pertanto come un’alternativa fra la dimensione culturale dell’insegnamento e quella burocratica. Penso che chiunque ami la scuola e il sapere non dovrebbe avere dubbi in proposito.
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Si', l'istruzione professionale e' di serie B
di Giacomo Franciosa

Oggi sì. L'istruzione professionale è di serie B, tranne forse qualche isola felice o qualche scuola con una tradizione tale che ancora riesce a fermare il degrado. Per il resto: ignoranza, approssimazione culturale, qualche volta violenze. In ogni caso contenuti curriculari di materie professionali totalmente slegati dalla realtà.
E allora? Tutti al liceo? Ma non sarà solo demagogia? Credere e far credere che tutti gli studenti possano o debbano seguire contenuti disciplinari di tipo 'liceale' è ciò che sta affondando la già precaria istruzione superiore.
D'altra parte, la famosa riforma dell'obbligo scolastico ha già provocato danni incalcolabili. Faccio tutti gli anni esami di scuola media e, tutte le volte, decidiamo di promuovere studenti la cui preparazione di base è, a dir poco, fatiscente. Ma questi studenti, che un tempo seguivano la formazione professionale 'non strutturata', oggi devono iscriversi al primo anno di scuola superiore, cioè agli istituti tecnici o professionali. A questo punto il quadro è chiaro. L'altra possibilità sarebbe trattenerli nella scuola media, facendola diventare un cronicario o un lager.
E' forse una bestemmia dire che esiste una fascia di studenti che nella scuola non riesce ad imparare praticamente nulla? eppure per loro si scrivono e si attivano progetti speciali, fantastiche attività di laboratorio, collaborazioni con altre strutture del territorio, corsi di recupero, centri di ascolto ecc...Eppure non c'è niente da fare. Loro non imparano, anzi, e qui le crisi personali dei docenti esplodono, disimparano quelle poche cose che sapevano. Ma i nostri pedagogisti d'accatto, che non sanno nemmeno come sia fatto uno studente, insistono: devono continuare ad andare a scuola, altrimenti non siamo europei, altrimenti siamo tutti corresponsabili nella riedizione della scuola di classe. Invece se vanno a scuola tutti, le classi miracolosamente spariscono. La scuola, intanto, è affondata. Tutta.
Allora, prima di sparare su questa ennesima riforma della scuola, per favore: meno ipocrisie. Ne abbiamo tutti bisogno.

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Mi consenta
di Corrada Cardini

Mi viene in mente il mio professore di filosofia al Liceo: era tanto immune dal fascino dell'intelligenza creativa, libera, magari dialettica, che mi ha inconsciamente indotto ad iscrivermi alla facoltà di filosofia, anche solo per avere la conferma che quello era veramente un caso isolato...in realtà purtroppo la facoltà di filosofia continua a sfornare casi disperati, più che isolati. Il professore di cui parlo, insegnava in una scuola parificata, cattolica ed era un integralista ante litteram, che epurava con disinvoltura la storia della filosofia da ogni traccia di razionalismo, peggio, di materialismo... ma è acqua passata.l

La domanda è: " perchè i docenti di certi licei, quelli che si credono il sale della terra, quelli che possono permettersi di ignorare praticamente tutto dell'evoluzione della scienza dell'educazione, della psicologia dell'apprendimento, della ricerca in atto nel campo delle strategie didattico-educative, quelli che credono che la realizzazione di progetti tesi all' ampliamento dell'offerta formativa abbia a che fare con l'attività di docenza, ogni tanto non provano a ampliare i loro ristretti orizzonti professionali? Perchè a qualcuno di questi superprofessori non viene in mente che la professionalità non si misura sulle nozioni che si trasmettono, specie quando si lavora su una "utenza" già selezionata? Perchè non riescono a realizzare che i buoni docenti sono quelli che si misurano con gli studenti in difficoltà, e non con i primi della classe, i quali vanno avanti praticamente da soli, e spesso malgrado i professori che hanno? Perchè non si rendono conto che la ministra ( donna purtroppo, e mi dispiace) sta cercando di togliere con le sue demagogiche proposte, ogni valore ai titoli derivati dalla frequenza della scuola pubblica, e che vuole scaricare sulla scuola pubblica tutte le contraddizioni e i problemi che risultano scomodi da affrontare per uno Stato che dall'impegno della formazione vuole disimpegnarsi, in modo da lasciare liberi di agire i due poli di riferimento del sistema che ha in mente: l'Impresa e il mercato del lavoro da un lato, e le istituzioni scolastiche private, da trasformare in incubatrici dove riprodurre e clonare i nuovi quadri del conformismo dominante?

