La violenza che chiede violenza
Alba Sasso - 23-11-2006
La palla di neve, diventata slavina, sta per trasformarsi in valanga. Mista a fango, anzi solo fango. Ora tutti sanno di centinaia di video on line, con un elenco di efferatezze e barbarie da far rabbrividire. Tutti conoscono i colpevoli, anzi "la" colpevole, ovviamente la scuola.

Ma la faccenda delle violenze, delle sopraffazioni, e smettiamola con il termine bullismo, è ormai un campionario degli orrori che ha per protagonisti attori di ogni tipo e natura. Le famiglie, i media, gli insegnanti, i ragazzi, in un mix in cui è indispensabile riconoscere e valutare il dosaggio, ed il peso specifico di ogni elemento che ne fa parte. Dosaggio, equilibrio nelle analisi, ma domande cui non possiamo più sottrarci. Un video di quelli on line, pone prepotentemente alla ribalta la domanda sui comportamenti 'politicamente corretti' degli insegnanti.

Un ragazzo punta una pistola alla testa di un prof, regolarmente seduto in cattedra. Fermo, subisce l'oltraggio senza reagire. Alla fine della bravata, il teppista rientra a posto, eroe della classe. Importa sapere se era vera o falsa, l'arma? Importa sapere se era vera o falsa la scena? E' il modello che passa che fa paura. La violenza che chiede violenza. E penso che solo un ben assestato ceffone avrebbe riscosso il consenso dei ragazzi. Che abituati, senza vie di mezzo, o alla violenza o alla condiscendenza e alla tutela perdono riferimenti e valori, una qualche graduatoria fra il bene e il male, che pure occorre avere il coraggio di stilare.

E pensiamo davvero che a tutto questo sia estranea una cultura della scuola incapace di motivare, di creare stimoli alla ricerca, alla gratificazione, al piacere dello studio? Siamo sicuri che adottare indulgenza e arrendevolezza sia il modo migliore di procedere? E piccoli gesti concreti, vietare l'introduzione nelle aule dei telefonini, ad esempio, che pochi si azzardano a compiere, siamo sicuri che collochino d'ufficio nel novero degli aguzzini e dei repressori? Infine, e con tristezza.

Quanta consapevolezza c'è, nel nostro mondo, del fatto che la punta che emerge, nasconde un iceberg dalle dimensioni paurose? I ragazzi che ancora manifestano, e per fortuna. Quelli con la kefia e le bandiere arcobaleno, che il cielo li benedica, quelli che si appassionano alle assemblee antimafia, quelli che leggono i libri, ancora ce ne sono, corrono un rischio mortale: diventare razza in via d'estinzione, specie protetta e separata dal resto dei loro coetanei. Che sono milioni, e che vivono con il telefonino come protesi, il cervello configurato sulle scansioni dei videogiochi, la violenza come mezzo di promozione sociale, meglio se mostrata e esibita, il disprezzo per le donne come riaffermazione di valori che credevamo sepolti, e che sono lì, più vivi che mai, e senza un movimento femminista in grado di sconfiggerli per sempre, come credevamo fosse avvenuto. La scuola, certo. Come potremmo non ritenerla responsabile di tutto questo. Ma i don abbondio che si fanno rovesciare le cattedre addosso senza battere ciglio vivono fianco a fianco con i padri che delegano il loro ruolo alla tivù, alle marie de filippi che sembrano ormai figure titaniche della moderna pedagogia di massa. I pavidi che assistono al linciaggio di un portatore di handicap si ritrovano in buona compagnia, quella delle mamme che non vedono e non sentono, la droga no, mio figlio non la conosce...

Ripensare ad una scuola ove si studi, si premino quelli che lo meritano, si puniscano quelli che vogliono distruggerla, è proprio così difficile? Sono così forti i fantasmi, le paure, gli scheletri nell'armadio, da lasciarci spettatori passivi, pur di non incorrere nelle scomuniche antiautoritarie? Per questo, abbiamo già dato. Grazie al cielo, la scuola italiana, i suoi professori, sono consapevoli del loro ruolo. È che, poveretti, se passano le loro giornate a compulsare graduatorie e punteggi, a cercare di inventarsi un modello di vita da precario vivibile, non avranno la forza, la volontà, i mezzi per diventare anche insegnanti 'autorevoli'. Il prof con la pistola alla tempia, forse stava calcolando quanti giorni ancora di insegnamento aveva, e come avrebbe fatto a pagare il mutuo, nei mesi successivi. Cosa volete che sia, una pistola alla testa, di fronte alla rovina economica di una famiglia...

Certo, a Lisbona di tutto questo non si era parlato. Ma potevamo immaginare di arrivare a tanto? Se sì, nessuno è innocente. Se no, è ancora peggio.

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 Grazia Perrone    - 24-11-2006
So benissimo che l'Onorevole non mi risponderà ma inoltro - a beneficio della ex collega - un articolo pubblicato oggi dall'Unione Sarda. Può trarne spunto per farne un bell'articolo. Da pubblicare su Fuoriregistro ... magari.

