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Fuoriregistro del 04/11/2001 - a.s. 01/02
f u o r i r e g i s t r o
newsletter del 04/11/2001

Sommario
Ancora di più?
di Bruna Bassi
Caro Signor Ministro
di Rosario Greco
E il sostegno dov'è?
di Adriana Pavese
Funzioni obiettivo
di Pierluigi Nannetti
Segnalazioni
di M.B.
Ogni anno, a settembre
di Franco Di Michele
Dura cervice
di Vincenzo Andraous
Private di decenza
di Lena Cappuccio
Per un'effettiva parità
di Luciano Albanese
Il tempo per studiare
di Gianni
Cocab 5
di Emanuela Cerutti
Incontro
di Emanuela Cerutti
Lettera alle scuole islamiche
di Federico Repetto


Ancora di più?
di Bruna Bassi

Il Ministro ha detto che dobbiamo lavorare di più. Ho preso sconsolata la mia agenda ed ho messo un punto interrogativo nella pagina di Natale. E' l'unico giorno libero che avrò da qui a dicembre. Io lavoro in un corso serale a Parma. Insegno italiano e storia: ho mediamente 25 studenti per classe ed un orario di lezione frontale di 16 ore settimanali. Mi sono adeguata subito alle nuove direttive che sollecitano nuove metodologie e test oggettivi. Per quattro settimane ho segnato puntualmente le ore dedicate al lavoro. Risparmio i dettagli, ma fra arrivo anticipato ed uscita ritardata (doveroso lasciare l'aula per ultimi anche in un corso per adulti), preparazione delle lezioni, riunioni, gruppi di lavoro, progettazione, ricevimento studenti, correzione dei compiti e preparazione dei test oggettivi (che è bene siano sempre diversi onde evitare la nascita di un proficuo commercio fra gli studenti di test già risolti) ho tenuto una media di 50 ore alla settimana. Non credo sarà diverso nei prossimi mesi.
La scuola funziona con le attività extra-didattiche dei docenti: attività che, oltretutto, non vengono retribuite perchè i fondi che sulla carta appaiono tanto consistenti (forse perchè vengono pubblicizzate le somme complessive nazionali) in realtà sono briciole.
Potrei capire le proposte del Ministro se nella scuola esistessero figure intermedie (quelle che in azienda vengono chiate "quadri") preposte alle attività che ora svolgono gli insegnanti, ma non ci sono.
Ci siamo abituati a veder i presidi (pardon: dirigenti scolastici) fare la moltiplicazione dei pani e di pesci rispetto ai tempi che ogni docente ha a disposizione da dedicare allo svolgimento di alcune attività. Tutto viene conteggiato in una fase di previsione, per cui qualunque lavoro dovrebbe essere svolto coi ritmi di Speedy Gonzales. Poco importa se in realtà occorrono il doppio delle ore per svolgere quel determinato incarico. Il conteggio è fatto sulla base dei fondi disponibili (quando ci sono) e tanto deve bastare.
Se il Sig. Ministro vuole avere un'idea chiara dei carichi di lavoro che gravano sul personale della scuola imponga il timbro del cartellino marcaorario e lo svolgimento di tutte le attività nei locali dell'Istituto ed in orario di servizio, ma si prepari anche a trovare i fondi per retribuire le ore straordinarie e soprattutto a reperire gli spazi dove lavorare, una scrivania ed un armadietto per ciascun docente e a pagare le spese per il funzionamento prolungato di tutti gli istituti scolastici. La quasi totalità dei docenti, fino ad ora, ha comprato a proprie spese un computer, tiene impegnata una parte della propria abitazione per materiale di lavoro e così via.
La tanto voluta modernizzazione delle metodologie didattiche è stata realizzata a spese vive dai docenti.
Ed ancora, permetta agli insegnanti di avere un orario di lavoro più lineare che consenta una programmazione anche della vita privata: ora siamo disponibili per la scuola dalle 7,50 alle 20. (i docenti dei corsi serali dalle 7,50 alle 24). Uno dei mali della categoria è proprio l'errata modalità di conteggio dell'orario di servizio. Non è possibile continuare a pensare in termini di ore di lezione frontale, quando le attività extradidattiche sono ormai diventate preponderanti rispetto alle attività didattiche.
L'ultima nota dolente, che purtroppo non pare sia stata nemmeno presa in considerazione. I nostri stipendi da paese in via di sviluppo non sono bassi: sono umilianti. Nel nord Italia, dove il costo della vita è decisamente superiore rispetto al Meridione, (io a abito a Parma e spendo solo di riscaldamento 4 milioni all'anno. I miei colleghi di Palermo spendono 500mila lire) non basta a mantenere nemmeno decorosamente la propria famiglia.
Mi si perdoni il conteggio da casalinga dei tempi e del denaro, ma oltre che insegnante sono appunto, madre di famiglia e devo far tornare i conti. Del resto, non credo che gli altri abbiamo agito con un'ottica diversa. Quando ci chiedono di recuperare i dieci minuti di lezione (che siamo impossibilitati a fare per mille motivi) e dimenticano che abbiamo lavorato ore senza chiedere nulla, la logica non appare diversa.

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Caro Signor Ministro
di Rosario Greco

Caro Signor Ministro

So bene che questa lettera potrà leggerla o no e, in ogni caso, la mia potrà essere intesa come voce di colui che grida nel deserto. Tuttavia sono convinto che il silenzio sarà sempre peggio.
Le scrivo per invitarla a recedere dalle sue intenzioni di voler modificare la struttura dell’esame conclusivo dei corsi di istruzione secondaria di secondo grado affidandone il compito a commissioni composte solo da membri interni.
Sono convinto che tale scelta potrà provocare danni enormi alla scuola italiana, pubblica o privata che sia, e di conseguenza al futuro del nostro Paese.
Come Lei ben sa, ogni processo di produzione, di beni o servizi, deve essere accompagnato da un adeguato sistema di controllo della qualità e questo credo che debba avvenire anche per la scuola. Ancora di più quando si ha l’intenzione di arrivare alla parità tra scuola pubblica e scuola privata. Non mi sembra quindi che si faccia un buon servizio alla società italiana demolendo quello che si è fatto in questi tre anni in cui è stato in vigore il Nuovo Esame di Stato.
La scelta di affidare l’esame a commissioni composte solo da membri interni non tiene conto di due errori che vengono normalmente commessi nel corso della valutazione di uno studente: quello dovuto all’effetto alone, per cui il professore che conosce da tanto tempo lo studente difficilmente modificherà il proprio giudizio su di lui nel corso dell’esame; quello dovuto all’effetto pigmalione, per cui lo studente che sa che il proprio insegnante lo giudicherà in un determinato modo non farà alcuno sforzo per modificare il suo giudizio. Una commissione fatta in prevalenza da commissari esterni invece potrà dare un giudizio più oggettivo sulla prestazione dello studente e questi avrà più stimoli a fare ti tutto per fare buona figura sia se negli anni precedenti ha ricevuto giudizi positivi che se ha ricevuto giudizi negativi.
Sulla base della mia quasi trentennale esperienza di insegnamento e di esaminatore posso dire che, se l’Esame di Stato deve accertare il possesso di conoscenze, competenze e capacità, esso può anche servire a far sì che lo studente le acquisisca. In tal senso non c’è niente di peggio di un esame addomesticato che lo studente può immaginare di superare senza sforzo, un esame nel quale lo studente potrà esprimersi con un linguaggio limitato perché tanto i suoi insegnanti lo capiranno comunque.
A mio parere, se un difetto il Nuovo Esame di Stato ha avuto è stato provocato dal fatto che gli insegnanti non potevano essere nominati fuori della propria regione, e addirittura dalla propria provincia, e che di fatto le commissioni sono state costituite con il criterio dello scambio di commissari tra due scuole con la conseguenza che i giudizi da loro espressi alla fine venivano condizionati dal comportamento del collega nella propria scuola.
Distinti saluti.