Sono insegnante di lettere nella scuola media e ho una abilitazione per l'insegnamento di storia e filosofia mai utilizzata: credo nella professionalità della figura docente, credo nell'esigenza della flessibilità, credo che l'orario di lavoro debba e possa essere allungato.

Ma non credo che alla signora Moratti importi assolutamente niente di garantire all'utenza della scuola pubblica un servizio migliore, né ai suoi docenti una maggiore professionalità. Amen


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Ditelo a Garagnani
di M.B.

Divertiamoci un po'

Cari lettori, che ne pensate del telefonospia? Utilizzando il link commenta (lo trovate anche in fondo all'articolo, a destra ) inviate le vostre riflessioni favorevoli o contrarie o le vostre autodenunce, serie o ironiche, non importa. Fuoriregistro inviera' i pareri raccolti all'onorevole Garagnani. Divertiamoci un po'.

Resto del Carlino, 24 novembre 2001
«Quei prof fanno politica in aula»

BOLOGNA — Lecce, istituto per il turismo: un'insegnante di matematica ha fatto costante propaganda politica contro la Casa delle libertà e contro il centro-destra «guerrafondaio». Verona, liceo scientifico: una prof di italiano e latino ha attaccato violentemente il governo. Cuneo, liceo artistico: un docente di italiano si è espresso, senza diritto di replica, a favore dei Talebani. A lezione di propaganda A Bologna la situazione è un po' più complessa. Sono almeno cinque le scuole superiori in cui si è fatto propaganda pro Ulivo e contro Berlusconi. Come? Si va dagli insegnanti di inglese che, in aula, leggono solo giornali stranieri che attaccano il Governo a prof che, invece, scelgono solo giornali italiani di «sinistra», per arrivare a una scuola dove si è dato il permesso di proiettare un video sul G8 girato dal Siulp (sindacato di Polizia), mentre non lo si è dato per quello preparato dai colleghi del sindacato autonomo. Notizie dalle scuole. Sono alcuni esempi di ciò che ha fatto emergere il «Telefono verde», istituto dall'onorevole di Forza Italia Fabio Garagnani, che è anche consigliere comunale a Bologna. Un telefono cui docenti, genitori e studenti possono rivolgersi per segnalare casi di «estrema politicizzazione, snaturamento dei fatti storici e di attacchi all'attuale governo» avvenuti a scuola. Partita ai primi di novembre, l'iniziativa conta già quasi trecento segnalazioni da tutta Italia, a fronte di un numero imprecisato di insulti. Alla base dell'idea, assicura Garagnani, non c'è voglia di liste di proscrizione nè di minacciare la libertà di insegnamento. «Lo Stato — spiega — paga gli insegnanti per insegnare e non per fare gli agitatori politici». «Sfratto» senza polemiche Molti degli episodi segnalati riguardano docenti che fanno politica in modo estremo durante le ore di lezione. Facile immaginare il vespaio di polemiche suscitate e le accuse piovute da centro-sinistra, sindacati e professori. Anche perché, in un primo momento, il numero di telefono dato faceva capo alla segreteria di Forza Italia in Comune. Situazione che ha procurato qualche mal di pancia agli azzurri, allorchè la conferenza dei presidenti dei gruppi consiliari, azzurri inclusi, aveva notificato al presidente del Consiglio comunale, la richiesta di sfratto del telefono. In realtà, ha subito chiarito Ariano Fabbri, capogruppo di Fi, «da parte nostra non c'è nessuna intenzione di sfrattare il telefono. Abbiamo solo ritenuto di far cessare la sua attività, quando Garagnani non c'è: le nostre segretarie sono subissate di improperi». E così si avrà un telefono «viaggiante»: a Bologna il lunedì e venerdì (051-203111), a Roma gli altri giorni (06-67605264).

