breve di cronaca
La forza della cultura potrà evitare lo scontro di civiltà
La Repubblica - 03-06-2002
Nel Libro dei re 1,19 quando Elia che si trovava nella caverna del Monte Horch fu chiamato alla presenza del Signore, un forte vento spirò dalle montagne e infranse la roccia. Sed non in vento Dominus, dice la vulgata, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento venne un tumulto di terra e aria, ma non in commotione, non in Commotion e Dominus, il Signore non era in quel tumulto. E dopo il tumulto venne il fuoco, ma non in igne Dominus, ma il Signore non era nel fuoco. Perdonatemi se non cito la versione ebraica originale, ma credo che il significato dell´episodio non cambi e in ogni caso è stato così che l´ho appreso quando ero ragazzo e la storia mi lasciò sull´anima un´impronta profonda.
Non si può trovare Dio nel rumore, Dio si rivela solo nel silenzio. Dio non è mai nei mass media, Dio non è mai in prima pagina sui giornali, Dio non è mai in televisione, Dio non è mai a Broadway. Egli era nell´anima di Elia, Dio era a Qumran, era nei monasteri benedettini del Medio Evo, era nei ghetti spagnoli dove i primi Cabalisti sperimentavano le infinite combinazioni delle lettere della Torah. Dio è dove non c´è confusione. Questa massima è valida anche per chi non crede in Dio ma pensa che ci sia da qualche parte una qualche Verità da scoprire. La Verità non si trova nel tumulto, piuttosto in una ricerca silenziosa.
Nel trambusto del mondo d´oggi i luoghi del silenzio restano e continuano a essere le università. Sono tuttora tra i pochi luoghi in cui è possibile il confronto razionale tra diverse visioni del mondo. Noi, gente d´università, siamo chiamati a combattere, privi d´armi letali, un´infinita battaglia per il progresso del sapere e della compassione umana.
Non sono tanto ingenuo da dimenticare che il sapere non porta automaticamente pace e pietà, perché è accaduto nella storia che individui che amavano Brahms o Goethe siano stati capaci di organizzare campi di sterminio. Ma in grande percentuale il progresso del sapere può ancora produrre, deve produrre, dei risultati e per raggiungere questi obiettivi noi dobbiamo continuare la nostra missione, anche se intorno il mondo salta in aria. Non siamo rinchiusi in una torre d´avorio: noi lavoriamo per tutti i nostri fratelli al di là delle mura.
I secoli antichi, e persino quelli moderni, sono stati teatro del colonialismo, del razzismo, dell´intolleranza. Per il mondo occidentale, la cosiddetta responsabilità dell´uomo bianco era considerare la civiltà occidentale e cristiana come l´unica possibile, da qui il diritto e la missione di convertire tutti coloro che seguivano un modello culturale diverso - per non parlare di atteggiamenti simili nel mondo non occidentale, ispirati all´odio per gli Europei e a diverse forme di fondamentalismo religioso.
Fu però nell´ambiente delle università e delle società colte occidentali che il mondo moderno inventò quel nuovo approccio alle culture e alle civiltà denominato antropologia culturale. È stato grazie agli studi degli antropologi culturali del diciannovesimo secolo (ma seguendo idee già suggerite da Montaigne, Locke e dalla filosofia dell´illuminismo) che abbiamo appreso che esistono altri modelli culturali, organici in se e per sé, che dovevano essere riconosciuti, compresi nella loro logica interna e rispettati.
L´antropologia culturale, sostituendo il concetto di cultura a quello di razza, ha operato in profondità al fine di renderci più consapevoli della pluralità delle culture e del diritto di ogni cultura a sopravvivere, finché la sua sopravvivenza non pregiudichi i diritti degli altri.
L´antropologia culturale non ha cambiato il mondo. Mentre gli antropologi ci hanno insegnato a riconoscere e rispettare diversi comportamenti culturali, diverse religioni e abitudini etniche, il mondo occidentale ha prodotto i Protocolli dei Saggi di Sion, mentre i primi mass media, dai romanzi popolari ai film di Hollywood incoraggiavano una visione dell´Altro come cattivo, i feroci indiani, il negro stupido, obbligato ad un destino di eterna schiavitù, per la sua irrimediabile inferiorità, il diabolico dottor Fu Manchu e così via.
È esattamente questo il motivo per cui, oggi più che in passato, è dovere di una società colta usare tutti gli strumenti forniti dai nuovi media al fine di diffondere le idee dei primi antropologi culturali.
Dieci anni fa François Mitterrand fondò a Parigi l´Academie Universelle des cultures, sotto la presidenza di Elie Wiesel, un´istituzione che raccoglie scrittori, scienziati, artisti e soprattutto universitari di tutto il mondo, tra cui il mio amico Per Ahlmark. Lo statuto dell´Accademia recita che essa "promuoverà la ricerca scientifica, incontri e collaborazioni creative e incoraggerà ogni contributo alla lotta contro l´intolleranza, la xenofobia, la discriminazione nei confronti delle donne, il razzismo e l´antisemitismo" e che "s´impegna a diffondere le proprie idee attraverso le scuole, i media e gli strumenti futuri del sapere".