Prof. Rosario Greco
Docente di Matematica e Fisica
Liceo Scientifico “E. Majorana”
Via Piersanti Mattarella, 21
95042 Caltagirone


Indirizzo privato:
Via De Amicis, 10
95042 Grammichele

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E il sostegno dov'è?
di Adriana Pavese

Che tra le tre "I" della nuova scuola voluta dalla nostra ministra non ci fosse Integrazione , l'avevamo capito, ma quello che sta succedendo a Torino, relativamente alla cattedre di sostegno, ha veramente dell'incredibile e ancor più incredibile e vergognoso è che non se ne parli.
Come sa chi lavora nella scuola , la maggior parte delle cattedre di sostegno sono cattedre di fatto, cioè istituite di anno in anno in relazione al numero e alla gravità degli allievi con handicap presenti nella scuola. Da quest'anno queste cattedre vengono date a supplenza dai presidi e qualcuno penserà che in questo modo, finalmente, sarà tutto più semplice e veloce. Errore!
I presidi devono scegliere i supplenti su graduatorie d'istituto che vengono elaborate centralmente e poi inviate alle scuole per via telematica : tutto chiaro, trasparente e veloce quindi. Errore!
Nelle nostre scuole le graduatorie di istituto sono arrivate la scorsa settimana , dopo un mese e mezzo dall'inizio dell'anno scolastico. Nel frattempo , dato che gli allievi in situazione di handicap hanno ancora
il diritto di frequentare, sin dal primo giorno, la scuola pubblica (le loro famiglie non hanno il problema del diritto di scegliere la scuola!), i presidi hanno dovuto nominare, "fino ad avente diritto", supplenti
dalle vecchie graduatorie. Gli insegnanti specializzati sono in numero insufficiente e tuttti sistemati, quindi sono arrivati insegnanti di tutte le materie, spesso senza esperienza di questo tipo di lavoro; in alcuni casi, come è successo nella mia scuola, sono persone serie, alcuni hanno già lavorato sul sostegno, si danno da fare, cercano aiuto dai colleghi più esperti e dagli insegnanti di classe, si affezionano ai ragazzi (alcuni molto gravi) e iniziano a lavorare.
Ci eravamo quasi dimenticati delle graduatorie , quando si sparge la voce.....sono uscite! Soliti problemi delle segreterie per scaricarle e inizia un vorticoso giro di telefonate tra presidi e ex-provveditorato: che fare? Sono provvisorie o definitive? Bisogna cominciare a chiamare?
Nella mia scuola tra prima, seconda e terza fascia (e non mi provo neanche a capire in base a che cosa i colleghi siano in una fascia o nell'altra) sono più di 200: sono divisi per materia, per nominare sul sostegno bisogna fare l'incrocio tra le materie secondo il punteggio (e per fortuna, dopo un po' di tentativi si scopre che può farlo il computer), ma tra le varie voci che determinano il punteggio non compaiono gli anni di sostegno, nè la richiesta di svolgere questo tipo di lavoro. Conclusione : per insegnare agli allievi in situazione di handicap basta respirare ed essere disoccupato. Arriva la direttiva : "si deve iniziare a nominare sulla prima fascia , che è definitiva."
I miei bravi colleghi sono abbastanza alti in graduatoria e quindi, sperando di non doverli cambiare , inizio ad aiutare la segreteria nell'operazione telefonate: quasi tutti gli insegnati interpellati lavorano già, e quindi molti non sono a casa, si lascia il massaggio sulla segreteria quando c'è ,oppure alla vecchia mamma, oppure alla colf filippina. Se l'insegnante non ritelefona , si manda il telegramma (10/20 al giorno, alla faccia del risparmio!) . Alle volte capita di incontrare insegnanti che non hanno mai fatto sostegno i quali, dato che sono persone serie, quando sentono che dovrebbero occuparsi di ragazzi con handicap grave , pur essendo
disoccupati, rifiutano perchè si rendono conto di non avere le competenze.
Spesso succede che l'interpellato sia già in servizio in un'altra scuola "in attesa di avente diritto", ed essendo una persona seria , risponde "lavoro già con un bambino handicappato, mi spiace lasciarlo, aspetto a
rispondere per vedere se in questa scuola arrivano a nominare me". La stessa cosa rispondono i miei colleghi , quando sono chiamati da altre scuole. Risultato: tutti fermi !
Dopo una settimana di questo lavoro da telefonista (naturalmente fuori dall'orario di servizio) arriva un'altra voce: "tutte le graduatorie sono da ritenersi provvisorie", quindi tutto è rimandato tra 40 giorni!!


A questo punto non si può veramente più scherzare: con quale coraggio mi si può dire , dopo averci costretto a scegliere gli insegnanti di sostegno tra gente che non ha nessuna esperienza e non ha chiesto di fare questo lavoro, che devo costringere un ragazzo in difficoltà a cambiare l'insegnante dopo quasi tre mesi di scuola? I presidi, anzi i dirigenti, hanno tutto il diritto di temere i ricorsi, i lavoratori
hanno diritto al lavoro e al rispetto delle precedenze, ma i ragazzi, le famiglie , che diritti hanno?
Qualcuno ha idea del tempo che ci vuole per entrare in comunicazione con un ragazzo autistico? per progettare con i colleghi un lavoro che integri nella classe un bambino cerebroleso grave? per capire con far usare la tastiera del computer a chi non riesce a controllare nè gli arti, nè il capo? A questo stanno lavorando i miei colleghi, queste sono le cose di cui si occupano gli insegnanti di sostegno che sono
persone serie. Anche se si occupano pure di cambiare pannolini, soffiare il naso, imboccare , gli insegnanti di sostegno non sono delle specie di colf intercambiabili.
Io ho parlato di persone serie, ma in questo meccanismo perverso non c'è niente di serio, se non i problemi che si creano a chi è già svantaggiato.
Tra 40 giorni , se qualcuno mi dirà che devono cambiare gli insegnantidi sostegno della mia scuola, non starò più a perdere tempo al telefono, ma uscirò a protestare con i genitori dei miei ragazzi .