Chi è

Nato a San Giovanni in Persiceto (Bologna) il 15 ottobre 1951
Laurea in giurisprudenza; funzionario alla Camera di commercio industria e artigianato di Bologna
Eletto con il sistema proporzionale nella circoscrizione XI (EMILIA-ROMAGNA)
Lista di elezione: FORZA ITALIA
Proclamato il 28 maggio 2001
Iscritto al gruppo parlamentare Forza Italia
Indirizzo di posta elettronica GARAGNANI_F@CAMERA.IT
Componente della Commissione consultiva per la concessione di ricompense al valore e al merito civile dal 9 novembre 2001
Componente della VII Commissione permanente Cultura, scienza e istruzione dal 21 giugno 2001
Componente della XII Commissione permanente Affari sociali dal 21 giugno 2001

Fonte: Camera dei deputati


VII Commissione Camera dei deputati (CULTURA) – Seduta di giovedì 29 novembre 2001 - Interrogazione n. 5-00434 Grignaffini ed altri: Libertà di insegnamento dei docenti.

IL SOTTOSEGRETARIO APREA: "E' l'iniziativa di un singolo parlamentare, il Governo non c'entra"
Si ritiene che le iniziative alle quali fa riferimento l'onorevole interrogante non possono in alcun modo condizionare o mettere in discussione la libertà di insegnamento in quanto i principi sanciti dalla Costituzione in materia e il nostro ordinamento sono tali da garantire pienamente tale libertà, l'autonomia della scuola ed il confronto democratico all'interno della scuola stessa.
Non si ritiene che le iniziative in questione possano determinare una concreta intromissione nell'attività didattico-educativa delle singole istituzioni scolastiche, le quali, in virtù dei principi di autonomia che le governano, hanno in se stesse gli strumenti più appropriati per ricondurre, ove necessario, nel corretto ambito il processo di formazione dei giovani; ciò risulta confermato anche dalla circostanza che dalle scuole non è pervenuta alcuna notizia al riguardo.
Infatti gli ordinamenti scolastici prevedono strumenti e sedi istituzionali per la tutela dei principi di garanzia dei diritti dei singoli e delle diverse componenti (insegnanti, genitori, studenti) e qualsiasi abuso, nell'insegnamento, del diritto della libera manifestazione del pensiero e di libera esplicazione dell'attività di trasmissione ed elaborazione della cultura, va denunciato e corretto nello stesso contesto scolastico.
L'iniziativa in questione, di cui si è avuta notizia solo dalla stampa, sembra doversi ritenere una iniziativa politica di un singolo parlamentare, per la quale, quindi, non si ravvisano estremi per uno specifico intervento.
Abbiamo piena fiducia negli insegnanti e riteniamo che essi utilizzeranno nel rapporto con gli studenti criteri rispettosi dell'opinione di ciascuno e non si adopereranno per fare operazioni di propaganda politica in classe.
Siamo anche consapevoli che va data ampia rilevanza alla iniziativa della riforma che il ministero sta attuando e, per tale motivo, è stato aperto un Forum degli studenti, per recepire tutte le loro istanze e suggerimenti, e da oggi sul sito del ministero è disponibile il testo elaborato dalla commissione Bertagna che fornisce il primo contributo di studio per pervenire alla riforma dei cicli.
LA REPLICA: "E' una risposta pilatesca"
Giovanna GRIGNAFFINI (DS-U), intervenendo in sede di replica, si dichiara del tutto insoddisfatta della risposta «pilatesca» fornita dal rappresentante del Governo, che ha ricondotto ad un ambito esclusivamente politico la questione prospettata nella interrogazione. Rileva in particolare che, di fatto, il sottosegretario Aprea ha sconfessato l'iniziativa messa in atto da un parlamentare della maggioranza.
Ritiene inaccettabile che il Governo, da una parte, faccia continuo riferimento alla necessità di tutelare l'autonomia scolastica
e, dall'altra, invece, non predisponga tutti gli strumenti di controllo necessari per garantire un effettivo esercizio dell'autonomia.
Giudica, inoltre, incoerenti le considerazioni del rappresentante del Governo a proposito del personale docente, alla luce dei contenuti negativi della legge finanziaria, tra l'altro, in materia di contratti per il personale docente, di organici funzionali e di supplenze.
Preannuncia l'intenzione di ripresentare l'interrogazione in esame al Presidente del Consiglio dei ministri che dovrà rispondere sia dal punto di vista politico, sia nella sua veste di Capo di un Governo che consente ad un parlamentare della sua stessa forza politica di attivare iniziative per la difesa e la tutela dell'azione dello stesso Esecutivo.

