breve di cronaca
La vergogna di un'impronta
Alto Adige - 04-06-2002
Finalmente, ci dicono, potremo vivere in un paese moderno, civile e sicuro. Dove si decide che verranno rilevate le impronte digitali a tutti i cittadini stranieri non comunitari che chiederanno il rilascio o il rinnovo di un permesso di soggiorno. A tutti, senza fastidiose distinzioni, tra regolari, clandestini, profughi: solo perché sono stranieri. Questo provvedimento, così raccontano, ci difenderà dalla minacciosa presenza degli immigrati clandestini, restituendo sicurezza e tranquillità alle nostre città.
Dalla maggioranza qualche voce rassicura che la rilevazione delle impronte rappresenta una civile norma di garanzia proprio a favore degli stranieri regolari, ai quale assicurerebbe la certezza dell'identità e, quindi, dell'accesso ai diritti: perché chi non ha identità, non può godere di alcun diritto. Qualcun altro descrive questa misura come assolutamente normale, da accogliere senza ideologismi e banali abbandoni emotivi: perché non conterrebbe alcun profilo discriminatorio, visto che in prospettiva sarà estesa anche ai i cittadini italiani.
I cittadini stranieri, dunque, saranno sottoposti alla pratica della rilevazione delle impronte: il provvedimento pare un'ingiuria alla civiltà democratica del nostro Paese ed una umiliazione alla dignità delle persone migranti. Una norma incivile, discriminatoria ed inutile che legittima, conferendo dignità istituzionale, posizioni xenofobe che dovrebbero ripugnare ad una società civile. Inconsistente appare la motivazione che dovrebbe giustificare il provvedimento: la rilevazione delle impronte digitali di tutti gli immigrati risolverebbe alla radice i problemi della sicurezza. Già, i clandestini. Ed allora contro le rappresentazioni mitologiche del clandestino, ricordiamo che i clandestini entrano irregolarmente in Italia non per una presunta propensione naturale a trasgredire e a delinquere, ma a causa delle procedure che regolano gli ingressi per lavoro: trovando chiusa la porta dell'ingresso regolare, molti immigrati - richiamati dalla forte domanda di lavoro di alcuni settori produttivi - entrano dalla porta di servizio. La maggior parte dei lavoratori immigrati che oggi vivono e lavorano nel rispetto delle norme dello Stato e della convivenza civile sono entrati in condizioni di irregolarità e si sono regolarizzati grazie alle sanatorie, senza le quali sarebbero stati condannati ad un'eterna clandestinità.
Non servono, insomma, altri strumenti per accertare l'identità di persone già abbondantemente controllate. Per questi cittadini la rilevazione delle impronte ha un unico significato, simbolico e materiale: umiliare uomini e donne che cercano una nuova speranza di vita o che già producono ricchezza per il nostro Paese. La misura della rilevazione delle impronte dei cittadini stranieri è quindi solo una discriminazione, che lede il principio di uguaglianza; un provvedimento che può essere assunto come uno dei simboli dei processi di decadimento che pervadono le culture e le politiche per l'immigrazione. Sempre più decisamente si stanno costruendo elementi di un doppio regime giuridico: uno per i cittadini italiani, dotato almeno sulla carta di garanzie costituzionali e di protezione giuridica; l'altro - destinato agli stranieri - prevede la riduzione dei diritti individuali e, a maggior ragione, di quelli collettivi, la moltiplicazione dei controlli e le restrizioni dei percorsi di esistenza. Coerentemente, il progetto di legge «Bossi-Fini» incorpora questi orientamenti: misure di polizia, campi di concentramento e norme restrittive. Per tutti gli stranieri: perché, per quanto non si faccia che parlare dei «clandestini», tutto ciò riguarda non solo una sezione dell'immigrazione, ma l'intero universo degli immigrati.
Queste misure servono forse a tranquillizzare, ma soprattutto comunicano ai cittadini immigrati un messaggio: essi sono meteci, non cittadini. Dilaga dunque il paradosso in cui le persone migranti sembrano imprigionate nelle società di accoglienza: essere fuggite dai loro Paesi, per trovare nella comunità locale una collocazione incerta e subordinata che non li riconosce come uguali, non li accetta come diversi, non li vuole come cittadini, pur richiamandoli come lavoratori precari e marginali. Sfruttati ed al tempo stesso disprezzati ed esclusi: una condizione che ripropone all'intera comunità questioni antiche e moderne che hanno attraversato la storia. Di questo dobbiamo essere consapevoli: la decisione di rilevare delle impronte a cittadini non comunitari, di nulla colpevoli, ripropone la vicenda di persone che chiedono di non essere solo merce da sfruttare, di non essere esclusi dalla dignità e della libertà. Queste aspirazioni ancora una volta sono storia nostra: non una questione che riguarda i soli cittadini stranieri ai quali comunicare tutt'al più una generosa solidarietà. La dignità ed i diritti delle persone immigrate rappresentano una questione comune: questa consapevolezza deve oggi orientare i pensieri e le azioni delle forze democratiche, delle organizzazioni sindacali, e di tutti i cittadini
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