Adriana Pavese, responsabile del gruppo H di istituto
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Funzioni obiettivo
di Pierluigi Nannetti

Il Collegio dei Docenti dell’ITC “Cattaneo” di San Miniato, convocato il 12 ottobre 2001 per deliberare sull’organizzazione didattica e sulla assegnazione delle funzioni obiettivo, si rifiuta all’unanimità di procedere a tale operazione in nome di motivazioni didattiche e di etica professionale.
Infatti le funzioni obiettivo hanno carattere pretestuoso e artificioso, dal momento che si pretende di associare a tali figure professionalità diverse e specifiche unite a competenze particolari, che in realtà sono proprie di ogni docente nell’esercizio della sua ordinaria funzione educativa. Rifiutare le funzioni obiettivo significa dunque vanificare un meccanismo inaccettabile, atto a promuovere indebitamente figure di livello intermedio tra quello del dirigente scolastico e quello dei docenti.
Inoltre il progetto di legge finanziaria, presentato dal governo, prevede una vera e propria riforma della scuola attraverso strumenti di natura amministrativa, assolutamente impropri e inadeguati alla gestione della didattica e gravemente lesivi della sua funzione formativa e delle prerogative di coloro che la esercitano e devono garantirla.
I provvedimenti proposti all’esame del parlamento sono esclusivamente mirati al contenimento della spesa pubblica, a scapito e sulla pelle degli allievi e del corpo docente.
Infatti si contesta che:
1. la classe, in caso di assenza del docente fino a trenta giorni, non abbia garantito l’insegnamento della rispettiva disciplina, essendo coperta da insegnanti occasionali, chiamati a svolgere il ruolo di “tappabuchi”, con grave pregiudizio dell’apprendimento dei discenti e della dignità professionale dei docenti;
2. sia previsto l’aumento obbligatorio delle ore effettive di insegnamento dalle 18 ore settimanali attuali a 24, allo scopo di assegnare spezzoni e di far effettuare le supplenze suddette. In effetti non si tratta solo dell’aumento di 6 ore lavorative settimanali, bensì anche del lavoro sommerso, mai riconosciuto da alcuno, di cui gli insegnanti sono tenuti a sobbarcarsi personalmente a casa (correzione dei compiti, preparazione delle lezioni, della programmazione e auto aggiornamento) nei pomeriggi liberi da riunioni collegiali, dai corsi di recupero, dalla attività di aggiornamento e da tutte le altre attività previste dal POF.
A questo proposito si denuncia una totale disinformazione, e talora una informazione volutamente scorretta, sia da parte degli stessi organi competenti che da parte dei media, che contribuiscono a creare una immagine distorta e meschina del docente. Di fatto l’assegnazione di spezzoni a chi già opera nella scuola si traduce in una diminuzione di posti di lavoro, che deve arrivare a “espellere” dalla scuola 50.000 unità in 3 anni, alla faccia delle sbandierate 60.000 assunzioni di precari che già da diversi anni erano in servizio.
I docenti ritengono inoltre gravemente pregiudizievole della qualità dell’istruzione la proposta relativa all’Esame di Stato da effettuare con commissioni esclusivamente formate da docenti interni, perché un esame siffatto si riduce ad una semplice presa d’atto del curriculum svolto dal candidato. Le prove inviate dal ministero non potranno infatti garantire una valutazione quanto più oggettiva, essendo questa affidata essenzialmente ai docenti della classe. In questo contesto la funzione del presidente esterno non può che ridursi ad una pratica notarile. Stando cosi le cose, gli unici ad essere davvero “avvantaggiati” saranno gli utenti delle scuole private, mentre tutti gli insegnanti perderanno l’opportunità del confronto e dello stimolo, che nasce dal contatto con le diverse realtà scolastiche presenti a livello nazionale.
Si rende inoltre noto a chi ancora non fosse informato che l’aumento mensile previsto dalla nuova finanziaria per il corpo docente è di £ 50.000 lorde mensili nell’arco di tre anni, a meno che il governo non abbia avuto le “mani libere” per licenziare nel frattempo 50.000 insegnanti, così da disporre di nuove risorse.
A questo punto i docenti invitano i presidi a riappropriarsi della loro funzione didattica, tutelando adeguatamente allo stesso tempo quella degli insegnanti. Sorprende infatti che nel momento in cui viene fortemente rivalutata la funzione del “preside – dirigente”, sia al contrario fortemente svalorizzata quella dell’insegnante.































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Segnalazioni
di M.B.

Bologna - Progetta il tuo spazio

Esistono degli spazi dove i ragazzi possono ritrovarsi per esprimere insieme la loro creatività? Per fare cosa ? Con chi? Dove?
Conoscono le offerte presenti nel territorio rivolte a loro?
Forse fanno già tante attività? Forse ne desiderano delle altre, diverse da quelle che fanno già? Forse non sanno come fare.
Sono molti gli interrogativi che emergono, ma è chiaro che solo i diretti interessati possono rispondere con il peso della loro soggettività.

L’associazione “Nuovamente. Persone e progetti per la città” ha promosso , con il Patrocinio della Provincia, del Provveditorato agli Studi e del Comune (Assessorati Scuola e Urbanistica) di Bologna, un bando di concorso con la finalità di stimolare la creatività dei ragazzi e delle ragazze per la realizzazione di spazi dedicati al tempo libero.

Siamo convinti che occorra creare delle occasioni di ascolto dedicate ai ragazzi e alle ragazze, preparare le condizioni affinché essi possano esprimere le loro idee con i loro linguaggi per essere i progettisti dei loro spazi.

Gli adulti e gli insegnati devono essere collaboratori discreti, che aiutano a creare gli spazi di silenzio dove le parole libere dei ragazzi e delle ragazze aiutino ad aiutarli, a trovare le risorse, ad individuare chi può essere interpellato, per fare diventare realtà i giusti desideri.

Riteniamo che è nel dialogo e nella “contrattazione” con gli adulti che si impara ad esprimere la propria soggettività, a mediare tra sogno e realtà, a conoscere il limite dei propri doveri e la forza dei propri diritti.

Fuori da soli……dove? Ha realizzato alcuni “monitoraggi” sul territorio cittadino, presso luoghi di aggregazione dei giovani. Tali indagini ,attraverso appositi focus group, hanno coinvolto oltre 100 ragazzi e ragazze.

Ti invitiamo, ad un incontro presso la Provincia, Sala dello Zodiaco, via Zamboni, 13, il giorno Martedì 30 Ottobre alle ore 21.00 per parlarne insieme a: dott. Paolo Marcheselli, Provveditore agli Studi di Bologna, prof. Carlo Monaco, Assessore Urbanistica e Casa Comune di Bologna, dott.Tiberio Rabboni, Vice Presidente Provincia di Bologna, prof. Beatrice Draghetti, Assessore Politiche Scolastiche Provincia di Bologna, ing.Piero Vendruscolo, Curatore del bando di concorso,dott. Adina Sgrignuoli, Gruppo “Formazione” di Nuovamente, presiede l’incontro il prof. Diego Benecchi, Presidente di Nuovamente.

Tel.051.6148.275 Fax. 051.6150.028 Info@nuovamente.org www.nuovamente.org


Roma - Vox Populi

Cari amici,
in un mondo dominato dai media, lo spazio dedicato alla voce del singolo cittadino è paradossalmente sempre più ristretto. Anche nelle trasmissioni dove è prevista la presenza del pubblico, non esistono di fatto opportunità e possibilità per il cittadino di far sentire la propria voce, relegato invece ad un ruolo di spettatore silenzioso.
Per questo ho deciso di dare vita ad un’associazione culturale con l’obbiettivo di mettere ogni singola persona in condizione di dialogare ed esprimere le proprie idee in rapporto diretto con i personaggi di maggiore spicco del mondo della politica, della cultura, dello spettacolo e dell’informazione.
“Vox Populi” è il nome che ho scelto per un’associazione aperta a tutti coloro che abbiano desiderio di partecipare direttamente ai dibattiti sulle grandi questioni dell’attualità romana e nazionale.
La prima iniziativa di quest’anno consiste nelle serate al Teatro Flaiano, in via S. Stefano del Cacco 15. Una formula già sperimentata con successo negli anni passati e che dal 7 novembre riprenderà il via ogni mercoledì alle 21.30. Da questa data in poi per un ciclo di tre mesi porterò sul palcoscenico del teatro personaggi di spicco, per cambiare con voi le regole del gioco.
Chiunque voglia aderire alle iniziative dell’associazione e sperimentare questa nuova forma di partecipazione alla vita pubblica può iscriversi con una quota simbolica di lire 100.000 annue.