Repubblica, 1 dicembre: il telefonospia piace al vescovo

IL GOVERNO si è dissociato. La procura ha aperto un'inchiesta. Da un autorevole esponente della Chiesa emiliano romagnola, invece, arriva un'apertura. Timida, soppesata. Ma pur sempre un segnale. Il «Telefono spia» voluto dal deputato forzista Fabio Garagnani per segnalare presunti insegnanti di sinistra faziosi in classe incassa il consenso di monsignor Giuseppe Fabiani, vescovo di Imola e responsabile della consulta regionale per la pastorale scolastica, secondo il quale l'iniziativa «può essere utile». Il vescovo, secondo quanto riporta l'agenzia Dire, ritiene infatti che la speciale linea telefonica voglia «tentare di dare voce a genitori e scolari che non sanno come fare». Può essere un aiuto su come comportarsi quando i ragazzi incontrano insegnanti e professori che, a loro giudizio, non si comportano in maniera corretta.
Dunque, se le segnalazioni raccolte dal Telefono Amico «sono obiettive», questo «può essere utile, anche perchè il professore deve sempre avere il massimo rispetto dell'alunno, specie in un sistema scolastico come il nostro, che vede il monopolio delle scuole statali. Secondo monsignor Fabiani, tuttavia, se ci sono «grossi motivi» di insoddisfazione per l'atteggiamento dei docenti, questi «vanno segnalati alle autorità», cioè con una lettera scritta al preside della scuola. Ma «è difficile che questo avvenga – dice ancora il vescovo perchè lo studente teme per i propri voti e i genitori temono per il figlio». Il prelato specifica di aver insegnato nella scuola italiana e l'esperienza vissuta lo porta ad osservare che «ci sono insegnanti molto impegnati e altri che credono di avere un uditorio a cui dire tutto quello che vogliono». Ma alla domanda diretta sull'iniziativa di Garagnani, il vescovo, sempre secondo quanto riferisce la Dire, replica così: «Non voglio dire se fa bene o male. Trattandosi di un uomo politico, può sembrare che voglia destabilizzare un certo sistema. Se lo fa, avrà le sue ragioni». Di sicuro si tratta «di una cosa delicata», per la difficoltà oggettiva di verificare se le segnalazioni sui comportamenti dei docenti siano vere.