Con l´approssimarsi del terzo millennio il mondo è stato devastato da avvenimenti tragici quali l´invasione del Kuwait, la guerra del Golfo, i terribili conflitti razziali nei Balcani e ancora eravamo ignari di ciò che sarebbe accaduto dopo, fino alla guerra di oggi contro il terrorismo. Cercando di capire che cosa si potrebbe fare per educare i popoli del mondo ad una visione positiva della diversità culturale ed etnica e alla tolleranza, ci siamo resi conto che non serviva convincere una persona, mettiamo di quarant´anni, un uomo o una donna che in quel momento uccideva, stuprava umiliava coloro che non appartenevano al suo modello culturale. Per loro era troppo tardi ormai. Dovevamo iniziare dai loro figli.
Così l´Accademia ha aperto un sito Internet academie-universelle.org - in fase d´organizzazione - per dotare insegnanti e educatori di tutto il mondo di strumenti intellettuali (idee, esempi, esercizi pratici) al fine di insegnare ai giovani che vivono a contatto con persone d´origine diversa, che la loro reciproca diversità non è di ostacolo ad una vita in comune, ma piuttosto fonte di arricchimento reciproco.
Noi diciamo che non si diventa uguali negando l´esistenza delle diversità. Le diversità esistono e vanno riconosciute. Iniziamo dai volti, dai vestiti persino dal cibo e dall´odore (diciamo loro che nessuno è privo di odore, e che normalmente non avvertiamo il nostro perché viene dal nostro corpo o dalle persone che ci circondano che tendenzialmente mangiano più o meno le stesse cose che mangiamo noi) e arriviamo a parlare di differenze di religione o nel modo di interpretare la territorialità. Chiediamo ai bambini di scoprire se nella loro zona abitano persone con retroterra culturali diversi, descrivere in che cosa sono diversi da loro, ma anche in che cosa pur all´interno del loro stesso gruppo di appartenenza ciascuno si differenzia dall´altro. Diciamo loro che è normale che al primo approccio la diversità altrui non piaccia, ma che essere diversi non significa essere cattivi. Diventiamo cattivi quando vogliamo impedire agli altri di essere diversi. Diciamo ai bambini che le diversità fanno del mondo un luogo interessante in cui vivere. Se non ci fossero diversità non potremmo neppure capire chi siamo: non potremmo dire "io" perché non avremmo un "tu" con cui confrontarci.
Diciamo che uguaglianza significa che ciascuno ha il diritto di essere diverso da tutti gli altri.
Cerchiamo di parlare ai bambini degli stereotipi razzisti, dell´intolleranza, del pregiudizio, dei ghetti, delle favelas, dell´apartheid, della deportazione, del genocidio. Uno degli esercizi che proponiamo è già stato sperimentato da un´educatrice statunitense che nella sua classe divise i ragazzi in due gruppi, i rossi e i blu. Durante la prima settimana l´insegnante non si occupò affatto dei rossi, negò loro la parola, non li lodò quando facevano bene e li punì al minimo sbaglio, fu invece indulgente all´eccesso con i blu, lodandoli continuamente e perdonando loro qualunque comportamento fuori dalle regole. La settimana successiva invertì le parti, privilegiando i rossi. In questo modo gli alunni sperimentarono sia le soddisfazioni del potere che le sofferenze e la frustrazione dell´appartenere agli oppressi e agli esclusi. L´insegnamento che bisogna trarne è che se hai sofferto come membro di un gruppo oppresso, devi fare in modo che in futuro altri non patiscano le tue stesse pene.
Il nostro sito che non fa rumore è solo un esempio ma rafforza, credo e spero, la mia idea che solo gli istituti di istruzione e tra essi soprattutto le università sono ancora luoghi di confronto e discussione reciproci, in cui possiamo trovare idee migliori per un mondo migliore, al pari del rafforzamento e della difesa dei fondamentali valori universali, da non tenere negli scaffali di una biblioteca ma da diffondere con ogni mezzo possibile.
L´università (e persino la scuola elementare) come forza di pace! Nei miei sogni più arditi vedo l´immagine d´un ambiente accademico in cui si può discutere pacificamente persino dei problemi più insolubili del nostro tempo.
Che bella immagine quella di un´università in cui nel prossimo futuro popoli diversi potranno sedersi a risolvere insieme i problemi di questa terra santa e martoriata in un´interazione fruttuosa e leale tra uomini di buona volontà.


UMBERTO ECO
Traduzione di Emilia Benghi

discussione chiusa  condividi pdf