ARTURO DIACONALE
Direttore del quotidiano “L’Opinione delle Libertà”

Per ulteriori informazioni: tel. 06/6954901- 69549032 fax. 06/69549023
E-mail: diaconale@opinione.it


Giuristi contro la guerra

Invio l'appello "giuristi contro la guerra", che martedì prossimo sarà oggetto di conferenza stampa e diffusione sui media.
Le firme in calce sono le prime raccolte, ma attualmente è stato superato il centinaio.
Non è un'iniziativa di gruppi (e comunque non di Magistratura democratica in quanto tale), ma di singoli.
Chi ritiene di sottoscrivere l'appello è pregato di fare una e-mail di adesione a: liviopepino@libero.it entro lunedì 29 ottobre. Se vi è più comodo, l'adesione potete inviarla a me, che poi la trasmetto.
Si deve trattare di giuristi, dato il contenuto dell'appello. Si deve indicare nome e cognome (ad es. Mario Rossi), la qualifica (magistrato, avvocato, notaio, Università), e il luogo di svolgimento del lavoro (ad es., magistrato, Lecce; avvocato, Foro Brindisi; notaio, Taranto; Università, Lecce).
Grazie
Vittorio Gaeta
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Dopo oltre due settimane di guerra tutto è diventato più chiaro.
L’orrore e la barbarie che hanno devastato New York e Washington non hanno giustificazioni. Non c’è dio, non c’è politica, non c’è progetto di emancipazione senza rispetto e pietà per l’uomo. Anche per questo gli attentati terroristici richiedono una reazione ferma, efficace e priva di distinguo e incertezze: sul piano culturale, politico, economico ed anche su quello repressivo.
Ma la reazione non può essere la guerra: non dobbiamo temere di dire forte che la guerra porta come conseguenza altra guerra, che le bombe sull’Afghanistan colpiranno con effetti indiscriminati e devastanti migliaia di donne, uomini, vecchi e bambini (non certo risparmiati, come gli eventi dei primi giorni già stanno dimostrando, dai cd bombardamenti selettivi), che si stanno già creando masse ingenti di disperati privi di qualsiasi assistenza, che richiedono rifugio e vengono respinti e che la prova di forza finirà per essere deleteria perché compatterà ancor più gli integralismi. Non possiamo assistere in silenzio all’inizio delle operazioni militari contro l’Afghanistan (destinate – secondo le dichiarazioni dei suoi protagonisti – ad estendersi anche contro altri Paesi). Non possiamo farlo proprio come giuristi: perché il fine del diritto è quello di risolvere i conflitti tra gli uomini, evitando che ogni controversia finisca necessariamente in una guerra, privata o collettiva che sia; e perché anche quando la guerra viene accettata come “male minore” l’ordinamento internazionale e quelli interni la ancorano a princìpi rigorosi e indefettibili: non per inutile formalismo ma per la consapevolezza della sua gravità ed eccezionalità.

La guerra iniziata il 7 ottobre 2001 dagli Stati Uniti e dalla Nato (supportati da alcuni paesi anche arabi) non ha i requisiti di legittimità richiesti dall’ordinamento internazionale. L’attacco aereo contro il World Trade Center non è, infatti, definibile come “atto di guerra”, cioè come aggressione di uno Stato contro un altro Stato, e ciò osta all’uso legittimo della guerra come strumento di legittima difesa da parte dello Stato aggredito. In ogni caso, anche ove l’atto terroristico potesse essere considerato “atto di guerra”, l’art.42 dello Statuto delle Nazioni Unite prevede che - esauriti gli interventi di autotutela, legittimamente realizzabili di fronte ad un “attacco in corso” - solo il Consiglio di Sicurezza può intraprendere “con forze aeree, navali o terrestri, ogni azione che sia necessaria per mantenere o ristabilire la pace e la sicurezza internazionale” e nessuna decisione in tal senso è stata assunta dal Consiglio di sicurezza prima dell’inizio dell’azione militare, tali non essendo, all’evidenza, la risoluzione n. 1368 (che, dopo aver riconosciuto agli Stati Uniti il diritto di autotulela, ha statuito l’obbligo di tutti gli Stati di perseguire con la massima urgenza i responsabili di atti di terrorismo e dichiarato che gli Stati che danno rifugio o protezione ai terroristi saranno considerati responsabili di tali comportamenti) e la risoluzione n. 1373 (che ha adottato una serie di misure volte a prevenire e a stroncare il terrorismo, prevedendo “fra l’altro” il congelamento dei fondi e di ogni risorsa economica che possa essere usata dai terroristi e l’obbligo di tutti gli Stati di cooperare e scambiarsi le informazioni necessarie ed utili per la repressione del terrorismo). L’art.5 dello Statuto della Nato, a sua volta, consente ed impone l’intervento ai Paesi membri dell’alleanza solo quando uno degli aderenti sia oggetto di “attacco esterno”. Per quanto riguarda l’Italia, poi, la situazione non è cambiata rispetto al quadro delineato al tempo della guerra in Kosovo. La partecipazione italiana all’operazione Enduring Freedom è una azione di guerra che la nostra Costituzione ammette solo come strumento di difesa (art.11) e previa formale delibera dello stato di guerra da parte delle Camere (art.78) e sua dichiarazione da parte del Presidente della Repubblica (art.87) (procedure, ad oggi, non intervenute e neppure attivate).

Respingere la guerra non significa accettare la barbarie ed assistere rassegnati alle stragi terroristiche: significa al contrario mettere in campo, in modo convinto ed autorevole, l’ONU e le istituzioni internazionali. A tal fine è assolutamente necessario che l'ONU si riappropri della funzione di mantenimento della pace tra i popoli e di risoluzione pacifica delle controversie internazionali che la Carta prevede come ragion d'essere dell'Organizzazione, mentre l'uso della forza è consentito solo come extrema ratio dopo che ogni altro tentativo sia risultato vano.
Troppo spesso, per il prevalere di uno o più Stati, l'ONU ha abdicato a questo ruolo, essenziale per sperare in una civile convivenza tra i popoli e, in dispregio delle norme pattizie, ha omesso di svolgere il proprio ruolo istituzionale: ciò è avvenuto, ad esempio, per la questione palestinese, che andava e va risolta soddisfacendo i legittimi diritti di tutte le parti coinvolte, secondo il principio “Due popoli, due Stati”, come già affermato in numerose e inapplicate risoluzioni dell’ONU.
Si pone, comunque, il problema di una riforma dell’ONU che garantisca il recupero della credibilità, efficienza, rappresentatività e democraticità dei suoi organi, a partire dal Consiglio di Sicurezza, (a cui, nell’attuale composizione, è devoluta in via esclusiva ogni decisione sul ricorso alla forza), non più ristretto, nella composizione permanente, a pochi Stati portatori di specifici interessi economici e di istanze di superati equilibri politici.
Ed ancora appare ineludibile l'entrata in vigore della Corte Penale Internazionale, per la quale mancano ancora significative ratifiche, tra cui quelle della Cina, degli Stati Uniti, dotata di maggiore autonomia ed imparzialità dei Tribunali ad hoc sino ad oggi costituiti, e capace di giudicare, sia pure in via complementare ai singoli Stati, nell'interesse di una comunità internazionale resa uguale dal riconoscimento di un comune diritto e di una precostituita autorità giurisdizionale, dei crimini di guerra come gli attentati di New York e Washington.

