Gabbie e randagi
Marino Bocchi - 01-06-2002
"Andate al circo”, scrive la Moratti in una circolare indirizzata agli studenti. “Cosi’ potrete imparare a conoscere gli animali”. La linea del Governo ne esce rafforzata: dopo la Bossi-Fini, per avviare un dialogo interculturale con un senegalese dovremo andare a San Vittore e la tolleranza zero sulla droga portera’ Lupo Alberto a raccontare come si vive bene da Muccioli o don Gelmini. La gabbia, ormai ne sono convinto, e’ la metafora interpretativa, l’idea forza della scuola della Moratti. Ringrazio il Ministro per avermi dato quest’ultima e definitiva conferma.

Nella bellissima Lettera da Kabul, contenuta in “Lettere contro la guerra” (pag. 123), Tiziano Terzani conclude narrando di due lupi che in quel che resta dello zoo bombardato, vivono “in una gabbia puzzolentissima, senza acqua, dove un guardiano butta una volta al giorno degli avanzi di carne….Si conoscono bene, eppure strisciano in continuazione, guardinghi, contro le pareti ormai lustre e la rete tutta rabberciata e, incrociandosi, ogni volta ringhiano, si mostrano i denti e si aggrediscono, aizzati da una piccola folla di uomini che forse s’illudono d’essere diversi e non si rendono conto d’essere, anche loro, nella gabbia dell’esistenza solo per morirci. Tanto varrebbe allora viverci in pace”.Gli uomini in pace tra loro e con i lupi, liberi di tornare sui monti, randagi e felici, perche’ solo chi e’ randagio e’ felice, caro Ministro.

Per quello che vale, ho sempre saputo che la mia distanza dalla Moratti non era solo politica quanto culturale, di forma mentis. La mia figura archetipica e’ per l’appunto quella del randagio, uomo o animale che sia. E siccome il poeta e’ per sua natura un errante, un vagabondo, uno che scruta gli abissi, nella scuola della Moratti ci sara’ posto per le gabbie elettroniche e per quelle organizzative e didattiche non piu’ per la poesia. E’ un processo che riguarda tutti gli ambiti del postmoderno. Come scrive Claudio Magris, in Fuori i poeti dalla Repubblica (Utopia e disincanto, Garzanti, 1999, pag.. 31): “E’ comprensibile che i poeti vengano espulsi dalla Repubblica, come immigrati abusivi e clandestini. Ma questi randagi, come i nomadi del deserto, sono delle guide che mostrano le piste per attraversarlo

Nella scuola come nella societa’ i randagi per eccellenza sono gli immigrati e i nomadi, “le guide che mostrano le piste del deserto per attraversarlo” e che invece lei e i suoi colleghi di governo, caro Ministro, rinchiudete nelle gabbie, per non voler vedere, per non voler capire dove portano le piste di questo deserto che voi chiamate orgogliosamente vita, cultura, civilta’ occidentale . Ho avuto per alunna una ragazza Sinta, anni fa. Mi regalo’ un libro introvabile e bellissimo, scritto da uno di loro, che racconta la storia della sua famiglia, di sangue nobile, imparentata con gli Orfei. La genealogia copre 5 secoli: giocolieri, trapezisti, clown, uno dei quali ispiro’ persino Toto’ (Principe dei randagi di tutto il mondo, come ha detto Franca Faldini) nella famosa scena del varieta’ di Siamo Uomini o Caporali (“E levati la camicia…..). Poi arrivarono le leggi razziali e i campi di concentramento. E per gli immigrati gli attuali centri di accoglienza temporanea e le impronte digitali, quelle che suo cognato, gentile Signora, il presidente dell’Inter, ha definito una vergogna.

Solo una mente randagia e’ una mente critica, solo una cultura randagia, non omologata, disobbediente, puo’ liberare gli individui dalla schiavitù’ delle fedi e delle ideologie . Per questo volete la scuola-azienda, la scuola gabbia. Il grande scrittore argentino Osvaldo Soriano, morto alcuni anni fa, era anche lui, come tutti i poeti, un randagio. Fuggito in esilio a Parigi, negli anni della dittatura militare nel suo paese, senza che nessuno gli prendesse le impronte, si faceva sempre accompagnare da un gatto, presenza costante nei racconti e nei romanzi che ha scritto e nella vita. Conservo ancora e la porto sempre con me, la vignetta che Vauro gli dedico’ il giorno in cui Soriano mori’. Si vede un micio dalla coda dritta che segue un ometto mite, su una strada deserta e persa su un orizzonte lontano. “Giorni fa, una ricercatrice che sta preparando un libro di interviste a scrittori argentini, ha chiesto ai suoi interlocutori di tracciare ciascuno una breve autobiografia. Come fare? Come parlare di noi se non sappiamo chi siamo? Le ho detto che non ho biografia. Me la inventeranno i gatti che verranno quando me ne starò, bello soddisfatto, seduto sul cerchio della luna“.

Scena dai mondiali italiani del ’90. Sede del ritiro dell’Argentina. Sfogo del CT Biliardo:"Da domani non entra più nessuno, né giornalisti né familiari. E se viene il Papa, beh non entra nemmeno lui". Entrò invece Osvaldo Soriano e Maradona per lui palleggiò con un'arancia, Soriano era felice.” (Repubblica. 10 novembre 2001)

Caro Ministro, a noi gente randagia, di tutte le razze o specie, basta poco per essere felici, basta un palleggio di Diego con un arancia. Ma adesso che Maradona e’ ingrassato e veste causual (c’e’ chi indossa Che Guevara e chi Armani), i mondiali non sono piu’ gli stessi. Almeno giocasse Zidane che si fermo’ un giorno presso un campo alla periferia di Torino e fece una partitella coi ragazzini nomadi. Senza i randagi, il calcio, come la vita, come la scuola, perde di colore e sapore. Diventa un circo, con tanti animaletti in gabbia. Ammaestrati. Ma tristi. E, non si illuda, anche un po’ incazzati, gentile Signora.

Scena finale, maggio ’68, de “Il fantasma della liberta’”, di Luis Bunuel. Nel frastuono dei lacrimogeni, gruppi di studenti e di poliziotti si affrontano presso uno zoo. Da una gabbia, una coppia di struzzi alza la testa. Non li spaventano i botti o le urla. Il fremito che percorre i loro colli e’ il respiro del fantasma della liberta’ che viene per scardinare le serrature e rompere le gabbie. Anche la loro.

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