La scuola malata insegna a chiedersi il perchè e non il come delle cose
Redazione - 06-11-2006
Parlo a un seminario del Rotary per propri dirigenti e dico che, fra i mali che affliggono questo Paese, c'è il panfilosofismo, cioè l'incapacità della nostra scuola di insegnare ai giovani una metodologia empirica della conoscenza.
Non dico niente di nuovo. Scrive Giovanni Sartori: "La filosofia si impernia su un concipere,
e per esso sul conceptum; laddove la scienza si fonda su un percipere, e per esso sul perceptum".
In filosofia il "perché" delle cose è anteposto al "come", a come le cose sono; laddove nel conoscere scientifico il "come", e cioè la descrizione e l'accertamento, precedono e condizionano il "perché", la spiegazione (...) Quand'è, allora, che la filosofia esorbita dalle proprie competenze e mansioni? È presto detto: quando la filosofia - o chi la cita e utilizza a sproposito - si presenta come un sapere applicabile, come una teoria suscettiva di attuazione pratica (...) Sono venticinque secoli che tentiamo di applicare alla polis dei "programmi filosofici": da Platone a Marx. Regolarmente, sistematicamente, la conversione della filosofia in prassi fallisce: l'esito ha sempre tradito le intenzioni e clamorosamente smentito le previsioni. Dal che non consegue che una filosofia politica che fallisca nella sua traduzione operativa sia una filosofia sbagliata. No, lo sbaglio sta nel voler applicare l'inapplicabile (...) Per intervenire (con successo) sulla realtà occorre accertare come è («Antologia di scienza politica», ed. Il Mulino).
Meglio non si potrebbe dire.
Nel corso del seminario, dico che un altro dei mali che affliggono il Paese è la mania regolamentatrice dello Stato. Oggi, dalla prescrizione a non pagare in contanti certe prestazioni professionali all'imposizione, per chi espone l'Iva, di avere un conto online (è proibito tenere i soldi sotto il materasso?), dal pagamento delle tasse non come "dovere civico" alla "lotta all'evasione" come manifestazione dello Stato etico che persegue il Bene. E quant'altro. Anche qui non dico niente di nuovo. Da Bernard Mandeville (La favola delle api) a David Hume, a John Locke, fino a Frederic A. Hayek («Law, Legislation and Liberty ) il pensiero liberale dice, invece, che le società aperte e ricche sono la conseguenza di comportamenti spontanei e inconsapevoli
degli individui che producono effetti sociali non desiderati, ma positivi. Insomma, nella società aperta, i vizi privati si trasformano volentieri in pubblici benefici (ad esempio: chi dilapida i propri averi finisce col dare lavoro a tutti quelli che gli forniscono i beni e i servizi che desidera).
Un gruppo di liceali mi obietta che il mio (?) individualismo liberale porta all'a-socialità, al disordine, all' evasione fiscale (?!) e che lo Stato deve condizionare i miei diritti di proprietà e di iniziativa economica all'utilità sociale (obietto: non basterebbero, empiricamente, leggi ordinarie contro la proprietà e l'iniziativa economica che danneggiano il prossimo, dall'inquinamento alla sofisticazione?).
A sua volta, un'insegnante mi obietta che chiedersi come stiano le cose non ha senso in quanto ciò che conta, e che lei insegna ai suoi allievi (i liceali presenti approvano), è chiedersi il perché delle cose.
È l'effetto di sessant'anni di cultura ideologica. Che fa spesso della nostra democrazia, nella prassi anche se non in dottrina, la prosecuzione con altri mezzi dei totalitarismi fascista e comunista del Ventesimo secolo. E il peggio, con questa scuola, deve forse ancora venire.
Piero Ostellino

Teoria e prassi, teoria o prassi: una discussione sempre aperta, che Piero Ostellino, ne "Il dubbio", la rubrica da lui curata sul Corriere della sera, ripropone, a proposito di ciò che si dovrebbe insegnare a scuola.
Se c'è però un dubbio che la nota crea nel lettore, questo riguarda il percorso argomentativo in base al quale Ostellino accosta/fonde i due riferimenti - anzi tre - che il testo contiene: il rapporto fallimentare tra teoria e prassi nella politica, la sua personale interpretazione del sistema liberale come società aperta ed infine il modo in cui debba orientarsi la scuola.
All'apparenza l'orientamento dell'autore sarebbe quello di dimostrare la prevalenza della prassi e la sua fondamentale eticità, nonché utilità materiale. Una prassi, però "spontanea ed inconsapevole", quindi la negazione di qualsiasi educazione, almeno per come è, tradizionalmente, intesa dalla scuola. Se così è la stessa discusssione tra il giornalista e l'insegnate, sulla quale pure viene centrato il titolo della nota, se cioè la scuola debba insegnare il "come" od il "perché" delle cose, risulterebbe fuori tema, visto che, comunque "nella società aperta, i vizi privati si trasformano volentieri in pubblici benefici". Ed è interessante il fatto che, a farlo notare siano gli studenti.
Siamo appena usciti, o almeno lo speriamo, da un periodo in cui si sosteneva che "il fine specifico dei percorsi dei licei è la theoría. Questo fine non esclude, né lo potrebbe per l'unità della persona umana e della cultura, la dimensione operativa. Anzi, le esperienze pratiche di progettazione, di laboratorio, di stage e di tirocinio formativo che si sviluppano a tempo pieno o in alternanza scuola lavoro nei percorsi liceali, e particolarmente nei licei vocazionali, sono un'importante modalità organizzativa, metodologica e didattica per giungere alla conoscenza, consolidarla,precisare meglio concetti e relazioni tra concetti, illuminare teorie"
Concetti che a leggerli fuori dal contesto sembrerebbero anche accettabili, se non fosse che il loro "perceptum" di riferimento era un doppio canale in un ramo del quale la "prassi" schiacciava una parte consistente dei giovani in direzione di un puro e semplice addestramento a non si sa bene quale lavoro.
Per cui, alla coppia oppositiva del "come" e del "perché", prospettata da Ostellino, ci permettiamo di aggiungere, per contribuire alla discussione, un terzo elemento, la cui neutralità viene forse troppo data per scontata e che è il "cosa" si insegna. Ma, probabilmente, per Ostellino è questo aspetto, tra tutti, il più ideologico.

L'articolo di Ostellino è stato efficacemente commentato anche da Fabio Brotto nella sua Cronica XLIV

Anna Pizzuti

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 Giovanni Rivera    - 12-11-2006
A me sembra che Ostellino sia clamorosamente fuori tempo sostenendo un benefico effetto dei comportamenti inconsapevoli di cui parlava Adam Smith, ma che già David Ricardo metteva in discussione. Sulla necessità dell'intervento dello Stato in economia bisognerebbe quanto meno rifarsi alla liberalissima politica del New Deal, senza correre il rischio di ritrovarsi eredi di fascismi e stalinismi.
La riflessione critica è il vero bersaglio di quanti argomentano alla maniera di Ostellino: c'è un desiderio comune a buona parte della classe dirigente di usare la scuola come fabbrica di consumatori e sudditi incapaci di pensare. Sapremo ostacolare queste mire?