La titolarità del potere di decidere e realizzare interventi sul piano internazionale – lo abbiamo già ricordato in occasione della guerra nel Kosovo - non è questione formale o secondaria, anche perché ad essa si legano i modi dell’operazione, le forze in essa coinvolte, la possibilità di aggregare consensi non forzati.
Vale per le questioni internazionali lo stesso principio del diritto interno secondo cui non sono lecite giustizie private. È l’eterno problema delle regole e delle garanzie. Come nel diritto interno il garantismo autentico non è uno strumento per assicurare impunità a chi delinque, così nel diritto internazionale esso non è la scappatoia per consentire a terroristi e autori di crimini internazionali di continuare nella loro attività e di sfuggire alla punizione: esso è il metodo (pur a volte difficile) per assicurare una convivenza giusta, per evitare il prevalere della forza sulla ragione e per non offrire ai terroristi terreno di coltura e di consenso. Di ciò, a livello internazionale, non può essere garante altri che l’ONU, ed è irresponsabile emarginarlo e indebolirlo per ragioni di convenienza politica contingente.
E diciamo questo nella consapevolezza dell’assoluta rilevanza delle regole, pur consci che, per la risoluzione dei conflitti, occorra farsi carico di tutta una serie di altri problemi, quale quello economico, per affrontare la gravità e la drammaticità di simili eventi.
Chiediamo per questo a tutti i giuristi di far sentire la loro voce perché la guerra sia bloccata, il diritto alla vita di persone innocenti sia salvaguardato e si riaffermi il diritto internazionale.

16 ottobre 2001
Umberto Allegretti (Università Firenze)
Angelo Caputo (magistrato, Roma)
Mario Dogliani (università Torino)
Luigi Ferrajoli (università Camerino)
Gianni Ferrara (Università di Roma)
Domenico Gallo (magistrato, Roma)
Maria Grazia Giammarinaro (magistrato, Roma)
Franco Ippolito (magistrato, Corte di cassazione)
Roberto Lamacchia (avvocato, Torino, coordinatore Ass. Giuristi democratici)
Raniero La Valle
Giovanni Palombarini (magistrato, Corte cassazione)
Livio Pepino (magistrato, Torino, presidente Magistratura democratica)
Lorenzo Trucco (avvocato, Torino, presidente Asgi)
Danilo Zolo (Università Firenze)





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Ogni anno, a settembre
di Franco Di Michele

Ogni anno, a Settembre , euforici ed abbronzati , gli Insegnanti si danno convegno per celebrare il solenne rituale della Programmazione ed essere così pronti a fronteggiare le grandi sfide che la Modernità e la Globalizzazione impongono.
L’ordine del giorno è ogni anno lo stesso:
“ Quali strategie educative, didattiche e culturali per opporsi
a) all’antinomia crescente tra un sapere sempre più specializzato, compartimentalizzato e la trasversalità e globalità dei problemi;
b) alla dissociazione tra cultura umanistica, della riflessività e della problematizzazione e cultura scientifica, caratterizzata dall’organizzazione specialistica del sapere;
c) alla persistenza di una finalità meramente informativa contro una finalità formativa, come capacità di selezionare e organizzare le conoscenze.”
Dopo la lettura dell’ordine del giorno , un’euforia quasi orgiastica si impadronisce dei docenti e solo qualche insegnante “ retrogrado” , intervenendo , manifesta una certa scettica consapevolezza di fronte ad un tale compito immane anche perché “…la scuola italiana è malata , perché è l'unica in Europa dove il professore entra, parla, spiega, detta, interroga ed esce. Così anche per sette ore di seguito, alla faccia di tutte le certificazioni della psicologia e della moderna pedagogia che attestano i drastici limiti dell'assorbimento passivo o dell'input (pare non oltre i 120 minuti nell'arco di una mattinata), da parte di uno studente.”
Ma il malcapitato viene subito tacitato da un collega reduce da un corso di aggiornamento che gli ricorda che il problema è da considerarsi già risolto perché “ …nell'esercizio dell'autonomia didattica le istituzioni scolastiche regolano i tempi dell'insegnamento e dello svolgimento delle singole discipline e attività nel modo più adeguato al tipo di studi e ai ritmi di apprendimento degli alunni….”
Al “ retrogrado “ nulla serve far notare che sarebbe il caso di riconsiderare anche i ritmi di insegnamento dei docenti e i carichi di lavoro ai quali sono sottoposti perché subito un altro collega lo zittisce citando le conclusioni di uno studio dell’OCSE commissionato nel 1997 dal Ministero della Pubblica Istruzione, nelle quali si dice testualmente “ Raccomandiamo di introdurre una certa flessibilità negli itinerari degli allievi per far sì che l'istruzione che essi ricevono possa adattarsi agli interessi ed ai ritmi d'apprendimento di ognuno…” e non si parla assolutamente dei ritmi e dei carichi di lavoro dei docenti, per cui il problema oggettivamente non sussiste ,si tratta solo del caso personale di un collega forse un po’ esaurito.
A questo punto un altro docente propone l’introduzione della settimana corta, per gli studenti , con un’articolazione oraria costituita da unità di apprendimento di 50 minuti, sei unità per cinque giorni, in luogo delle attuali 5 unità per sei giorni, ( tanto sempre trenta dà come risultato) , motivando la proposta con la necessità di consentire alle famiglie degli studenti di passare i week.-end con i loro figlioli, come rimedio al progressivo degrado del rapporto tra genitori e figli che non hanno più occasioni per stare insieme e come risposta più adeguata alle raccomandazioni ministeriali relative ai ritmi di apprendimento degli studenti.
Il collegio approva la proposta in maniera plebiscitaria e il docente che sa tutto sull’OCSE, per non essere da meno, propone che le unità di apprendimento siano svolte secondo i criteri della “didattica breve“ combinata con la modalità ”modulare-interdisciplinare-multimediale “ anche se, avverte con solennità , occorrerà saper ben gestire simili innovazioni. Come infatti ricorda l’OCSE stesso:” ….vorremmo sottolineare che un'accumulazione di moduli o di crediti non costituisce una istruzione né una qualifica professionale. Raccomandiamo, inoltre, un approfondimento della riflessione sulla questione, affinché l'attuazione di questa flessibilità non sia di pregiudizio per la qualità dell'istruzione “ Siccome dal Collegio si leva un coro unanime di rassicurazioni, propone altresì di incrementare la realizzazione di iniziative che possano costituire credito formativo spendibile agli Esami di Stato e una revisione più favorevole per gli studenti dei criteri di valutazione dei crediti stessi per evitare che questi ultimi, in sede di Esame , possano essere eccessivamente penalizzati nel caso in cui non siano stati capaci di portare a termine una preparazione curriculare accettabile.
Su quest’ultima proposta si scatena il tripudio generale e il Collegio decide di sciogliersi.
Il collega “ retrogrado” , pensando ai suoi ritmi di insegnamento e ai suoi carichi di lavoro di colpo decuplicati, pensando ai figli e alla moglie che forse non vedrà più , pensando agli occhi tristi e alla facce smunte degli studenti travolti dall’accanimento tecno-didattico teorizzato da “ saggi “ che forse non hanno mai messo piede in una classe “ reale “, pensando alle richieste implicite di apprendimento costruito sulla convivialità e sulla serenità che gli sguardi e le facce dei suoi studenti in carne ed ossa sottintendono e alle quali sarà sempre più difficile rispondere , si avvicina all’esperto OCSE e gli sussurra , in un ultimo disperato tentativo , che , tuttavia, secondo Montaigne, “ …è sempre meglio una testa ben pensante che una testa ben piena “ L’altro sbarra gli occhi e gli risponde con malcelato disprezzo: ” In 600 ore di aggiornamento alle quali ho partecipato, tenute dal fior fiore degli esperti, nessuno ha mai nominato questo tuo Montaigne e se e anche esiste , deve essere il solito che rema sempre contro qualunque tentativo di seria innovazione ,uno di quelli che “ Ai miei tempi ,la scuola sì che funzionava e i treni arrivavano in orario!!”
Fuori è ormai notte inoltrata.
Mentre i Docenti si avviano alle auto , due ombre furtive scivolano nel buio dopo aver appiccato un cartellone su cui è scritto a caratteri cubitali:

“ DOMANI SCIOPERO GENERALE DI TUTTI GLI STUDENTI :
VIA GLI AMERIKANI DAL VIETNAM !!!- “

Franco Di Michele
Docente Liceo Scientifico di NERETO ( TE )


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Dura cervice
di Vincenzo Andraous

E’ singolare come su questa guerra in Afghanistan si sprechino gli aggettivi, i sostantivi, le banalità dette in fretta proprio per non dire niente.
Gli estremisti di ogni sponda ammettono l’uso della forza e si annettono una fetta di lungimirante globalizzazione.
I democratici ( di bianco vestiti ) accettano l’uso di una violenza che sana altra violenza, con la pretesa di non esagerare troppo.
Poi ci sono quegli altri che ancora non conoscono il colore del sangue, e non stanno da nessuna parte, se non con l’utopia della creazione di un mondo perfetto.
In questa ottica c’è la nascita di un nuovo stradario, più modesto dello scudo spaziale, ma certamente più consono alla realizzazione di un rispettabile inferno, salvo poi chiederci chi riuscirà a controllare i lucifero in maschera e i cherubini in armi.
C’è davvero un grande spreco di sfide alle parole, agli intendimenti, agli inganni; quando invece i morti sono morti, i terroristi sono terroristi, la guerra è guerra, i soldi sono soldi, il potere è potere…..
Occorre chiamare le cose e le persone con il loro nome, avere il coraggio di indicare, sì, la strada maestra, ma dopo avere percorso per intero le vie laterali, quelle che hanno prodotto il presente.
La verità è verità da qualunque prospettiva la si inquadri.
La Fallaci in controtendenza? Agnoletto e Casarin in ibernazione? Bin Laden al museo delle cere? Bombe invisibili e morti nascosti? Paesi lontani e paure vicinissime? Indipendentemente dalla ragione o dalla compassione, c’è dispendio di immagini e di proclami, ma il cratere è in attesa di anime vaganti, anime con la barba e senza, con in mano il Corano o con il Vangelo. E’ un cratere che s’allarga e vomita tolleranze che non sono vissute, tanto meno convissute.
C’è paura di ciò che non vediamo, di rumori in sottofondo, di boati e di silenzi improvvisi.
E’ paura che procede spedita sotto i cingoli di quelli che non ammettono cedimenti. Non udire il fremito della resa alla follia, significa rimanere davvero indifesi, non sapere reagire con giustizia agli accadimenti, pur di lasciare comunque un segno del proprio passaggio, perché “c’ero anch’io”, poco importa se a Kabul o ad Assisi.
Si sciolgono come cristalli di neve al sole le parole, i caratteri cubitali, le ovazioni populiste.
E’ novena dei defunti, di ieri, di oggi, di domani. Seimila morti di là, qualche centinaio di qua, per confermare che poco giova la nostra tecnologia, i nostri sistemi di sicurezza, le nostre belle rassicurazioni, quando c’è l’imprevedibilità che non pone alcun annuncio.
Nuovamente ci rifugiamo nella giustizia che corre con occhi bendati sull’analfabetismo emotivo che ci coglie ogni qualvolta siamo chiamati a porvi rimedio.
Ci stiamo abituando alla guerra vera, ai morti sul selciato, a quelli che ancora respirano ma sono ruderi ambulanti. E nonostante questo palcoscenico mondiale, che non è affatto un proscenio virtuale, ma presente e futuro all’intorno, persiste la caduta di stile in cui inciampiamo, che non è patologia della dislessia, di una difficoltà congenita. E’ qualcosa di peggio, è corruzione del linguaggio, è autoipnosi della parola attraverso una reazione che non ha mediazione, perché l’angoscia e l’inquietudine albergano tra i nostri possedimenti, non certamente nella disperazione e nel dolore di quanti a brandelli cadono giù dal settantesimo piano di un grattacielo, o di quanti saltano per aria su una mina antiuomo.
Terrorismo, guerra, ingiustizia, sono il sintomo di un male più grande: tanti uomini a perdere….irrimediabilmente.
Di fronte a tutto ciò, è il caso di smetterla con i convincimenti che esistono divinità e civiltà contrapposte, persino un Dio con più cognomi altisonanti. Forse è il caso di ridimensionare l’uso di una etimologia di tendenza, e affermare che guerra santa e guerra vera, entrambe possiedono l’abito mentale dell’assassino.
Forse è il caso di curarci delle parole che pesano e contano per davvero, per indurci infine a curarci di più delle persone….anche quelle che solamente….. tolleriamo.

Vincenzo Andraous
Carcere di Pavia e
tutor della Comunità “Casa del Giovane” di Pavia
ottobre 2001

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Private di decenza
di Lena Cappuccio