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L'importanza del Logo
di Riccardo Ghinelli

Caro Ministro Moratti,
dica la verità: ha letto anche lei “No Logo” il libro di quella comunista canadese, Naomi Klein. Io l’ho trovato in camera di mio figlio e l’ho letto, un po’ per curiosità e un po’ perché sento il dovere di sorvegliare le sue letture.
Se non si fa caso allo spirito polemico dell’autrice (ma si sa, i comunisti sono fatti così) è un libro ricco di spunti interessanti, specie per un imprenditore che si trovi di punto in bianco a dirigere un’azienda così demodé come la Pubblica Istruzione. Mi scusi, dimenticavo che la prima cosa che ha fatto per rinnovare il look dell’Azienda è stata togliere di mezzo quel “Pubblica” che sa tanto di vecchio e inefficiente. Ottima idea, ha capito subito l’importanza del marchio, pardon, del Logo, così non poteva proprio funzionare. Se permette un consiglio, già che c’è tolga di mezzo anche “Ministero”: è così burocratico! In fondo, è o non è un’azienda del gruppo Fininvest?
Bel colpo anche quello della maturità. Lei ha capito subito che un buon Logo ha bisogno di Eventi per colpire l’immaginario collettivo. Basta con quello spauracchio inquisitorio vecchio stile, avanti con un bell’esame con i professori interni, che non vedono l’ora di licenziare i propri alunni con bel voto che faccia fare un figurone a loro e alla scuola. Bella anche l’idea di eliminare gli orali (dove non si può copiare): il risultato è un gioioso esame che gli studenti possono affrontare tranquillamente come preludio alla vacanza. Esame, poi, che brutta parola. Se posso suggerire, ci vorrebbe qualcosa tipo “The Maturity Week”, anche per esprimere la nostra ammirazione per il Popolo Americano. Ma a questo penseranno i pubblicitari a cui Lei certamente darà l’incarico di curare questo Evento, non appena avrà trovato qualche miliardo fra i risparmi che Lei ha saggiamente previsto nella Finanziaria.
Vedo già gli studenti ritirare alla fine degli studi il loro cappellino “Istruzione” dal design esclusivo in tiratura limitata e la T-shirt personalizzata col voto di diploma. Naturalmente, il tutto in linea con le felpe e il resto del merchandising del Ministero, pardon, dell’Azienda.
Lanciare il Logo però non basta, le regole della moderna impresa vogliono che ci si sbarazzi delle seccature legate alla produzione, generalmente appaltando tutto ad aziende del terzo mondo.
Questo potrebbe essere un problema, dato che dare in appalto gli studenti a qualche fabbrichetta in una zona franca del sud-est asiatico presenterebbe inconvenienti tecnici di non facile soluzione. Ma lei è proprio fortunata, non serve andare così lontano per trovare manodopera con salari da fame: secondo suo predecessore De Mauro qui in Italia gli insegnanti vengono pagati così.
L’autonomia scolastica sembra fatta apposta. Con il sistema del buono-scuola basterà dare in appalto ad ogni Dirigente Scolastico un certo numero di pezzi e lasciare che se la sbrighi con i soldi che gli verranno assegnati. Ci penseranno loro a spremere gli insegnanti, a tenere buone le famiglie e a far sembrare che tutto vada per il meglio. In fondo sono pagati come dirigenti d’azienda e quindi facciano il loro lavoro.
Nel constatare con soddisfazione come nel Terzo Millennio l’Italia ha finalmente trovato un Manager capace di applicare le moderne tecniche d’impresa alla Scuola, le porgo i migliori auguri di buon lavoro.

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24 ore non uguali per tutti
di Giovanni Pasi