La storia di Antonio Ligori, insegnante leccese di 40 anni, che sta tre giorni fuori casa per lavorare in Sardegna

«La mia vita da precario Millemiglia»

Dalla Puglia a Orgosolo per tre ore di lezione alle Medie


Orgosolo - Il professor Antonio Ligori ha un sogno soltanto: andare a scuola leggero, con un paio di libri sottobraccio e la sua vecchia cartella di plastica. Per ora si arrangia: sistema due cambi di canottiera, calze e slip dentro un trolley, afferra la busta della spesa con due bottiglie d'acqua da litro e un paio di panini, bacia la moglie, dà una carezza ai bambini - e parte. Due giorni di viaggio, andata e ritorno, da Salice Salentino - paese a diciotto chilometri da Lecce - fino a Orgosolo. Quarantotto ore in pullman, in nave e poi di nuovo in postale per poter insegnare tre ore - tutti i giovedì - nella scuola media del paese barbaricino.

Stipendio: 256 euro al mese. Spese di viaggio: 600 euro.

Antonio Ligori parte il mercoledì mattina, sbarca a Olbia l'indomani con la nave di Civitavecchia, sale sulla freccia che lo porta a Nuoro e da qui sull'autobus che lo accompagna al paese giusto giusto in orario per la lezione. Si rimette in viaggio nel pomeriggio, Orgosolo-Nuoro-Olbia-Civitavecchia-Lecce-Salice Salentino, e quando alle 7 di venerdì sera finalmente arriva a casa i figli lo abbracciano come se stesse tornando dall'America, e la moglie lo saluta come è giusto venga salutato un emigrato che torna.

Perché Antonio Ligori, 40 anni, maestro di musica, non è soltanto uno dei 300 mila insegnanti abilitati e senza cattedra fissa: è il precario Millemiglia, l'emigrante lastminute delle graduatorie docenti della scuola italiana. Uno che andando e tornando dalla Puglia si è sbucciato supplenze a Bosa, Tertenia, Aritzo, Arzana, Villagrande, Sindia, Macomer, e ora Orgosolo. Anche ieri mattina è arrivato puntuale per le tre ore di lezione alla scuola media "Sebastiano Satta", accompagnato dalla moglie Maria, 36 anni, maestra elementare di ruolo che insegna a un chilometro da casa. «Non era mai stata in Sardegna.

Ci vediamo così poco - spiega lui - per via del mio lavoro, che ha deciso di passare questi tre giorni assieme a me. Un sacrificio, ma anche io lo faccio per la famiglia». Ma chi glielo fa fare? «Il punteggio, e basta. Ci rimetto pure di tasca, e meno male che mia moglie lavora, ma per il punteggio si fa questo e altro. Ho tre ore la settimana, ma per tutto l'anno. Il che mi garantisce dodici punti, che diventano 24, perché insegno in una scuola di montagna. Un sacrificio in più uno in meno: che differenza fa se un giorno potrò finalmente insegnare vicino a casa mia?».

Ormai sono sei anni che il prof se la sogna, casa sua. Sei anni dal giorno in cui decise di mollare la vita da musicista a contratto per seguire la sua vera passione. «Da quando mi diplomai, nell'88, ho sempre presentato domande di supplenza, a Campobasso, Cosenza, e pure a Novara: non mi hanno mai chiamato. Sicché per campare facevo le feste patronali con la banda musicale, suonavo il trombone nei locali jazz. Ma il mio sogno è sempre stato quello di insegnare e così, nel 2000, ho voluto seguire il consiglio di alcuni amici che mi dicevano: ma perché non provi in Sardegna?». Lui ci ha provato, ed è precipitato nella lotteria dei punteggi, nel girone infernale delle chiamate dei presidi, nella corsa ai 360 giorni d'insegnamento per poter frequentare un corso e conquistare la tanto sospirata abilitazione per la graduatoria permanente (primo gradino per il passaggio di ruolo) che adesso rischia di essere annullata (la Finanziaria ne prevede l'azzeramento dopo l'assunzione di 150 mila insegnanti entro il 2010). «Capito? La metà di 300 mila precari dovrà ricominciare tutto daccapo, come se i sacrifici e i soldi spesi non avessero più senso».

Lui, per dire, è uno che il più delle volte ha fatto supplenze di poche ore: erano nove a Bosa, tre a Tertenia, tre ad Aritzo («ma mica di fila: un paio il martedì e una il sabato»), e le 18 ore - cattedra completa - le ha racimolate, ma solo per un paio di mesi, a Villagrande, nel 2004. «La prima, e finora unica volta, che ho avuto uno stipendio vero: 1200 euro. Orario completo, impossibile viaggiare, avevo preso casa in Ogliastra. Ma non potevo permettermi neanche la macchina e siccome avevo qualche ora anche nella classe di Villanova Strisaili, dovevo arrangiarmi con l'autostop.

Un giorno mi chiama la preside: "professore, scusi, lei come arriva fino alla scuola della frazione?". Come vuole la fortuna, le ho risposto. Per quelli come me è sempre così, come vuole la fortuna».

Dal nostro inviato Piera Serusi

 Giovanni Trodella    - 27-11-2006
Lei si stupisce, on.Sasso, lei si indigna. La scuola però è sola. Proprio sola, mia cara, e la solitudine stanca.