Carissimi, vi racconterei la disavventura che mi è capitata di recente (relativamente all'insegnamento in una scuola privata). Se avrete la pazienza di seguirmi...
Sono stata contattata da un "prestigioso" Istituto privato di Roma (Trionfale-Magnum), che mi ha accolto senza problemi anche se non ho l'abilitazione. Mi hanno fatto firmare un contratto senza farmene leggere le caratteristiche e negandomene, tra l'altro, una fotocopia. Inoltre mi hanno fatto subito stilare una lettera di dimissioni priva di data (per tutelarsi-dicevano loro- perché "sembro molto perbene, ma potrei fare uso di droghe..."). Con tale lettera forzata io potevo essere licenziata in qualsiasi momento.
Alcuni giorni dopo questo "rassicurante" inizio, insieme ad una mia "collega" (neo-assunta), ho scoperto di aver firmato un contratto di "Collaborazione coordinata e continuativa" riservato alle scuole private F.I.L.I.N.S., un documento piuttosto ambiguo e sfavorevole nei confronti dei lavoratori, patrocinato dalla CISAL, il sindacato fascista.
Tralasciando il resto, tale contratto prevede sì il versamento dei CONTRIBUTI (elemento imprescindibile per l'assegnazione del punteggio), ma spetta al lavoratore recarsi all'INPS ad aprirsi una posizione "separata", cioè un conto in cui la scuola deve versare questi benedetti contributi. Con le idee un po' più chiare sono andato dalla preside e le ho chiesto la documentazione necessaria per recarmi all'INPS e bla bla bla. La preside, dopo aver tergiversato con la maestrìa che non posso non riconoscerle, mi ha riconvocato per il giorno successivo e l'indomani mi ha licenziato!!!! Insomma, sono stata mandata via dopo una sola settimana di insegnamento...insegnamento in quali condizioni...!!! Classi numerose (c'era una classe quinta con 50 iscritti), indisciplina, edificio fatiscente, ignoranza dilagante e un orario di lezione irregolare (solo tre ore al giorno, con esclusione del sabato). E non parliamo delle rette mensili di 800.000 lire che gli studenti sono costretti a sborsare... Lasciamo perdere lo squallore della scuola e riflettiamo sulla truffa intentata nei miei confronti: mi avevano promesso il punteggio (pieno, perché l'istituto è paritario), ma non avevano nessuna intenzione di pagarmi i contributi... E lo stesso trattamento è stato riservato alla succitata mia collega (neolaureata e non abilitata) e ad un'altra collega (seppur abilitata!). Tutte e tre licenziate...
Quale la motivazione del mio licenziamento? Semplice: la mancanza di abilitazione...ma si tratta solo di un pretesto! Infatti è stata licenziata anche quella mia collega abilitata e poi, almeno per quest'anno, l'abilitazione non è ancora obbligatoria per insegnare nelle scuole private paritarie. Inoltre, nella fattispecie, io frequento anche la SSIS...quindi sono "in procinto di..." .
Praticamente, durante il colloquio iniziale io (inesperta e non abilitata) ero un buon pesce pronto ad abboccare, ma poi quando ho chiesto le più elementari e legittime delucidazioni sul mio pseudo-contratto, sono stata allontanata perchè non abilitata...Ed ora non ho alcuna carta in mano in grado di provare quello che è successo (loro nel frattempo si saranno sbarazzati delle scartoffie fittizie firmate da me...). Si tratta di una truffa ben studiata e potenziata dalla loro cattiva fede e dall'assoluta mancanza di scrupoli. Se il futuro lavorativo prevede la morte del contratto collettivo a favore del contratto "individualistico", credo di essermi già imbattuta nelle possibili insidie celate sotto questa dicitura. Sarebbe utile sapere quante altre scuole private si comportano così scorrettamente, come il Trionfale-Magnum...
Un'insegnante "dimezzata" (anzi "inesistente")


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Per un'effettiva parità
di Luciano Albanese

Tutti sappiamo come si è giunti a dare alle scuole non statali il riconoscimento di “scuole paritarie”. Per adesso significa solo che sono responsabili della loro attività didattica senza particolari intromissioni di “commissari governativi” per scrutini ed esami, o passare da Direttori didattici per il funzionamento di Elementari e Materne, (fanno eccezione, ovviamente, gli esami di Licenza Media e gli esami di Stato). Devono sottostare, come tutte le scuole statali ad eventuali visite ispettive. Nella richiesta di riconoscimento il gestore deve fare una serie dichiarazioni che vanno dal bilancio alla costituzione degli Organi Collegiali, al contratto nazionale di lavoro per Docenti e collaboratori diversi, all’abilitazione per l’insegnamento. Economicamente non è cambiato nulla, se non la possibilità di una borsa di studio di L. 500.000 in base al reddito familiare, se non mi sbaglio, inferiore a L. 30.000.000.
Diciamo, quindi, che la legge sulla parità per adesso considera alla pari le scuole non statali che osservano tutte le disposizioni vigenti per la scuola in genere. Il problema, considerato scandaloso da più parti, è che il personale docente viene assunto per chiamata. Potrei esser d’accordo, in quanto in Italia abbiamo le graduatorie che cercano di ordinare il “diritto” all’occupazione. E poiché lo stipendio nelle scuole non statali è proporzionato alla retta scolastica, e quasi nessuna retta scolastica raggiunge la spesa che lo Stato sostiene per ogni alunno nelle sue scuole, la maggior parte dei Docenti, se ha l’opportunità, preferisce la scuola statale. Nonostante quello che si dice, nessuno lascia per motivi ideologici, come quasi nessuno viene assunto per motivi ideologici. Anche se sono capitati dei casi, rari per la verità, in cui qualcuno pur di aver il “posto”, inizialmente dice sì a tutto, poi gli sembra di rinnegare i suoi principi. Pur trattandosi di “scuole di indirizzo” si richiede prima di tutto preparazione e voglia di lavorare con i ragazzi, per il resto basta il buon senso di chi sa vivere in una società pluralista.
Sventuratamente la scuola in Italia sembra offrire occasioni di guadagno. Il riconoscimento legale con i suoi trucchi permette certi giochetti che le scuole serie non possono tollerare. La mancanza di selezione ha spinto alcuni a cercare il successo scolastico per vie traverse. Un danno enorme all’immagine della scuola italiana. Il riconoscimento di scuola paritaria doveva mettere ordine, ma non credo che ci sia riuscito. Non ci riuscirà mai, se continuiamo a denigrare la scuola statale per alcune “inefficienze” e le scuole non statali per partito preso. La preoccupazione deve essere rivolta al buon funzionamento della scuola italiana, come espressione di un sistema scolastico che non ha nulla da invidiare agli altri. E da qui passo al vero senso della parità. Se abbiamo parametri per giudicare una buona scuola, una commissione dovrebbe accertarne la validità, sia essa statale o non statale. L’equivoco di dare il riconoscimento di parità a delle tradizionali scuole a pagamento esistenti, crea confusione. Avrei pensato a una politica scolastica europea, dove l’offerta è: scuola statale, scuola confessionale-statale, scuola indipendente o a pagamento. Il cittadino sceglie e lo Stato tiene conto delle scelte che sono anche normali nella vita dei cittadini. Il guaio è, come ho sempre detto, che in Italia noi abbiamo prima il partito, poi il gruppo e poi il Paese. Gli altri prima sono Britannici, Tedeschi, Francesi, Olandesi, Austriaci e poi Protestanti, Cattolici, Socialisti, Conservatori, Socialdemocratici. Pertanto noi temiamo la diversità, anche se parliamo di democrazia e di tolleranza. Quindi mentre si rimprovera alle scuole non statali di essere di élite, non si vuole che si misurino con i problemi di ragazzi e famiglie disagiate. Se le attuali scuole a pagamento fossero davvero paritarie in tutto, alcune farebbero marcia indietro e altre sarebbero costrette a dichiararsi incapaci di fare una vera scuola. Preferirebbero ancora il redditizio “recupero anni scolastici” o la scuola d’élite.
Resterebbe, a questo punto, il problema Docenti per le “eventuali vere scuole paritarie”. Penso che si potrebbero raggiungere accordi sindacali rispettando graduatorie e “opzioni”. Non credo che di fronte alla possibilità di diventare “reali scuole paritarie” le attuali scuole non statali, riunite in federazioni, non sarebbero disponibili a concordare una linea che rispetti titoli, professionalità e scelte. In caso contrario, dovrebbero restare scuole legalmente riconosciute, cioè a pagamento. Certo “l’opzione” per insegnare in una scuola “d’indirizzo” è simile a quella dei comandi sindacali. Un dipendente pubblico di AN non va a lavorare nella CGIL.