In linea teorica sono abbastanza favorevole alla possibilità di un incremento, per coloro che lo volessero, delle ore di lezione fino ad un massimo di 24: infatti ciò sarebbe un primo passo verso una inversione di tendenza: maggiori compensi a quelli che lavorano di più facendo il proprio lavoro di insegnante e non a coloro che, partecipando a progetti più o meno utili ad un effettivo apprendimento da parte degli studenti, si accaparrano incentivi vari.
Mi sorgono tuttavia alcuni dubbi: quali saranno gli insegnanti disponibili ad un incremento delle proprie ore di lezione fino a 24? Probabilmente gli insegnanti di educazione fisica, quelli di storia e filosofia, quelli di scienze o di storia dell’arte, quelli che non sono tenuti a preparare e a correggere prove scritte perché non sono previste nella loro cattedra di insegnamento; in definitiva quelli per i quali un incremento di 6 ore settimanali è effettivamente un incremento di 6 ore settimanali. Io che insegno matematica e fisica in un liceo scientifico, in un corso PNI dove anche la fisica prevede almeno 3 scritti al quadrimestre, come molti colleghi che insegnano italiano e latino o lingua straniera, mi troverei ad avere almeno una classe in più con gli inevitabili scritti da preparare e da correggere, con il risultato di avere un incremento medio settimanale del mio lavoro superiore alle 6 ore.
Non è vero che il carico di lavoro degli insegnanti è lo stesso per tutti: mentre tutti siamo tenuti ad avere un determinato monte ore per le attività collegiali, solo alcuni impegnano ore pomeridiane per la preparazione e la correzione degli scritti.
Alcuni diranno che ormai la valutazione delle cosiddette materie orali avviene spesso tramite prove scritte: è vero, tuttavia ciò è vero anche per le materie come matematica e fisica, come italiano e latino, come le lingue straniere: spesso si rende necessario effettuare test, prove o verifiche particolari che servano per completare la valutazione orale.
Se si vuole giustamente premiare gli insegnanti che lavorano di più, è necessario attribuire una indennità particolare agli insegnanti che, per far bene il proprio lavoro, devono lavorare di più a casa; l’indennità potrebbe almeno essere forfetaria anche se, volendo, sarebbe possibile quantificare l’impegno al di fuori delle ore di lezione sulla base del numero delle materie insegnante con valutazione sia scritta che orale.

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I nostri principi
di Fabio Greco

LETTERA AL MINISTRO DELL’ISTRUZIONE, UNIVERSITA’ E RICERCA
DEI DOCENTI DEL LICEO SCIENTIFICO “A. VALLISNERI” DI LUCCA


Ci auguriamo che l’invito al confronto da Lei recentemente rivolto agli insegnanti italiani sia serio e sincero. E naturalmente ci attendiamo conferme della Sua buona fede più sul piano dei fatti e delle scelte politiche, che su quello delle parole. Intanto, come contributo a quel confronto, vorremmo proporLe alcune convinzioni, alcuni punti di principio che ci sembra di non poter eludere né appannare, a meno di non venir meno al nostro impegno stesso di insegnanti.

1. Il primo terreno su cui ci rassicurerebbe una sintonia con il Ministero dell’Istruzione riguarda la funzione da attribuire alla scuola nella società della comunicazione.
Noi continuiamo a pensare che la scuola non sia una agenzia formativa tra le altre, ma svolga una funzione che nessun’altra istituzione o mezzo di informazione può assolvere. Solo nella scuola i giovani trovano la possibilità di confrontarsi con i fondamenti istituzionali dei vari saperi: il che sostanzialmente significa acquisire strumenti (logici, psicologici, etici, storici) che permettano di fare ordine nella stessa congerie di sollecitazioni ed informazioni del mondo presente, che di per sé è disordinata, disgregata e potenzialmente disgregante. In ciò sta essenzialmente il valore formativo della scuola. E anche il suo valore democratico; la sua funzione di preparazione alla vita e alla cittadinanza.
La scuola dunque – per definizione, potremmo dire – non può appiattirsi sulle priorità e le contingenze del quotidiano, oltretutto rapidamente obsolete, ma deve offrire orizzonti personali più ampi del quotidiano. Non si insegna la matematica solo perché domani uno possa fare il calcolo degli interessi d’un mutuo. Da queste convinzioni di principio scaturiscono alcuni corollari che hanno una loro particolare attualità:
- non sembrano accettabili scelte di riforma del sistema scolastico che si ispirino alla infelice parola d’ordine delle tre “I” (Inglese, Informatica
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