Riflessioni dall'estero
Redazione - 20-11-2006
Mentre l'attenzione generale si concentra sulla "miglior comprensione" del testo della finanziaria, sull'analisi del maxiemendamento, e sulla rilevazione dei suoi punti di criticità; mentre l'universo precario denuncia raggiri e svendite e i Cobas chiedono coerenze, meno note agitazioni si preparano sul fronte degli insegnanti che lavorano fuori dal territorio metropolitano.
Vale la pena di spendere qualche, iniziale, parola, alla vigilia delle prove d'accertamento linguistico che si terranno la settimana prima di Natale a Roma, nonostante la nebbia che avvolge questo particolare settore a metà tra pubblica istruzione e affari esteri.

Venerdì scorso si è svolto alla Farnesina un incontro tra la delegazione di parte pubblica (i rappresentanti dei due ministeri) e le organizzazione sindacali per affrontare una serie di problemi, dei quali i più scottanti riguardano la sospensione, pur temporanea, delle nuove nomine del personale di ruolo per l'anno scolastico in corso, e la riduzione degli assegni di sede che il personale riceve.

Problemi, indubbiamente, ma dentro un quadro generale più vasto e complicato, come il pianeta sul quale opera. La presenza italiana all'estero è quanto mai variegata e diversificata: c'è la scuola italiana vera e propria, con i livelli che conosciamo, anche se talora adattati ai modelli dei paesi ospitanti; ci sono le sezioni italiane all'interno dei licei internazionali o delle scuole europee; ci sono i corsi di lingua e cultura, che si rivolgono a cittadini italiani immigrati, ma possono diventare esperienze di insegnamento di lingua straniera nelle strutture pubbliche locali; ci sono i lettorati presso le università; ci sono scuole, enti, associazioni private alle quali l'insegnante cosiddetto "Mae" può essere assegnato.

Variegate e differenziate sono anche le modalità attraverso cui questa presenza si esprime: ci sono scuole con pubblico esclusivamente italiano e scuole plurietniche; corsi che si svolgono in strutture molto distanti tra loro e corsi che si attuano dentro una sola città; ci sono, all'interno della stessa realtà territoriale, insegnanti che fanno capo a differenti amministrazioni e hanno differenti obblighi; ci sono supplenti residenti e non residenti con trattamenti economici molto diversi. E c'è soprattutto, sullo sfondo, il senso di una privatizzazione che avanza, secondo una logica prevedibile di risparmio. Niente come la prevedibilità soffoca la qualità, figlia della capacità di creare. E niente come il puro orizzonte economico toglie alla capacità di creare il suo incedere libero.

L'insegnante all'estero è pagato bene, molto bene, moltissimo bene, dipende dalle situazioni. Generalmente è pagato più dei colleghi locali, non necessariamente più dei colleghi provenienti da altri paesi per promuovere la loro lingua. Sicuramente è pagato più, molto più, moltissimo più dei colleghi italiani che fanno il suo stesso lavoro, e questo è un tema capace di scaldare all'inverosimile animi e dibattiti , soprattutto in sede sindacale. Con le debite differenze che ben rappresentano il pluralismo presente in questo settore e che, a volte, fanno recuperare appartenenze un pò perse.

Tra i temi in discussione c'è, per esempio, la questione del tempo di permanenza all'estero, attualmente di 5 anni per mandato, con possibilità di ripetere l'esperienza altre due volte, intervallandola con rientri di tre anni in Italia per poter garantire un legame di scambio tra il "dentro" e il "fuori": motivazione, nata in governo di sinistra, molto seria, ma molto debole, se la confrontiamo da un lato con l'atavica mancanza di risorse che ad uno scambio reale sono necessarie, dall'altro con le altrettanto reali esigenze di chi, vista la fame in patria, decide di "far fortuna" oltreconfine e voglia di rientrare spesso non ne ha.

Risultato: il "dentro" si allontana sempre più, il "fuori" però non riesce del tutto a sostituirlo e rimane, dal punto di vista professionale, una specie di meteora avvolta di provvisorietà. A meno che.

A meno che non arrivi il 2010 con ipotesi futuristiche di una mobilità diversa, almeno per quanto riguarda il vecchio continente: per esempio forme di trasferimento da un paese all'altro senza più accertamenti quali gli attuali made in Italy, con possibilità di installarsi definitivamente in un altro paese membro, e ricevere un regolare stipendio attestato sui livelli europei.

Chissà, mi diceva un collega, che forse così non si diventi la testa d'ariete per chiedere, pretendere, l'omologazione degli stipendi in sede. Che come orizzonte si abbia ancora la "nostra" realtà e non un'altra che non ci appartiene. Che si assomigli meno a isole e più a un arcipelago. Chissà.

E' a questo punto che arriva la frase di prammatica: Arrêtez de faire de la philo....
Grazie, finanziaria, che dai alla filosofia il volto della concretezza.


Emanuela Cerutti

discussione chiusa  condividi pdf