Sono membro di un Ordine religioso -Padri Scolopi - con una tradizione di scuola per tutti che va indietro nel 1600, come si può vedere da alcune pagine del sito scuolepie.it . Possiamo vantare di essere stati guidati da Galileo Galilei nell’insegnamento della matematica e della fisica ai bambini poveri del Trastevere. Possiamo vantare di avere assistito Galileo Galilei anche dopo “la condanna”.
Alcuni problemi storici, specie in Italia, ci hanno poi relegato nelle scuole a pagamento solo per la nostra rigidità di voler continuare nella nostra tradizione. In Spagna, in Austria e in altri Paesi abbiamo scuole dove i Governi si assumono le responsabilità degli stipendi ai docenti, mentre noi dobbiamo pensare agli edifici e alla manutenzione.
La questione italiana è anomala in tutto: nei religiosi, nei cittadini, nei partiti, quindi tutto diventa complicato. Il problema del riconoscimento legale ha spinto altri a gestire scuole, ma con ben altri intenti. Fare chiarezza su questo non è facile. Capisco certe forme di opposizione, specie se si pensa di dover dare soldi ai privati per gestire scuole. Finché il discorso lo si continua a fare su queste basi, non si troverà mai la soluzione. Anche perché non si prendono in considerazione i cittadini, ma i gestori delle scuole. Quindi è necessaria non una legge che cerchi consensi elettorali, ma una legge che regoli il servizio scolastico.
In Gran Bretagna una diocesi di 200.000 cattolici ha ben 50 scuole cattoliche per l'85% sovvenzionate dal governo, l'altro 15% si raccoglie nelle chiese. Un modo di pensare ai cittadini non agli Ordini religiosi, che possono decidere di far parte di questo circuito o continuare ad essere privati.
Ritengo che in un Paese democratico questo sia possibile e vantaggioso per tutti. Come si fa a spiegare tutto questo in modo sereno? Tutti "prendono posizione" sul problema, ma sempre dal punto di vista ideologico. Infatti è la prima volta che qualcuno (Fuoriregistro) ci vede qualcosa di interessante. Interventi di questo tipo ne avrò fatti almeno dieci tra mailing-list, forum e discussioni on-line, ma non ho avuto alcuna risposta, se non la ripetizione sugli stessi "canali" degli stessi argomenti ogni volta che riaffiora il problema.

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Il tempo per studiare
di Gianni

Cara signora Moratti, certamente Ella e' come la moglie di Cesare: al di sopra di ogni sospetto! Ma, probabilmente, non si e' resa conto che il Suo ministero non ha ragion d'essere, non esiste piu': e' la Scuola che non esiste piu', fagocitata dalle enormita' delle fesserie verbali, dai progetti vuoti e senza senso, dalla didattica demagogica di squallidi personaggi privi di qualsiasi cultura, dallo spreco del denaro pubblico, scialacquato in attivita' prive di qualsiasi senso logico e morale! Oggi a scuola (sic!) si fa di tutto meno quello per il quale fu costruito l'edificio: Presidi (io continuo a chiamarli cosi) pagati a numero di progetti, come se fossero venditori di saponette e penne stilografiche e, percio' impegnati a sfornarli in continuazione; colleghi che non sanno o non vogliono piu' fare una lezione dal momento che sono impegnati a "programmare" (parola magica simile all'Araba Fenice: tutti ne parlano nessuno la conosce); alunni che, nella migliore della ipotesi, siedono sopra il banco col cappello in testa, con aria annoiata e scatola cranica vuota. Il tutto in nome dell'autonomia e della liberta', dimenticando che esse sono come il vino: in quantita' ubriacano. Ella e' a conoscenza che esitono corsi serali di Scuola superiore ove non si usano libri di testo e che sfornano diplomati sulla cui preparazione lascio ai benpensanti ogni giudizio? Ella li impiegherebbe ,siffatti prodotti scolastici, nella Sua impresa? Ma, ullalla', c'e' l'autonomia, la panacea di tutti i mali......e stiamo modernizzando la scuola! Io insegno Lettere al Superiore: ebbene, mi arrivano ragazzi dalle medie che non sanno letteralmente leggere, scrivere e far di conto........Sa, cara Signora Ministra, cosa faccio fare loro? Non esegesi dantesca e/o critica storica, ma quelli che mia Madre chiamava i buoni riassunti di una volta, i dettati, la lettura.........Ma io sono fuori moda e i miei capelli un po' brizzolati mi rendono animale in via d'estinzione .Pensi un po' come sono arretrato: in classe non permetto agli alunni di portare il cappello in testa o sedere sul banco e faccio.......mamma mia...ancora lezione, tanta lezione e lavoro che i miei scolari sul medio portano il segno distintivo del callus scribani. E la cosa strabiliante....(per gli altri ma non per me).....
e' che sono seguito, rispettato ed amato........Pensi, signora Moratti, che l'altro giorno ho ricevuto i complimenti di una nuova collega perche' i ragazzi in classe erano....in silenzio. Basta fare il normale per essere un superuomo! Mah..... cose di altri tempi.....ora abbiamo la scuola moderna, legata all'Europa, all'autonomia di programmi, all'uso del computer di cui tutti si lavano la bocca........ Ma forse dimenticano una cosa: che di virtuale c'e' solo la stupidita! Un'ultima proposta: l'esame di Stato (pomposo) lo abolisca, per quello che serve ancora.....Io quando sono di Commissione esterna mi turo il naso.......e mi vergogno, soprattutto perche' sono convinto che la colpa non sia dei ragazzi ma che essi stessi siano delle vittime sacrificali sull'altare della pochezza, della disinformazione, dell'ignoranza e della malafede.Perche' non vado via?Perche' ho solo 28 anni di servizio e, campando del solo stipendio con la famiglia, non credo che prenderei una pingue pensione........ La saluto, Cara Ministra, e buon...lavoro

P.S. A fronte di tanti progetti..........il tempo per studiare?

Prof. Didimo Chierico
Istituto superiore Statale
Taranto
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Cocab 5
di Emanuela Cerutti

In questo periodo, nel quale in tanti ci stiamo interrogando sulla giustizia, l’equilibrio, la relazione ed il conflitto, la scuola va a scartabellare nei ricordi, per vedere che cosa aveva fatto prima.
Prima che la guerra diventasse così vicina e reale. Prima che diventasse impossibile chiudere gli occhi e pensare “tanto non è qui”.
Piano piano pezzettini di puzzle vengono a galla e, timidamente, compongono un disegno a colori: il disegno del futuro possibile, del mondo diverso possibile,da abbozzare nei tempi di pace, se non si vuole che la violenza ci colga impreparati.
Alcuni paesi, alcune piccole città raccolgono materiali, vogliono appenderli in giro, mostrarli e riguardarli, accompagnarli con musiche che ne addolciscano i contorni perché il non dimenticare vuol dire anche ritrovare le proprie radici, quelle che sembrano soffocate dal troppo rumore, eppure esistono e sono la forza di un oggi complicato.
Cinque o sei anni dopo, gruppi di insegnanti rispolverano quaderni e fotografie: fatiche ed entusiasmi per avventure che il tempo sembrava aver cancellato.
Eppure i fili si riannodano. E da quelle esperienze lontane, da quei colori forse troppo forti per qualcuno, da quelle scommesse credute azzardate, spuntano speranze, cammini di autocomprensione e di nuovi coraggi: così negli zaini dei licei compaiono Gino Strada o Epicuro; nelle assemblee autogestite si ragiona di nonviolenza e di giustizia distributiva; nelle iniziative studentesche trovano posto le torte per il Kossovo e le adozioni internazionali a distanza; nei pullman che attraversano le notti umbre si canta Guccini e si ascolta il proprio non arrendersi.
Succede. Gli studenti di oggi sono gli scriccioli che, ieri, avevano “fatto una cooperativa”, a scuola, quinta elementare, veramente, con tanto di statuto, bilancio e presidente. Con iniziative densissime ed obblighi territoriali non indifferenti.
Con un giornalino, che, guarda caso, era intitolato “Il giornalino della pace”, per quell’intuizione radicata che l
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